Weekend con la Mistress by Viktorie [Vietato ai minori]




Questa storia, sostanzialmente, risale a qualche anno fa…

Il mio riflesso nella vetrina del bar rimandava, crudelmente ma oggettivamente, l’immagine di una persona assolutamente distrutta.
Con degli occhiali da Sole atti a non far vedere le occhiaie che avrebbero suscitato l’invidia di qualsiasi panda nei paraggi, e una pettinatura così scomposta che poteva anche essere scientemente voluta, si rifletteva la mia immagine, reduce da un periodo di superlavoro e di giorni interi in cui la somma delle mie ore di sonno avrebbe potuto dare dei numeri negativi.
“Gliene porto un altro?” disse cordialmente una del bar, prendendo la tazza del mio cappuccino.
“Mh? Ah, sì, grazie… Se tipo si può fare doppio, e mettere della caffeina anche nel latte… E un’altra pasta, grazie…” risposi praticamente con la faccia nella mia mano. Perché ero lì, e non a dormire, penserete voi?
Bè, perché avevo un appuntamento con la mia Mistress.

Oh, so già cosa pensate, ma dovete sapere che il termine “mia Mistress” lo usavo in senso ironico.
La “mia” Mistress non era altro che un’amica la cui esperienza nell’ambiente BDSM è di lunga data, e sebbene mi abbia mostrato e insegnato diverse cosucce interessanti, e mentirei se dicessi che non ne conosco odore e sapore, quel mondo non è mai stato il mio. E se anche lo fosse, non sarei certo la persona nel ruolo che si inginocchia a leccare lo stivale di qualcun’altra, al massimo per tirarle una gamba e farla sbattere per terra.
Nonostante un rapporto amicale con le sue numerose punte di provocazione, battibecchi e riappacificazioni particolarmente carnali, la “mia” Mistress rimaneva pur sempre un’amicizia, di quelle un po’ strane che magari non vedi per mesi, ma con le quali rimane una confidenza che altre relazioni, più frequenti, non avranno mai.
Per quello accolsi interessata l’idea di passare un periodo di vacanza estiva con lei, che precisa e attenta avrebbe sicuramente badato ad un’organizzazione perfetta, e rimanevo in quel bar ad aspettarla nell’unica finestra libera tra tutti i reciproci appuntamenti. D’altronde quando una vive e lavora in Paesi dall’altra parte del mondo, è difficile trovarsi faccia a faccia in orari comodi per tutti.
Così, a metà del secondo cappuccino, e a tre quarti di pasta (con la vaga idea di prenderne un’altra), giunse dalla porta del bar la persona che aspettavo.
Al solito, facendo -dannata!- la sua porca figura, facendo girare metà dei presenti e distraendo l’altra metà.

Sì, perché la Mistress in questione si portò quasi a metà sala con una falcata di un paio di gambe lunghissime, magre, affusolate, esagerate nella loro altezza da un paio di stivali neri con tacco, jeans scuri, camicetta nera con le maniche arrotolate, una pelle diafana, e praticamente due metri più in alto, calandosi un poco un paio di occhialetti da vista sottili dalla montatura nera, due occhi dal taglio sottile che squadravano i presenti alla ricerca della sottoscritta. Tra gli occhialetti e i capelli legati in una crocchia, sembrava davvero una di quelle maestrine di qualche film pornografico.

“Buongiorno!” squittì la cameriera più bassa dell’intero locale, una ragazzetta davvero minuta, quasi facendomi scoppiare a ridere, visto che la mia amica praticamente si girò su sé stessa per capire chi le stesse parlando.
“Sa… Dov… Ah, ecco, salve, dovevo trovarmi con un’amica…” la chiamai dal fondo sala, agitando una mano, mi indicò e dopo aver ordinato qualcosa, mi raggiunse in non più di due, tre passi lunghi e ben distesi.
Mi alzai in piedi per salutarla, e dopo un paio di baci sulle guance e un sorriso, ci mettemmo sedute.
“Dimmi che sei appena uscita da una notte di gangbang con dei superdotati assatanati.” esordì con piglio severo, levando e togliendosi gli occhialetti come una professoressa acida che stia rimproverando qualcuno che non sta attento in classe.
“A dire il vero, solo da dieci giorni in cui riposo meno di un server di internet.”
“Nerd del cazzo.” soffiò, rubandomi l’ultimo boccone di pasta con un gesto rapidissimo.
“Stronza.” le feci eco.

Dopo qualche secondo di silenzio, in cui la fissai nei suoi occhi di un colorito grigiastro con l’aria omicida che si merita chiunque mi rubi del dolce, venne raggiunta dalla minicameriera con un caffè americano bollente.
“Mi porterebbe anche un paio di paste? Cioccolato?” chiese, bloccando la ragazza già in fuga con una mano dalle dita così lunghe che avrebbe potuto abbrancarle tutto il viso.
Il dovuto rimborso per quel furto arrivò molto rapidamente, e spianai il mio cipiglio, mentre la mia commensale riceveva una chiamata.
Parlò fittamente in una maniera incomprensibile, sicuramente una lingua orientale, per salutare e riagganciare.

“Lavori ancora con l’oriente?” chiesi, portandomi al riparo un croissant prima di altre ruberie, mentre soffiava da un naso dritto e lungo.
“Lascia stare, l’azienda che ci produceva degli impianti sai cosa ha fatto dopo la fine dell’accordo con l’azienda che seguo? Si è messa a produrre da sola, praticamente le stesse cose.”
“E’ legale?” “Bè, per adesso sì, se quel che fanno adesso ha abbastanza differenze dal nostro prodotto per cui non possono dimostrare che è reverse engineering senza modifiche… Solo che io sono tra i due fuochi, la mia azienda che ancora spera di recuperare o fare causa, e la loro che ovviamente si difende.”

La bocca dal taglio sottile e la smorfia infastidita bevve un lungo sorso, guardando fuori dalla vetrina del bar. Mi piaceva, da sempre, il profilo della “mia” Mistress, era un viso dai lineamenti quasi duri, decisi, ma molto armoniosi.
Lo sguardo di lei si spostò su di me, facendola sorridere.
“Che ti guardi?” ridacchiai, colta in fallo. “Bè, tu arrivi da un continente di distanza senza neanche un capello fuori posto, io sono qui che sembro appena uscita da un centro di igiene mentale.”
“E’ perché io sono pressoché perfetta, semplice” disse, alzando regalmente il mento, e prendendosi così in faccia un bel ‘vaffanculo’.
“Piani per la vacanza?”
“Tutto organizzato. Villaggio vacanze senza troppi bambini, stanze separate ma comunicanti, biglietto aereo preso, tutte le spese divise quattro, poi ti giro il mio conto corrente per quel che mi devi.”
“… Quattro? Cosa stai tramando, ******?” chiesi, corrucciata. Sapevo che con noi sarebbe venuta anche Andrea, una nostra conoscente mia connazionale, ma non altre. Non che mi dispiacesse dividere le spese in più persone, né andare in vacanza con qualcuno, solo non ne ero informata.
Lei sorrise al di sopra della tazza da caffè, guardandomi quasi malvagiamente tra le volute del vapore. “Oh, sì, quattro…”

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