Visioni by Bollentispiriti [Vietato ai minori]




Il torpore mi assale. Ddisteso sul letto, guardo in alto, nella penombra della stanza. Dalle tapparelle abbassate, di tanto in tanto, gli sbadigli dei fari delle poche auto che passano svelano l’affresco sul soffitto: un trionfo di putti che non ricordo da quando è lì. Certo non l’ho voluto io. Mi sento bene, soddisfatto. Dopo molto tempo posso dire di essere sereno.

Devo tutto a Marco per quello stato di beatitudine. È un gran bell’uomo! Venticinque anni meno di me. Lui è giovane e forte, mentre io comincio a perdere i colpi, sul viale del tramonto. Non che sia vecchio, intendiamoci, sono ancora in forze e …potente anche da quel punto di vista. Tuttavia, ricordo che qualche anno fa il risveglio del mattino mi vedeva con una inevitabile,involontaria erezione in corso, mentre ora mi sveglio solo con una gran voglia di pisciare, senza altre distrazioni. L’età o che altro? Chiamatela come volete.

L’ho incontrato per caso qualche mese fa. Eravamo in un parco pubblico. Lui portava a passeggio un cagnetto nervoso, molto bruttino se debbo dirla tutta. Mi attardavo a leggere un giornale seduto su di una panchina. In verità osservavo quanti mi gironzolavano intorno. Mi colpì subito. Era un bel ragazzo. Non molto appariscente, ma ben modellato e, soprattutto, spigliato.
Mi si avvicinò con passo elastico e mi chiese: “Ha una sigaretta, per favore.”
Ripiegai il giornale che serviva a coprire la direzione del mio sguardo. Era davanti a me in jeans e maglione. Notai subito il pacco in esposizione. Risposi: “Mi spiace, non fumo.” e lo fissai negli occhi. Mi guardò sorridendo, come se avesse letto nel mio pensiero quel che avrei voluto dire e cioè “Mi piace il suo cavatappi!”, e ribattè: “Neanch’io! Posso?” Mi sentii confuso e, farfugliando, lo invitai ad accomodarsi accanto a me, sulla panchina. “Grazie. Ho dieci minuti di tempo prima di riportare il cagnolino alla mia vicina di casa. È un favore che ogni tanto mi chiede.”

Era simpatico e da lì ci conoscemmo. Mi accorsi che aveva un taglio d’occhi interessante e una mascella volitiva. Facevo dei rapidi raffronti con la mia persona e non mi capacitavo come potesse trovarmi interessante. Forse perché noi uomini non siamo portati a guardarci molto, se non quando ci radiamo al mattino. Ma è un fatto che ero convinto di condividere con lui la simpatia che provavo. E questo mi rese più sicuro di me stesso.

Lo accompagnai a casa, quel giorno e salii con lui nel suo appartamento da scapolo. Perché, intanto avevamo iniziato a scambiarci delle informazioni sia pur generiche. Mi chiese scusa, lasciandomi solo in casa, e portò il cagnolino dalla vicina. Approfittai dei pochi minuti d’assenza per dare un’occhiata alle quattro foto esposte in una vetrinetta. Erano tutte di uomini. Me ne rallegrai. Potevo andare avanti senza ulteriori digressioni.

Veramente fu lui a prendere l’iniziativa. Si accostò a me, fissandomi negli occhi. Quei dannati occhi, con quelle ciglia così lunghe, morbide, quel taglio trasversale orientaleggiante! Stavo perdendo la testa e non mi era mai capitato prima. Si che di avventure ne avevo avute. Avevo assaporato da qualche anno il passaggio all’altra sponda, colpa di un bellissimo moretto che per qualche tempo mi aveva sodomizzato con infinito mio godimento. Alto e possente, mi abbracciava fra le sue spire di un bel colore cioccolato. E mi spalmava con la sua nutella che, invece, era candida come la neve. Avverto ancora i brividi che mi donava.

Ma questo è un altro racconto. Ora c’era Marco accanto a me! Mi prese la nuca con il palmo aperto e mi andava accarezzando i capelli quasi del tutto canuti. Era come seta la sua pelle e ancora più sconvolgenti furono le labbra. Me le accostò sfiorando le mie e respirando corto, in modo che io avvertissi il calore del suo fiato. Iniziò con lo sfiorarmi il labbro superiore per poi passare all’inferiore. Incantato e annichilito mi sentivo un porcellino d’india davanti alle fauci di un serpente boa che vuole divorarlo. Finché non suggellai completamente le sue labbra con una progressione istintiva. Iniziò a penetrarmi oralmente con la lingua. Ricambiai il favore legandomi alla sua in un groviglio inestricabile.

Avverto ancora quella sensazione di vuoto, di mancanza di respiro, di affanno che mi prese. Poi ci spogliammo strappandoci i vestiti di dosso, sfilandoci magliette e mutande reciprocamente. Tocchi estenuanti ci facevano rabbrividire, mentre le mani correvano sui nostri corpi, le dita si intrecciavano, i sessi si urtavano strofinandosi l’uno contro l’altro. Avevamo entrambi un febbrone da cavallo e come tali ci comportavamo, imbizzarriti. Così ominciammo il gioco del 69. Con molta calma imboccammo gli strumenti del piacere,intonando musiche celestiali e concedendoci accordi d’incanto.

Ogni tanto interrompevamo la sinfonia di ottoni per riprendere fiato e approfittavamo per leccare e succhiare i capezzoli. I suoi erano duri e tesi come l’umbone dello scudo di Achille, mentre i miei poggiavano su due seni più maturi, più arrendevoli, a pera; oserei dire più femminei, data la differenza di età che ci divideva. Intanto, nel sottopancia i due argomenti assumevano importanza e cominciavano a sbavare copiosamente come bozzoli da seta.

A quel punto nessuno dei due poteva tirarsi indietro e andammo spediti alla conclusione. C’era solo da scegliere chi doveva montare chi. E vinse la gioventù che in un attimo sovvertì l’esito a suo favore. Avvertii una scarica di adrenalina che penetrava nel mio canale, spingendo e travolgendo tutto al suo passaggio. Devo dire che fu molto delicato. Superato l’ingresso, la cappella s’arrestò per consentirmi di riprendermi dallo spasmo iniziale. Poi scivolò all’interno riempiendomi completamente. Era come se un animale strano, senza testa fosse penetrato e mi scavasse all’interno, istillandomi il calore del suo ingombro, che mi raggiungeva fino alle tempie, fino al cervello.

Non sapevo più se i battiti che avvertivo nel petto, nelle orecchie o nell’ano fossero i miei o di chi mi concupiva. Certo, non volevo che si staccasse più da me, anche se il “fastidio”, innestato nell’intestino mi sconvolgeva completamente. Marco continuava a stringermi le palle, ad agitarmi il sesso, mentre io non sapevo più come fare per mantenere il contatto più stretto con il suo petto, il suo addome, il suo membro che mi dilaniava ad ogni colpo che sferrava con la forza della sua giovinezza.

Poi fu la fine! Il travaglio era giunto al limite e il mio cannuolo cominciò a emettere tutto lo sperma che conservava nelle palle, vomitando fuori il contenuto del midollo spinale. Un moto involontario che mi consentiva un certo ristoro, mentre il viscido calore dell’invasore si diffondeva nel mio intestino, riempiendolo fino all’inverosimile. Marco continuò ad agitarsi sempre più lentamente per cadermi, esausto, sulle spalle, mentre mi strizzava ancora i capezzoli. Colavo liquidi organici dall’ano come una fontana.

Ero esausto. Restammo, l’uno trafitto dal dardo d’amore, l’altro incastrato nella sua ummagine riflesse in uno specchio.

Ricordando, la mano corre là dove non dovrebbe, a rinverdire i fasti di quell’incontro fortuito e fortunato. Lentamente l’anguilla si solidifica, assumendo la forte personalità. Lo diceva sempre mia moglie, in gioventù: “È come un calamaro fra le cosce!”, quando assolvevo agli obblighi coniugali con maggiore lena. Con l’età, invece, ho capito che solo un maschietto ha l’esperienza e la capacità adatta a regalarti quei brividi, quell’affetto e quelle soddisfazioni che, altrimenti, non potresti conoscere.

Marco, invece, preferisce chiamarlo “lo squalo”, forse perché procede dimenandosi da destra a sinistra quando è all’attacco, o “il pesciolino rosso”, quando decide di sventrarmi lui dal posteriore allargandomi come le garze natatorie di un merluzzo o di un’ombrina. È la posizione che preferisco, piuttosto che l’altra.È più rilassante, anche se sempre faticosa, ma ti priva dell’ansia da prestazione. Devi solo cercare di favorire il tuo drudo e accompagnarlo sulla strada della perdizione. Quando mi prende da dietro è delicato. Poi, mano mano la tensione sale, finché non s’infoia e diventa violento, ma tanto anch’io, ormai, non mi controllo più quando sto per arrivare.

Ero così entusiasta di lui che lo invitai ad assistere al Carmina Burana di Carl Orff la sera dopo. Mi saltò al collo e mi baciò. “Sono un patito di Orff! Conosco tutte le sue opere.” mi confessò. Il feeling cominciava ad intrecciarsi, saldandosi in nodi ben solidi. Fu una serata meravigliosa! Ero così entusiasta che gli presentai Marcello, l’uomo con cui dividevo le gioie d’amore. Lui non capì niente, come al solito, mentre io bevevo adrenalina, eccitato dalla vicinanza di Marco. Quella sera stessa cavalcai Marcello, sognando di possedere Marco. “Non ti ho mai visto così eccitato!” mi confessò mentre mi giravo dall’altra parte pensando a lui.

Giorni fa, gli balenò l’idea di ricervermi a casa sua per cena. Decidemmo il giorno, approfittando di una certa mia libertà dai mei obblighi. Lui, invece, è sempre disponibile! Mi disse:”Non preoccuparti, penso a tutto io. Ti preparo un menù coi fiocchi. Tutto a base di pesce, dentro e fuori del piatto…”. Ridemmo come degli scavezzacoli che sanno di averla detta grossa per restare nella fattispecie. Invece è una cosa seria! Ti stravolge il cuore e il sesso non appena ci vediamo. E, se non ci vediamo è peggio. Assatanati come siamo nella ricerca di soddisfazione per i nostri sensi non vediamo l’ora di poterci cingere le spalle, le anche, i glutei, beati nella nostra nudità.

“Voglio sentirti mentre cucino per te! – aggiunse – Voglio essere il tuo Bottom questa sera.”
“Ed io sarò la tua Tatiana!” risposi.
“Basta che mi rapisci col tuo cavallo imbizzarrito…!” – riprese lui.
“Lo farò! Te lo prometto.Il mio squalo ti divorerà.” ed ero già su di giri, tanto che quel pomeriggio il lavoro andò a puttane. Pensavo unicamente alla serata col mio bamboccione. La segretaria mi guardò storto un paio di volte, cogliendomi a giocherellare con lo sfoglia carte, invece di sbrigare i miei compiti. Ma avevo ben altro a cui pensare.

Alle venti suonavo ala porta di Marco. Mi venne ad aprire dopo essersi accertato dallo spioncino che fossi io. Aprì la porta e la lasciò discosta di pochi centimetri, nascondendosi dietro l’anta. Entrai sorridendo. Era nudo! Solo il grembiale legato basso sui fianchi lo ricopriva. Una protuberanza al centro delle gambe evidenziava che era felice di vedermi. Scodinzolava come un cagnolino che ha riconosciuto il padrone. Ci scambiammo un bacio appassionato. Mi prese la mano invitandomi ad entrare e precedendomi in cucina. “Vieni, vieni. Mettiti comodo mentre io finisco di cucinare.”. E sculettò moderatamente verso i fornelli.

Aveva un culo magnifico, alto sulle gambe e sodo come il marmo. Le spalle erano larghe e la vita stretta. Una leggera peluria scura si incespugliava fra le chiappe che si disegnavano compatte mentre avanzava verso la cucina. Mi avvicinai a lui, mentre ultimava il sughetto per il condimento, lo abbraaciai introrno alle spalle e virai sul petto per stringergli un capezzolo fra le labbra.
“Lasciamiii…” – implorò con poca convinzione, mentre gli masticavo il succhiotto – “Piuttosto spogliati e poi vieni. Qui è quasi pronto, ma possiamo prendere un aperitivo prima…”.

In un attimo ero completamente nudo. Vestiti, scarpe e calze erano volati sul divano e la mia lancia avanzava, ballonzolando, a passo di carica verso il mio obiettivo. “Devo finire, ma tu divertiti, pure…prendimi da dietro…”mi supplicò strofinandomi la testa contro la gola. Non aspettavo altro.

Mi detti a leccarlo nelle parti basse e, approfittando della vicinanza,manovrai il suo attrezzo da dietro con la solita maestria, tanto che aumentò di volume e lunghezza, sollevando il grembiule verso la cucina. Lui sfiatava, finchè non si decise a coprire la pentola e spegnere la fiamma. Era ben altra la fiamma che doveva restare accesa!
Si voltò verso di me e lo guardai negli occhi. Aveva due tizzoni ardenti di desiderio. Come se avesse la febbre, tremava in ogni vertebra: “..e scolorocci il viso”. Le labbra erano socchiuse, pronte a carpire ogni stimolo di piacere.Si accostò al mio orecchio e giocherellò con il lobo, quasi a masturbarmelo con la lingua. Qualcosa cominciò a comunicare l’allarme rosso al mio cervello. Mi sussurrò in un soffio: “Andiamo sul letto…!” mentre mi si stringeva al petto…”Quali colombe dal disio chiamate/con l’ali alzate e ferme al dolce nido/vegnon per l’aere dal voler portate…”

Andammo così, stretti, scambiandoci mille baci e mille e mille ancora mentre rammentavo:
“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona”

Non so se quello poteva dirsi amore, ma certo era desiderio di tastare ogni parte del corpo, di provare a scendere nell’anima che si apriva fiduciosa sotto di te, di strofinarci ruvidamente per cercare di giungere a inglobarci in una unione che coinvolgesse le nostre stesse essenze:”…quanti dolci pensier, quanto disio/menò costoro al doloroso passo!”

Un attimo o un secolo ci vollero per percorrere i pochi metri che ci separavano dal dolce giaciglio che sprofondò sotto il duplice peso. Cercavamo di donarci tutto il bene che provavamo uno per l’altro, con altruismo, fiduciosi di non restare delusi. Era come un tremore leggero che ci aveva rapiti e le nostre emozioni non ci appartenevano più, ma erano dell’altro. Eravamo un corpo solo mentre lo concupivo e lui era in me ogni volta che l’accoglievo. Non ci stancavamo di assecondare la libidinosa lascivia che ci incalzava: “la bocca mi baciò tutto tremante…”.

Ormai era spasimo! Le braccia, le spalle, i dorsali, le cosce e perfino l’arco plantare dolevano e formicolavano, mentre ci possedevamo senza ritegno, con il diligente impegno di ogni nostra capacità. Nessuno dei due voleva retrocedere, nessuno dei due voleva mollare l’osso. Il piacere era affannosamente inseguito senza che lo potessimo o volessimo raggiungere. Trattenevamo il fiato per evitare che l’orgasmo avesse il sopravvento. Se ci risconoscevamo troppo infoiati, un colpetto sulle gonadi del compagno ci ricacciava mugolanti in un angolo, mentre l’altro approfittava della momentanea resa per infilare il suo bastone nel “posto giusto”. Ciascuno sacrificava il proprio piacere per l’altro ed entrambi ci massacravamo le carni, traendone vantaggio.

Finché, la debolezza della canizie ebbe la peggio! La violenza mi sopraffece e non staccò più il cannello del gas dal forno, mentre avvertivo le giunture cedere sotto il peso della gioventù e le gambe crollare. Il moto continuo mi sfibrava, ma non avevo nessuna intenzione di protestare; anzi, ne ero felice, quasi commosso dal profluvio… d’amore che si riversava su di me. Pieno come un otre e ubriaco come una moglie, mi pareva di annegare nel berlo tutto. Mi sentivo una vacca “di sua virtù pregna.”! E mentre mi sferrava gli ultimi miciadiali colpi, avvertii che anche il mio tubero non si era completamente narcotizzato, ma, strofinando sul lenzuolo, era giunto al dilemma dell’esistenza:”Essere o non essere?”. Fu allora che il calore del mio frutto dilagò, spargendosi sotto il mio ventre.
Così cademmo come corpo morto cade.

La cena fu perfetta e mangiammo di gusto, ringalluzziti dal pesce che avevamo “pescato” prima di cena. Ridemmo e scherzammo finché non giunse l’ora della buona notte. La prima regola è: “Non dormire mai insieme!”. Rende più liberi ed evita un eccessivo familismo che danneggia sempre i rapporti interpersonali.
L’errore che commisi con Marcello! Ma questa è un’altra storia.

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