Una pessima idea by Prooserpina [Vietato ai minori]




Sono le otto del mattino, e da dieci minuti mi guardo e mi riguardo di fronte allo specchio. Non so perché mi sono svegliata così presto, ho finito gli esami e il treno per tornare a casa è prenotato per il giorno dopo. Potevo approfittarne per dormire per ore (e io adoro dormire), ma niente. Sveglia come non mai.

A dire il vero un po’ lo so cosa mi ha svegliato: un calore famigliare lì sotto, provocato probabilmente dall’elastico delle mutande un po’ troppo piccole che, durante la notte, si era lentamente infilato tra le natiche. Una cosa che mi ha sempre fatto eccitare, e di cui spesso mi servo quando voglio masturbarmi.

In sintesi mi sono svegliata tutta bagnata, e con una strana voglia. E ora sono davanti allo specchio dell’armadio, vicino alla portafinestra del balcone completamente spalancata. Do un’occhiata fuori: in realtà nessuno dovrebbe riuscire a vedermi, anche se non ne sono del tutto certa. E questo lieve dubbio mi stuzzica, tanto che, senza pensarci troppo, decido di slacciarmi la camicia da uomo che uso come pigiama, per poi togliermela del tutto.

Rimango in biancheria intima, sempre intenta ad osservarmi. Il reggiseno è una prima, pizzo nero molto carino. Purtroppo, nonostante la taglia misera, le coppe non sono nemmeno completamente piene: ho un seno veramente minuscolo, a punta, da quattordicenne. Cerco di stringere le spalline, allaccio più stretto l’elastico, ma nulla. Alla fine mi stufo e lo levo. Mi strizzo i capezzoli con le dita fino a farli indurire: ecco, quando sono turgidi danno un’aria più tonda alle mie minuscole tette, e cominciano a piacermi di più.

Continuo a fissare la mia immagine, ormai praticamente nuda: chissà se qualcuno dal palazzo di fronte si affacciasse e guardasse direttamente nel mio appartamento. Beh, di sicuro non noterebbe il mio ridicolo seno, ma il culo magari sì. Lo adoro: è bello grande, sodo, sta su che è una meraviglia. Lo libero delle mutande, e mi giro per ammirarlo meglio: lui sì che non passa inosservato.

Il calore lì sotto continua ad aumentare, e io non mi sono mai sentita così vogliosa. Non mi va di masturbarmi e basta, voglio sentire qualche brivido.
Se uscissi sul balcone così, completamente nuda? Seh, al massimo scandalizzerei qualche vecchietta o una madre con figli.

Sono indecisa, voglio soddisfare un qualche impulso che non riesco a identificare bene. Apro il cassetto della biancheria e sceglo di mettermi un perizoma striminzito, troppo piccolo per me. Non mi copre nemmeno tutto il monte di venere, mentre dietro mi tira un casino. Perfetto.
Trovo anche il reggiseno più imbottito che ho, e decido di barare. Apro l’armadio e cerco un vestito nero attillato sul busto ma con la gonna svolazzante e cortissima. L’avevo comprato per andare a ballare qualche volta, ma non l’avevo mai messo perché si era rivelato ai limiti dell’indecenza.

Lo indosso e l’effetto con il reggiseno imbottito è ridicolo, ho un’aria quasi oscena. Trovo le scarpe con i tacchi buttate nell’angolo la sera prima, e ammiro l’effetto: probabilmente se fossi in una discoteca il sabato sera non darei nemmeno nell’occhio, ma non era davvero un abbigliamento adatto ad un mercoledì mattina.

Ora? Non potevo veramente uscire così. Oppure sì? Rimango sconvolta da me stessa: da quando ho queste voglie? Cosa spero di ottenere? Accorgersi di essere arrivate a 21 anni e di non conoscersi per niente fa quasi impressione.

Sorprendendomi da sola, mi stacco dallo specchio, prendo il cellulare e l’abbonamento dei mezzi, frugo nella borsa alla ricerca delle chiavi e esco.
Scendo le scale traballando sui tacchi, con la ferma decisione che, se avessi incontrato qualcuno del palazzo, sarei corsa in casa immediatamente.

Invece non vedo anima viva, attraverso il cortile ed esco dal portone. Qui uno dei turchi che lavora nella pizzeria di fronte mi squadra divertito e mi urla dietro qualcosa. Sto per fare dietro front, ma qualosa me lo impedisce. Scopro che mi è piaciuto farmi guardare così, e che voglio qualcosa di più. Che vacca, davvero.

Mi dirigo verso la stazione della metropolitana più vicina e scendo sul binario del treno che va verso la periferia della città. In questo momento la metro è piena di gente che va a lavorare, e il mio abbigliamento si nota decisamente.

Ho tutti gli sguardi addosso e comincio a sentirmi a disagio. Forse non sono così vacca come credevo, e mi sono spinta troppo oltre. Se incontro qualcuno che conosco? Oddio non riesco nemmeno ad immaginare che farei.
Rimango con tutti gli altri ad aspettare il treno, sempre sul punto di scappare. Eppure c’è qualcosa che mi tiene ferma lì, immobile, mentre impiegati e dirigenti mi fissano, chi ridacchiando, chi perplesso, chi con aria viscida.

Arriva la metro, si spalancano le porte e io vengo trascinata dentro dalla folla. Il mio vagone non è pienissimo, non siamo proprio schiacciati anche se la gente è parecchia.
Mi sistemo verso il fondo, indecisa sul da farsi. Alla fermata successiva entrano altre persone, ma ne escono poche: comincia a formarsi una certa ressa, e io vengo spinta verso un ragazzo allampanato, con zainetto e cuffie. Un fuorisede? Può essere.

Così vicina a questo tizio, il calore in mezzo alle gambe si fa sentire di più. Non so dove trovo il coraggio, ma mi schiaccio più vicina a lui, con il sedere che praticamente gli sfiora le parti basse. Una mossa ardita e ridicola, non giustificata perché davanti a me c’è comunque parecchio spazio. Una mossa, quindi, abbastanza inequivocabile. Mio dio, che idiota. Cosa penso di fare?

Lui all’inizio non fa nulla, sembra fregarsene. Io sto morendo dall’imbarazzo e faccio per spostarmi quando sento qualcosa che mi trattiene: la sua mano, posata sul mio basso ventre, che veloce mi riporta attaccata a lui. All’orecchio sento la sua voce che sussurra: “Eh no, ragazzina, adesso non ti muovi”. Comincia a strusciarsi dietro di me, mentre la sua mano scende e mi accarezza una coscia. “Quindi fammi capire, ti sei conciata così apposta per salire sulla metro e farti toccare dagli sconosciuti? Che hai nel cervello?”. Io divento rossa e, muta, cerco di divincolarmi per andarmene. Lui però mi tiene stretta e, pizzicanomi la pelle delle cosce mi incalza: “Allora? Deciditi, o sei troia o sei timida. Visto l’abbigliamento direi la prima, perciò tiratela meno e rispondimi. Non ci metto nulla a tirarti su questa gonna di fronte a tutti, sai”.

Che cretina. Dio che cretina. Mi sono messa in questa situazione da sola, e adesso ovviamente non sapevo come gestirla. Dio santo, che oca.
Decido di accontentarlo, non che avessi particolari scelte. Gli rispondo: “Sì, mi sono vestita così di proposito, ma non so per quale motivo. Non sono sicura di cosa voglio”.

Lo sento ridere, mi stringe ancora più vicino a sé e, senza tanti complimenti, mi infila una mano sotto il vestito. Trovando solo quello stupido perizoma striminzito, bisbiglia: “Lo so io cosa vuoi, troietta”. Lo scosta e comincia a palparmi le chiappe.
Siamo in fondo al vagone, ed è difficile che qualcuno noti cosa sta combinando. Alla fine potremmo anche sembrare due fidanzati abbracciati.
Ovviamente, come se mi leggesse nel pensiero, lui toglie la mano dal mio culo e la sposta sul mio pube. Io non ho nessuno davanti che mi possa coprire, chiunque si giri un attimo verso di noi capirebbe cosa sta cercando di fare. Allarmata, cerco di spostargliela, ma lui è più forte di me. L’unica cosa che ottengo è alzare di più la gonna e attirare l’attenzione di un uomo in piedi vicino a noi. Si volta di scatto e mi vede, vestita in modo indecente e appiccicata a questo tizio che ha una mano sulle mie mutande, ormai completamente visibili.

Sto morendo dalla vergogna, e non so più in che lingua maledirmi. Cerco di coprirmi il più possibile, ma non serve a molto. Il mio aguzzino invece ridacchia beffardo e, senza farsi troppi problemi, scosta le mie mutande e infila un dito nella mia vagina. Il tizio di fronte a noi ha l’aria sconvolta, ma non accenna a staccare lo sguardo.
Io cerco di divincolarmi ma non serve a nulla, se non ad irritare il ragazzo che mi sta tranquillamente umiliando di fronte al resto del vagone.
Mi strattona, con ancora un dito nel mio buco, e a voce nemmeno troppo bassa mi fa: “E se adesso te le levassi queste mutande, eh? Così vediamo dove cerchi di scappare”. Io cerco di voltarmi e guardarlo negli occhi, per provare a convincerlo a fermarsi, ma, come era prevedibile, il tutto è inutile.

Mi obbliga a girarmi di nuovo di fronte a me e, con un solo movimento, mi fa scivolare le mutande fino a metà coscia, sotto lo sguardo ora interessatissimo dell’uomo di fronte a noi.

E io ormai che non faccio che chiedermi: “Mio dio, quanto sono stupida?”

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