Un giorno, al lago




Non sempre le cose vanno come vorremmo che vadano; una frase fatta che si adatta a migliaia di ricordi e situazioni imbarazzanti o splendidi. Questa volta è legata ad un momento splendido, forse il più bello della mia vita…
Primavera, il sole che riscalda l’aria quel tanto che basta a invitarti a scoprire gambe e braccia; i colori del bosco sono più vividi e brillanti, resi quasi scintillanti dalle leggere piogge e dalla rugiada del mattino; il lago, uno specchio nel quale si riflette il cielo appena increspato dal vento che rinfresca l’aria e ghiaccia il leggero velo di sudore sulla pelle…
Ma tutto questo era niente, paragonato alla visione che ogni mattina rubavo dalla finestra della mia stanza: la mia bella e misteriosa vicina, una donna sulla quarantina, non bellissima ma piena di fascino e vitalità. Non era la tipica vamp desiderosa di avere schiere di uomini ai suoi piedi, ma una donna consapevole del suo aspetto e dell’imbarazzo e della lussuria che talvolta poteva generare negli uomini; forse per questo era riservata, non vestiva in maniera provocante o succinta e non portava mai trucco. Tuttavia avevo scoperto che ogni mattina andava in punto nascosto in riva al lago, tra gli alberi, e li, al riparo dal resto del mondo, si spogliava e lasciava che il sole le sfiorasse la pelle e asciugasse il mare di inchiostro dei suoi capelli quelle rare volte che si immergeva in un angolo nascosto del lago. Passavo quei momenti in febbrile silenzio, nascosto tra i rami di un pino crollato a causa di un temporale, per poi aspettare febbrilmente il giorno dopo. Ma quella mattina…
Qualcosa non andò come sarebbe dovuta andare; lei si girò verso il mio nascondiglio, sorridente, nuda e coperta da un leggero velo di acqua del lago. “Dovresti smetterla di spiare; non è molto educato da parte tua, sai?” Imbarazzato, uscii dal mio nascondiglio e mi girai per andarmene; volevo solo scattare di corsa e sparire nel bosco ma… “Vieni.” Quella voce, colata nelle orecchie come miele, mi bloccò e mi attrasse verso di lei come una falena verso la fiamma. Più mi avvicinavo a lei e più il mondo si contraeva su quel corpo nudo e splendido: le gambe lunghe e snelle, i fianchi sinuosi, il ventre piatto, il seno sodo e pieno, il lungo collo da cigno e due occhi immensi e del colore del cielo dopo la tempesta. Mi sfiorò la guancia con una mano; imbarazzato, chinai lo sguardo. “Tranquillo. So che mi spii da un bel pò; non mi ha dato fastidio.” Mi sollevò il mento e mi baciò sulle labbra. “Mi vuoi?” mi chiese in sussurro sulle labbra. Non risposi; allungai le mani avide sul suo corpo e spinsi le mie labbra sulle sue, alla ricerca di un nuovo e più profondo estatico contatto. “Piano, piano… Lascia che ti mostri…”
Mi trovai nudo, steso sulla riva del lago, stretto al corpo caldo di lei, mentre le mie labbra si muovevano veloci sul suo collo, scivolando verso il basso; la sentii fremere mentre stringevo un capezzolo turgido e umido fra i denti, mentre con la mano a coppa strizzavo il suo seno. Si staccò da me ed ebbi un tuffo al cuore, pensando che sarebbe andata via; si girò dandomi la schiena e si sedette sul mio torace, carezzando dolcemente il mio interno coscia prima di sfiorare il glande con la punta della lingua e e le labbra… Chiusi gli occhi, preso in un turbine di sensazioni dal quale uscii solo quando le sentii gemere: senza rendermene conto anche io la stavo baciando tra le gambe, scivolando con la lingua sulle grandi labbra e mordicchiando il clitoride. Si alzò, mi prese per mano e si avvicinò al tronco che mi era servito come rifugio; mi attirò alle sue spalle, guidando le mie mani sul suo seno e chinandosi in avanti. Le scivolai dentro con dolcezza, guidato solo dal movimento del suo bacino che diventava sempre più rapido, sempre più frenetico, rincorrendo il nostro respiro che ormai era rapido e ansante. Improvvisamente si inarcò contro di me, voltandosi a mordere le mie labbra con forza, il respiro rapido e smorzato. “Anch’io… sto…” iniziai a dire quasi all’orlo dell’orgasmo. “No, aspetta. Ho bisogno che tu faccia una cosa per me.” disse spostando il corpo in avanti; fu un dolore lasciare il suo corpo. Si voltò, si sedette sul tronco poggiando tutto il peso sulla schiena e sollevando le gambe. Mi afferrò con dolcezza e poggiò il glande tra le natiche; la guardai sconvolto. Lei mi sorrise, mi prese i fianchi e mi attirò a se; feci resistenza quando vidi il dolore sul suo volto, ma lei sorrise e continuò a stringere. Forse fu il proibito, forse il sapere che mi stava dando tutta se stessa, forse l’avere ciò che avevo sempre voluto e desiderato… Stavolta ero consapevole di me e del piacere che lei provava a ogni mio movimento ed ero deciso a non deludere il mio sogno fatto realtà… Sentii il suo sfintere stringersi nell’orgasmo, mentre rovesciava la testa indietro e mi graffiava la schiena con le unghie… Ebbi il mio orgasmo e mi rovesciai sul suo corpo caldo e coperto di sudore…
Il vento ghiacciava i nostri corpi, riscaldati dal sole di primavera… Restammo stretti, in silenzio, per quelle che parvero ore; sempre senza parlare, mi baciò a lungo e poi si allontanò.
Il giorno dopo, vidi un cartello di un’agenzia immobiliare appeso alla porta di casa sua. Il mio ultimo ricordo di lei è il suo corpo flessuoso che si allontana nel bosco, diretta verso casa…

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