Un caldo giorno d’estate




Racconto di un estare erotica

Lui passeggiava per le strade di quella città sconosciuta, cercava con aria spaesata di orientarsi, seguendo le indicazioni, che teneva a mente, ma questo non gli impediva di guardarsi attorno come una fiera durante la caccia. Già dal viaggio in treno si era reso conto, che quel giorno d’estate sarebbe stato per lui particolarmente caldo; era stato, infatti, impegnato poche ore prima ad osservare le gocce di sudore, che bagnavano la generosa valle racchiusa dalle grosse tette della ragazza, che gli era stata seduta di fronte e che aveva condiviso con lui, per poche decine di minuti, il suo scompartimento, vuoto per tutto il resto del tragitto. Per quanto avesse finto di guardare altrove, non ne aveva potuto fare a meno; già immaginava la sua lingua confondersi coi rivoli di sudore che calavano nella scollatura, già succhiava e modicchiava i grossi capezzoli circolari, che si potevano intuire dalle forme impresse nel body blu. In realtà era stata la stessa ragazza a dargli l’impressione di voler essere guardata. Appena arrivata, infatti, gli aveva lanciato uno sguardo troietto, poi aveva indugiato a lungo nella ricerca di qualcosa nella borsa, posata accanto; così facendo gli aveva mostrato le generose rotondità dei suoi seni, sorretti solo da un body, che, rilassato a causa della posizione china, gli aveva permesso anche di ammirare quei due bei capezzoli grossi e scuri, che il tessuto attillato del body faceva solo intuire. Poi ad un certo punto la viaggiatrice, con cui non aveva neppure scambiato una parola, fingendo di leggere la rivista presa dalla borsa, aveva prima accavallato lentamente le cosce levigate, strette da una minigonna nera, poi le aveva aperte ancora più lentamente, mettendo in mostra un paio di slip gialli tra i cui ricami ed orli spiccavano ciuffetti di un morbido pelo nero, che Lui aveva accarezzato e lisciato con gli occhi. Godendo di sano piacere a quella vista, tanto da rizzare il suo membro come un cane da punta, aveva fatto un bozzo nei pantaloni bianchi lasciando così intendere la forma contorta a cui il suo povero cazzo era costretto dagli slip stretti . La viaggiatrice forse anch’essa turbata da quella reazione così spontanea, mal dissimulando la propria eccitazione, con la scusa di asciugarsi con la bandana tolta dai capelli ricci e corvini, aveva steso le dita nervose in lungo e in largo attraverso il suo generoso petto palpitante e imperlato di sudore .
Aveva probabilmente una quarta misura, perciò il body succinto, fatto apposta per lasciar vedere l’ombellico, sollecitato da quelle manovre, non era riuscito ad arginare una delle tette che, debordando, aveva esploso la sua morbida carne la cui miccia era un grosso capezzolo scuro e rotondo, già dritto e puntuto a dimostrazione del fatto che non solo Lui si era arrapato. La ragazza aveva finto di continuare nella sua lettura per alcuni minuti(durante i quali l’aria dello scompartimento si era impregnata dell’agrodolce odore del sesso di entrambi) finchè alla successiva stazione, come se nulla fosse, riaccomodando con una mano il seno all’interno del body, si era alzata ed era scesa dal treno. Era stato tutto così veloce che, solo a quel punto, Lui si era reso conto di essersi bagnato. Vedendola attraverso il finestrino allontanarsi dimenando il bel culo a fiasco, e alzare la mano a mò di saluto, gli era venuta voglia di seguirla. A trattenerlo, però, era stata l’idea del piacere, che quel viaggio gli avrebbe riservato una volta giunto a destinazione, se Lei avesse rispettato gli accordi presi.
Lui di Lei non sapeva nulla(lo stesso era per Lei), ma lo scambio di e-mail aveva acceso la calda passione di entrambi fino al punto di accordarsi per quell’incontro in cui si sarebbero conosciuti carnalmente e solo carnalmente. Così ora si trovava a vagare alla ricerca dell’indirizzo indicatogli con ancora nella mente l’immagine delle gambe divaricate della ragazza, il suo sguardo troietto, quella calda rosellina, che non aveva potuto annusare e quei freschi cocomeri, che non aveva potuto assaggiare. Durante il suo svogliato cammino tra quelle vie sconosciute,   gli si affacciavano alla mente quei momenti, che si confondevano e si alternavano alla vista delle passanti, delle loro nudità, delle carni che quella calura estiva aveva esposto come i macellai con le loro mercanzie.
Era accaduto già fuori dalla stazione, nello spiazzale quasi deserto, quando nel bere ad una fontanella, chinandosi, aveva notato una donna bionda, dalla carnagione lattea; era una turista, forse, stesa a riposare sulla piattaforma della fermata dell’autobus all’ombra di una pensilina. Se non fosse stato eccitato per quanto gli era accaduto e per quanto desiderava gli accadesse, probabilmente non ci avrebbe fatto caso, ma nello stato di eccitazione in cui era, come dotato di preveggenza, aveva indugiato parecchio fingendo di rinfrescarsi. Poi, voltatosi verso la turista solitaria, dormiente a pochi metri, aveva avuto il premio per la sua picaresca attesa; infatti nel passaggio dalla posizione supina a quella prona, la leggera gonna di quella valchiria, tirata su da una brezza improvvisa di vento, gli aveva sbattuto in faccia la teutonica abbondanza del suo culo libero da indumenti intimi; a stento si notava la mutandina nera, arrotolata nella fessa di quelle due bianche e morbide chiappe, la cui estremità inferiore era ricoperta da una pelliccia bionda, che ricopriva una vulva carnosa e rossa come una bistecca al sangue. La valchiria aveva proprio una bella figa, dove Lui volentieri avrebbe infilato il cazzo che gli si era indurito, ma proprio quando stava per passare alle presentazioni, si era steso accanto a quel bel corpo uno spilungone alto almeno due metri, che, dopo averlo guardato di traverso, aveva nascosto le pubenda della ragazza abbassandole la gonna, senza che quella, avvinta dal sonno, si fosse accorta di nulla. Così Lui era andato via ma, attraversando le strade della città semideserta, aveva continuato a rivedere nelle nudità esposte dalle donne che incontrava quei due floridi corpi, che avrebbe voluto penetrare per ore e che non aveva neppure potuto sfiorare. Ora però era giunto a destinazione, e lì mentre leggeva i numeri civici della strada, pregustava il piacere che avrebbe provato a sborrare su e dentro di Lei, perfetta sconosciuta, inondandola di tutto il suo desiderio, che l’incontro del treno e lo spettacolo offerto dalla valchiria dormiente avevano acceso ancora di più. Dopo essersi avvicinato al portone di un grande palazzo, che sembrava di costruzione recente, scorrendo col dito e gli occhi la pulsantiera del citofono, arrivato alla fine della seconda fila, pigiò, senza neppure leggere l’intestazione, il 16°tasto;lo spinse nove volte (prima tre brevi, poi tre lunghe, poi nuovamente tre brevi). A quel SOS non rispose alcuna voce umana, ma solo l’acuto e breve scampanellio del meccanismo di apertura del portone. Lui allora entrò, e, muovendo passi esitanti, si addentrò nell’androne buio, squarciato trasversalmente da un raggio di sole, che partiva dal finestrone del pianerottolo. Aveva già superato le prime due rampe di scale quando udì aprirsi sopra di sè una porta. Il rumore di quella porta, che si apriva ai suoi desideri per svelargli il suo tesoro, provocò in Lui una violenta, quanto inaspettata, erezione; ingombrato dal suo membro, pronto, forse più di lui a quell’emozione, avanzò lentamente, esitando, finchè finalmente al quarto piano, non si trovò davanti ad una porta socchiusa . Quasi alla chetichella, oltrepassò quella soglia, richiudendo, esitante, dietro di sè l’uscio, che suonò gravemente. Si trovò così in un corridoio in penombra, non ebbe però neppure il tempo di guardarsi intorno, perchè fu subito attratto dall’unico punto illuminato. Era l’unica porta spalancata, dalla quale proveniva la luce del giorno, e verso quella Lui mosse i suoi lenti e cadenzati passi, finchè non si arrestò sul limite alla vista di Lei, seduta in un largo divano di pelle in stile moderno. Lei era eccitata forse più di Lui;
aveva infatti vissuto i preparativi di quell’incontro quasi come un rito magico e sacro.
Dopo una doccia rinfrescante, aveva indossato un semplice abito, lungo e bianco, chiuso sul davanti da una fila di bottoni, che, partendo dai piedi, arrivava fino alla generosa scollatura, che offriva lo spettacolo di un’abbronzatura esotica, e che faceva risaltare le spalline e gli orli del reggiseno nero a coppe, che conteneva il suo seno statuario, dritto, sodo, a punta, con due capezzoli grossi come noci, che gli uomini, come neonati, amavano succhiare, stingendole le tette a forma di pera.
Aveva comprato apposta della lingerie di pizzo nero, che sapeva l’avrebbe resa ancora più gustosa, evidenziando le sue forme generose, per cui più d’uno aveva fatto pazzie. Pensando che sarebbe stato un vero peccato sprecare un corpo come il suo, Lei fin dai primi anni in cui era sbocciata, aveva imparato a godere nel far godere, non precludendosi quasi nessuna delle esperienze, che la vita le aveva offerto. Mai, però, le era accaduto nulla di simile; si sentiva infatti soggiogata da Lui, che era stato all’inizio un compagno di penna elettronica come tanti altri, con cui dividere fantasie, sogni, e che poi l’aveva infiammata di passione tanto da convincerla a offrirsi a Lui, senza avere la possibilità di vederlo, senza avere neppure la possibilità di sentire la sua voce, senza che neppure conoscessero i loro veri nomi.
L’aveva talmente intrigata l’idea di farsi sbattere da Lui, lì tra le mura della sua casa,
senza formalità, convenevoli e fronzoli vari, che gli aveva indicato dettagliatamente come raggiungerla, nell’ora della siesta pomeridiana, permettendogli di non trovare alcun ostacolo al suo cammino. Quindi non appena il citofono aveva suonato per nove volte(tre brevi, tre lunghe, tre brevi)aveva aperto il portone, poi, di sfuggita si era guardata allo specchio, pensando che non l’avrebbe deluso; infine aprendo la porta,
sentendo i passi gravi di Lui, che saliva le scale, non aveva potuto fare a meno di fremere dal desiderio.
Iniziando già a sentire la tensione di piacere, che avrebbe provato da quella nuova esperienza, dal farsi scopare senza sapere di Lui se era bello o brutto, giovane o vecchio, pregustando il sapore del sesso puro e istintivo, era andata nella sala da giorno, in cui c’era l’angolo cucina, che permetteva anche giochini di sesso mangereccio . Si era seduta sul comodo divano beige, che la eccitava più del letto e che già tanti incontri aveva ospitato. Qui, raccolta da uno dei braccioli la benda da notte bianca, acquistata per l’occasione, allungatone l’elastico intorno alla testa, raccolti su di esso i lunghi capelli neri e lisci, l’aveva posata sugli occhi. Inizialmente questo aspetto dell’incontro era la cosa che l’aveva lasciata più perplessa, ma poi quando l’aveva provata masturbandosi, aveva capito il perchè di quella richiesta. Ora infatti era intrigata dal fatto che le sue sensazioni non sarebbero state filtrate dagli occhi, e che, quindi, le avrebbe sentite più vere; ancora di più la eccitava l’idea che l’oscurità non solo avrebbe acuito la percezione degli altri sensi ma soprattutto avrebbe lasciato la fantasia libera di galoppare mentre il suo corpo veniva montato come quello di una giumenta. E così al rumore della porta, che si chiudeva, e dei passi gravi di Lui, che attraversava il corridoio, Lei iniziò a sentirsi bagnata finchè non udì i passi di Lui arrestarsi. Allora, ignorando se Lui la vedesse o meno, allargate le cosce, sfilò la mano sinistra attraverso i bottoni dell’abito, andando ad accarezzarsi dolcemente la micetta in calore, mentre con la destra, sinuosa, lo invitò ad andare da Lei ripetendo con voce languida, ammiccante, ma già un pò ansimante:
-Vieni a presentarti!
Lui, fermo sul limite della porta, vedendola bella come una dea e provocante come una matrona pompeiana, non resisté a sbottonare i pantaloni e sfoderò dagli slip il membro, già duro per l’attesa stuzzicata dai due corpi, che non aveva potuto esplorare, e ora ancora più indurito da quello spettacolo. Rimase però fermo qualche decina di secondi gingillandoselo, poi avanzò. Lei, sentendo il rumore di quei movimenti, che non riusciva a interpretare, continuò ad invitarlo, mentre con la sinistra, immersa sotto gli slip, ormai si trastullava allegramente, eccitata sempre di più dal non sapere cosa Lui facesse e dal sentire la sua figa sbrodolare. Sentendolo avvicinarsi, gli disse con voce ancora più sensuale e trafelata :
-Vi. . .
Ma a questo punto, sentendo qualcosa di vivo e pulsante sfiorarle le labbra sottili, si interruppe e, avidamente, voracemente, iniziò a succhiare lentamente, e, sebbene fosse abilissima nei pompini, provò una sensazione nuova al contatto della sua lingua con il glande umido. Si masturbava in maniera sempre più frenetica e di pari passo muoveva avanti e indietro la testa, saggiando così, con la bocca vogliosa, anche la lunghezza di quel cazzo. Le sembrava di dimensioni normali, era certa che fosse meno grosso di altri membri, che aveva spompinato, ma, ciò nonostante, stava godendo più delle altre volte; mai infatti, prima d’allora, aveva sentito così distintamente le vene di un cazzo pompare sangue, mai aveva provato tanto piacere a far scivolare la lingua dai testicoli fin sulla testa, impregnando l’uccello del suo uomo di saliva e la sua bocca del sapore di cazzo pronto a sborrare. Lui era in estasi, lì in piedi davanti a Lei, che, stesa su di un fianco, si masturbava sempre più vigorosamente mentre la sua bocca e la sua lingua lavoravano incessantemente su e giù per il suo pisello. La bocca piccola e elegante lo aveva tratto inizialmente in inganno, ma ora sentendone la voracità, unita al sapiente gioco di lingua, ne apprezzava tutte le virtù; gli stava facendo un pompino maestoso, il più bello che mai avesse provato. La voluttà provocatagli da quelle sensazioni, dall’immagine di quel corpo desideroso di accoglierlo, unita al piacere accumulatosi fin dall’incontro muto del treno durò alcuni minuti nei quali gli sembrò di toccare il Paradiso; ciò nonostante si sfece sfuggire solo gemiti e mugugni di desiderio appagato, senza pronunciare alcuna frase all’opposto di Lei, che, quando aveva la bocca libera, alternava : sì, così, dai, vai, che bello, vienimi in bocca!
A quegli incitamenti Lui, che era già provato dall’emozioni del viaggio, non resisté più e le sborrò in bocca, inondandola, mentre Lei, continuando a gridare di piacere per l’orgasmo di Lui, raccoglieva con la lingua, gustandoseli, i rivoli di sperma, che scendevano lungo i lati della bocca. Lui, non domato dal membro che andava illanguidendo, iniziò a baciarla, a mordicchiarle le labbra e il collo, confondendosi le loro lingue in continui contorcimenti; intanto Lei, ritirate le mani dal pube, nervosamente cercò di sbottonarsi l’abito, finchè non intervenne Lui, che acceso dal desiderio di esplorare quel corpo voglioso di passione, lo strappò di forza facendo saltare via tutti bottoni mentre Lei, incurante del danno, gridava soddisfatta:
-Si. . così. . scopami. . . fammi tua.
Agli occhi di Lui apparve un corpo da copertina di play-boy, in cui c’era solo l’imbarazzo della scelta: il seno a punta, sodo, terminava in due capezzoli grossi e duri, che sembravano perforare le coppe del reggiseno, le cosce erano lunghe e affilate come le lame di un coltello, l’addome piatto anche se non scolpito, il collo sottile, il viso, per la parte non coperta dalla benda, angelico e diabolico, ingenuo e malizioso, delicato e perverso.
Per alcuni minuti la esplorò nelle zone libere dagli indumenti intimi con baci, morbide carezze, leggeri succhiotti che la accesero ancora più di desiderio, mentre di nuovo Lei aveva preso a masturbarsi. Lui allora, afferrati delicatamente i polsi delle sue mani, la aiutò a sfilarsi prima le mutandine, poi il reggiseno; la cosa le piacque molto perchè, diversamente dal solito, non poteva riconoscere nei suoi occhi, l’effetto che quel corpo provocava a uomini e donne; il fatto dunque che lui indugiasse, le faceva pensare di piacergli, per cui gli disse, gemendo languidamente:
-Sono bella, vero? Ti piaccio? Rispondimi, basta un si.
Lui le rispose, ma in una maniera che Lei non si aspettava; si avventò infatti con entrambe le mani sulle tette, che gli ricordavano due grossi bicchieri da spumante rovesciati, agitandole l’una in senso orario, l’altra in senso antiorario, prima delicatamente, poi più vorticosamente ; nel frattempo addentò voracemente prima il capezzolo sinistro, poi il destro, che si ingrossarono fino a raggiungere l’altezza di un paio di centimetri, stuzzicati da Lui che mordicchiava, succhiava e leccava come si trattasse della più gustosa delle leccornie. Lei, allora, sentendosi sempre più bagnata tornò a gingillarsi con le dita, mentre gli diceva, a denti stretti per il piacere :
-E’ un sì?
E Lui gli rispose, come aveva già fatto prima. Allora Lei gli fece un paio di domande del tipo:
-Sei un bell’uomo? Ho una bella figa? Ti piace scoparmi?
solamente per il piacere che le davano quelle risposte affermative che le sue orecchie non potevano sentire, ma che i suoi seni, i suoi capezzoli intendevano come una musica celestiale. Le venne allora la curiosità di conoscere il no e perciò gli chiese fremente di desiderio:
-Piove fuori? Sentì a quel punto le mani di Lui scendere sul pube, incrociandosi con le sue, e avvertì le sue dita addentrarsi nella sua figa umida e sbrodolante, per prendere il clitoride e stringerlo forte. Fu per Lei un’immensa sensazione di voluttà aumentata ancora di più dal piacere di farsi ripetere i no alle domande più inutili e banali, che le venivano in mente e che ora tra i gemiti di entrambi a stento si capivano . Lei allora stava per esprimere il desiderio:
-Leccami la figa, ti prego, dai quando sentì la sua lingua scenderle attraverso l’addome fino al monte di Venere, dove Lui mostrò grande abilità. Infatti con ampi movimenti della lingua spenellò il triangolo ben curato, di peli neri e ricci, che ricopriva la vagina; poi esplorò, aiutandosi con le dita, prima le grandi labbra, poi le piccole, finchè non afferrò il clitoride che addentò per succhiare come si trattasse di un frutto di mare, facendola godere come pochi e poche avevano saputo fare. Aveva una figa davvero stupenda ma Lui non andava di fretta per cui alle sue richieste, accompagnate da grida di piacere :-Vienimi dentro! Scopami, ti prego non rispose ma invece la girò di spalle, poggiandole la testa sul bracciolo del divano e ammirando al contempo la bellezza del culo a mandolino che gli si parò davanti. Lei non era stata mai sodomizzata, ma sentì che era venuto il momento giusto, per cui, intuendo le sue intenzioni, gli disse:
-Se mi vuoi inculare, fai piano, lì sono ancora vergine!
Sul volto di Lui comparve allora un sorriso, che lei non potè mai conoscere; premuroso, mentre Lei si palpava freneticamente le tette, iniziò con la mano destra a masturbarla mentre con il medio della sinistra, baciandole i glutei, provò con difficoltà l’esplorazione rettale, appurando che le aveva detto la verità. Mentre Lei, arrapata all’inverosimile, lo incitava :
-Si inculami!Ah si! Lo voglio! Sfondami il culo! Lui con la lingua le spalmò intorno all’ano tutto quello che era riuscito a raccogliere dalla figa, cercando così di facilitarsi il varco, che gli permettesse di incularla. Provò infine a mettervi dentro la punto del suo cazzo diventato duro come marmo, ma trovò ancora delle difficoltà a causa del buco troppo stretto; in quel momento gli venne un’idea e, alzatosi mentre Lei gli chiedeva dove andasse, Lui, aperto il frigorifero, ne trasse fuori velocemente qualcosa, e senza darle il tempo di capire nulla, la rimise a pecoroni, riiniziando tutto da capo. Questa volta però Lei si sentì spalmare qualcosa di cremoso nel buco del culo, cosa che le aumentò ancora di più il piacere di toccarsi e di farsi masturbare, avvertendo la lingua di Lui spandere sul culo e nella figa quella crema, che sentiva sciogliersi e diventare liquida. Non poteva immaginare che Lui aveva preso dal frigorifero un barattolo di margarina per usarlo come lubrificante. Quella verginità inaspettata, le prime difficoltà, e il suo espendiente per superarle avevano acceso ora in Lui il forte desiderio di possederla come nessuno ancora aveva fatto. Perciò quando le sembrò pronta le infilò prima la punta del pene che stavolta trovò meno difficoltà, poi tra le sue urla crescenti di piacere, poco per volta lo menò dentro quasi tutto, continuando a massaggiarle il clitoride; dopo i primi minuti di incertezza, apertoglisi lo scrigno di quel tesoro, la inculò allegramente per diversi minuti finchè non le esplose dentro, e ritrasse il membro sborrando copiosamente lungo l’ano e sulla figa di Lei, che a quell’esplosione gridò:
-Vengo, vengo! Si, ah! Si, ah!
Poi, mentre Lui la leccava tutta, sentendo dal suo respiro ansante che era provato quanto Lei da quell’orgasmo, gli disse con tono trasognato:
-Non avevo mai goduto così! E poi:
-Ti è piaciuto incularmi, vero?
Stremati, entrambi stesi sul divano, passarono interminabili minuti, stingendosi, abbracciandosi, scambiandosi baci, carezze, effusioni, insegnando così ai loro corpi a conoscersi; soprattutto per Lei, i cui sensi erano acuiti dall’oscurità, quella fu una sensazione nuova ed entusiasmante.
Ristorato da quei caldi momenti d’intimità, Lui, ignorando le sue domande su dove andassero, la portò per mano fuori dalla stanza, e prese ad aprire le porte chiuse del corridoio, finchè non trovò il bagno; le tapparelle erano abbassate come in tutte le altre stanze, eccezion fatta per la sala da giorno, per cui entrando, accese la luce e individuato il bidet vi mise Lei, seduta a cavalcioni; Lei, intuite le sue intenzioni, non gli oppose alcuna resistenza, anzi lo tastò alla ricerca del suo membro, finchè trovatolo, sentendolo moscio, cominciò a sparargli una sega a due mani, che glielo fece venire subito duro; Lui, eccitato da quella iniziativa, mentre con una mano stringeva le sue tette, con l’altra, aperto il rubinetto, iniziò una lavanda rinfrescante, che infiammò la già calda micetta di Lei. Passarono così, godendo l’uno dell’altro, diversi minuti finchè Lui, sedutosi di fronte a Lei, non la fece sua, penetrandola, prima dolcemente, tra i suoi spasmi di desiderio, poi energicamente, tra le sue grida di piacere, nel sentirsi inondata di sperma. Al parossismo di quell’orgasmo seguirono momenti interminabili di caldi abbracci e di focosi baci, che comunque ebbero una fine; infatti tornati nella sala da giorno, Lui dopo aver trafficato un po’ le diede un bacio che Lei avvertì essere un saluto, forse un’addio, e poi sentì i suoi passi allontanarsi, finchè la porta non si aprì per poi richiudersi. Aveva capito che sarebbe stato più giusto lasciarlo andar via così come era venuto, per cui non cercò di fermarlo, nè gli disse nulla; toltasi la benda, si trovò invece davanti, sul bracciolo, una sorpresa inaspettata, un suo messaggio che diceva :
Se fai la brava e non rompi la magia del nostro incontro, non è detto che non ce siano altri in futuro.
P. S. Mi sono preso un regalino
Rivestendosi capì, che si era portato via le sue mutandine. Ancora sognante di cazzi, che la inculavano, uscì fuori sul piccolo balcone che dava sulla strada ormai affollata di gente; osservava il sole tramontare, la schiena inarcata, il seno poggiato sul corrimano della ringhiera, e le mani poggiate sui glutei, così rivivendo il piacere che aveva provato ad sentirselo infilato nel culo. Lei ignorava, che laggiù ad osservarla c’era Lui, seduto al tavolino d’un bar, mentre si ordinava da bere. Vedendola in quella posizione, intuendone i pensieri, non potè fare a meno di stringere la mutandina che aveva nella tasca del giubbotto. Questo provocò in Lui una nuova e violenta erezione, che non sfuggì di sicuro alla cameriera; infatti, servendogli l’ordinazione, evitando di farsi vedere dal cassiere, forse il suo uomo, gli fece scivolare lì, in mezzo alle cosce un bigliettino. Lui lo lesse :
Via xxxxxxx N°xxxx Int. XX
Vieni stasera dopo le 10, sfamerò il tuo uccello rapace con la mia passera.
Senza farsi scorgere dal suo uomo la guardò, mentre serviva ai tavoli. Era una donna matura, molto in carne, la gonna succinta le lasciava scoperte le cosce corpulente, e la scollatura del body faceva fatica a contenere il suo seno, che a vista sembrava una sesta misura. Lui allora la immaginò fargli una spagnola e immaginò sè a sborrare in mezzo a quei due palloni aereostotatici. . . .
Ma questo, forse, è l’inizio di un’altra storia.

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