Tornando a casa by esperia [Vietato ai minori]




Un lieve sospetto, la sensazione che qualcosa non quadrasse del tutto. Ma non ci pensò troppo e presto lo dimenticò.

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Pasquale Antuono, detto Chicco, chissà perché, forse così lo chiamava sua madre da bambino, era un’area manager per l’Europa del Sud (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) per la sua azienda, specializzata in macchinari per la lavorazione di materie plastiche.
Ingegnere, quarantasei anni, parlava bene lo spagnolo, sapeva cavarsela col portoghese e, quando doveva visitare i clienti greci, si affidava all’inglese o in casi estremi a un interprete. Aveva presto compreso che quel poco di greco antico che aveva imparato al liceo classico non era per niente sufficiente nel mondo degli affari.

Quel lunedì di febbraio, nell’imminenza della sua partenza per Siviglia, dove era prevista la firma di un grosso ordine, mise come al solito al corrente sua moglie Silvia dei dettagli del suo viaggio: in quale albergo si sarebbe fermato, quali clienti avrebbe visitato, con quali colleghi della succursale spagnola si sarebbe visto.

Le disse anche di essere stato invitato alla partita Sevilla – Borussia per l’Europa League e che quindi quel giovedì sperava di dimenticare le disgrazie della sua squadra, il Milan, assistendo a un confronto ad alto livello tra due formazioni protagoniste del calcio europeo.

Chicco era amichevole, solare, benvoluto da tutti, sempre contento (forse per via delle sue origini casertane, anche se era nato e cresciuto a Milano) e non vedeva l’ora di sedersi allo stadio con i suoi colleghi spagnoli.

Contava di tornare venerdì entro sera col contratto firmato.
Invece, con sua gran sorpresa, il cliente aveva acquisito un’importante commessa e aveva una fretta pazzesca di cominciare a produrre e quindi voleva concludere la trattativa senza ulteriori indugi. Già il martedì pomeriggio Chicco poté contare con la firma del presidente.

Decise a malincuore di rinunciare alla partita, preferendo tornare a casa al più presto con un contratto di diversi milioni in tasca (già stava mentalmente calcolando le sue commissioni) e riuscì a cambiare il biglietto per un volo del mercoledì mattina. Sarebbe arrivato alla Malpensa poco prima delle tre del pomeriggio.

Appena sbarcato, prima ancora di ritirare i bagagli, chiamò sua moglie al lavoro per avvertirla del cambio di programma.
– Studio Spoldi come posso esserle utile? – Era lo studio di avvocati fiscalisti dove Silvia lavorava.
– Gina?
– No, sono Erika.
– E che fine ha fatto Gina? – Gina era l’assistente di Silvia. Lavoravano insieme da molti anni ed erano molto amiche.
– È in ferie fino a lunedì. Che posso fare per lei?
– Posso parlare con la dottoressa Silvia Gianzini?
– Ah… No, lei è… Chi devo dire? – La ragazza rivelava un certo imbarazzo.
– Sono Chicco, suo marito. Ho urgenza di parlarle un minuto.
Passò un considerevole lasso di tempo, forse un paio di minuti. Era davvero sorpreso.
– Mi spiace – Alla fine rispose Erika, con una certa esitazione nella voce – ma la dottoressa Gianzini è in riunione e non può essere interrotta. Non so dirle quando si libererà. Posso lasciare un messaggio?
– Non importa, le dica solo che ho chiamato. Tanto la vedrò stasera. – E chiuse la comunicazione.

Qualcosa non andava. La sera prima si erano parlati al telefono e Silvia gli aveva assicurato che avrebbe passato tutto il giorno in ufficio.
Possibile che non potesse parlare un minuto con lui, anche se fosse stata impegnata col più difficile dei casi?

L’altra stranezza era l’assenza di Gina. Silvia voleva Gina sempre accanto a sé, non si fidava di nessun altro. Una volta l’aveva fatta venire in ufficio anche con la febbre a trentotto e la obbligava a prendersi le ferie in coincidenza con le sue. Che lei fosse in ufficio senza Gina era davvero inconsueto.

Provò a chiamarla sul cellulare, ma scattò subito la segreteria, come se il telefono fosse spento.

Recuperò i bagagli e col treno raggiunse la stazione di Cadorna. Da lì, con la metropolitana fino a Gessate e finalmente con l’autobus scese vicino alla villetta a schiera dove abitava.

Erano quasi le sei di sera. Era tutto buio, fuori e dentro casa.

Disfò la valigia e rimise a posto i capi che non aveva usato nei cassetti e quelli sporchi nell’apposito cesto. Si mise in tuta e si accorse di sentire freddo. Controllò il termostato e vide che era stato regolato sui quindici gradi. Strano, pensò mentre lo alzava a ventidue gradi. Silvia era freddolosa e le basse temperature la mettevano di malumore.

Di solito sua moglie rientrava verso le sette, ma alle otto ancora non si era vista. Chicco si preparò qualcosa da mangiare. Trovò delle uova e le fece al tegamino. Avrebbe preferito qualcosa di più sostanzioso, poiché aveva quasi saltato il pranzo, ma la preoccupazione gli chiudeva lo stomaco.

Si mise davanti alla Tv aspettando la moglie. C’erano le partite di Champions League, ma la sua squadra non si era qualificata e quindi l’interesse era abbastanza limitato.

Il tempo passava e sua moglie non tornava. Cominciò a preoccuparsi. Se le fosse successo qualcosa? Un incidente, un malore… Però poi pensò che in quel caso qualcuno avrebbe chiamato casa per avvertire, e invece il telefono non registrava nessuna chiamata persa e nessun messaggio nella segreteria.

Provò ancora a chiamare il suo cellulare, ma lo trovò spento come il solito. Si chiese come mai. Forse un guasto? Forse scarico?

La paura che a sua moglie fosse capitato qualcosa di grave continuò ad aumentare.

Alle nove e mezza non riusciva più a stare seduto e si trovò a camminare nervosamente per tutto il salotto in preda alla preoccupazione più nera.

A quel punto squillò il cellulare. Era Silvia.
– Pronto?
– Chicco, tesoro! Stavo cominciando a preoccuparmi! Ho chiamato il tuo albergo e mi hanno detto che te ne sei andato! Tutto bene?
– Sì, sì, tutto ok. Solo un piccolo cambio di programma… Tu? Stai bene? Dove sei?
– A casa. Ho appena terminato di lavare i piatti e sono seduta in cucina con una tisana. È piuttosto triste e silenzioso, qui, la sera, senza di te. Tornerai venerdì secondo il programma? Come mai hai cambiato albergo?
– Venerdì sarò a casa, stai tranquilla. Non sono più in quell’albergo perché c’è stata un’accelerazione nella trattativa e abbiamo dovuto spostarci. Cercami sul cellulare, se vuoi parlarmi. – Intanto si guardava intorno, nella vuota e buia cucina. I piatti sporchi nel lavandino. Nessuna traccia di sua moglie.
– Niente di nuovo in ufficio? Ho cercato di chiamarti, ma non sono riuscito a fare in modo che ti passassero la chiamata.
– Ah… già. No… niente di speciale. Forse quando mi hai chiamata ero col dottor Cazzaniga. Sai, stiamo lavorando come pazzi per quel progetto dell’Eni… Franco Cazzaniga mi ha aiutata moltissimo. Ti ricordi che ti raccontavo che la trattativa per la fornitura di consulenza legale era a un punto morto e che ci avevano già mezzo buttati fuori? Bene, è stato proprio lui a trovare la via d’uscita e a suggerirmi le mosse giuste. Giusto ieri l’Eni ha annunciato che la nostra offerta è la prescelta e che dobbiamo solo modificare qualche dettaglio di scarsa importanza! Non è magnifico? Lo Studio farà un enorme salto di qualità e per me dovrebbero esserci sostanziose commissioni e probabilmente una promozione! Il capo me l’ha praticamente promessa, potrei diventare partner dello Studio! Non sai come sono contenta!
– Sono felice per te. Vorrei tanto essere a casa, con te, per festeggiare.
– Tranquillo, festeggeremo questo week end. Cerca di non tardare, eh? Sono stufa di stare sola in questa casa vuota, in questo letto così grande e freddo senza di te…

La conversazione proseguì ancora qualche minuto su argomenti di carattere domestico, prima che si salutassero.

Chicco rimase seduto in cucina, come tramortito dal numero di balle che sua moglie gli aveva raccontato. Sentiva un crampo allo stomaco, un sapore acido in bocca, un pulsare alle tempie.

Fino a pochi minuti prima aveva creduto che il suo matrimonio fosse felice e solido come una roccia, non aveva mai messo in dubbio l’amore di sua moglie, ma ora sapeva di essersi sbagliato.

Andò a letto tardissimo, ubriaco e distrutto, ma ebbe comunque difficoltà ad addormentarsi, rigirandosi per ore nel letto. Quello stesso letto nel quale Silvia aveva detto di sentirsi sola.

Si svegliò comunque alle sette con un gran mal di testa, dopo neanche tre ore di sonno. Gli occhi spalancati a fissare il soffitto e a chiedersi se non si fosse trattato di un brutto sogno.

Alle nove e mezza si rassegnò al fatto che sua moglie non sarebbe tornata. Chiamò ancora l’ufficio di Silvia, il centralino stavolta e non il diretto.
L’operatrice disse che la dottoressa Gianzini non era reperibile. Al che la informò che avrebbe chiamato più tardi.
– Mi spiace, ma credo che la dottoressa sia in ferie fino a lunedì. È inutile che la chiami prima.

Chicco ringraziò e chiuse la comunicazione. Doveva fare qualcosa e decise di muoversi. Chissà, forse avrebbe potuto saperne di più.

Chiamò l’ufficio e parlò col suo capo. Gli spiegò di avere un problema personale che lo obbligava a chiedere qualche giorno di ferie. Non ci furono problemi, visto che il contratto era già stato firmato.

A quel punto cominciò a darsi da fare.

Sua moglie non si era ancora convertita alle agende elettroniche e ogni anno comprava un organizer cartaceo e ricopiava diligentemente indirizzi e numeri di telefono. Così ritrovò l’agenda 2014 e cercò “Cazzaniga”. C’era un indirizzo di Monza. Una bella zona, vicino al Parco.

Scese nel box, scartò la Toyota Land Cruiser perché troppo vistosa e salì sulla Volvo V60 canna di fucile, più anonima.

Si diresse verso l’ufficio di sua moglie, a Milano, zona Loreto, ma nel parcheggio antistante riservato allo Studio la Mini tre porte rossa della moglie non c’era.
Puntò allora dritto verso Monza.

Seguendo il navigatore, presto si trovò in un quartiere elegante: palazzi di lusso, molto verde, ville esclusive.
All’indirizzo di Cazzaniga corrispondeva una palazzina di due piani, con grandi balconi, che d’estate doveva rimanere quasi totalmente nascosta dalla fitta vegetazione del grande giardino.

La piccola e rossa Mini di Silvia era parcheggiata quasi davanti al cancello. Sporca, come se nessuno l’avesse spostata da giorni. Gli si annebbiò la vista e fu costretto a fermarsi per asciugarsi gli occhi.

Guardò l’orologio. Ormai era mezzogiorno passato. Decise di trovare qualcosa da mangiare nelle vicinanze per far passare il tempo.

Trovò una pizzeria, ma fece fatica a inghiottire il cibo. Più della metà della margherita che aveva ordinato rimase nel piatto. Non avrebbe saputo dire che sapore avesse.

Centellinò la birra per arrivare alle due e mezza, quindi ritornò all’indirizzo di Cazzaniga. La macchina della moglie era ancora lì.

Lentamente, guidò verso casa, la mente in subbuglio. Non sapeva cosa fosse rimasto del suo matrimonio, della vita felice che aveva condotto fino alla sera prima. Si chiese se sarebbe mai riuscito a sorridere ancora.

Il giorno successivo fu un incubo. Ti trovò a vagare per la casa come un fantasma. Non riuscì a decidersi a cucinare per cui si arrangiò con qualche salatino, un avanzo di formaggio e un succo di frutta.
Verso le nove e mezzo di sera ecco la solita rituale telefonata di Silvia.
Allegra e spiritosa lo informò che nulla di nuovo era successo e gli ripeté come lui non avesse idea di quanto vuoto e solitario le apparisse il loro letto senza di lui. Lui grugnì qualcosa, come a dire che no, non aveva idea di quanto il letto potesse apparire grande, freddo e vuoto. Lei rispose di non capire e gli chiese cosa intendesse. Lui bofonchiò qualche frase di circostanza, chiarendo che poteva immaginare quanto lei si sentisse molto, molto sola nel letto.

Prima di chiudere la comunicazione le dichiarò il suo amore e le ricordò, con voce commossa, che l’amava più della sua stessa vita.

Si attaccò di nuovo alla bottiglia di amaro per poi virare sul limoncello e finì a letto dopo mezzanotte, confuso dall’alcol e autocommiserandosi senza riuscire a dormire. Sua moglie provava ancora qualcosa per lui? O meglio: aveva mai provato qualcosa per lui? Per caso stava cercando di punirlo? Aveva fatto qualcosa di sbagliato? Aveva forse esigenze di cui lui non s’era reso conto e che non riusciva a soddisfare? Avrebbe potuto correggersi e far meglio? Era ancora in tempo? Oppure lei già si stava preparando a lasciarlo per questo maledetto Cazzaniga?

Si addormentò tardissimo, ma si svegliò comunque, distrutto, prima delle sette.

Rimase seduto sul divano, in ciabatte, con lo sguardo perso nel vuoto. Aveva lasciato le tapparelle abbassate e la luce spenta. Il latte era andato a male e per colazione non aveva preso che un succo di frutta e un caffè.

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Alle dieci avvertì il rumore del motore della Mini di sua moglie. Poi quello della porta basculante del garage che si apriva per poi richiudersi dopo che l’auto spegnesse il motore.

Dopo qualche minuto apparve alla porta che collegava l’anticamera al garage, trascinandosi dietro un trolley.
Dal punto in cui era seduto poté vederla bene: sommariamente abbigliata, come se avesse pensato che non valesse la pena di rivestirsi con cura visto che non prevedeva di uscire dall’auto se non nel garage, con un plaid attorno ai fianchi al posto della gonna e la camicetta di seta rosso scuro sbottonata quasi del tutto. Il piumino sulle spalle.

Pareva fresca, rilassata, appena docciata, i capelli raccolti con una forcina ancora umidi sul collo. Al quale aveva la collana d’argento con motivi Inca e una pietra dura che lui le aveva comprato da H. Stern durante una vacanza in Perù per il suo compleanno e che le era costato uno sproposito. Le stava d’incanto.

Passando, Silvia diede un’occhiata in cucina e si fermò di botto vedendo stoviglie sporche accumulate nel lavandino.
Chicco, infatti, non si era preoccupato di riassettare dopo la colazione né dopo la sbornia della sera prima.
Non le sfuggì neanche che la macchina per il caffè espresso fosse accesa.

Si guardò attorno, allarmata. Poi lentamente, con circospezione, entrò in cucina come aspettandosi di trovare qualche sconosciuto. Le finestre erano chiuse, ma un po’ di luce filtrava tra le persiane.

Passò in sala scrutando ogni angolo. Si avvicinò al caminetto e afferrò l’attizzatoio, senza accorgersi che, seduto in poltrona, al buio, suo marito la stava guardando sorreggendo un bicchiere di succo d’arancia.
Chicco scelse proprio quel momento per palesarsi, agitando una mano nella penombra. Silvia quasi diede un salto all’indietro, prima di riconoscerlo.
– Chicco! O mamma, che spavento! Quasi mi prende un colpo! Quando sei arrivato?

Chicco non rispose subito. Lasciò che il silenzio calasse tra loro per qualche secondo, in modo che a Silvia passasse il batticuore e cominciasse a rendersi conto della situazione.
– Un paio di giorni fa. – La sua voce, bassa e roca, non aveva niente a che vedere con il piglio allegro che lo contraddistingueva sempre.

Silvia parve contrarsi, rimpicciolirsi. Arretrò di mezzo passo, pietrificata dalla sorpresa. Diede l’impressione di vacillare, come se le sue ginocchia faticassero a reggerla. Si lasciò cadere sul divano di pelle color tabacco di fronte al marito.
– Perché non hai chiamato, santo cielo?! Non sapevo niente! Dove sei stato in questi giorni?

Chicco bevve lentamente un altro sorso di succo prima di rispondere:
– Ti ho chiamata, invece. Mercoledì pomeriggio, sia a casa sia in ufficio ma non ti ho trovata da nessuna parte. E non c’era nemmeno Gina. – Fece un’altra pausa, prima di continuare: – Poi hai chiamato tu e quando ho risposto ero seduto in cucina. Ho passato la notte nel nostro letto, che tu trovavi “grande e vuoto”.

Fuori era spuntato il sole, dopo una mattinata nuvolosa, e un raggio filtrava dalla persiana. I figli dei vicini, due maschietti intorno ai dieci anni, cominciarono a litigare e le loro grida arrivarono attutite. Anche un cane cominciò ad abbaiare.

Nella penombra delle persiane chiuse e delle tende tirate della sala non c’erano altri rumori, a parte il sommesso singhiozzare di Silvia.

Chicco terminò il suo succo e continuò:
– Chissà perché, ma faccio fatica a credere che il letto dove hai passato le ultime due notti sia stato così vuoto e solitario. Ti spiace raccontarmi, Silvia? Mi fai capire cos’è successo?

Silvia piangeva ormai apertamente e grossi lacrimoni le scendevano sulle guance.
– Niente, Chicco! Non è niente! Sono tua moglie ed è a te che voglio bene! Quello che è successo non ha niente a che vedere con te… con noi… con quanto abbiamo costruito. È solo una piccola cosa che mi sono sentita in dovere di fare, ma che non mette minimamente in discussione il mio amore per te, Chicco, ti giuro!
– Non ha senso quello che dici, Silvia. Come può non avere niente a che vedere con me, con noi il fatto che tu mi tradisca e mi metta le corna?
– No! No! stavo solo cercando di ringraziare Franco per l’aiuto che mi aveva dato, non c’entrano i sentimenti: mi sono sentita in debito e ho cercato di sdebitarmi così, niente di più.

Chicco rimase in silenzio un momento, poi si alzò per raggiungere la cucina dove si versò un altro po’ di succo nel bicchiere. Chiese anche a Silvia se desiderasse qualcosa, ma lei scosse la testa senza alzare lo sguardo.
Non lo alzò neanche quando Chicco ritornò a sedersi di fronte a lei.
– Va bene. Adesso spiegami bene in cosa consiste questa “riconoscenza” verso Cazzaniga che ti ha indotta a buttare il nostro matrimonio nel cesso. – Gli venne un pensiero all’improvviso. – Non ti ha ricattata, vero? O sì?
– No! Cosa vai a pensare! È un uomo onesto e rispettabile, non farebbe mai niente del genere! Mi ha dato un enorme aiuto col contratto dell’Eni e lo ha fatto solo per senso del dovere e per solidarietà verso una collega. Non certo perché si aspettasse qualcosa in cambio! Sapeva che non ero stata io la responsabile del pasticcio e non era giusto che dessero a me la colpa, così si è rimboccato le maniche e mi ha tirata fuori dai guai.
– Capisco. Quindi, se lui non ha chiesto nulla in cambio e non è stato lui a suggerire che andaste a letto assieme, sei stata tu a ficcarti nel suo letto di tua iniziativa? È questo che mi stai dicendo? O ho capito male?
– Lo fai sembrare una cosa volgare e sporca! Non è così! Gli ho dato solo ciò che si era meritato, ma non ha niente a che vedere con noi due e con l’amore che ci lega, te lo ripeto, cerca di capirmi!
– Allora si è trattato di qualcosa che t’ho fatto, qualche insoddisfazione che hai maturato nei miei confronti che ti ha spinta a tanto.
– No! No! – Disse Silvia quasi gridando. – Continuo a ripetertelo, non hai fatto niente di male! Si è trattato solo di un atto dovuto per quello che Franco ha fatto per me. Anzi, per noi, per tutt’e due. La mia promozione e il premio che riceverò beneficerà la nostra coppia, potremo concederci una bella vacanza oppure potrai cambiare la Volvo, non capisci? Mentre lui non ci avrebbe guadagnato nulla, così ho pensato che si meritasse pure qualcosa, no? Non l’ho fatto certo per me!

Ci fu un altro momento di imbarazzato silenzio.
– Così, visto che ti arrabbi tanto e che mi accusi di farlo sembrare una cosa volgare, mi stai dicendo che invece è stato qualcosa di bello e di… “puro”? Magari meraviglioso e indimenticabile?

Silvia questa volta non rispose e abbassò gli occhi, che fino a un momento prima le sfavillavano. Calò di nuovo il silenzio, finché Chicco riprese:
– Ti ricordi, Silvia, quante volte t’ho detto che io t’appartenevo? Quasi ogni volta che si faceva l’amore, dopo, te lo dicevo. Anche tu dicevi di appartenermi. Me lo ripetevi senza neanche che te lo chiedessi. – Proferì queste parole con calma, con voce piatta e monotona, ma sua moglie colse un lieve tremito.
– Certo, Chicco! Me lo ricordo bene! Non è cambiato niente, io sono ancora completamente tua, come prima, più di prima. Quello che è successo non c’entra con noi, è qualcosa al di fuori, separato, staccato, diverso!
– Come fai, Silvia, a non vedere! A non vedere la contraddizione. Hai dato volontariamente e coscientemente a un altro uomo la cosa più importante che avevo e che credevo solo mia, la cosa di cui ero più orgoglioso al mondo: te stessa! Non posso credere a ciò che sento: mi pare di capire che tu non dia molta importanza al sesso e che sia disponibile a farlo per i motivi più futili. Comincio anche a credere che tu abbia dovuto pregare Cazzaniga di venire a letto con te. O sbaglio? Rispondi prima a questo, e poi dimmi che ciò che è successo è una cosa che non ha a che fare con me, se ci riesci.
– Chicco, io sono sempre la stessa persona e sono qui con te e per te! Quello che è successo non ha importanza! Non ho smesso di essere tua! – Singhiozzò.
– Tutto ciò che facciamo, ogni azione che compiamo ci cambia, mia cara. Sei appena tornata dopo aver passato tre o quattro notti nel letto di un altro uomo. – Fece una pausa per ristabilire la voce che si stava rompendo in un singhiozzo. – Con lui hai senz’altro fatto cose, scambiato intimità che avresti dovuto riservare a me, a qualcuno che ami. Invece… – A questo punto la voce gli si ruppe. – Quante altre notti hai passato con lui? Quante altre volte ci sei stata a letto? Solo queste due o ce ne sono state altre? E quante? – Si asciugò le lacrime, ma era fatica sprecata. Altre gli scesero copiose sulle guance. – Scusa, Silvia, ma non posso fare a meno di chiedermi quanti altri uomini si sono “meritati” le tue attenzioni in tutti questi anni! E quanti ne hai premiati dando loro ciò che era mio, come se non fosse di alcun valore!

Silvia non riusciva più a proferir parola, pietrificata. Pareva come rattrappita in sé stessa, i gomiti stretti lungo i fianchi, le spalle curve, le mani a coprirsi la faccia, mentre comunque continuava a scuotere il capo come a negare, a non voler prendere coscienza di ciò che aveva fatto.

Il lungo momento di silenzio pareva non finire mai. L’uomo seduto con aria sconsolata di fronte alla donna in preda alla disperazione. Non si sentiva volare una mosca in casa. Gli unici rumori provenivano da fuori. Suoni banali, di tutti i giorni, il ticchettio dei tacchi di una vicina sull’asfalto, una moto in lontananza, un aereo diretto all’aeroporto di Linate. Il mondo esterno pareva continuare come sempre, del tutto ignaro del dramma che stava avendo luogo il quel salotto.

Chicco posò il bicchiere e continuò:
– Non so cosa fare, non so che ne sarà di noi. Ti guardo e capisco di volerti bene come prima, quanto te ne volevo lunedì prima di partire. Ma sono sconcertato: continui a ripetermi che il tuo tradimento non è nulla, che non ha niente a che fare con la nostra coppia e allora capisco che tu non ti rendi conto di quello che hai fatto, che MI hai fatto. Ho perso la fiducia in te, Silvia. E non so se riuscirò mai a crederti ancora. Ogni volta che uscirai, ogni volta che suonerà il telefono, ogni volta che farai tardi, anche se avrai tutte le ragioni del mondo io non potrò fare a meno di chiedermi se tu non stia per caso “sdebitandoti” con qualcuno. E che dire di quando dovrò viaggiare per lavoro? Con che preoccupazione pensi che partirò?

Si fermò, poi riprese senza guardarla, come se parlasse a sé stesso:
– Che non ti venga in mente di suggerire che anch’io debba avere un’avventura, tanto per pareggiare i conti, eh? Se lo farai avremmo chiuso. Primo, se tu attribuissi così poco valore alla mia fedeltà tanto da rinunciarci spensieratamente, allora vorrebbe dire che abbiamo proprio una scala di valori completamente diversa e che non siamo compatibili nelle cose che contano. E, secondo, due sbagli non producono una cosa giusta. Due sbagli provocano uno sbaglio ancora più grave della somma dei due.

Si alzò lentamente e si diresse verso la finestra. Abbracciò con lo sguardo il suo curatissimo pezzetto di prato col barbecue in un angolo, coperto da un telo in attesa della bella stagione.

Riprese a parlare, ma questa volta la sua voce aveva un tono più duro e le parole gli uscivano a fatica:
– Ti vorrei prendere per il collo e scuoterti, scuoterti forte, fino a farti sbattere i denti. Non ho mai voluto far del male ad una donna, meno che meno a mia moglie. Ma ora… Per non parlare di quello che vorrei fare a quel Cazzaniga. Digli di starmi lontano e di non farsi trovare da me. Mi dovesse vedere in lontananza, meglio che cambi marciapiede. Non rispondo di me, anche se le tue spiegazioni suggeriscono che sia stata tu a sedurlo.
Silvia scosse la testa come a negare, ma non disse nulla.

Chicco continuò implacabile:
– Sì perché non so se ti rendi conto delle implicazioni. Mi hai detto che non è stata una sua idea, ma ora che ti ha “assaggiata” e si è trovato la tua passera su un piatto d’argento senza nessuno sforzo, si aspetterà che tu sia disponibile tutte le volte che vorrà in futuro. Anche se gli dovessi spiegare le tue ragioni, ti considererà sempre una donna facile, non credi?

Silvia fece per replicare, ma Chicco la zittì alzando una mano.
– Magari potrà credere che non la daresti a tutti, ma per lui tu sarai sempre una da prendere tutte le volte che ne avrà voglia. E alla fine perderà la stima e il rispetto per te e anche nel lavoro finirai per pagarla cara.

Poi continuò, la sfiducia negli occhi:
– Se vuoi, anzi, se vogliamo che questo nostro matrimonio torni a funzionare dobbiamo essere preparati a vivere ora per ora, giorno per giorno, settimana dopo settimana come se fosse l’ultimo per poter riaprire uno spiraglio di comunicazione e di fiducia tra di noi. Dobbiamo essere ferocemente determinati e pronti a riprenderci da infinite delusioni, infiniti momenti di difficoltà, infiniti passi indietro. E a poco a poco ricostruire.

Tirò un lungo sospiro.
– Non sarà per niente facile e, se vuoi la verità, non sono affatto sicuro di farcela. Ci vorranno mesi, forse anni prima che ci si senta a nostro agio come prima tra noi due. Sempre che ci si riesca. Intanto da stanotte non voglio più dormire con te. Starò nella stanza degli ospiti e domani andremo all’Ikea a comprare due letti singoli da mettere al posto del matrimoniale. Questo è il massimo che posso fare per il momento: non cacciarti e non andarmene. Ma tornare ad essere come prima è un’altra storia e per ora non se ne parla.

Si girò a guardare sua moglie, seduta al buio sul divano.
– Io voglio provare a salvare questo matrimonio. Magari, con un po’ di fortuna, ce la potremo fare se anche tu ci metterai tutto l’impegno necessario nei mesi a venire. Lo spero proprio. Perché ti amo ancora, Silvia.

E, dicendo queste parole, si infilò il giaccone e uscì nel freddo di quella livida mattina di febbraio chiudendo la porta dietro di sé a non sentire i singhiozzi sommessi di sua moglie.

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