Ti ho davanti! by Bollentispiriti [Vietato ai minori]




Le tue foto sono intriganti. Hanno un che di misterioso; attraenti è dire poco. Quello sguardo fissa l’obiettivo e sembra che penetri in chi l’osserva al di là della frangetta bionda. Attraverso lo spazio/tempo mi fulmina. Occhi grandi, scuri che esprimono capacità di sentimenti profondi. Allo stesso tempo sono inquieti. Un timore maturato col tempo e con l’esperienza? Timore di affidarsi completamente a un altro essere, a un’altra esistenza che vada a incrociarsi con la tua. Desiderio di evitare delusioni. Vorresti che qualcuno con mani capaci potesse prenderti fra le braccia, coccolarti, e farti provare le sensazioni forti che vorresti non avere mai provato, perché t’intrigano troppo. Ti afferrano, impedendoti di sfuggire alla loro malia. Le spalle sono fragili e strette. Quelle di un pulcino che vuole essere accarezzato, che vuol essere baciato sul capino. La tua bocca socchiusa a bocciolo sta per scoccare un bacio da afferrare al volo, sperando di poterlo valutare appieno appena dimostrerai un certo gradimento

Ti guardo e il tuo figurino delicato desta infinita tenerezza. Il seno è raccolto in una taglia acerba, da adolescente. S’intravede il tubero rosa appena appena affacciato sul reggiseno, sapientemente reso indiscreto dall’indumento discinto. Quel capezzolo, ricordo, è stato l’interprete fulgido di un’altra tua foto che hai cancellato. Sul seno arrotondato si protendeva quasi a chiedere grazia; a chiedere di essere succhiato. Che sogni su quel seno! T’ho chiesto un incontro, me l’hai concesso. E poi…, un semplice, arido messaggio di un improvviso impegno. Sei fuggita! Non so se fosse vero l’impegno o solo un ripensamento. Non credere sia facile per me. Ti capisco. So che è sempre uno shock che si vuole evitare. Ma fino a quando dovremmo giocare con i nostri sentimenti, i nostri… desideri?

Non mi basta vederti! Vorrei conoscerti, sapere se scatta quella molla che ci ha spinti al primo passo, a quel primo appuntamento andato miseramente deluso. O, altrimenti, dimmi chiaramente che non pensi di aderire a nessuna richiesta e io continuerò a guardarti ed a immalinconire.

Dalle foto t’immagino esile. Non so stabilire quanto alta, ma appari slanciata. Sembri fragile come un grissino. Le tue cosce sono perfettamente lisce e invitanti. Eccitanti è dir poco. Quel braccialetto di corallo alla caviglia è stimolante. Mi astengo dal toccarmi per preservare la mia eccitazione a quando ti potrò conoscere.

E finalmente è arrivato il momento! All’apparenza sono cordialmente sereno, mentre in effetti sto tremando come una gelatina. Ti avvicini al tavolo del bar dove ti attendo. Sai di trovare un attempato signore, ma spero che sappia scoprire in me il lato giovanile. D’altronde oggi anche i vecchietti sembrano dei ragazzini. Ragazzini dai capelli bianchi. Mi alzo e ti stringo la mano con un accenno di baciamano. Sei perfetta nella tua mise giovanile. A quarant’anni te lo puoi permettere. Due gambe mozzafiato su venti centimetri di sandali bianchi in pelle a strisce sul piede e allacciati alla caviglia ti conferiscono quel look seducente che non ostenti, ma che ti conferiscono sicurezza nell’alternare il passo, incrociandolo appena sulla linea mediana davanti a te. Ancheggi moderatamente in minigonna bianca con cinturino in pelle morbida, annodata in vita con camicia bianca sblusata a delicati fiorellini pastello di varia tonalità. Il piccolo seno si intravede solo dallo scollo a V che ti fascia il corpo, incrociandosi strettamente sul petto. Il viso è regolare anche se gli occhi sono nasosti dalla montatura da sole a specchio su seta con accenni di motivi floreali.

“Cosa prende la Signora?” è la cerimoniosa domanda del cameriere che, pronto, s’avvicina per l’ordinazione, aggiustando il dispenser dei fazzolettini di carta e ispezionando il posacenere, accertandosi che sia pulito.
“Un gin tonic, grazie.” è la pronta risposta. “Anche per me!” aggiungo. Il tono della tua voce mi sembra contenuto, ma cordiale. Il timbro, invece, direi da contralto. Piena e ricca, diventa effervescente o bassa con estrema volatilità. In definitiva una bella voce! Mi piaci. Gigioneggio, mentre t’accomodi meglio sulla sedia, accavallando le gambe che scoprono due cosce lunghe e ben tornite da centometrista, tanto sono muscolarmente nervose. Naturalmente scopri il triangolino di pizzo nero che, pudicamente, ricopre il delta di Venere. Allora, per evitare equivoci, abbassi leggermente il livello delle gambe, aderendo perfettamente alla sedia, in modo da evitare sguardi indiscreti di estranei. Ma per me il guaio è stato già fatto e ne sembri contenta.

Ti desidero di più ogni istante che passa nella nostra frivola conversazione. Non posso certo stenderti sul tavolino della consumazione e saltarti addosso per penetrarti così, di brutto. Ma è quello che desidererei e, credo, dai tuoi occhi lucenti e un po’ febbrili, che accetteresti di buon grado. Ah, le maledette convenzioni che non ci consentono di essere bestie allo stato brado! Le galanterie si susseguono e tu le gradisci molto, finché non ti dico:”Vuoi fare un giretto col mio coupé?” “Perché no?!” chiedi, sfoggiando la tua accomodante domanda retorica. Capisco che ti ho fatto un piacere. Ci alziamo. Tu sfili l’accavallamento delle gambe posizionandoti sull’orlo della sedia prima delo slancio del corpo per alzarti. Ah, quel maledetto pizzo nero che m’impedisce la visuale!

Sei un po’ più alta di me con quei tacchi enormi. La moda richiede qualche sacrificio e accetto di comparire come un nanetto vicino a te, anche se mi difendo col mio metro e ottanta circa. Sei meravigliosa! Ti porgo il braccio che tu infili disinvoltamente e ci allontaniamo verso il parcheggio salutati dal cameriere che ha ricevuto la mancia. La mia berlina, sorniona, sonnecchia nel parcheggio del Parco anesso al Bar da cui usciamo. Apro lo sportello sui sedili ergonomici in pelle nera. Mi guardi con occhi dolci prima di sprofondare nel posto accanto al guidatore con le gambe ben chiuse, poi ruoti le ginocchia accostate in modo di trasportare tutto il tuo ben di Dio nell’auto, senza incidenti e con eleganza. Fiuuu! Che bambola!

Ti siedo accanto dall’altro lato giro la chiavetta, e s’accende tutto il luna park dello schermo digitale.Ti sorrido, prima di partire. Stupenda! Il condizinamento dell’aria è al punto giusto, e l’MP4 inizia a trasmettere dai diffusori le canzoni di Whitney Houston con I Will Always Love you. Lei si liquefa girandosi erso di me con le gambe semiaperte. Ora vedo anche l’eslastico del “pizzo” sul pancino. Il gonnllino si è ritirato sulle anche. Do di brutto sull’acceleratore, buttandomi sulla statale. “Che ne dici se andiamo in un posticino tranquillo sul mare?” “Direi che è perfetto. Amo il mare e tutto ciò che è connesso.” mi risponde con una voce vellutata come una pesca, appena uscita dal frigo e coperta di rugiada, in attesa d’essere divorata.

Cerco di calmarmi e rispondo: “Benissimo! Vedrai, ti piacerà.” Intanto alzo un po’ l’audio per il branoSound of Music di di Rodgers & Hammerstein. Sembra gradire molto. Mentre il motore romba, lei guarda fuori dal finestrino mentre, distrattamente, m’appoggia una mano sulla coscia, continuando a seguire la musica, canticchiando. La camicetta s’è scostata lasciando intravvedere qualcosa di morbido. Mi concentro sulla strada accelerando. Quella mano resta ferma sul muscolo della gamba come per tenermi fermo. Ha l’effetto di vedere aumentare la consistenza del mio pacco. Spero di resistere. “Stiiamo arrivando.” affermo. Mi guarda con sorpresa dalla cintola in su. Poi comprende di aver frainteso. “Ah, ci fermiamo qui?” “Poco avanti, dietro la curva.” le rivelo. Vedo che apre la borsetta e prende gli occhiali da sole che inforca. La fine del mondo!

Ci siamo immesi in una stradina di campagna isolata. al lato i campi sono coltivati a grano. Una massa frusciante di pannocchie, ancora piccole per essere mietute, ci fa festa. Il vialetto sterrato inizia ad accompagnarsi ad alte e frondose querce e faggi. In fondo si nasconde una casupola di pietre a secco piuttosto bassa col tetto spiovente in tegole rosse allineate, come si costruiva una volta in campagna. Due finestre, da un lato e dall’altro della porta d’ingresso, ed una in alto con un balconcino piccolo e stretto allietano la facciata. Sullo sfondo s’intravede, fra il verde degli alberi, il brillio del mare in lontananza. Spengo il motore mentre avanzo sul viottolo in discesa, mi affianco alla casa e mi fermo.

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