03 – Dolcemela: Inizia il gioco. by Euripide [Vietato ai minori]




03 – Dolcemela: Inizia il gioco. di Euripide New!

Quel giorno me ne andai molto presto, il lavoro mi chiamava, a Dolcemela mi fermò all’alba per essere baciata lungamente, il suo corpo Read more “03 – Dolcemela: Inizia il gioco. by Euripide [Vietato ai minori]”

 

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"Lo spirito del grande Moai" by viaggioimmaginario [Vietato ai minori]




“Lo spirito del grande Moai” di viaggioimmaginario New!

Il punto di ristoro dopo una mattina su questo pullman per turisti ci è finalmente davanti. Sono affamato e non vedo l’ora di assaporare questa cucina sudamericana delle coste oceaniche.
Mi accorgo di essere seduto proprio nel tavolo vicino al tuo, mi colpisce il modo con cui sorseggi il vino bianco dal calice. Delicate ed avvolgenti, le tue labbra si accostano al cristallo in modo quasi impercettibile: la tua seduta composta, dritta, le tue spalle disegnate conferiscono alla tua figura un’eleganza d’altri tempi, illuminata da un sorriso radioso.
Mi chiedo chi tu sia, ragazza di una siffatta bellezza che investe di sensualità l’intero locale. La curiosità è forte, magnetica. M’irretisce profondamente quello sguardo, tanto da non riuscire più a gustare con serenità il buon pesce che il Pacifico porta su questa tavola. Mi devo voltare – il richiamo è troppo forte – per incontrare nuovamente quegli occhi: mi scopro più ingordo della bocca appena aperta che dell’ottimo cibo davanti a me.
Una tensione che ricorda quella omericamente narrata, di un Odisseo costretto a legarsi per non farsi trascinare dal canto delle invitanti creature marine. Sento il sangue scaldarsi fino alla superficie della pelle quando, per un caso del destino, il mio sguardo sin troppo bramoso si incrocia con il suo. Mi dovrei girare, quasi fuggendo per la chiara violazione commessa, ma non riesco. Il suo polo mi attrae a tal punto da privare la mia stessa volontà.
Devo togliermi da quella situazione, arrivata all’insostenibilità: quasi di scatto mi alzo, cercando rifugio nella toilette del ristorante. Cerco inutilmente, solo l’indicazione di una cameriera inspiegabilmente ammiccante mi conduce ad una scala ed al piano interrato sottostante. Buio, o quasi. Il contrasto tra la luce del mezzogiorno estivo e l’interrato, illuminato esclusivamente dalla flebile luce di un vecchio frigorifero della Cocacola riesce a creare la possibilità di vedere la porta del bagno. Ho l’estrema necessità di lavarmi la faccia, di riprendermi da una situazione ai limiti dell’immaginabile: mi accorgo solo ora dell’erezione per nulla celata dalla stoffa dei pantaloni estivi, certamente non invisibile agli occhi della cameriera sorridente.
Il rumore dello scroscio dell’acqua proveniente dal bagno segna, tuttavia, la presenza di qualcuno nella toilette: forse un altro uomo contagiato dal mio stesso morbo? La domanda trova immediatamente un risposta non appena il socchiudersi della porta mostra le tue labbra socchiuse. Mi sorridi senza proferir parola, d’un sorriso che poco lascia alla mia volontà, già smarrita, possibilità di respirare. Su un ipotetico ring, si definirebbe colpo del ko, cui solo la forza della disperazione potrebbe trovare rimedio.
Non resisto – non ce la faccio proprio – a non sbatterti contro il muro antistante la porta del bagno, che chiudo prontamente. Una mano sul collo, in parte sulla bocca per non farti urlare, e l’altra sotto il vestito, sulle cosce che mi sorprendono per quanto sono lisce. Scostarti il cotone dei tuoi slip è immediato, mentre il tuo sguardo non appare così sorpreso, nemmeno terrorizzato come avrei immaginato: un sussulto, quasi urlato, mentre le mie dita si fanno strada nel tuo sesso già pronto, come se avesse già previsto ogni mia mossa…
Sei contro il muro, le mie mani vigorose addosso, il ritmo crescente delle mie dita che ti scuotono le viscere e tu che fai? Mi fissi senza parlare, incitandomi con gli occhi a fare meglio, a spaccarti ancora meglio, a farti godere come meriteresti. Farfugli una parola, che non colgo subito: “che vuoi, troietta?, che vuoi?” Comprendo allora il verbo espresso prima: “Aprimi, aprimi! Subito!” Il gesto di prenderti per i lunghi capelli neri e piegarti sul lavabo alla mia destra è pressoché istantaneo. C’è una forza incontrollabile in me, mai provata prima, come se le leggende che si narrano in questa terra cilena sul grande Spirito dei Moai si stessero traducendo in realtà.
Una spinta secca, violenta ed immediata esaudisce la sua invocazione precedente. La larghezza del mio sesso le ha aperto le carni ed ora, impazzito, non sembra volersi fermare, nonostante i gemiti urlati delle ragazza, che cerco di soffocare con le mie dita in gola. E’ un crescendo di spinte, voglio sfondarla, farla urlare ancora di più di quel che fa ora: così piegata mostra un culo tondo, di una perfezione di giottesca memoria, che chiede solo di essere schiaffeggiato e preso, sfondato senza pietà.
Ora grida, la troia, grida e chiede di non smettere, che sta godendo, che sta per venire. Grida ad ogni schiaffone sul culo, ad ogni spinta violenta del mio sesso che esce ed entra sempre più energicamente, ne vuole di più, insaziabile sirena. La frenesia violenta mi porta ad accelerare, sempre sia possibile, i colpi, sono quasi spossato, l’akmè è prossima e sta prendendo entrambi come turbine sovrumano, divino, fino ad esplodere in un’ondata che si propaga nell’intimità più profonda. Il richiamo “Aurora, Aurora” di una voce femminile arriva a sorprendere il battito scomposto dei nostri respiri soffocati, come un duro richiamo alla realtà: ricomposti, proseguiamo come estranei il nostro giro per le località oceaniche, senza sapere che lo Spirito del Moai abita ora nel nostro futuro.

 

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La zia vogliosa by John Dorian [Vietato ai minori]




A ventidue anni ancora non avevo mai avuto un rapporto sessuale. O meglio, un rapporto sessuale completo, perché varie ragazze durante la mia adolescenza mi avevano soddisfatto oralmente o manualmente, e mi era anche capitato di leccare o sditalinare una vagina.
Ma questo non poteva bastarmi, e molto spesso parlavo di questa mia frustrazione con Luca, il mio coinquilino e amico.
– Sei troppo timido – mi diceva, – una volta o l’altra dovresti buttarti. –

Io non facevo altro che aspettare l’occasione giusta, che mi si presentò in un maggio. Piccola digressione: all’epoca frequentavo l’università a Roma, sebbene fossi nato a Milano, città dove ero anche cresciuto e dove la mia famiglia abitava. Comunque, tornando a noi, un giorno rincasai dopo una giornata particolarmente faticosa in facoltà, e notai un messaggio in segreteria. Lo so, sembra strano detto oggi, ma allora era un uso abbastanza frequente quello della segreteria telefonica. Ad ogni modo, il messaggio era di mia zia, che mi avvisava che avrebbe soggiornato tre giorni nella Capitale per lavoro e mi chiedeva di vederci.

Monica, mia zia paterna, era sempre stata un mio desiderio erotico da quando avevo tredici anni, e cioè la prima volta in cui la vidi nell’ottica sessuale. Era sempre stata formosa, con due tette enormi ed un culo che faceva invidia a molte. Inoltre, i suoi occhi azzurri, le sue labbra carnose ed i suoi movimenti seducenti la rendevano irresistibile per tutti gli uomini.

Appena ascoltai il messaggio dovetti subito spararmi una sega al ricordo delle sue forme, poi la richiamai per informarmi sul suo arrivo a Roma.

– Vengo domani, tesoro – rispose, – però devo chiederti un favore: non saprei proprio dove andare, e… –

La interruppi:

– Non ti preoccupare zia, qui da me c’è posto –

L’indomani la andai a prendere all’aeroporto e la trovai in splendida forma. La chioma bionda era perfetta e, pur tenendo conto che aveva ben quarantasette anni, era decisamente una bomba sexy. Quanto mi ero masturbato su quella donna!
Ci salutammo con due baci sulle guance e mi si rizzò subito il cazzo.

Una volta arrivati in casa, mi consultai con Luca riguardo mia zia e gli chiesi se per qualche giorno lui avrebbe potuto togliersi di mezzo:
– Certo – rispose lui – per la tua prima volta con quello schianto di zia… –
Continuammo a fantasticare su cosa io e mia zia soli in casa avremmo potuto combinare, convinti che in quel momento lei si stesse facendo la doccia. Poi Luca prese alcune sue cose e se ne andò, lasciandomi solo nel salone.

Dopo pochissimi minuti apparve zia Monica coperta solo da un asciugamano, stretto dalle tette in giù: era meravigliosa. È inutile dire che il mio pene si risvegliò. Poi, senza accennare a niente in particolare, lei si fece scivolare l’asciugamano per terra, e per la prima volta la vidi come mamma l’ha fatta.
Poi si sedette sul divano accanto a me, cominciando a baciarmi sulle guance e sul collo. Rimasi stordito, ma stavo impazzendo di eccitazione. Poi mi disse:

– Sei cresciuto bene, adesso sei un bel ragazzo. Non escluderei che sia diventato grande anche il tuo amichetto là sotto –

Non ci potevo credere: quello che avevo sperato da nove anni finalmente stava accadendo! E senza nessun mio sforzo! Poi lei continuò:

– Vi ho sentito mentre parlavate, tu e il tuo coinquilino, e ho deciso di stare al gioco. Ma tuo padre e il resto della famiglia non devono scoprirlo, sarebbe terrificante per loro. –

Senza dire una parola le ficcai la lingua in bocca e ci baciammo appassionatamente per una manciata di minuti. Poi lei mi slacciò i pantaloni ed iniziò a masturbarmi lentamente. Quando smise per riposare la mano, io non le diedi il tempo di continuare e cercai la sua figa, leccandola avidamente. Lei gemette venendo, ed io accolsi volentieri il liquido del suo piacere sulla mia lingua. Poi mi chiese di penetrarla e io non me lo feci ripetere due volte. Mi sdraiai sul divano e la feci sedere sul mio palo. Il suo movimento ondulatorio sopra di me mi causò un’eiaculazione spropositata e senza preavviso dentro di lei: in fondo era la mia prima volta, e per di più con la donna dei miei sogni.

Ma lei non sembrava preoccupata, e pensai che evidentemente prendeva la pillola. Quindi si tolse da sopra di me e iniziò a spompinarmi. Subito il mio cazzo prese vigore di nuovo. Era passato troppo poco tempo dalla prima sborrata, perciò dopo una decina di minuti che me l’aveva accolto in bocca decise di passarselo tra le tette. Era una sensazione stupenda, che mai avevo provato: ed avere il mio pene tra le sue grandi e morbide poppe mi fece venire un’altra volta. Infine andammo a farci una doccia insieme, durante la quale ci baciammo e palpammo, ma nient’altro.

Quella notte dormimmo insieme, e la mattina seguente lei andò al lavoro e io all’università.
Nei due giorni successivi parlammo di quello che era successo, e confermammo di non dire nulla a nessuno della famiglia.
L’ultimo giorno l’accompagnai in aeroporto e là ci salutammo. Sapevo che tutto ciò non sarebbe mai più ricapitato, ma speravo comunque di rivedere zia Monica.

Poi, tornato a casa, trovai Luca che si era risistemato, e che mi chiese informazioni succose riguardo ai tre giorni passati con mia zia. Io gli raccontai tutto, nei minimi dettagli.

 

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