Quel giovedì mattina by taycio [Vietato ai minori]




Avevo cambiato lavoro da pochi mesi. La nuova azienda era ben più piccola della precedente, ma grazie alla lungimiranza del vecchio proprietario aveva quello che si dice un respiro internazionale. Respiro che era capacemente sostenuto dagli eredi, Massimo ed Eleonora. Lui ingegnere elettronico sulla cinquantina, si occupava dei reparti tecnici e produttivi, lei, di cinque o sei anni più giovane, laureata in economia gestiva amministrativi e commerciali. I due reparti erano piuttosto separati: difficilmente un commerciale aveva idea di cosa succedesse giù in linea e, parimenti, in fabbrica non c’era idea della realtà dei piani superiori. Uniche rare deroghe erano concesse a noi dell’ufficio tecnico che, in fase di progettazione, dovevamo sapere esattamente cosa volesse il cliente. Nelle mie saltuarie visite “ai piani alti” ebbi occasione di stringere una simpatica amicizia con Michela. Non furono tanto i capelli lunghi e mori, o gli occhioni intensi che mi fecero interessare a lei, ma piuttosto il suo sorriso e la sua lingua, tanto tagliente da farle sempre avere la battuta pronta, senza contare la naturale affinità che concedevano le nostre età, distanti solo di un anno. Da qualche battuta lì per lì, entrammo più in confidenza fino a qualche chattata sullo Skype aziendale e qualche messaggino ogni tanto. Forse non era mai capitato di telefonarsi sui cellulari personali, mai fino al quel giovedì mattina.

Mi sentii squillare il telefono. Michela era coi titolari in compagnia di un cliente asiatico che stava discutendo di un macchinario di cui avevo seguito grossa parte del progetto. Stava avanzando delle domande molto di dettaglio e neppure Massimo era in grado di esaudirlo a pieno, così pensarono a chiedere a me.
Li raggiunsi nell’ufficio della padrona, un ampio spazio luminoso con una bellissima edera che scendeva dalla libreria e due stampe naif che adornavano le pareti insieme a qualche targa delle varie associazioni industriali. Di là dalla scrivania sedeva maestosa e fasciata da un elegante tubino Eleonora: due occhi glaciali, vispi, incorniciati da una folta cascata di boccoli biondi, una femme fatale da far ribollire il sangue nelle vene. Accanto a lei un impacciato fratello e ancora di fianco Michela, più sportiva, in jeans e giacca. Davanti un cinese vestito di tutto punto che snocciolava un perfetto inglese. Mi sedetti di fianco a lui e, badando minuziosamente al non mancargli mai di rispetto, mi proposi di rispondere a qualsiasi sua domanda. Superai in grande scioltezza l’esame: conoscevo quel macchinario come le mie tasche. Fu naturale conseguenza che io mi aggregassi a loro per il pranzo.

A tavola Eleonora mi fissò negli occhi e si complimentò con me per la bella figura che avevamo fatto col cliente: raramente vedeva tecnici così capaci di affrontare situazioni colloquiali. “Abbiamo scelto bene con te! Non trovi, Michela?! Ed è pure molto molto carino” esclamò con uno sguardo colmo di malizia. Michela rispose a tono: “Non potevate scegliere di meglio!” Mi sentii al contempo in imbarazzo e orgoglioso di me. Sentii il cuore accelerare e fui avvolto da una vampata di calore. Riuscii solo a sdrammatizzare con un “beh, tutto un trucco per farmi invitare a pranzo…” e tirai giù una sorsata d’acqua fresca. Fu un’occasione molto costruttiva e il cliente si congedò dicendo che entro un paio di giorni avrebbe dato una risposta definitiva.

Il lunedì successivo Eleonora mi chiamò nel suo ufficio. Michela era già lì ad attendermi. “Ragazzi miei, complimenti! Davvero! Il cinese ha confermato l’ordine, ma ha richiesto esplicitamente te come capo tecnico per l’installazione. Manderò voi due come supporto e direzione degli installatori.” Accettammo di buon grado: era un’ottima occasione per la carriera. E poi, si sa, certi viaggi possono diventare divertenti. Bastò davvero poco per farmi fantasticare… Eleonora proseguì: “E in ogni caso mi piacerebbe potervi invitare a cena questo mercoledì per festeggiare. Massimo non ci sarà tutta la settimana: la ex moglie si fa sbattere dal maestro di tennis e i figli toccano a lui, ma mi farebbe piacere se andassimo almeno noi tre…”

M’incamminai nel luminoso corridoio. Complice il tono selvaggio con cui Eleonora aveva esploso quello “sbattere”, riuscivano a venirmi in mente solo fantasie piccanti su Michela. Pensavo all’occasione intima che ci stava offrendo quel viaggio di lavoro. M’immaginai con lei a cena in un lussuoso ristorante, serviti e riveriti. Io in giacca e camicia, lei con un vestitino morbido rosso. Immaginai di fissarla negli occhi, di prenderla per mano, accompagnarla in ascensore alla volta del suo giaciglio, di fissarla, di percepire il suo respiro caldo ed eccitato. Fantasticai di sfiorarle le labbra col pollice, poi di afferrarle il volto e baciarla, dapprima lento e curioso, poi con foga, con passione. Pensai alla mia lingua lottare con la sua, guizzare nella sua bocca, i miei denti serrati dolcemente sul suo labbro. Poi la porta di camera spalancarsi di colpo. Lei tirarmi a sé, dentro, obbligandomi a seguirla, le nostre lingue ancora incrociate. Le mie labbra sul suo collo, le mie mani forti sulle cosce, per salire tirandole su il vestitino fino a brandire quelle sue dolci e sode chiappette. Immaginai di sollevarla di peso, le sue gambe cinte attorno ai miei fianchi, le mie mani comode sotto i sui glutei, le nostre lingue ancora in acceso combattimento. Quindi con foga scaraventarla sul letto, chinarmi ai suoi piedi, toglierle con un morso il delicato tanga di pizzo, tuffare la lingua nella sua calda caverna. Leccarle la vagina, percepirne l’odore, vederla gemere e contorcersi ad ogni mia passata, ad ogni mio affondo di lingua. Immaginavo i suoi occhi profondi in preda a chissà quale spirito di estasi. Poi il rumore delle macchine della fabbrica. Senza neppure accorgermene ero già arrivato in produzione. Ci volle il mio bloc-notes per nascondere la vistosa erezione che invadeva i miei boxer.

Arrivò mercoledì sera. Mi lavai con cura, non trascurai alcun dettaglio: barba fatta, profumato, esplorai ogni orifizio del mio corpo. Indossai una morbida e al contempo ruvida camicia di lino sopra un jeans chiaro che mi regalavano un aspetto libero e selvaggio. Avevo in mente solo Michela. Avrei cercato di stuzzicarla durante l’arco della cena, senza però mancare di attenzione per Eleonora…il capo è pur sempre il capo. Era un compito arduo, una sfida di alto livello: mi piaceva! Dopo l’avrei invitata a bere un paio di drink. “Ottima tattica”, pensai. Mi presentai con lieve anticipo al ristorante. Di lì a poco arrivò Michela, truccata di tutto punto e stuzzicante come non mai. Unica nota dissonante, una velata tristezza negli occhi ed un broncetto di sottofondo. “Ehi, cos’è quel muso?! Siamo qui per rilassarci!”. “Non ci badare…è colpa di Giorgio. È da lunedì sera che litighiamo per la storia della Cina. Mi vuole un gran bene, ma soffre tremendamente un po’ di gelosia e un po’ d’inferiorità.” Mi raccontò che il suo compagno Giorgio, del quale parlava poco o nulla sul lavoro, le faceva storie per il viaggio. Lui non poteva capire l’importanza di una trasferta: nel suo mestiere non capitava mai di viaggiare, se non per qualche breve e vicino corso di aggiornamento.

Ci distolse il rumore cadenzato di un tacco dodici sul marciapiede. Avvolta in un elegantissimo vestito da sera, coi boccoli composti e sinuosi, si stava avvicinando Eleonora. Che splendido spettacolo. Aprì le braccia che, sinuose, reggevano una pochette brillantinata. Salutò e ci baciò affettuosa. Ci sedemmo.

La cena proseguì serena. Non parlammo granché di lavoro, ma piuttosto delle nostre passioni, dei nostri viaggi e delle inclinazioni personali. Facevo fatica a rispettare i miei propositi. Eleonora mi stava stregando: un po’ per il rispetto del ruolo e un po’ per l’aspetto decisamente intrigante, non riuscivo a trovare lo spazio immaginato per Michela. Ma nonostante ciò la conversazione fu piacevole e disinvolta.

Uscimmo. Eleonora si congedò. Io e Michela restammo un paio di minuti a parlare, ma sul momento di proporle una bevuta, le trillò il cellulare. Lesse il messaggio e non riuscì a trattenere un sorriso compiaciuto. “Dimmi se non è un’offerta di pace questa!” esclamò puntandomi lo schermo in faccia. Giorgio le aveva inviato una foto di fragole e di una bottiglia di prosecco adagiata in una glacette scintillante. “Corro ad accettarla” concluse. Mi baciò sulla guancia e scappò alla volta del suo uomo.

Mi sentii gelare. I piani per la serata erano clamorosamente saltati, infranti senza pietà da uno sprazzo d’inventiva del deludente compagno.

Mi accesi una Chesterfield, mi appoggiai contro il muro e rimasi a pensare che era andata male, cercando di consolarmi all’idea che, forse, in Cina mi sarei potuto rifare…ma ad ogni tirata ci credevo sempre meno. Non mi restava che tornarmene a casa, da solo come un cane, e tirarmi una ricca sega fantasticando su come sarebbe potuta evolvere la serata. Avrei immaginato le sue chiappette nude provocarmi e la sua bocca vogliosa avvolgere il mio cazzo…ma sarebbe solo rimasto un piacevole esercizio mentale.

Assorto tra i miei peccaminosi e delusi pensieri vidi accostare una bellissima Mercedes nera, un favoloso cupè di quelli su cui noi maschietti facciamo sognare le natiche quando visitiamo gli autosaloni. Ne uscirono due eleganti cosce accompagnate da un composto e sensuale movimento del capo: era Eleonora. “Chi non ha testa abbia gambe!” esclamò decisa “mi sono dimenticata il coprispalle…ci tengo un casino…” e la vidi sparire nel ristorante.

Ricomparve dopo neppure un minuto con in mano il suo trofeo “e te che ci fai ancora qui? T’hanno lasciato solo?” chiese strizzando l’occhiolino. Le dissi che semplicemente mi ero trattenuto per fumare l’ultima sigaretta per poi fiondarmi a letto. Non credo di averla convinta fino in fondo: aveva due occhi troppo furbi per farsi raccontare mezze verità del genere. “Offrimene una…ti faccio compagnia!” perentoria!

Le detti una cicca e me ne accesi un’altra.

“T’ha lasciato solo soletto, eh?!” Chiese impertinente. “No…è solo tornata a casa dal suo uomo…” risposi timidamente. “Beh, puoi dirlo: sei andato in bianco… ma non temere. Ti capisco, capita anche a me!” Risposi che mi restava difficile crederlo: aveva l’aria di una donna che poteva avere tutto. Mi chiese se mi fossi fatto un pensierino su Michela e concluse esclamando “Con l’amica o la parente per una volta non è niente!” Ridemmo e proseguimmo a conversare per qualche minuto. Continuavo a fissare la sua auto. Lo notò e, dal nulla, mi chiese se mi avrebbe fatto piacere provarla. Accettai titubante ma felice.

Mi sedetti al volante di quel bolide con Eleonora accanto che m’incoraggiava a schiacciare l’acceleratore. Quei pochi minuti di guida furono un orgasmo, un totale piacere. “Ehi, visto che te la cavi bene e io sono un po’ brilla, mi accompagni a casa? Poi ti tieni la macchina e domattina passi da qui prima del lavoro, andiamo a recuperare la tua e andiamo in ufficio. Per il ritardo ti autorizzo io.” La sua autorevolezza e pacatezza mi agitarono ma al contempo m’impedirono di dirle di no. Aveva un fortissimo ascendente su di me. Respirai forte e riuscii solo a proferire un “dove stai?”.

In pochi minuti fummo sotto casa sua. Mi disse di parcheggiare in una corte privata. “Dai, sali che ci beviamo una grappa, ho una barricata spettacolare. Mi sembra il minimo per sdebitarmi del servizio taxi!” e si lasciò andare in una grassa risata. Ipnotizzato, decisi di salire. Nell’ascensore non riuscivo che a guardarla negli occhi, fissarle i fianchi e fantasticare. Era tutto così surreale. A tratti s’affacciava il mio grillo parlante e mi richiamava alla realtà, ricordandomi che era una venditrice e ammaliare era il suo lavoro. Entrammo. Prese il coprispalle e lo poggiò su una sedia. Poi mi fissò dritto negli occhi. Sorrise lentamente e caricò le pupille di malizia: “Sono cosciente dei ruoli e ancor più che non farai mai il primo passo, ma allo stesso tempo so esattamente che anche tu lo vuoi…quindi lasciati andare: ci penso io!” Neppure il tempo di reagire e mi sentii afferrare le spalle, un caldo contatto di labbra, poi la lingua delicata ma potente forzare la mia bocca. L’assecondai a pieno, le detti il permesso di dominare anche quella parte di me. Ci abbandonammo ad una sensuale pomiciata. Slinguazzata dopo slinguazzata il respiro si fece sempre più forte e le mani, sempre più audaci, andavano a cercare zone più intime e più erogene sul corpo dell’altro. Dalle spalle passò al petto, aprì la camicia, mi afferrò per i pettorali. Le avvolsi i fianchi, poi scesi fino alle gambe. Coi polpastrelli le sfioravo le cosce cercando di regalarle dei piccoli brividi.

Mi afferrò la cervicale, mi tirò a sé e mi morse il labbro inferiore. Per reazione le strizzai le chiappe con vigore. Le sollevai il vestito. Forzai l’elastico del tanga e infilai la mano sul davanti. Le dita scivolarono sicure sul pube liscio e morbido. Iniziai a massaggiarle il basso ventre e con movimenti rotatori le sfioravo il clitoride, quasi per solleticarlo e renderlo partecipe dei nostri giochi.

Con decisione mi tolse la camicia, mi slacciò la cintura e fece calare fino alle caviglie jeans e boxer. Il pisello uscì svettante dall’elastico, con la punta già umida, pronta a nuove esplorazioni. Eleonora s’inginocchiò al mio cospetto. Sfruttai la discesa per sfilarle completamente il vestito, quindi le sganciai deciso il reggiseno che avvolgeva due belle e voluttuose tette adornate da due vigili capezzoli porpora.

Afferrò decisa le mie natiche e fece sparire il mio amichetto tra le sue labbra. Dette inizio ad un sapiente pompino. Dapprima accoglieva tutto il pene nelle fauci, poi si dedicava all’asta, quindi sondava la cappella con la lingua per poi scendere a succhiare e mordicchiare i testicoli. Mi stava regalando delle sensazioni talmente intense da crederle surreali. Per un lungo istante persi cognizione della realtà, tanto da non capire se fossi desto o sognante.

In un attimo di lucidità la osservai, le presi il volto tra le mani, la sollevai delicatamente e la invitai a sedersi sul divano. Fu il mio turno in ginocchio. Le tolsi con foga le mutande e affondai la lingua in lei. I sapori, i profumi, il calore, quella dolce vulva schiusa al mio cospetto, i gemiti che ritmavano quell’atto deliziavano tutti i cinque sensi e mi spingevano a continuare più deciso. La mia lingua stava limonando quella vagina, ora dal basso verso l’alto, ora la penetrava, ora roteava, per poi scendere al perineo e andare ad insinuarsi in un soffice e voglioso buco del culo. Iniziai ad assaporarle l’ano mentre con le dita tenevo compagnia alla passera e al seno. Eleonora era in preda all’estasi.

Si alzò, mi fece allungare sul divano e si piazzò sopra di me a formare un elegante sessantanove. Le nostre bocche continuarono a deliziarci l’un l’altra. Ad un tratto sentii la sua lingua tintillare il mio buchino, quindi il medio affondare nelle mie viscere…non riuscii a trattenere un soddisfatto gemito. “Ah…guarda guarda, un maschietto cui piace che giochino con il suo culetto!” esclamò Eleonora, soddisfatta e maliziosa. Si alzò, mi prese per mano e mi condusse in camera sua. Mi fece stendere sul comodo matrimoniale. Dal cassetto estrasse un anal plug, mi fissò negli occhi cercando di capire quale sarebbe stata la mia reazione, ma riuscì a leggere solo libido. Ciucciò con golosità il giocattolo, poi mi alzò le gambe, mi leccò bene tra le chiappe e m’infilzò con perizia. La mia erezione prese vigore. Eleonora si sedette su di me, guidò il pisello dentro di lei ed iniziò una lunga cavalcata. Si agitava e io le strizzavo le tette e insinuavo medio ed indice nel suo culetto. Lo sguardo tradiva un grosso piacere da parte sua.

I suoi gemiti crebbero rapidamente. Le strizzai le tette, affondò le sue unghie nel mio pettorale e urlò di godimento per una manciata indefinibile di secondi: era venuta.

La girai a pecora, estrassi il dildo dalle mie viscere e iniziai a cavalcarla. Pian piano adagiai il mio busto sulla sua schiena ed iniziai a dominarla con vigorose stantuffate. Le affondai i denti sul collo, come un predatore. Estrassi il cazzo dalla vagina e lo puntai sul buchino del culo. Con un colpo di reni lo accolse dentro di sé. Ripartii con lenti affondi, poi sempre più veloci. La sentii opporre resistenza e stringere. Il piacere salì alle stelle e non riuscii a trattenermi oltre: capitolai nel suo accogliente intestino.

Mi sfilai, ci sdraiammo di fianco e ci lasciammo andare ad un lungo ed intenso bacio… “Mi sa che in Cina ci vengo anch’io…” sussurrò Eleonora.

 

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Ricerche Frequenti:

Romina, 18 anni – Vi racconto della volta in cui ho scopato con mio zio-




Vorrei dirvi che sto per raccontarvi qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno di voi lettori ha mai fatto per stuzzicare la vostra fantasia, ma quella che scriverò è semplicemente la mia esperienza, un’esperienza come altre che mi porto dentro e che mi fa provare intense emozioni ogni volta che ci ripenso.

Ho compiuto diciotto anni da poco, mi chiamo Romina, frequento il liceo e la mia vita sentimentale va abbastanza bene, c’è sempre qualche ragazzo che vuole uscire con me, ma li trovo molto noiosi, così difficilmente accetto.

Non nascondo che mi hanno sempre affascinato gli uomini maturi, forse per la mia età è abbastanza comune, ma in particolare ho sempre trovato estremamente interessante mio zio, il fratello di mio padre.

Lui ha quarant’anni, è un bell’uomo, non si è sposato, fa la sua vita da single e pare si goda la vita, lo ammiro per questo, poi passa molto tempo in palestra e si vede, ha un fisico scolpito, due braccia robuste, insomma è davvero attraente.

La prima volta che ho fatto pensieri del genere su mio zio sono rimasta sconvolta, poi, man mano ho iniziato a pensare che finché restavano fantasie non c’era niente di male.

Sono passata ad immaginarlo nudo, mi sono domandata più volte come potesse essere il suo cazzo, la forma, la grandezza e se faceva godere le donne come quegli attori di film porno.

Insomma, ho passato alcune sere a toccarmi la figa pensando a lui e ho avuto certi orgasmi potenti che nemmeno i ragazzi con cui scopavo mi facevano provare.

Io a mio zio piacevo, lo so perché vedevo come mi guardava e so per certo che se non fossi stata sua nipote, ci avrebbe provato.

A volte, lo facevo apposta, quando so che veniva a pranzo o a cena da noi, mi vestivo sempre un po’ provocante, indossavo qualcosa che esaltasse le mie tette e il mio culo, mi piaceva apparire bella ai suoi occhi.

Comunque, per farla breve, un pomeriggio sono andata a trovarlo con una scusa, lui è sembrato molto contento di vedermi, mi aprì con un pantaloncino corto e una canottiera che evidenziava il suo fisico scolpito, stava facendo un po’ di allenamento.

Era leggermente sudato, mi piaceva quello spettacolo, credo di essermi bagnata subito, soprattutto quando mi sono soffermata a guardargli il cazzo, non ho resistivo, si intravedeva la sagoma.

Credo che lui si fosse accorto di questo gesto, mi sorrise e mi fece entrare, mentre parlavamo continuò a fare gli esercizi, era difficile per me non fissargli il corpo mentre si muoveva.

Parlammo del più e del meno, indossavo una gonna molto corta, di quelle che so, piacevano a lui, ad un certo punto ho aperto le gambe, lui stava facendo delle flessioni e non ha potuto fare a meno di buttare uno sguardo.

Credo che quella visuale gli piacque molto, perché dopo qualche minuto notai una reazione tra i pantaloni, il suo cazzo si stava gonfiando.

Si sollevo da terra e si asciugò il sudore, poi mi disse che avevo delle belle gambe, le accavallai, si sedette vicino a me, ormai il suo cazzo duro era in evidenza e non se ne preoccupò, ormai era chiaro che ci avrebbe provato

Posò una mano sul mio ginocchio, io allargai le gambe, fu il segnale di via libera, la infilò sotto la gonna, toccò le mutandine bagnatissime, mi sorrise malizioso, poi iniziò a muovere un dito sotto, mi stuzzicò il clitoride. Mi lasciai andare a gemiti di piacere, intanto la mia mano aveva aperto la zip e tirato fuori il suo cazzo, che come immaginavo, era bello grosso.

Mi chinai per prenderlo in bocca, lo spompinai accuratamente, volevo che fosse soddisfatto del lavoro, gemette più volte, mi sussurrò che ero una nipote maialina e che lo stavo eccitando da impazzire.

Credo che fosse davvero al limite, perché ad un certo punto mi prese di forza e mi portò sul tavolo del salotto, mi sdraiò e senza alcun preliminare, mi tolse le mutandine e mi penetrò nella figa.

Quella mosse audace mi eccitò ancor di più, sentivo la sua verga entrare e uscire velocemente, sapeva come scopare e far godere una donna e me lo stava dimostrando ripetutamente in quel momento.

Mi toccai il clitoride per godere di più mentre spingeva dentro,sempre più a fondo, ero letteralmente fuori di me, quel suo scoparmi in quel modo così prepotente mi faceva perdere il controllo.

Ho goduto per tutto il tempo, zio mi ha fatta mettere anche a pancia sotto sul tavolo, mi ha confessato che gli piace troppo fottere in quella posizione, adora sentirsi potente, mi ha tenuto per i fianchi e mi ha scopato forte, me lo ha messo dentro a ripetizione e alla fine, quando è stato molto vicino all’orgasmo, mi ha schizzato tutto lo sperma sul culo.

Un vero peccato perché avrei tanto desiderato spompinarlo ancora e poi farmelo spruzzare sulle labbra, glielo confessato, in risposta lui me lo ha messo in bocca e me lo ha fatto asciugare per bene, poi mi ha liberato e mi ha detto che ero una gran porcellina e che se volevo, potevo andare a trovarlo più spesso.

Sono passata dalla fantasia alla realtà, dopo la nostra prima scopata, sono andata un altro paio di volte a trovarlo e a fare sesso, devo dire che ogni volta è un qualcosa di forte e pazzesco, eccitante e trasgressivo.

Il pensiero che è mio zio che mi sta facendo godere, fa si che ogni volta i miei orgasmi siano fottutamente potenti e indimenticabili.

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Non c'è due senza tre by suve [Vietato ai minori]




Il fatto di essere stato scoperto da Gabriella fortunatamente non si era risolto in una tragedia, anzi era stato l’occasione per una scopata memorabile con lei.
Anche la discussione seguente, con lei dura, cattiva, si era risolta per il meglio quando avevo capito che la sua reazione non era perché ero andato con Annalisa……… ma perché non le avevo detto niente. Il mio tentativo di tenere nascosta la cosa l’aveva offesa, l’aveva fatta sentire tradita.
Non le importava con chi andassi ma voleva esserne a conoscenza. Un’ingerenza nella mia vita che in altri tempi non avrei accettato, però Gabriella era Gabriella, non volevo interrompere la nostra relazione, specialmente per la libertà a poco prezzo che mi costava. Poco prezzo relativamente visto che per farmi perdonare le avevo donato un gioiello. Non me l’aveva chiesto, ero io che mi ero sentito in obbligo, però aveva gradito molto. Ora ero preoccupato perché in ufficio anche il suo atteggiamento era cambiato. Era molto più gentile e amichevole nei confronti di Annalisa, cosa abbastanza strana perché solitamente non dava confidenza a nessuna (e infatti la ritenevano tutte un po’ stronza). Addirittura le aveva fatto compagnia alcune volte nella pausa caffè.
Invece nei miei confronti Gabriella era mutevole: focosa e passionale quando stava con me, rigida e professionale in presenza di altri, quando c’era Annalisa o questa veniva nel mio ufficio e chiudevamo la porta, chiaramente per fare sesso, mi fulminava con lo sguardo e leggevo una luce quasi cattiva nei suoi occhi. Non una parola di commento, solo quegli occhi glaciali e il non sapere cosa le passasse per la testa.

Temevo una scenata improvvisa ma ogni volta che, da soli, cercavo di affrontare l’argomento, mi diceva che facevo bene perché Annalisa era carina e cose del genere, negando ogni gelosia o rabbia. Mentiva chiaramente ma non riuscivo a parlare “seriamente” con lei. Stavo maturando l’idea di dover lasciar perdere Annalisa ma non sapevo come fare sia per lei, a cui avrei dovuto dare spiegazioni valide, sia per me che non volevo assolutamente privarmi di lei.

Una venerdì sera rimanemmo fino a tardi per alcuni lavori da completare per il lunedì successivo. In cinque o sei di vari settori mangiammo qualcosa preso dal cinese lì vicino e ci rimettemmo a lavoro completando il fascicolo.
I file erano arrivati al mio PC da dove coordinavo i lavori e stavo riorganizzandoli contento per il lavoro ben fatto. Mancava solo di allegare la parte contabile e me la portò Annalisa in una pen-drive. Era fatta, potevamo rilassarci e andare a casa.
Nella mia stanza in penombra Annalisa si alzò e girò intorno alla scrivania slacciandosi la camicetta. Gli occhi le brillavano di quella luce che conoscevo bene ma io pensai agli altri colleghi, a Gabriella appena oltre la porta chiusa e provai a sottrarmi.

– Annalisa, ma non ti aspetta il tuo ragazzo? –

– Si è incazzato e è uscito con i suoi amici. Peggio per lui. –

– Ma ci sono gli altri, Gabriella……… –

– Sono andati tutti via appena finito, e Gabriella non si accorgerà di niente, non se ne è mai accorta…… –

Beata ignoranza. Non potevo rivelarle che eravamo stati scoperti e nemmeno rifiutarla senza motivo apparente, che poi rifiutarla era difficile poiché così discinta, la camicetta aperta, i globi dei seni a malapena contenuti dal reggiseno bianco che ne esaltava l’abbronzatura, era una tentazione a cui non sapevo resistere.

Ogni mia titubanza cessò al momento in cui alzò una gamba appoggiando il piede sulla mia poltrona, tra le mie gambe. Senza volontà esplicita la mia mano le volò sulla gamba, carezzandola sopra il ginocchio coperto dal velo leggero delle calze.
Annalisa prese la mia mano e la tirò a se, facendola scomparire sotto la sua gonna, salire sulla sua coscia fino all’orlo delle autoreggenti e più su, a contatto con la stoffa delle mutandine, muovendola per carezzarsi da sola con la punta delle mie dita.
No, non potevo resistere. Con le dita andai sotto la stoffa, nelle pieghe umidicce della sua micina, carezzandola goffamente fino a quando non spinse con la gamba sulla mia sedia allontanandomi. Persi il contatto con la sua calda natura emettendo un verso di disappunto e restai a bocca aperta vedendola aprire la cerniera della gonna, farla cadere a terra rivelando la lingerie bianca di pizzo che indossava. Non paga si slacciò il reggiseno, si massaggiò le tette unendole tra loro e porgendomele come un’offerta pagana.
No, veramente non potevo resistere e mi stavo per alzare per abbracciarla quando lei scivolò in ginocchio tra le mie gambe.

– Lasciami fare –

Lo disse con un sussurro carico di promesse e mi fermai lasciando che mi aprisse i pantaloni e esponesse il mio uccello ancora non completamente pronto.
Lo massaggiò per qualche istante e poi, come belva famelica, ci si avventò contro inghiottendolo fin dove poteva nella sua calda bocca.
Sentirmi avvolgere dal suo caldo umido mi eccitò al massimo. Non era la prima volta che mi faceva un pompino lì in ufficio ma notavo una passione maggiore del solito, una dedizione completa.
Il sapere che Gabriella di là sicuramente immaginava cosa stessimo facendo mi dava uno stimolo in più. Dimenticai presto tutto godendomi le labbra calde e la lingua guizzante di Annalisa, rantolando quando si concentrava su un mio punto particolarmente sensibile, gemendo quando mi prendeva completamente dentro di sé per poi risalire lentamente dispensando carezze bagnate con la lingua.

Non sarei durato molto e lei se ne rese conto.
Mi abbandonò per togliersi le mutandine e salirmi sopra, faccia a faccia, prendendo il mio uccello e portandoselo all’ingresso della vagina, lasciandosi cadere e impalare prima di muovere le anche con un ritmo via via più veloce.

Presi l’uno dall’altra avevamo dimenticato l’universo circostante e proprio mentre lei si scuoteva forsennatamente, vicina all’orgasmo mentre io cercavo di trattenermi più che potevo per farla godere prima, Gabriella entrò in gioco.

Non l’avevamo sentita entrare, nessuno dei due aveva avvertito la porta aprirsi o badato alla luce dell’altra stanza che per un attimo aveva illuminato la mia, ed ora era lì, in piedi dietro Annalisa, guardandoci con occhi lucidi.
Trasalii per la sorpresa e avrei voluto fermarmi ma era già troppo tardi per Annalisa che stava godendo, la testa rovesciata indietro, gli occhi chiusi.
Gabriella sorrise facendomi segno di continuare, poi, da dietro, prese i seni di Annalisa e le strizzò i capezzoli chinando la testa per baciarla sul collo.

– Continua, non ti fermare, riempi questa troietta –

La sua voce roca fece spalancare gli occhi a Annalisa che però era già oltre ogni possibile reazione cosciente. Con il corpo scosso dall’orgasmo accolse i baci e le carezze di Gabriella ricavandone altro piacere e si dimenò sopra di me che, eccitato, spinsi velocemente il mio membro in lei fino a godere voluttuosamente nella sua micina.

Il post coito ci vide rientrare su questa terra come petali che cadono pigramente a terra e, una volta ripresa cognizione di noi stessi, vergognarci per essere stati colti sul fatto.
Annalisa scattò in piedi girandosi e coprendosi pube e seni con le mani, il mio seme che le colava lungo la gamba. Forse voleva dire qualcosa per scusarsi ma rimase a bocca aperta, e io con lei.

Gabriella era completamente nuda, il suo corpo statuario illuminato appena dalla lampada sul tavolo era fermo con le braccia sui fianchi, un sorriso ironico sulle labbra, la chioma fulva che rimandava riflessi di fuoco.
Annalisa tentò ancora di parlare:

– Gabriella……. Io….noi –

– Sssshhhhh, non dire nulla, vi ho visti –

Si avvicinò a Annalisa allungando la mano verso la sua micina, scostando la mano di lei che aveva tentato una vana difesa.

– Stai buona piccola troia, non è ancora finita per te –

La sua voce era roca, piena di promesse……..sexy. Annalisa non riuscì a opporsi, gemendo quando le dita di Gabriella la toccarono entrando in lei e poi andando alla sua bocca, sporche del mio seme.

– Apri……… succhia –

Annalisa obbedì, ancora eccitata dall’amplesso appena sostenuto prese in bocca le dita di Gabriella e le succhiò pulendole e riempiendole di saliva.

– Fallo tornare duro –

L’ordine secco fu accompagnato dalla mano che spinse Annalisa a inginocchiarsi davanti a me, a prendere ancora in bocca il mio uccello e dedicarsi alla non difficile impresa di farmi avere una nuova erezione.
Sì perché anche io, ammaliato dalla voce di Gabriella, dal suo corpo esposto, dalla remissività di Annalisa, mi stavo eccitando nuovamente senza bisogno di riposare.

Restai seduto a godermi le labbra morbide vedendo Gabriella inginocchiarsi dietro Annalisa, accostarsi al suo fondoschiena esposto, passarle con la mano tra le cosce, spingere, insinuarsi.

– No, lì no, mi fa male –

Annalisa aveva interrotto il suo compito per un istante per parlare a Gabriella, facendomi intuire come un dito fosse andato a sondare non la micina ma il buchino stretto.

– Ssssshhhhh, concentrati su di lui, vedrai che non ti farò male. –

Annalisa si riempì ancora la bocca di me e vedevo Gabriella muovere la mano dietro le belle natiche di Annalisa.
Un singulto, un attimo di smarrimento, e poi una rinnovata passione nello scendere e salire lungo la mia asta segnarono l’ingresso di un ditino di Gabriella nel piccolo orifizio.

Avevo capito dove voleva andare a parare Gabriella e egoisticamente ne ero contento perché tutte le volte che lo avevo chiesto a Annalisa si era rifiutata alla sodomia. Avevo mentito a Gabriella ma forse questa sarebbe stata la volta buona.
Mi rilassai sentendo perfettamente labbra e lingua tormentarmi l’uccello, scendere fino ai testicoli con lappate golose, le dita della mano a aiutare le labbra circondando l’asta oramai perfettamente rigida.

Tirandola per i capelli Gabriella la fece alzare in piedi e poi chinare sulla scrivania. Si inginocchiò dietro di lei e con labbra e dita tornò ai suoi buchini.

– No….. cosa fai….. no –

Protestò fiocamente Annalisa che, sapevo, non aveva mai avuto rapporti lesbici.

– Zitta! Resta chinata e lasciami fare –

La mano di Gabriella pressata sulle reni e il suo ordine secco la costrinsero a rimanere stesa, preda delle attenzioni della rossa.
Dopo poco Annalisa gemeva, dolcemente abbandonata sulla scrivania.
Io mi ero alzato e, avvicinatomi di lato, le porsi il mio uccello da succhiare. Lo fece mollemente, più attenta alle sensazioni che riceveva che a me. Un pompino lento, svogliato eppure eccitante.
Annalisa leccava e mi insultava:

– Bastardo, mi hai mentito ancora…slap, slurp…credi che non sappia riconoscere un culetto vergine? ……slap…… Ti meriteresti di essere lasciato con la voglia……slap, slap… –

No. Da qualche minuto stavo pregustando quelle che credevo fossero le intenzioni di Gabriella, e cioè farmi sodomizzare Annalisa, e ora vedevo sfuggirmi di mano questa ghiotta occasione. Balbettai qualche scusa dando la colpa al momento, alla passione.
Niente, Gabriella nemmeno mi rispose continuando a leccare e masturbare Annalisa.
Da dove ero vedevo chiaramente due dita infilate dentro il piccolo ano, le vedevo muoversi, allargarlo e sentivo la tensione che Annalisa rifletteva sul mio membro sempre imprigionato tra le sue labbra.
Stavo pensando a cosa fare quando Gabriella allungò la mano tirandomi a sé.

– Non te lo meriti ma…….. l’ho preparata per te. Voglio vedere che la inculi. Voglio vederti rompere il culo a questa troietta –

Mi accostai maggiormente, guidato dalla mano di Gabriella mentre Annalisa protestava dicendo che non voleva, che le avrebbe fatto male.
Gabriella fu spietata né io diedi ascolto alle lamentele. Appena il glande fu a contatto con la rosetta spinsi in avanti allargando e penetrando l’anello di muscoli forse per due o tre centimetri, nemmeno l’intera testa.

– NO……. AHIAAAAAA……. NO, fermi, mi fa male, mi fa male……. bruciaaaaaa –

Annalisa ebbe uno scatto sottraendosi alle nostre attenzioni senza potersi spostare di molto, stretta com’era contro la scrivania, ma riuscendo comunque a farmi uscire da lei.

– Per favore no, mi fa male, non ci riesco………. Per favore –

Guardai Gabriella e vidi la sua faccia indurirsi e poi accettare il fatto.

– Non sei ancora pronta. Va bene, sarà per un’altra volta. –

La stessa mano che mi aveva spinto verso il buchino ora mi spinse verso l’ingresso della vagina. Lì era tutto più facile, bagnato, scivoloso. Annalisa si tranquillizzò e potei entrare in lei fino in fondo e cominciare a scoparla.
Gabriella non aveva però rinunciato totalmente. Con una mano scivolò sotto il ventre della ragazza per stimolarle il clitoride, con l’altra ancora le penetrò il buchino con un dito, coordinando i suoi movimenti con i miei che stavo muovendomi più veloce, passando dal trotto al galoppo teso verso un altro orgasmo che non sentivo poi molto lontano.

Annalisa, ora meno tesa, invece stava godendo in continuazione. Il piacere che le donavamo io e Gabriella non le faceva badare a quel dito esploratore o, forse, ne ricavava sensazioni amplificate.
Si agitò sopra la scrivania buttando a terra degli oggetti mentre muoveva le braccia senza coordinazione prima di aggrapparsi al bordo per puntarsi e ricevere i miei colpi con maggior efficacia mentre mugolava e quasi urlava preda del piacere.

Io stavo per imboccare la dirittura finale ma Gabriella, ancora una volta, decise per me costringendomi a uscire da Annalisa tirandomi indietro per i testicoli. Il piccolo dolore retrocesse l’orgasmo e le permise di afferrarmi l’uccello e di tirarmi tramite esso a sé mentre assumeva la stessa posa della ragazza lì al suo fianco.

Mi guidò verso il suo ingresso posteriore che si dimostrò meno ostico di quello di Annalisa. D’altronde l’avevamo fatto molte volte. Sprofondai in lei senza remore, trovandola stretta quanto la micina della ragazza e altrettanto scivolosa e accogliente.
La inculai per alcuni minuti e Gabriella, masturbandosi, scuoteva la testa a destra e sinistra e non finiva mai di ripetermi:

– Lei non te lo fa questo. Lei non te lo fa. Ti piace incularmi vero? Ti piace come sono aperta per te? Sbattimi ancora. Più forte, fino in fondo. Voglio sentirti tutto –

La accontentai accelerando i movimenti. Aggrappato ai fianchi spinsi più forte che potei lasciandomi andare sotto lo sguardo di Annalisa che di lato ci osservava con occhi foschi, velati dal piacere appena provato e anche dalle parole della mia segretaria.

Non me ne fregava niente. Oramai non mi sarei fermato per niente al mondo e spinsi con quanta forza potevo fermandomi infilato fino in fondo mentre sborravo copiosamente, l’anello di muscoli e le mucose che si contraevano intorno a me facendomi tirar fuori anche l’anima.
Gabriella accolse il mio orgasmo mugolando e poco dopo, grazie alle sue dita, godette anch’essa con grida roche.
Ripreso fiato, ci rivestimmo tutti e tre dandoci una ripulita nel bagno del mio ufficio.

Prima di andarcene a casa parlammo brevemente, ognuno perso dentro i propri pensieri, ognuno elaborando ciò che era successo e pensando a ciò che sarebbe stato.
Ovviamente Annalisa apprese che Gabriella era la mia amante da tempo e che sapeva di noi due. Ciò la fece diventare ancora più taciturna mentre Gabriella riprese la sua aria severa e funzionale, addirittura dandomi del lei nel salutarmi come se fossimo davanti a altre persone oltre Annalisa.

Tornai a casa stanco e con l’idea di pensarci il giorno seguente. Poche ore non avrebbero fatto differenza e, comunque, che importava dopo una serata così?

 

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