Io e mia sorella parte 2a




Scritto da Ganimede69,
il 2015-09-25,
genere incesti

Ci svegliammo e nudi mangiammo qualcosa. La nostra unione era totale. Lei mi faceva vedere le cose che voleva io facessi, semplicemente indicandomele, e io mi muovevo. Lei quasi anticipava i miei desideri guardandomi solo negli occhi. L’attrazione fisica tra noi era una cosa sconvolgente, dolorosa. Io resistevo, solo poco più di lei. Se eravamo nella stessa stanza non potevamo non toccarci, non baciarci di continuo. Lei era visibilmente turbata dall’attrazione sessuale che aveva per me. Mi confessò che in mia presenza era costantemente bagnata, addirittura grondante. “L’altra sera sono venuta, e tu non te ne sei accorto… C’era mamma vicino a me, e ho dovuto farmi forza per non gridare. Tu eri seduto dall’altra parte e io ti guardavo. Ho stretto le gambe e ho sentito arrivare un orgasmo fortissimo, da dentro la mia pancia. Non mi era mai capitata una cosa simile… Ho paura”. La baciai teneramente, senza lussuria, perché vidi che era veramente preoccupata. Teneva lo sguardo basso. “Sto rifiutando diversi appuntamenti… Semplicemente non ho interesse nell’uscire con gli altri uomini. Voglio fare sesso solo con te. Voglio stare solo con te… Non riesco a pensare ad altro. Davvero, sono un po’ preoccupata da questa cosa”. Le baciai il collo, poi le spalle, e poi prendendole le tette tra le dita presi a leccarle i capezzoli. “Uuuuhhhmmm… Ecco, lo sapevo… Cazzo non capisco più niente quando fai così! Inizia a girarmi tutto, godo praticamente subito! Non ragiono più… perché?” Mi fermai. “Sei una donna stupenda, e credo che io e te siamo compatibili quasi al 100×100 in tutto. Tu vedi in me il maschio ideale perché io ti piaccio per come sono, ma tu sai di essere la mia padrona, sai di potermi dominare, dall’alto del tuo essermi maggiore. Quindi è un compromesso perfetto, e vale anche per me, al contrario: io sono dominante geneticamente su di te, ma riconosco la tua supremazia su di me, la accetto anzi, la voglio. Noi ci adoriamo perché sappiamo che c’è un legame indissolubile tra noi. Il sesso l’ha solo cementato, l’ha reso solido, ma c’è sempre stato”. Lei mi guardava sbalordita. Non si aspettava, non da una ragazzo così giovane suppongo, una spiegazione così logica e semplice. Eravamo seduti sul “nostro” divano. Senza dirmi una parola si alzò, venne davanti a me, e si inginocchiò. Allargai le gambe e le si appoggiò col suo viso sul mio uccello. “Io sono tua. Forse lo sono sempre stata, hai ragione. E penso che ormai sarò perduta per questo”. Chiuse gli occhi e cominciò a farmi un dolcissimo e lentissimo pompino. C’era uno specchio che rifletteva la nostra immagine. Fu come vedere un re sul trono e la sua schiava che lo adorava. Le accarezzavo le guance e le toccavo le orecchie come se fossero la sua figa. Lei rabbrividiva di piacere. Mi leccava il cazzo per tutta la sua lunghezza. Apriva gli occhi, sorrideva al mio uccello, soddisfatta del suo lavoro, li richiudeva e ricominciava a pompare. Mi stava letteralmente scopando con la bocca, e ne godeva anche lei. Respirava dal naso e ansimava di piacere. La avvertii che se continuava così sarei venuto, presto. Volevo darle anch’io tutto il piacere che potevo scopandomela. Lei continuò il suo su e giù con la bocca anzi, incrementò il ritmo. La presi per la coda dei capelli, sollevandola e togliendomela da sopra il cazzo “Fa piano, mi stai facendo sborrare” e la baciai mettendole la lingua in bocca. Per tutta risposta lei mi guardò sprezzante e mi tolse la mano dai suoi capelli, mi appoggiò le mani sulle cosce e mi spompinò con ancora maggior forza e ritmo. C’erano solo la sua bocca e il mio cazzo. Le dissi che stavo per venire: aumentò ancora il ritmo. Con un urlo le fiottai in bocca e in gola il mio seme. Lei pompò un paio di volte ancora e poi si fermò, con tutto il mio cazzo pulsante in bocca. Sentivo la sua lingua che si muoveva sotto e intorno la mia cappella. Succhiò ed emise un paio di ‘gurp, gurp’ gutturali e profondi. Io sussultai di piacere e di lussuria, tenendola sempre per la sua bellissima criniera. Si ritrasse, ed emise un lungo e soddisfatto ‘Aaahhhh’. Mi aveva svuotato completamente, facendomi godere in maniera fin scioccante. La guardai: era soddisfatta, compiaciuta del suo sforzo, del quale aveva appena bevuto il succo. Capii che aveva voluto sancire la sua devozione verso di me, la sua nuova posizione di sudditanza, e che ne era felice, consapevole che questo era giusto. Sapeva benissimo che non l’avrei mai tradita, che non le avrei mai fatto del male, che sarei sempre stato suo, anche se avessi avuto un milione di altre donne. Aveva ragione. Venne ad appoggiare la testa sul mio petto, rannicchiandosi in posizione fetale. Io le accarezzavo i capelli, facendomeli scivolare tra le dita. Attese con pazienza che io mi riprendessi, che tornassi pronto. Mi portò da bere, soddisfò ogni mio più piccolo desiderio o bisogno, davvero come una schiava adorante con il suo padrone, che sa benissimo essere poi il vero schiavo. Sentiva chiaramente l’adorazione che provavo per lei e ne era estasiata, soddisfatta, appagata. La feci sdraiare sul divano e la baciai letteralmente dalla testa ai piedi. Poi mi fermai sulla sua figa sgocciolante. La leccai fino a che lei mi chiese di fermarmi, perché l’avevo resa dolorante. Persi il conto degli orgasmi che le diedi. Non mi sentivo più la lingua e le mascelle mi dolevano. In bocca avevo tutto il suo sapore, acido e dolcissimo. Lei se ne accorse e si preoccupò “No! Non volevo che soffrissi! Povero tesoro mio…”. Venne il suo turno di baciarmi ovunque, e io sdraiato la lasciavo fare. Poi si fermò. “Prima, dico ‘prima prima’, è stato come entrare in un altro mondo. Non mi sono mai drogata, ma penso che sia così quello che si prova. Per un attimo mi è sembrato che il mio corpo esplodesse e si espandesse all’infinito. E’ stato al di là del piacere, del sesso, della lussuria… molto di più. Grazie”. L’armonia che si creava tra noi quando lei mi parlava così, era talmente profonda, totale, avvolgente, che poi tornare alla normalità era quasi doloroso, anche a livello fisico. Il cervello si rifiutava semplicemente di staccare la connessione tra noi, dato l’enorme piacere, il benessere totale che ne traeva. Era logico a pensarci. L’unica maniera per far calare la tensione emotiva e sentimentale tra noi era scopare, capimmo. L’orgasmo, soprattutto il mio, interrompeva per qualche tempo la fusione mentale e fisica che ci prendeva. Per un breve lasso di tempo il corpo, esausto, staccava la spina al cervello. Era l’unico modo. Ma poi tutto ricominciava. Ci cercavamo, come se avessimo fame, sete di noi, come appunto, se fossimo drogati l’uno dell’altra, totalmente dipendenti. Lei era davvero in preda a una sorta di panico: cercava di resistere ma poi, tremante, tornava a cercarmi, la mia bocca, le mie mani, il mio cazzo, il mio sperma. Era stupendo vederla prendermi le mani e passarsele sul suo corpo. Se non lo facevo di mia sponte, lei mi guardava con occhi rabbiosi e imploranti “Toccami subito, baciami… Chiavami! Subito, adesso!” E io eseguivo, come un cane fa con la sua stupenda e adorata padrona… un grosso e famelico cane. Dopo un breve pompino lei si impalò letteralmente sul mio cazzo, dandomi la schiena. Saltava su di me appoggiandosi sulle mie cosce con le mani. Si contorceva sul mio uccello, durissimo, incordato e dolorante e poi, quasi uscita, si lasciava ricadere. Mi lamentai del dolore e lei, terrorizzata, scese subito con la mano e cercarmi i coglioni, per accarezzarli, per lenirli “Scusami! Ti ho fatto male… Mi sembra di impazzire, non mi controllo… Godo come una cagna in calore!” Mi fece ancora male “Ti prego, fa piano… Mi stai facendo male”. Con un gesto rapidissimo si sfilò da sopra il mio cazzo e andò a prendermi i coglioni in bocca, delicatissima ma terrorizzante per me “Come sono duri, caldi e gonfi… Poverini” Mi sorrise, sensualissima “Adesso li svuotiamo tesoro, stai tranquillo” Come una gatta, si mise a pecorina appoggiando il viso sul bracciolo del divano “Vieni a fottermi, svelto”. Le puntai la cappella tra le labbra della figa “No. Vai su… Lo so che lo vuoi. Lo avverto da giorni che lo desideri. Vedo come mi guardi il culo, e come me lo tocchi… Quando ti scopo e tu me lo tieni, sento le tue dita che cercano il mio buco… Aspettavo che me lo chiedessi tu” “Non trovavo il coraggio di farlo” “Capisci perché ti adoro così tanto?” si allungò ad accarezzarmi il viso “Dai, fottimi… Bagnalo prima bene, però. Prima mettimi dentro un dito, ti dico io quando sono pronta, perché si deve dilatare da solo, rilassarsi, se no mi fai male, mi laceri”. La lavorai con cura e calma, bagnandola con tutta la saliva che avevo. “Va bene, prova adesso”. Le puntai il cazzo sul suo delizioso buco e le entrai dentro, con poco sforzo. A poco a poco le penetrai tutto nel retto. Lei si teneva con una mano al bracciolo e con l’altra si dilatava le natiche. Stava a testa bassa, e mi sembrò stesse soffrendo. “Ti faccio male?” D’istinto mi ritrassi e uscii. Il suo intestino si svuotò di aria come un mantice “Oddio! Piano tesoro, fai piano… No che non mi facevi male… ma è un piacere diverso, anche più intenso, ma diverso. Il piacere anale arriva da dentro, da non so dove. Mi stavo solo concentrando per trovarlo. E poi hai sentito quant’aria avevo dentro? Mi hai gonfiato come un otre” “Scusami” “Tesoro mio… Vieni, rimettimelo dentro. Scopami come vuoi, come ti fa piacere. Io sono tua ora, faccio ciò che vuoi. Vuoi scoparmi anche la figa? Fallo. Un po’ sopra e un po’ sotto. Solo poi non chiedermi di farti un pompino!” ridemmo insieme. Ripresi a chiavarle il culo, con calma e a fondo. “Dai tesoro, vieni, inondami la pancia”. Sapeva come eccitarmi “Monta, monta, spingi… Bravo, sborrami dentro”. Venni quasi con dolore. Le montai sopra, come per schiacciarla col mio corpo. Istintivamente la volevo dominare completamente. Lei mi lasciò fare, come una leonessa fa col suo leone. Crollai esausto. Il cazzo le uscì dalla pancia ancora rumorosamente. Mi prese per mano e andammo a lavarci. Mi tremavano le gambe e anche lei era stravolta dalla fatica. Ci sdraiammo insieme nudi, nel letto dei nostri genitori, cercandoci con le mani, anche nel sonno.

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Nel mezzo ci sono io by Dulcinea [Vietato ai minori]




Ognuno ha il proprio modo di espiare i propri peccati.

C’è chi si affida all’anestetico caldo e sicuro della religione, demandando a un Dio che non vede e che non sente, la remissione delle proprie colpe o del proprio senso di colpa e dei propri dolori.

In fondo non ha ragione John Lennon quando dice che

 

“God is a concept
By which we measure
Our pain”

 

Ma non è una domanda.

Non vi è punto interrogativo ad elemosinare conferme nelle altrui solitudini.

Non è una domanda, ribadisco.

E’ un assunto.

E’ un asserzione.

 

C’è invece chi intraprende la strada del proprio privato “cammino di Santiago” e si affida alle cure redentrici di un seguace di Freud.

Lunghe ed estenuanti sedute, finalizzate ad estirpare una sorta di male oscuro o semplicemente a portare alla luce un personalissimo e troppo spesso incompreso e inascoltato L.O.L. (lato oscuro della luna).

 

Su Dio non posso dire niente.

Non lo conosco abbastanza per poterne parlare.

 

Sulla scoperta del L.O.L., potrei dire, forse poco di più.

Potrei dire quanto è dolorosa la strada che corta alla scoperta del sé.

Potrei dire quanto è faticosa.

Potrei dire che alle volte si ha sensazione di lottare contro i mulini a vento (non avrete mica creduto che mi sia chiamata Dulcinea solo perchè in un Musical degli anni ’70, la donzella in questione , veniva designata come una puttana capace di ispirare grandi imprese in un nobile “sbrindellato e scalzo” come il fu compianto Don Chisciotte? Nel libro di Cervantes in realtà costei era solo una contadina povera ed ignorante…altro che cortigiana di alto bordo!).

Ma poco di più, potrei dire, che non sia già stato detto.

 

Quindi…

Non vi dirò niente di tutto ciò.

Non è questo il momento e non è questo il tempo.

 

Vi racconterò semplicemente una storia.

La MIA storia.

Vi racconterò la storia di una delle tante Dulcinea che hanno abitato la mia pelle.

E ve la racconterò con lo spirito sornione di un folletto oppure con la leggiadra malinconia di una fata.

Con il candore di una novizia e con la lascivia di una cortigiana.

 

Vi racconterò quello che è stato e che non è stato.

Vi racconterò verità soavi come bugie.

E narrerò di menzogne incoercibili come confessioni.

 

Vi narrerò la mia storia con voce tremate ed occhi affogati di pianto.

E ve la racconterò con il sorriso beffardo ed insolente di un fauno o di un satiro.

 

Non parlerò di sesso.

Non solo di sesso almeno.

 

Ma il sesso c’entra.

Come sempre.

Il sesso è l’inizio e la fine di molte storie.

Nel sesso mettiamo noi stessi.

Mettiamo il nostro corpo.

Mettiamo la nostra anima e le nostre abilità.

Qualche volta mettiamo anche il nostro cuore.

Troppo spesso dimenticando di scriverci sopra la parola “fragile”.

E troppo spesso, con forza uguale, ma in direzione contraria, scrivendoci sopra a caratteri cubitali “vuoto a perdere”

E poi…

E poi mettiamo le nostre fantasie.

Le nostre perversioni.

I nostri inganni.

 

Il sesso è l’alpha e l’omega di questa storia.

Nel mezzo, ci sono io.

 

 

 

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Il Collega by fraone [Vietato ai minori]




Il Collega di fraone New!

Note dell’autore:

Il nuovo lavoro

Il Collega
Giorgio, 31 anni e sposato da pochi mesi aveva appena ricevuto una chiamata per un colloquio di lavoro. Era contento perché stava per scadergli la disoccupazione dopo aver perso il lavoro che faceva da 10 anni come magazziniere in un grande supermercato.
Era stato chiamato direttamente dal dott. Corda, il titolare di un mobilificio che aveva bisogno di un tuttofare per la sua piccola azienda, consegnavano e montavano i mobili e aveva bisogno di sostituire una persona che si era appena licenziata.
Entrò nel negozio di mobili, che conosceva perché aveva spesso visto di passaggio nella strada che portava al suo paese. Era bello, pulito ma piccolino. Era consapevole che si trattasse di una piccola società ma a lui adesso importava solo trovare un lavoro.
La moglie Alessia, sua coetanea, lavorava in un call center, minuta e molto timida, viveva per il marito con cui si era sposata dopo 10 anni di fidanzamento. Avevano anche il sogno di un bambino, lei era innamorata di quel ragazzo, anche lui timido, dolce e minuto come lei.
Il dott. Corda si mostrò subito una persona molto affabile, un signore di circa 50 anni, dai modi garbati, dopo aver parlato gli fece fare un giro nella sede. Nel negozio di mobili la vendita era compito della moglie, una signora piacente di mezza età, anche lei molto garbata ma che non riusciva a nascondere un particolare nervosismo. Mentre nel magazzino Giorgio vide i 3 magazzinieri installatori che avrebbe dovuto affiancare. Si avvicinò subito a lui Giuliano, un ragazzo simpatico e sorridente che gli andò incontro presentandosi e fu subito seguito da Andrea, un uomo di 40 anni, anche lui gentile ma che si presentò scuro in volto, nervoso, anche triste e con un evidente rossore nella guancia come se avesse appena preso uno schiaffo.
Seduto in ufficio, con i piedi nella scrivania, c’era Marco il terzo collega che non si avvicinò per conoscere Giorgio.
Fu il dott. Corda ad entrare da lui e nonostante fosse il capo si rivolgeva a Marco in maniera subordinata
– Marco, scusa se ti disturbo, volevo presentarti il nuovo collega
– Fallo entrare
Come Giorgio entrò nell’ufficio, Marco si alzò e la sua figura era davvero imponente, oltre il metro e novanta, spalle larghissime, classico antipatico naturale, poteva anche essere un bel ragazzo se il viso non fosse deturpato da una vistosa cicatrice che dal labbro arrivava quasi all’orecchio.
Marco non disse una parola, ma gli strinse la mano così forte che Giorgio pensava gliela stesse rompendo, mantenne la stretta fino a quando a Giorgio non cedettero le ginocchia e disse
– Mi stai facendo male
Marco continuò a stringere, per poi lasciarla dopo poco senza dire nulla, si voltò e si risedette poggiando i piedi nuovamente nella scrivania. Quindi si rivolse al titolare e a Giorgio e disse loro
– Adesso Fuori!
Il dott. Corda uscì a testa bassa seguito da Giorgio dolorante alla mano.
Il giorno dopo avrebbe iniziato a lavorare presso di loro e nonostante questo episodio spiacevole Giorgio non stava più nella pelle e appena rientrato a casa raccontò tutto ad Alessia. Andarono a mangiare una pizza per festeggiare e la notte fecero l’amore, con dolcezza e intensità, si conoscevano benissimo e nonostante i tanti anni insieme si desideravano ancora, Alessia raggiunse prima l’orgasmo, poi si poggiò con la testa nella spalla del marito e lo masturbò fino a farlo venire. Dopo prese le salviette e lo pulì accuratamente, un rituale che faceva dopo ogni volta che facevano l’amore. Giorgio adorava sua moglie e il loro modo di far sesso.
La mattina dopo Giorgio si presentò alle 8 presso la sede, era raggiante all’idea di iniziare la sua prima giornata di lavoro. Lo accolserò Giuliano e Simone che stavano caricando dei mobili da consegnare. Marco era seduto al volante del camion e fumava una sigaretta. Fu lui a parlare per primo a Giorgio
– È arrivato il coglione nuovo. Vai ad aiutare gli altri due scemi che dobbiamo fare una consegna.
Giorgio non rispose e raggiunse i due colleghi, si mostrò subito molto volenteroso e cercava di fare vedere la sua voglia di lavorare. Simone sottovoce gli disse
– Non contraddirlo mai a Marco. È una persona cattiva e violenta. Qui in pratica comanda lui. Anche il titolare lo teme. Se hai una moglie o una fidanzata non dirglielo. È anche un depravato
Marco si accorse dei due che confabulavano e si avvicinò a loro
– Coglione! Cosa gli hai detto?
Disse con tono perentorio.
– Nulla Marco, gli stavo dando consigli per il lavoro. Abbiamo finito di caricare.
– Bene! Voi due scemi salirete nel vano con i mobili. Tu frocio colleghino nuovo vieni con me davanti
Disse con tono perentorio ai 3 ragazzi. Simone e Giuliano mesti salirono dietro e Giorgio impaurito raggiunse Marco nel posto vicino alla guida
– Allora. Vediamo di conoscerci un pochino. Sei sposato o fidanzato?
– No Marco, sono single!
Giorgio seguì il suggerimento di Simone e omise il fatto di essere sposato, ma aveva una paura incontrollabile e gli tremavano le gambe. Quel ragazzo lo intimoriva come mai era successo in vita sua.
Alla risposta di Giorgio però Marco fulmineo fece partire uno schiaffo di rovescio che lo prese in pieno labbro spaccandoglielo e facendogli uscire sangue. Giorgio non riusciva a trattenere le lacrime.
– Quindi è questo che ti ha detto quel coglione. Bene dopo faremo i conti anche con lui. Evidentemente non sa che prima di assumere il titolare deve girarmi i curriculum, ho letto che sei sposato e stasera verrò a cena a conoscere la tua dolce signora
La frase di Marco fu seguita da una lunga risata, poi non parlò più per il resto della giornata, una volta scaricati i mobili per far ritorno in sede fece andare Giuliano e Giorgio davanti e lui si chiuse nel vano con Simone, si sentirono urla e rumori di colpi. Ma sia Giuliano che Giorgio non osavano proferire parola. Simone uscì dal vano camminando a stento, rosso in viso e con lo sguardo basso.
Il resto della giornata Giorgio lo passò in tensione all’idea della cena dove Marco si sarebbe presentato alla moglie, non capiva che intenzioni avesse e non sapeva neanche come dire alla moglie di questo improvviso invito.
Prima di andar via Giorgio prese coraggio e si avvicinò da Marco, titubante e con voce insicura gli disse
– Marco, per questa sera io e mie moglie non possiamo, però possiamo organizzare a breve una cena.
– Ahahaha – rise Marco – non dire cazzate. Alle nove sono da voi, fai cucinare qualcosa di buono e adesso togliti dalle palle immediatamente
Giorgio uscì cupo in volto e preoccupato, cercava lo sguardo dei due colleghi che tenevano volutamente la testa bassa per non intromettersi in quella storia.
Non sapendo cosa dire alla moglie le disse semplicemente che aveva invitato un collega a casa e si scusava per non averla avvisata prima. Alessia rimproverò il marito ma poi iniziò subito a cucinare per far fare bella figura a Giorgio. Vedeva il marito silenzioso e cupo e nonostante le sue richieste lui non sapeva cosa rispondere alla moglie e diceva semplicemente che era stanco.
Alessia aveva apparecchiato la tavola elegantemente la tavola e messo gli antipasti in tavola, quando alle nove precise suonò il campanello, Giorgio andò ad aprire con Alessia dietro che lo seguiva.
Marco entrò senza salutarlo ma porse subito la mano ad Alessia per presentarsi, come lei gli diede la mano lui la trascinò verso di lui e le diede due baci nelle guance mentre con una mano le teneva i fianchi.
Entrò in casa prepotentemente, si sedette subito a tavola, nel posto capotavola, poi fece i complimenti ad Alessia per come aveva preparato il tutto.
Alessia stava andando a prendere il vino in frigo quando Marco la blocco con una presa forte nella pancia
– Siediti qui vicino a me. Non è giusto che sia solo la donna a faticare. Tu! Vai a prendere il vino
Alessia rimase scossa dai modi bruschi e maleducati del collega del marito ma ancora di più rimase sconvolta dal fare sottomesso di Giorgio che come un automa scattò all’ordine di Marco.
Alessia si sedette nella sedia indicata da Marco, vicino a lui, ma lui con una forza nella mano notevole la spostò facilmente fino a metterla adiacente a lui, ora erano attaccati.
– Stammi vicino. Oggi voglio conoscere e sapere tutto di te. Non pensavo che Giorgio avesse una moglie così deliziosa
Giorgio portò il vino e lo verso a tutti, poi si sedette nella sedia che inizialmente era vicino alla moglie. Il tavolo era lungo e rettangolare, ma quella disposizione non piaceva a Marco.
– Così mi fai sentire di troppo. Prendi il tuo piatto e mettiti capotavola come me, ci penso io a servire il vino a tua moglie
Mentre dava l’ordine Marco mise una mano sul ginocchio di Alessia, nel mentre Giorgio prese il piatto e si spostò dall’altra parte del tavolo.
Nonostante la timidezza Alessia con voce titubante disse a Marco che forse stava esagerando e lui ridendo rispose
– Tuo marito è molto contento che i colleghi familiarizzino con la moglie. Vero Giorgio.
Giorgio abbassò la testa sommessamente e annuì. Allora Marco lo rimproverò
– Così non ti sentiamo, devi dire a tua moglie che sei felice se noi familiarizziamo
Marco nel dirglielo aveva la voce e lo sguardo minaccioso, che Giorgio aveva imparato a conoscere durante la giornata di lavoro e che temeva moltissimo
– Si tesoro. Mi fa piacere che tu familiarizzi con i miei colleghi
– Bene adesso vai a controllare il primo
Marco diede l’ennesimo ordine a Giorgio e questi scattò. Nel mentre continuava ad accarezzare il ginocchio e una parte della coscia di Alessia che era sconvolta e in imbarazzo per i modi di fare di quell’energumeno.
– Devo farti un rimprovero! Potevi vestirti più carina per questa cena. Jeans e maglietta non mi piacciono. Hai gonne o vestiti?
– Certo – rispose sottovoce Alessia – ma non capisco cosa sta succedendo
– Non devi capire – disse Marco in modo perentorio – poi le prese la mano e la sollevò di peso – andiamo in camera tua e fammi vedere che abiti hai
Alessia provò a protestare e cercare lo sguardo del marito per farsi aiutare, ma lui assisteva impaurito e in disparte
Marco e Alessia entrarono nella camera matrimoniale, Marco si sedette sul letto, e disse ad Alessia di fargli vedere i suoi vestiti più sexy. Lei intimorita come il marito dall’invadenza di quell’uomo tirò fuori tutti gli abiti, fino a quando Marco non scelse un vestito nero aderente e corto, che Alessia raramente usava.
– Bene indossa questo – disse Marco perentorio – fammi vedere come ti sta!
– Raggiungi mio marito in soggiorno – arriverò con questo vestito
– Hai due possibilità: faccio venire qui tuo marito e gli dico di dirti lui di cambiarti davanti a me oppure ti tolgo io i vestiti e ti metto il vestito. Nel primo caso penso che sarà più imbarazzante farlo davanti a quel frocio di tuo marito e nel secondo rischierei di farti male. Sono molto brusco nei modi

Note finali:

per suggerimenti giorgio974@libero.it

 

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