La Schiava by PadronePsion [Vietato ai minori]




“Vai in bagno, voglio che mi mandi una foto di te in intimo, adesso.”

Sei in università, e questo comando ti manda fuori di testa, come sempre. So bene che dovrai darmi del tuo tempo, che adori darmi del tuo tempo e mandarmi foto di te mezza nuda mentre dovresti essere a Lezione.

“Porta anche gli evidenziatori, sai già cosa fare.”.

E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, mentre ascolti le lezioni non ti faccio usare palline da Geisha, nemmeno altri oggetti che dovresti comprare ma attraverso la quotidianità ti faccio impazzire. L’evidenziatore che segna tutte le pagine di appunti che ti devi infilare in testa per studiare, lo usi anche per darti piacere tutto il giorno. Lo infili uno nella figa e l’altro nel culo, brucia, me lo ripeti sempre, ma ti eccita, ti eccita perchè ti fa ricordare che sei in mio potere. Che sei mia.

“Come sempre sono sua Padrone. Quello nel culo brucia un po'”.

Appare una tua foto nella mia casella, ci sei tu completamente nuda nel bagno delle donne. Mi mostri la tua figa nel dettaglio mentre ti sei penetrata con i due evidenziatori. Mi eccito, non posso non negarlo. Sei davvero una bellissima ragazza e averti per le mani mi dà alla testa. Ma adesso non è il momento, ci sarà tempo per divertirsi, per renderti mia.

“Torna in classe, ci sentiamo pù tardi Anna. Sei ancora agli inizi, voglio che tu mi stupisca prima di poterti concedere di essere una mia schiava.”

“A dopo Padrone.”

 

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La schiava bianca by Idraulico1999 [Sentimentale]




Guardandolo ed esaminandolo per bene la prima volta, scoprii che ero stata realmente e inconfutabilmente fortunata, perché lui aveva dentro di sé tutti gli attributi, gli ingredienti e i segni tipici degli abitanti dell’America meridionale. Era fornito e possedeva una dose smisurata d’esultanza, di felicità e di sensualità che gli esplodeva da tutti i tratti della persona, io solamente dopo pochi secondi, infatti, ero rimasta inevitabilmente e piacevolmente avvolta da sensazioni incantevoli e divine da cui non volevo per nulla sfuggire.

Per la precisione correva l’anno 2000, nel tempo in cui io e la mia famiglia eravamo partiti dall’Italia per cercare tentando di trovare fortuna e prosperità in Brasile; ormai era passato un anno e quattro mesi da quel viaggio, verso la fine dei diciassett’anni d’età trovavo infine l’amore, la libertà, l’autonomia e da ultimo individuavo e scoprivo lui, Venâncio per l’appunto. Il suo cuore era la musica samba, la sua pelle era il caffè, lui era la sua nazione, la sua anima era affascinante, ignota, intrigante e misteriosa come la foresta amazzonica, lui era il Brasile in tutto e per tutto.

Venâncio mi desiderava e mi pretendeva come nessun altro uomo al mondo aveva giammai azzardato e osato fare, per il fatto che diceva e ripeteva in continuazione, che il mio volto di donna angelica, che i miei occhi azzurri affusolati, che la mia bocca carnosa, che i miei lunghi capelli neri e le mie sopracciglia folte si collegavano allacciandosi tra di loro come fa l’edera sui rami. Queste sensazione uniche non lo facevano più dormire la notte e gli provocavano una serie d’erezioni a catena, che lo obbligavano costringendolo a sputarsi sulla mano per masturbarsi fino a tre o quattro volte il giorno, quando le prime parole che gli dissi guardandolo fisso nei suoi occhi neri furono:

“Esistono due sole emozioni al mondo: l’onnipotenza e il godimento. La prima la sto provando in questo momento, la seconda non l’ho mai sperimentata e adesso sono qui per essa”.

In un attimo, come un animale crudele e selvaggio che trasporta la sua preda nella tana per cibarsene, Venâncio mi strattonò fino al capannone, dove un tempo venivano puniti gli schiavi e con una spinta mascolina e virile io caddi sul pavimento. Lì per terra giacevano vari strumenti e d’utensili differenti adoperati per le torture, lui era lì in piedi davanti a me, si sfregò bene il cazzo, ci sputò sopra ed ebbe un’istantanea e poderosa erezione. Era un grosso cazzo di circa venti centimetri d’estensione del colore della cannella, aveva delle grosse venature e la punta era d’un colore violaceo intenso. Quello era il mio primo cazzo che vedevo nella mia vita, perché nella sua indiscussa imponenza m’aveva addirittura spaventato, per il fatto che se ne stava lì bello orgoglioso e sull’attenti pronto per lacerare e per recidere le mie vergini carni. In quel momento mi sentii completamente incustodita, indifesa e vulnerabile, lui era il mio padrone, io ero la sua discinta e sguarnita schiava bianca.

Io guardai Venâncio intensamente negli occhi, essi stavano scintillando, giacché avevano il fulgore e la luminosità delle stelle, poiché in quel momento mi uscì dalla bocca una sola parola: dono. Nel sentire questa parola, il suo eccitamento assieme alla sua emotività decollò in modo vorticoso; lui m’afferrò con tutta la forza che aveva in corpo, visto che i capelli e il mio viso finirono dritti contro il suo cazzo. Io lo afferrai con le mani, poiché era morbido e depilato, poi con la lingua iniziai a disegnare dei cerchi lungo la sua cappella. Lo sentivo crescere e aumentare ancora di più dentro la mia bocca, alla fine sputai un po’ e iniziai a succhiare. All’improvviso, come tutte le volte che m’innervosisco e mi spazientisco, uscii un momento dal capannone e andai a urinare, in seguito mentre raccoglievo delle foglie per pulirmi un po’, sentii una voce dietro di me che imprecava e inveiva in modo furioso e alquanto risentito:

“Brutta puttanella, sporca e svergognata italiana. Lo sapevo io, che erano migliori gli schiavi negri. Schifosa e sconcia, m’hai pisciato sopra i fiori che ho appena seminato, se ti prendo ti faccio frustare come un animale”.

In quel momento corsi nel capannone e Venâncio mi fece nascondere dietro a dei grandi sacchi di canna da zucchero e di caffè: adesso non avevo più scampo, in pratica non avevo più via d’uscita, perché ero totalmente sua e in suo potere pensai. Lui mi voltò e con la sua lingua appassionata iniziò a leccare la mia pelosa fica umida e odorosa, arrivò fino al clitoride e lì si soffermò per un paio di minuti, io ero completamente bagnata, dal momento che non capivo più nulla, sragionavo dal piacere, Venâncio me lo spinse dentro, io ansiosa e impaziente iniziai sovente ad ansimare e a ripetere:

“Ah, então sim, meu amor, ainda mais para dentro” (Ah, sì così amore, ancora più dentro).

I nostri umori si mischiarono e si unirono, Venâncio stava per sborrare, io allo stesso modo, cosicché per un attimo lui si trattenne rimandando l’acme del piacere, dopodiché mi legò le mani e i piedi a quella ferraglia per gli schiavi, mi collocò in piedi con la faccia contro il muro, mentre le sue mani afferrarono i miei seni e il suo cazzo mi penetrò lentamente da dietro, in quel preciso momento io ero la sua “escrava” (schiava).

In brevissimo tempo avemmo un orgasmo simultaneo e prorompente, mi sembrava di volare, io ero fuori di senno, gridammo forte come se ci stessero torturando, lo sperma era tanto, giacché gocciolò lungo le mie cosce e cadendo al suolo si fuse, impastandosi e mescolandosi con la terra.

Ebbene sì, lo ricordo nitidamente ancora oggigiorno quel meraviglioso episodio, per il fatto che sopra quella terra benedetta e santa di schiavi e di padroni, io persi volontariamente la verginità donandomi incondizionatamente nelle mani di Venâncio, perché quella era diventata in conclusione la nostra terra, il nostro beneamato Brasile.

{Idraulico anno 1999}

 

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Ricerche Frequenti:

La pasticcera e il lupo by piccolaeva [Vietato ai minori]




La pasticcera e il lupo di piccolaeva New!
È sul suo divano tornata a casa poco fa. Ha la tuta che divide tra la palestra ed il lavoro, nera di cotone. Ha i piatti da lavare e la cena da cucinare poi non sa che farà quando L. se ne andrà e lei tornerà stendersi sul suo divano.
Un sogno o un ricordo si vede nello specchio, a volte ha l’impressione che si fondano il sogno ed il ricordo. Mica è importante infine, lei sa che ha realizzato il sogno che porta nel ricordo.
“Perché ti tormenti ancora con questa storia?”
Non lo puoi capire L’altra è normale ma lei si tormenta ancora con questa storia perché le rimorde la coscienza, il ricordo, perché quella storia non è mai stata finita.
“Non mi capisci mai, eppure L. Io e te, siamo amiche da moltissimo tempo. L. quella storia l’hai vissuta da vicino con me ma ancora non mi capisci tu, mai. Forse ho trovato le parole per spiegarti.
Quando la sua voce esteriore coincideva con la mia intima fantasia, io esprimevo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia di lui confermava la mia le nostre energie interagivano e si moltiplicavano noi davamo vita alla nostra realtà condivisa. Questo è spesso chiamato rapporto di coppia. L’energia è immensa. Bisogna crederci per capirlo.
La storia è sempre la stessa, te l’ho raccontata milioni di volte e adesso te la scrivo sulle righe bianche e nere dello schermo. Sul filo della luce mentre il cursore batte come il cuore e gli altri dormono così uscirà dai miei ricordi per fissarsi sulla carta immaginaria che tu leggi.”
Aveva, Elia, appena diciott’anni, o come vuoi chiamarla, tanto son tutte scorciatoie per dire lo stesso nome. Lavorare lì era un modo per andarsene, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita. Lì non era mai sé stessa. O forse era sé stessa solo li. Lui, lui era quello che con le dita da forma allo zucchero, no ai dolci no, solo a quella pasta colorata, o all’ostia, all’isomalto, quello in poche righe che decora cose già fatte. Ed Elia era quella che impasta, s’impasta, si sporca le mani. Questo dovrebbe L., averti già detto tutto di loro.
Ma siccome ancora mi guardi senza capire cerco di spiegartelo di nuovo.
Aveva Elia quella voglia di non essere più schiava di nessuno nella vita,se non delle proprie passioni e forse per questo che andò a sbattere contro un muro di ghiaccio e forse per questo è diventata adesso quello che è. Non vuole essere una scusa, chi si lascia condizionare tanto da un’altra persona, come lei, merita la fine che fa. Comunque era giovane, troppo. Spezza questa lancia a sua favore, questa almeno. Il lupo era quello che cercava. Aveva la pelle bianca di neve e i capelli di carbone e i suoi occhi facevano paura.Ma non era cattivo. Trattava Elia da settimane sempre nella stessa maniera, s’era accorto che lei lo cercava e aveva preso il partito di giocare con lei. Prima un complimento e poi una mortificazione, sul lavoro quasi sempre. A volte incontrario, il complimento seguival’umiliazione. Come a volerle insegnare che c’era un posto dove stare che era lui a governare. Quel gioco fatto di freddezza e d’amore,di ghiaccio e di calore. Si vedeva che aveva studiato, la prima volta che le parlò accese un discorso, di politica credo e lei gli mostrò come sapeva bene la storia e la sua storia. La storia di un grande blocco di ghiaccio chiamato Grande Madre che poi si sciolse in tanti piccoli cristalli di neve che oggi si chiamano… Insomma,tutta la fiera dell’est, per non fare distinzioni e poi non è importante. E anche di come sapeva bene la storia di un altro universo, fatto di deserti. E lui aveva dato a intendere che apprezzava la sua intelligenza.
Oggi so che quella buona impressione era stata un’ottima impressione ma vabbè.
E lui seguitò ancora per un pezzo a giocare con i fremiti di lei, si avvicinava a farle bere il suo profumo e poi scappava, a volte le toccava i fianchi e poi si ritraeva e mai proprio mai la conversazione pendeva da una piega volgare con lui. Abbassava lo sguardo in quei casi, recitava per lei. Molte altre volte con scuse insensate si liberava dei bottoni della camicia a lato davanti a lei,godeva nel vederla presa dalla febbre, quando lei gli piantava gli occhi sul petto. Sul ventre.Poi le diceva d’un tratto:“Perché ti prendi confidenza di guardarmi così?”
Quando era proprio lui a far di tutto per essere guardato.
E tutto divenne insopportabile lì dentro. Presto il bianco delle piastrelle che tappezzavano i muri, all’altezza di due metri, quasi dove arrivava lui, e bianche come lui. I manici delle tazzine che le suggerivano l’immagine delle orecchie. Tutto. Insoffribile il caldo là dentro perché era calda lei dentro.
Spesso sotto la divisa non portava più intimo, che tanto diveniva tessuto fradicio e inutile, in continuazione. Lui la fissava negli occhi con gli occhi neri di sempre, fin quando era certo che lei era fradicia perché glielo vedeva dalle perle di sudore sulla fronte. A quel punto con gli occhi rideva. Di giovedì cambiò tutto. Era arrivato l’ordine, mandò lei a sistemarlo. In magazzino. Lui quella mattina era arrivato, prima della divisa, vestito di stoffa bianca a fasciargli le gambe fatte di linee e ombre, quella stoffa che lei gli aveva detto le piaceva.
E lei a questo pensava, alle sue gambe.
Lasciò scivolare il vetro delle bottiglie.
“Questo è un bel guaio.”
Non solo per il prezzo del liquore rovesciato ma tanto per la fatica che le sarebbe costata togliere dal pavimento l’appiccicoso succo.Venne lui, attirato dal rumore di vetri andati in frantumi e iniziò a prendersela della sua distrazione, perché la distrazione di lei era proprio lui che andò piazzarsi le sue dita dentro i capelli liscissimi e scuri che lei aveva mille volte fantasticato di toccare. Poi giù verso la linea diritta del naso, delle linee curve delle labbra delle spalle e del collo, fino al petto, ai nervi. Che di un uomo sono rosei uno a destra e l’altro manca. Gelida la pelle, un tatuaggio sul cuore. Un lupo dagli occhi neri. E poi per vendicarsi di quella sfrontatezza che lui stesso l’aveva invogliata a commettere si tolse il bianco lino che in cucina si ha ad un lato del grembiule.
E con quello la legò, al ferro dello scaffale vuoto che doveva essere riempito di bottiglie. Lì davanti a lei prese ad aprire, laccio laccio quella tuta, che solo chi fa il lavoro d’Elia conosce. Quella che stringe e si fa comoda quando si ha fretta e si fa scomoda quando ti pieghi. Tutta di quadretti bianchi e neri. Maledetti il bianco eil nero. Lo guardò senza sapere cosa dire e cosa fare, si provò ad avvicinare. Lui, stette immobile a lasciarla annusare ma quando lei cercò di riceverlo lui la schiaffeggiò.
“Chi? Chi ti autorizzato a prendermi in bocca?”
Gridò in faccia ad Elia con tanta forza che le guance e il collo gli si fecero color porpora.
E come poco prima aveva fatto Elia anche lui scorse le linee di lei,dritta quella del naso e carnosa delle labbra e i bottoni della camicia, che chi fa questo lavoro sa, è fatta proprio per essere strappata in fretta se per caso prendi fuoco. E come se stava prendendo fuoco lei. E corse verso i nervi che in una donna sono turgidi, uno a destra e l’altro a manca. E graffiando e mordendo ne tirò fuori perle di sangue rosso. Se lei avesse detto un qualche cosa lui di certo avrebbe smesso. Troppo educato per umiliare una femmina che non volesse essere umiliata. E la girò per liberarla di quella stoffa bianca e nera che aveva ancora addosso. Maledetti il bianco e il nero. Sfilò una cinta lui, sottile e nera, fatta preferir le carni non per reggere i tessuti. Staccò dal muro un panno che andò a immergere e a strizzare, per posarlo sul culo di lei caldo e rotondo. Quella fresca carezza in quel punto che era caldo,caldo, così caldo la fece sobbalzare. Non avrebbe lasciato segni neri sulla pelle chiara con quello stratagemma. Lui quello stratagemma l’aveva appreso in un posto lontano, dove si vive di catene, dove i muri sono bianchi e dalle finestre strette entra una luce chiara che getta sulle pareti ombre lunghe e nere, disegnate dalle sbarre. Pose le punte metalliche delle scarpe antinfortunio tra le caviglie di lei, aprendole le cosce oscenamente, spingendo sul malleolo per darle quel dolore di cui si fanno parte le persone che giocano. Forse dieci o venti volte saltò lei, bagnandosi e scolandosi di una forza già vinta.

Non rimase niente sulla pelle di lei, se non le dita di lui a stringere e forzarle i glutei, arrossati e risvegliati e avrebbe voluto che continuasse quel massaggio ma invece la girò di nuovo come era prima del gioco del passato. Aprì di nuovo quella tuta laccio laccio, prese a toccarsi davanti a lei che s’inarcava come un felino contorcendosi cercando di arrivare a quel cazzo che le sbatteva in faccia ma non poteva arrivarci stretta per i polsi dalla stoffa bianca, prigioniera della pressione di un piede di lui contro il suo petto. E cercava lo sguardo nero di lui ma ne trovò solo la gola tesa verso l’alto mentre si lasciava osservare gemere e contorcersi,flettersi sulle gambe mentre i muscoli di esse si modellavano per lo sforzo e lei si dibatteva stretta al laccio desiderando di aver dentro quel maledetto cazzo. E finì per riversarsi su di lei,succhiando il sangue che aveva tirato fuori dai suoi seni a forza di morsi e di graffi. Le chiese di leccare e lei si pulì con la lingua,slegata adesso mentre lui sospirava da solo nella penombra del magazzino. Toglimi le scarpe. Ricorda Elia che le disse così e le sfilò laccio laccio quelle scarpe bianche e nere. Lo vide andarsene camminare nel rosso del liquore. Stordita lei, imporporata in viso, ubriaca di lui e del liquore che stesso da lui aveva bevuto se ne andò quel giorno a casa. Casa che odiava perché non era la sua, casa dove aveva una decina di sorelle che non erano le sue, casa che puzzava d’umido per la muffa nera che correva sui muri bianchi. Casa dove non c’erano i parenti. Forse per questo andava alla cucina, non per quei due soldi che le dava quella porca bionda che aveva per padrona. Una porca fatta di plastica, dal petto al culo, con un sorriso al botulino. Che mostrava il silicone a tutti quelli che entravano, fornitori e avventori, ingegneri e muratori.
Elia non ha mai capito quella donna, non era una morta di fame ma amava portarsi nel letto ogni cosa che potesse respirare. E anche che non respirasse, ho il dubbio io. Si addormentò quella sera con la voce del lupo, così aveva deciso di chiamarlo e così a lui piaceva che lo chiamasse, dentro il cranio. Sbatteva l’ultima frase che lui le aveva detto contro le pareti della testa, tra le pareti della fica,sbatteva la scossa elettrica data dalle mani di Lara. Ringraziami d’averti insegnato a stare attenta in magazzino. Poi sentì qualcosa sulle reni Elia e realizzò che era Lara. Una sua sorella che non era sua sorella con cui tante volte giocava la notte quando hai una voglia che potresti impazzire e ride di te anche la luna bianca nel cielo nero che ha compagnia di pianeti e di stelle, alla faccia tua che per giocare hai solo sorelle.
“Sei triste?”
“No.”
“Ache pensavi? Lara era un’impicciona.”
“Pensavo a lui.”
“Tanto lo vedi domani.”
“Io volevo vederlo stanotte.”
“Ci sono solo io con te stanotte.” Così diceva sempre e rideva. Elia non è mai stata lesbica ma se in tempo di guerra ogni buco è trincea…

 

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