La pasticcera e il lupo by piccolaeva [Vietato ai minori]




La pasticcera e il lupo di piccolaeva New!
È sul suo divano tornata a casa poco fa. Ha la tuta che divide tra la palestra ed il lavoro, nera di cotone. Ha i piatti da lavare e la cena da cucinare poi non sa che farà quando L. se ne andrà e lei tornerà stendersi sul suo divano.
Un sogno o un ricordo si vede nello specchio, a volte ha l’impressione che si fondano il sogno ed il ricordo. Mica è importante infine, lei sa che ha realizzato il sogno che porta nel ricordo.
“Perché ti tormenti ancora con questa storia?”
Non lo puoi capire L’altra è normale ma lei si tormenta ancora con questa storia perché le rimorde la coscienza, il ricordo, perché quella storia non è mai stata finita.
“Non mi capisci mai, eppure L. Io e te, siamo amiche da moltissimo tempo. L. quella storia l’hai vissuta da vicino con me ma ancora non mi capisci tu, mai. Forse ho trovato le parole per spiegarti.
Quando la sua voce esteriore coincideva con la mia intima fantasia, io esprimevo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia di lui confermava la mia le nostre energie interagivano e si moltiplicavano noi davamo vita alla nostra realtà condivisa. Questo è spesso chiamato rapporto di coppia. L’energia è immensa. Bisogna crederci per capirlo.
La storia è sempre la stessa, te l’ho raccontata milioni di volte e adesso te la scrivo sulle righe bianche e nere dello schermo. Sul filo della luce mentre il cursore batte come il cuore e gli altri dormono così uscirà dai miei ricordi per fissarsi sulla carta immaginaria che tu leggi.”
Aveva, Elia, appena diciott’anni, o come vuoi chiamarla, tanto son tutte scorciatoie per dire lo stesso nome. Lavorare lì era un modo per andarsene, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita. Lì non era mai sé stessa. O forse era sé stessa solo li. Lui, lui era quello che con le dita da forma allo zucchero, no ai dolci no, solo a quella pasta colorata, o all’ostia, all’isomalto, quello in poche righe che decora cose già fatte. Ed Elia era quella che impasta, s’impasta, si sporca le mani. Questo dovrebbe L., averti già detto tutto di loro.
Ma siccome ancora mi guardi senza capire cerco di spiegartelo di nuovo.
Aveva Elia quella voglia di non essere più schiava di nessuno nella vita,se non delle proprie passioni e forse per questo che andò a sbattere contro un muro di ghiaccio e forse per questo è diventata adesso quello che è. Non vuole essere una scusa, chi si lascia condizionare tanto da un’altra persona, come lei, merita la fine che fa. Comunque era giovane, troppo. Spezza questa lancia a sua favore, questa almeno. Il lupo era quello che cercava. Aveva la pelle bianca di neve e i capelli di carbone e i suoi occhi facevano paura.Ma non era cattivo. Trattava Elia da settimane sempre nella stessa maniera, s’era accorto che lei lo cercava e aveva preso il partito di giocare con lei. Prima un complimento e poi una mortificazione, sul lavoro quasi sempre. A volte incontrario, il complimento seguival’umiliazione. Come a volerle insegnare che c’era un posto dove stare che era lui a governare. Quel gioco fatto di freddezza e d’amore,di ghiaccio e di calore. Si vedeva che aveva studiato, la prima volta che le parlò accese un discorso, di politica credo e lei gli mostrò come sapeva bene la storia e la sua storia. La storia di un grande blocco di ghiaccio chiamato Grande Madre che poi si sciolse in tanti piccoli cristalli di neve che oggi si chiamano… Insomma,tutta la fiera dell’est, per non fare distinzioni e poi non è importante. E anche di come sapeva bene la storia di un altro universo, fatto di deserti. E lui aveva dato a intendere che apprezzava la sua intelligenza.
Oggi so che quella buona impressione era stata un’ottima impressione ma vabbè.
E lui seguitò ancora per un pezzo a giocare con i fremiti di lei, si avvicinava a farle bere il suo profumo e poi scappava, a volte le toccava i fianchi e poi si ritraeva e mai proprio mai la conversazione pendeva da una piega volgare con lui. Abbassava lo sguardo in quei casi, recitava per lei. Molte altre volte con scuse insensate si liberava dei bottoni della camicia a lato davanti a lei,godeva nel vederla presa dalla febbre, quando lei gli piantava gli occhi sul petto. Sul ventre.Poi le diceva d’un tratto:“Perché ti prendi confidenza di guardarmi così?”
Quando era proprio lui a far di tutto per essere guardato.
E tutto divenne insopportabile lì dentro. Presto il bianco delle piastrelle che tappezzavano i muri, all’altezza di due metri, quasi dove arrivava lui, e bianche come lui. I manici delle tazzine che le suggerivano l’immagine delle orecchie. Tutto. Insoffribile il caldo là dentro perché era calda lei dentro.
Spesso sotto la divisa non portava più intimo, che tanto diveniva tessuto fradicio e inutile, in continuazione. Lui la fissava negli occhi con gli occhi neri di sempre, fin quando era certo che lei era fradicia perché glielo vedeva dalle perle di sudore sulla fronte. A quel punto con gli occhi rideva. Di giovedì cambiò tutto. Era arrivato l’ordine, mandò lei a sistemarlo. In magazzino. Lui quella mattina era arrivato, prima della divisa, vestito di stoffa bianca a fasciargli le gambe fatte di linee e ombre, quella stoffa che lei gli aveva detto le piaceva.
E lei a questo pensava, alle sue gambe.
Lasciò scivolare il vetro delle bottiglie.
“Questo è un bel guaio.”
Non solo per il prezzo del liquore rovesciato ma tanto per la fatica che le sarebbe costata togliere dal pavimento l’appiccicoso succo.Venne lui, attirato dal rumore di vetri andati in frantumi e iniziò a prendersela della sua distrazione, perché la distrazione di lei era proprio lui che andò piazzarsi le sue dita dentro i capelli liscissimi e scuri che lei aveva mille volte fantasticato di toccare. Poi giù verso la linea diritta del naso, delle linee curve delle labbra delle spalle e del collo, fino al petto, ai nervi. Che di un uomo sono rosei uno a destra e l’altro manca. Gelida la pelle, un tatuaggio sul cuore. Un lupo dagli occhi neri. E poi per vendicarsi di quella sfrontatezza che lui stesso l’aveva invogliata a commettere si tolse il bianco lino che in cucina si ha ad un lato del grembiule.
E con quello la legò, al ferro dello scaffale vuoto che doveva essere riempito di bottiglie. Lì davanti a lei prese ad aprire, laccio laccio quella tuta, che solo chi fa il lavoro d’Elia conosce. Quella che stringe e si fa comoda quando si ha fretta e si fa scomoda quando ti pieghi. Tutta di quadretti bianchi e neri. Maledetti il bianco eil nero. Lo guardò senza sapere cosa dire e cosa fare, si provò ad avvicinare. Lui, stette immobile a lasciarla annusare ma quando lei cercò di riceverlo lui la schiaffeggiò.
“Chi? Chi ti autorizzato a prendermi in bocca?”
Gridò in faccia ad Elia con tanta forza che le guance e il collo gli si fecero color porpora.
E come poco prima aveva fatto Elia anche lui scorse le linee di lei,dritta quella del naso e carnosa delle labbra e i bottoni della camicia, che chi fa questo lavoro sa, è fatta proprio per essere strappata in fretta se per caso prendi fuoco. E come se stava prendendo fuoco lei. E corse verso i nervi che in una donna sono turgidi, uno a destra e l’altro a manca. E graffiando e mordendo ne tirò fuori perle di sangue rosso. Se lei avesse detto un qualche cosa lui di certo avrebbe smesso. Troppo educato per umiliare una femmina che non volesse essere umiliata. E la girò per liberarla di quella stoffa bianca e nera che aveva ancora addosso. Maledetti il bianco e il nero. Sfilò una cinta lui, sottile e nera, fatta preferir le carni non per reggere i tessuti. Staccò dal muro un panno che andò a immergere e a strizzare, per posarlo sul culo di lei caldo e rotondo. Quella fresca carezza in quel punto che era caldo,caldo, così caldo la fece sobbalzare. Non avrebbe lasciato segni neri sulla pelle chiara con quello stratagemma. Lui quello stratagemma l’aveva appreso in un posto lontano, dove si vive di catene, dove i muri sono bianchi e dalle finestre strette entra una luce chiara che getta sulle pareti ombre lunghe e nere, disegnate dalle sbarre. Pose le punte metalliche delle scarpe antinfortunio tra le caviglie di lei, aprendole le cosce oscenamente, spingendo sul malleolo per darle quel dolore di cui si fanno parte le persone che giocano. Forse dieci o venti volte saltò lei, bagnandosi e scolandosi di una forza già vinta.

Non rimase niente sulla pelle di lei, se non le dita di lui a stringere e forzarle i glutei, arrossati e risvegliati e avrebbe voluto che continuasse quel massaggio ma invece la girò di nuovo come era prima del gioco del passato. Aprì di nuovo quella tuta laccio laccio, prese a toccarsi davanti a lei che s’inarcava come un felino contorcendosi cercando di arrivare a quel cazzo che le sbatteva in faccia ma non poteva arrivarci stretta per i polsi dalla stoffa bianca, prigioniera della pressione di un piede di lui contro il suo petto. E cercava lo sguardo nero di lui ma ne trovò solo la gola tesa verso l’alto mentre si lasciava osservare gemere e contorcersi,flettersi sulle gambe mentre i muscoli di esse si modellavano per lo sforzo e lei si dibatteva stretta al laccio desiderando di aver dentro quel maledetto cazzo. E finì per riversarsi su di lei,succhiando il sangue che aveva tirato fuori dai suoi seni a forza di morsi e di graffi. Le chiese di leccare e lei si pulì con la lingua,slegata adesso mentre lui sospirava da solo nella penombra del magazzino. Toglimi le scarpe. Ricorda Elia che le disse così e le sfilò laccio laccio quelle scarpe bianche e nere. Lo vide andarsene camminare nel rosso del liquore. Stordita lei, imporporata in viso, ubriaca di lui e del liquore che stesso da lui aveva bevuto se ne andò quel giorno a casa. Casa che odiava perché non era la sua, casa dove aveva una decina di sorelle che non erano le sue, casa che puzzava d’umido per la muffa nera che correva sui muri bianchi. Casa dove non c’erano i parenti. Forse per questo andava alla cucina, non per quei due soldi che le dava quella porca bionda che aveva per padrona. Una porca fatta di plastica, dal petto al culo, con un sorriso al botulino. Che mostrava il silicone a tutti quelli che entravano, fornitori e avventori, ingegneri e muratori.
Elia non ha mai capito quella donna, non era una morta di fame ma amava portarsi nel letto ogni cosa che potesse respirare. E anche che non respirasse, ho il dubbio io. Si addormentò quella sera con la voce del lupo, così aveva deciso di chiamarlo e così a lui piaceva che lo chiamasse, dentro il cranio. Sbatteva l’ultima frase che lui le aveva detto contro le pareti della testa, tra le pareti della fica,sbatteva la scossa elettrica data dalle mani di Lara. Ringraziami d’averti insegnato a stare attenta in magazzino. Poi sentì qualcosa sulle reni Elia e realizzò che era Lara. Una sua sorella che non era sua sorella con cui tante volte giocava la notte quando hai una voglia che potresti impazzire e ride di te anche la luna bianca nel cielo nero che ha compagnia di pianeti e di stelle, alla faccia tua che per giocare hai solo sorelle.
“Sei triste?”
“No.”
“Ache pensavi? Lara era un’impicciona.”
“Pensavo a lui.”
“Tanto lo vedi domani.”
“Io volevo vederlo stanotte.”
“Ci sono solo io con te stanotte.” Così diceva sempre e rideva. Elia non è mai stata lesbica ma se in tempo di guerra ogni buco è trincea…

 

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UNA VERA STORIA SADOMASO by fraseverin [Vietato ai minori]




UNA VERA STORIA SADOMASO di fraseverin New!

Finalmente è venerdì. Fra qualche ora sarò completamente suo. A sua completa disposizione.
Ciao buon week-end ci vediamo lunedì, mi salutano i colleghi ed io rispondo incominciando a sentire avvampare il calore che avvolge il mio corpo.
Salgo in macchina e mi avvio; fra qualche minuto sarò a casa dove mi sta aspettando Lei …..
Sarà un week-end di totale sottomissione.
Arrivo a casa, parcheggio la macchina e suono il campanello, il cancello è già aperto ….
Entro e chiudo il cancello e comincio a spogliarmi …. Completamente come mi aveva ordinato Lei. Sono nudo. Piego i miei vestiti guardandomi in giro, potrebbe vedermi qualcuno …. Una macchina infatti sta arrivando, faccio in tempo a nascondermi dietro una colonna. Pochi secondi che mi sembrano un’eternità … finalmente entro in casa.
Appoggio la borsa con i vestiti su una sedia e mi metto in ginocchio in attesa che arrivi Lei ….
Perdo la cognizione del tempo saranno passati 10 minuti forse 20… non sento nessun rumore …
Finalmente mi chiama
“Sei arrivato finalmente!!!!” vieni subito qui da me!!!!
Mi alzo e la raggiungo. È seduta sul divano ….
Indossa solo il suo body nero con ai piedi delle ciabatte con il tacco alto
“Buonasera Padrona” le dico con gli occhi abbassati e devotamente mi inginocchio per baciarle i piedi, ma uno schiaffone mi colpisce sulla faccia e poi un altro e un altro ancora.
“Chi ti ha detto di alzarti? Ritorna immediatamente da dove si venuto e ritorna qui come un cane muoviti!!!”
Immediatamente mi alzo e faccio per andare, ma Lei mi blocca per un braccio
“Allora non ci siamo capiti” mi prende i capezzoli tra le dita e li strizza violentemente costringendomi ad inginocchiare. “Forse adesso hai capito … fila in ginocchio …. muoviti!!!” e mi molla un calcione nel sedere facendomi cadere a faccia in giù. “Anzi … striscia come un verme” …. e mi molla una cinghiata sul sedere.
Strisciando ritorno sulla porta d’ingresso e mi rimetto in ginocchio aspettando il suo ordine.
Dopo qualche minuto mi richiama “Vieni qui miserabile inetto di uno cane” . Questa volta come un cane a quattro zampe mi accingo a raggiungere la mia padrona.
Quando arrivo vicino incomincio a leccarle i piedi. Lei mi accarezza la testa e mi fa una carezza invitandomi ad alzare la testa. Comincio a leccarle la mano.
“Vedi che quando vuoi sai essere docile come un cane, e non come hai fatto questa settimana che sei stato veramente cattivo. E quando sei cattivo poi la tua Padrona ti punisce … Giusto?” “Si Padrona … sono stato cattivo e non ho ubbidito ai suoi ordini. Merito tutte le punizioni che mi vorrà dare”
Lei si alza e prende un guinzaglio che mi mette al collo. Così mi trascina fino al garage. Apre la porta e mi spinge fuori in giardino. Il nostro giardino dà su una strada ed è recintato da una staccionata. Chiunque passi di li può tranquillamente vedere quello che avviene nel giardino.
Io sono titubante a uscire e, questa titubanza fa arrabbiare la mia Padrona, che comincia a darmi cinghiate sul sedere e sulla schiena.
Esco fuori e lei lega il guinzaglio alla gamba del tavolo. Mi lascia li e se ne rientra dentro. Mi guardo intorno … arriva una macchina, mi nascondo sotto il tavolo …. Arriva un’altra macchina … ho l’impressione che mi abbiano visto. Vedo la luce degli stop che si accendono … per fortuna se ne va.
“Che fai sotto il tavolo? vieni fuori” non mi ero accorto che si era affacciata alla porta.
Viene verso di me slega il guinzaglio e mi strattona per cercare di mostrarmi. Mi porta al centro del giardino, mi toglie il guinzaglio e mostrandomi un pezzo di legno lo lancia vicino il recinto … in ginocchio devo andarlo a raccogliere il viso si avvampa vedo una signora con un cane vero che si sta avvicinando.
Corro sperando non mi abbia visto. Arrivo e alzando le braccia porgo il bastone stretto tra i denti alla mia padrona e, con gli occhi la supplico perché mi faccia entrare. Lei capisce la mia vergogna e mi spinge verso il tavolo. Scappo sotto e cerco di accucciarmi per evitare che mi veda. Lei si siede e quando arriva la signora, la saluta cordialmente scambiando qualche parola sul suo cane. Le sento parlare sottovoce e poi una gran bella risata di entrambe. Dalla voce mi sembra di riconoscerla, è Anna la nostra vicina, non ho il coraggio di alzare la faccia … ma quando va via fa i complimenti alla mia padrona per il suo originalissimo cane. Ma noi non abbiamo nessun cane!!!!!
Mi ha visto!!!! Avvampo di calore il mio volto sarà sicuramente paonazzo!!!! La mia padrona ringrazia e dice che magari qualche giorno potremmo portarli a spasso insieme. E ridono ancora più divertite.
Credo che Anna sia ancora vicino al recinto quando la mia padrona mi sferra un calcio e mi ordina di uscire … e ridendo “quante mosse … tanto ti ha visto e, a quanto mi ha detto , non è la prima volta che ti vede in versione cane, credo sia molto interessata a te. Sarà sicuramente un’amante di cani”
Mi mette il guinzaglio e mi fa girare intorno al tavolo, e ora vedo la faccia di Anna con il suo risolino. Vorrei sprofondare … “Scodinzola” mi ordina la mia padrona e io cercando di farla contenta muovo il culo proprio mentre sto davanti ad Anna. Il suo cane abbaia e la mia padrona mi ordina “Abbaia anche tu , rispondi al saluto del tuo simile” . Io abbaio goffamente e, mentre mi riporta in casa con la mano fa un segno e poi saluta Anna che ricambia, molto divertita, con un occhiolino.
Una volta dentro si toglie la vestaglia che aveva indossato per uscire e rimane ancora col suo body nero e ciabatte dal tacco alto. Mi strattona il guinzaglio e mi fa alzare le mani lasciandomi ancora in ginocchio. Quindi mi pinza i capezzoli con due pinzette a denti di coccodrillo e mi molla due ceffoni che mi fanno barcollare. Si tira fuori una tetta e mi ordina di leccargliela, io con molta devozione la incomincio a baciare e a leccare arrivando fin sul capezzolo che comincio a ciucciare. Mi ama la mia padrona e ogni tanto mi da qualche bella ricompensa, come leccarle le tette. Mi stavo deliziando a sentire il suo sapore ma ancora due ceffoni mi riportano alla realtà.
Prende un grosso pene di plastica e me lo mette in bocca “guai a te se lo fai cadere, mettiti giù a quattro zampe, non lamentarti, non parlare, silenzio assoluto. Ora ti colpirò 50 volte con la cinghia e guai a te se ti muovi …. Intesi? “ Faccio segno di si con la testa.
Arriva il primo colpo non molto forte e poi il secondo e il terzo … incomincia a tirare più forte … non mi muovo, so che poi la punizione diventa terribile. Siamo a dieci, undici ….”Sai, Anna, la nostra vicina, ha detto che le piacerebbe tenerti al guinzaglio …” dodici colpi, tredici, quattordici … non rispondo ma avverto un forte calore alla faccia.
“Dice che lei sa come trattare i cani” … quindici, sedici, diciassette, …. venti “ma le ho detto che anche io non scherzo” … ventuno …. venticinque … “ Ormai è oltre un anno che il fine settimana addestro cani! “ … trenta, trentuno … incomincio a muovermi leggermente e questo lei lo nota e allora comincia a picchiare più forte … “ Mi ha detto Anna che spesso sente i tuoi lamenti … una volta stava venendo per vedere se ti sentissi male, ma quando è arrivata alla finestra ha visto te tutto nudo e me che ti stavo frustando … non ha voluto disturbarci , anche se avrebbe avuto tanta voglia di entrare, ed è rimasta li a guardare molto divertita” … Quaranta, quarantuno …. Non ce la faccio più … lei ancora più forte …. Quarantacinque, quarantasei … mi cade il pene che avevo in bocca e comincio a lamentami … giù un colpo fortissimo che mi fa cadere a terra …. E un altro e un altro ancora e ancora altri sette otto colpi …. dieci ormai …. non li conto più …. Lei la mia padrona è arrabbiata … e ha ragione! Non sono stato bravo a sopportare solo 50 colpi di cinghia!.
Mi fa alzare, mi molla cinque, sei ceffoni e mi sgrida per non essere stato ubbidiente; mi toglie le due pinzette a denti di coccodrillo, e piego le ginocchia … ancora sei ceffoni … la mia faccia è un fuoco.
“Lo sai che ora devo punirti ancora?” “ Si mia padrona non sono stato ubbidiente e merito tutti i castighi che mi vorrai dare” … e faccio per mettermi in ginocchio per baciarle i piedi, ma lei mi da un calcio “chi ti ha detto di inginocchiarti? La punizione sarà ancora più tremenda.” Mi prende per il guinzaglio e mi porta alla croce a X, mi toglie il guinzaglio, mi lega le braccia e i piedi, mi fa passare una cinta che mi blocca la pancia alla croce. “Avevo pensato di darti 20 colpi ai capezzoli, ma considerato che sei disubbidiente te ne darò 50. Dovrai contarli e ringraziarmi ad ogni colpo con voce alta e sei anche autorizzato a lamentarti, ma non chiedermi di smettere, altrimenti ti darò 100 colpi. Hai capito?” “Si padrona” mi colpisce con due ceffoni.
“Hai capito” mi ripete ed io gridando a squarciagola “ Si padrona”. “Adesso hai capito … voglio sentire i tuoi lamenti, voglio vederti piangere! Voglio che anche Anna senta le tue urla”
Si tira fuori entrambe le tette e le avvicina alla mia bocca …. Delizia …. Incomincio a ciucciarle una, si sposta e mi offre l’altra ….. come amo la mia padrona …. In fondo lei mi vuole bene e le punizioni che mi dà sono solo perché me le merito perché sono un incapace e non riesco ad ubbidirle come si deve.
“Ora basta” e si sposta lasciandomi il dolce sapore sulle mie labbra e nella mia bocca … prende la benda e mi copre gli occhi “Non devi vedere quando arrivano i colpi …. Ma li devi sentire!”
Il primo colpo è sul pene … non molto forte …. Ma mi fa uscire il primo lamento e “Uno, grazie padrona”;
poi una serie di colpi sui capezzoli, martoriati dalle pinzette a denti di coccodrillo, abbastanza forti che mi fanno lamentare, e non poco, “Due, grazie padrona, tre, grazie padrona … otto , grazie padrona”.
I colpi incominciano ad essere sempre più forti sui capezzoli, intervallati da colpi meno potenti sul pene, io ogni volta grido il numero del colpo e il grazie padrona. Ogni tanto la mia padrona mi dice di gridare più forte e di lamentarmi di più. Io cerco di fare del mio meglio, come potrei non farlo col dolore sempre più forte. Ma c’è un motivo per cui mi dice questo, ne sono sicuro, anche se non vedo, mentre con una mano mi colpisce, con l’altra si sta masturbando e più mi lamento e più gode. La mia padrona è una vera sadica, gode a vedermi soffrire! Al quarantacinquesimo colpo penso di non farcela più … vorrei dire basta … il dolore ai capezzoli è incredibile, altrettanto al pene … lei colpisce sempre più forte …. Vorrebbe sentirmi dire “basta”… ma io resisto … “Quarantotto, grazie padrona … che male …” il quarantanovesimo e tremendo sul pene … secondo me sta godendo … la sento come sta ansimando …. L’ultimo colpo arriva fortissimo insieme ad un suo grido di godimento e mi fa quasi svenire … “cinquanta, grazie padrona, grazie padrona, grazie padrona” . La sento che mi si avvicina e mi abbraccia … mi fa ancora più male perché mi sfiora i capezzoli con le mani e si struscia col mio cazzo sulla sua passera …. Si era denudata sento tutto il suo calore e il suo sudore che si mischia al mio …. Mi ha frustato nuda … come mi sarebbe piaciuto poterla vedere!
Mi offre le sue tette da baciare ed io tra un lamento e un singhiozzo lo faccio con passione … la mia faccia è tutta rigata da lacrime e per questo il suo seno ha un sapore salato. “ Sei stato bravo … ti sei comportato bene … avrei voluto colpirti ancora …. Ma non mancherà occasione, ora per premio ti farò leccare i mie umori “ e così dicendo mi stacca la bocca dai suoi capezzoli e mi fa leccare la sua mano con tutto il suo sapore … “Come ti amo mia padrona” …
Queste ultime cose mi hanno un poco addolcito i dolori … “Adesso rimarrai legato qui, mentre io andrò a fare una doccia, dopo verrò a slegarti e mi preparerai la cena, e visto che sei stato bravo non ti pinzerò i capezzoli “ “… grazie padrona” ma non avevo capito nulla “… non ti pinzerò i capezzoli con le pinzette a denti di coccodrillo …. Ma ti metterò delle mollette da bucato” .
Comunque mi era andata bene lo stesso perché non sarei riuscito a sopportare il dolore del coccodrillo … almeno le mollette da bucato mi strizzeranno soltanto i capezzoli.
Quando me li pinza, mi rendo conto che sarebbe stato lo stesso molto doloroso e comunque le dico “grazie amore padrona” … lei mi passa la mano sulla testa, una carezza della mia padrona mi farà sopportare meglio quel dolore. Sento spegnere la luce e i suoi passi che si allontana.

 

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