Il magazzino del piacere




Scritto da marco strepa,
il 2015-07-25,
genere gay

CAPITOLO UNO
Un ennesimo fallimento. Questo sarebbe stato il titolo adeguato per descrivere quella giornata. Dopo giorni spesi a cercare lavoro in qualche bar per la stagione, pensavo finalmente di poter essere assunto in un locale tranquillo, a pochi passi dalla spiaggia, a fianco del Hotel Vittoria. Avevo già parlato col titolare, il quale il giorno precedente era sembrato ben disposto ad assumermi . Ma quel pomeriggio una nuova delusione: dopo qualche breve spiegazione per nulla chiara e convincente, e dopo essersi scusato rapidamente, mi aveva detto, in poche parole, che non avrei ottenuto il posto. Amareggiato, avevo ripercorso svogliatamente la strada verso casa, non sapendo dove altro cercare, dal momento che ero stato rifiutato nella maggior parte dei locali della zona. Ripetevo a me stesso “ mea culpa”: avrei dovuto cercare lavoro a inizio maggio, e non a stagione avviata. Arrivai all’appartamento che avevo affittato per l’estate, salì in fretta le scale e mi sdraiai sulla poltrona. Me ne stavo comodo, con il condizionatore acceso per sfuggire al gran caldo, bevendo una fresca acqua menta, riflettendo sul da farsi. Non cenai neppure, mi feci una bella doccia fresca e decisi di uscire la sera, magari per trovare consolazione in qualche bel ragazzo. Attraversai l’affollato viale, lanciando occhiate qua e là, e mi fermai a bere qualcosa in un bar. Prego- una voce mi fece alzare lo sguardo dalla lista delle bibite che stavo scorrendo con gli occhi – cosa desidera ? Rimasi senza fiato. Davanti a me si stagliava il più bel cameriere che mi avesse mai servito. Avrà avuto al massimo 26 anni, alto all’incirca un metro e ottanta, capelli castani corti, occhi marroni; le maniche della camicia arrotolate mostravano due bicipiti ben definiti, la camicia bianca delineava un addome marmoreo scolpito perfettamente e i pantaloni lasciavano intravvedere un culo mozzafiato, rotondo e sodo. Mi ripresi rapidamente e, quasi imbarazzato, dopo aver abbassato lo sguardo, ordinai una birra media e lo osservai con la l’acquolina in bocca mentre se ne andava. In quel momento capii che avrei dovuto assolutamente riuscire ad essere assunto in quel bar. Quando il cameriere tornò con la birra, gli chiesi se il proprietario del locale fosse in cerca di personale e che ero in cerca di lavoro. Il caso volle che lui fosse il nipote del proprietario, e mi disse che avrebbe parlato con suo zio. Dopo qualche minuto mi si presentò davanti un uomo mingherlino, sulla cinquantina, che mi disse che stava cercando un nuovo cameriere e che, se ero disponibile, mi sarei potuto presentare già la sera seguente alle 18.00. Accettai, consegnai una fotocopia dei miei documenti che tenevo nel portafoglio e ringraziai di cuore il proprietario.. ma anche il mio cazzo era felice di essere collega di un ragazzo così strepitoso. Quella sera rincasai presto, mi piazzai davanti alla televisione per un po’, mi stesi nel letto e prima di addormentarmi mi sparai una sega immaginandomi mentre scopavo assieme a quel manzo.
CAPITOLO DUE
L’eccitazione e il caldo non mi avevano fatto dormire molto. La mattina seguente mi svegliai in un bagno di sudore, misto all’odore dello sperma della sera precedente. Il mio cazzo non ne voleva sapere di chetarsi, così dovetti fare colazione con un palo dritto tra e gambe. Fino alla sera non avevo programmi quindi decisi di rimanere a casa la mattina e fare le pulizie. Din Don: il campanello. Chi poteva essere? Aprì con una certa curiosità la porta e per un secondo mi mancò il fiato: era LUI, in costume e maglietta scollata, infradito e con l’asciugamano sulle spalle. “Piacere Gianmarco” e mi allungò la mano. Intanto a me si era allungato (spero non troppo visibilmente) altro. “ Alessandro, piacere mio” e gli strinsi la mano. “Sono venuto a portarti alcuni documenti da firmare, puoi riportarli direttamente stasera a mio zio”. Ringraziai e lo invitai ad entrare, ma lui si rifiutò dicendo che era diretto in spiaggia e che avremmo avuto occasione di conoscersi le sere seguenti. Richiusi la porta. Lasciai a metà le pulizie, mi stesi sul letto e mi segai con forza, ansimando e immaginandomi disteso sopra di lui. Mi feci una doccia fresca, pranzai con un paio di panini in velocità e decisi di andare anch’io in spiaggia, sperando di riuscire ad osservarlo a torso nudo. La spiaggia era molto affollata, stesi l’asciugamano e mi sdraiai a prendere il sole, nonostante fossi già abbronzato. Intanto lanciavo occhiate in giro in cerca di Marco. Andai più volte a fare il bagno in mare, ma neanche lì riuscii a trovarlo. Probabilmente andava in una zona diversa della spiaggia. Verso le quattro decisi di ritornare a casa e prepararmi per il lavoro, ma proprio mentre stavo lasciando la spiaggia, sentì la sua voce chiamarmi. Mi voltai. Era torso nudo; un corpo perfetto, addominali ben delineati ma non eccessivamente pompati, bei pettorali, bicipiti della giusta misura e una “V” che attraversava il ventre e terminava nel costume a pantaloncino bianco, che rendeva ancor più appetitoso quel culo perfetto. Lo salutai rapidamente e, imbarazzato, mi avviai verso casa. Arrivato, mi feci nuovamente una doccia e mi andai a vestire in camera davanti allo specchio. Ero nudo, il cazzo non troppo duro, i muscoli rilassati dopo il bagno refrigerante. Nonostante fosse trascorsa qualche settimana dal’ultima volta in palestra, il mio fisico era in ottima forma: addominali e pettorali gonfi, i bicipiti ancora un po’ da definire, le cosce muscolose e un culo di tutto rispetto. I capelli biondi, corti ai lati, più lunghi al centro, scompigliati, occhi azzurro-grigi, sguardo fisso sul mio corpo riflesso. Modestia a parte, non ero niente male. Mi massaggiai gli addominali, passandoci delicatamente la mano sopra, desiderando che quella mano appartenesse a un’ altra persona. Mi vestii abbastanza elegante, pur sapendo che poi avrei dovuto indossare la divisa da cameriere del locale. Mi pettinai e uscii con largo anticipo. Quando arrivai al locale, trovai solo il proprietario mingherlino che mi diede diverse indicazioni sul da farsi. .
All’arrivo dei primi clienti fui subito impegnato a servire ai tavoli e non feci caso di quando Gianmarco arrivò e iniziò anche lui a lavorare. La serata, essendo un infrasettimanale, trascorse tranquillamente, senza troppi clienti. Chiudemmo il locale che era quasi l’una. Lo zio se n’era già andato alle undici, assieme all’altra barista. Cominciai a spostare le casse di bibite nel magazzino sul retro. Stavo riponendo una cassa di Coca in uno scaffale, quando sento una voce da dietro che mi dice…
CAPITOLO TRE
“Vuoi una mano?”. Gianmarco stava portando altre casse. Rifiutai e continuai il mio lavoro, quando ad un certo punto mi accorsi che Gianmarco era affianco a me, molto vicino, e stava caricando una cassa pesante sullo scaffale in alto. Spingendola sempre più in dentro, finì per avvicinarsi a me fino al punto che … strusciò lievemente il suo pacco sul mio braccio. Indescrivibile la reazione del mio cazzo. Dovetti continuare il lavoro col cazzo in tiro tra le gambe: scomodo, oltre che imbarazzante. Ma lui non sembrò accorgersene. A quel punto non resistetti più: dovevo far qualcosa anch’io. Mentre lui era piegato a riporre sotto a una mensola una cassa di acqua, ne caricai un’altra nella mensola sopra, strisciando lievemente sul suo culo il cazzo in tiro, che, se possibile, divenne ancora più duro. Nulla. Speravo di stuzzicarlo, di risvegliare gli ormoni in lui, ma non disse nulla. E forse non se n’era neanche accorto. Mi voltai a prendere un’altra cassa, quando sentii un braccio cingermi forte i fianchi e la voce di Gianmarco che sussurrava: “Ce n’è voluto di tempo per deciderti eh?”. Mi voltai e per un istante mi persi nei suoi occhi. Avevo il cuore in gola e sentivo il suo battere forte. Decisi di non pensare e mi abbandonai a lui, baciandolo con tutto me stesso. Lui ricambiò il bacio intensamente. Esploravo la sua bocca con la mia lingua, sentivo la sua lingua penetrare nella mia bocca, succhiandomi l’anima. Passavo la mano tra i suoi capelli, mentre lui mi stringeva ai fianchi. Restammo incollati per quasi un minuto, trascorso il quale lui si fermò e mi chiese: “ Hai mai avuto esperienze?” Risposi di no, che mi ero fatto fare solo qualche pompino da alcuni ragazzi della mia età, ovvero ventunenni. “Allora sei vergine” disse, con un magnifico sorrisetto stampato in volto. “Ho voglia di sesso, forte”, e con un gesto rapido si strappo la camicia di dosso, lasciando scoperti quei magnifici, succulenti pettorali. Prese con forza la mia testa e me la schiacciò sul petto. Non aspettavo altro. Inizia a leccare quel ben di Dio, inumidendo il suo ventre con la saliva e leccandolo piano, partendo dall’ombelico e risalendo fino al collo, succhiandolo su ogni centimetro di pelle. Mi fermai a lungo sui capezzoli, li strinsi tra le labbra, mentre lui mugugnava di piacere, incitandomi a continuare. Calai lentamente la mano lungo la schiena fino ad accarezzare quei glutei divini. Li palpavo e lui ansimava dal piacere. Mi tolse rapidamente la camicia, sbottonò i pantaloni e mi abbassò le mutande: ero nudo, eccitato, voglioso, davanti a lui. Iniziò ad accarezzarmi su tutto il corpo, massaggiando i miei muscoli. Ero in estasi. Gli slacciai la cintura e gli sfilai i pantaloni. Lui mi prese con forza, mi voltò e iniziò a strisciare il suo pacco ancora dentro le mutande sul culo, facendomi quasi una spagnola. Le sue braccia possenti mi avvolgevano, mi sentivo sicuro, protetto e avevo una voglia matta di godere e farlo godere. Torsi il collo e, mentre il suo cazzo strisciava ancora sul mio culo, dopo aver passato il mio braccio dietro la sua schiena, ci abbandonammo a un lungo bacio appassionante. Si staccò dalle mie labbra e si mise di fronte a me. Mi prese la testa e con rabbia la sbatté sul suo pacco. Sentivo quel cazzo duro che tentava di uscire da quella prigione, sentivo l’odore di sperma delle sue mutande, il calore e la voglia che regnavano in quel paradiso. Inebriato, cominciai a leccare le sue mutande. Lentamente con le mani le abbassai. Pochi e radi peli. Il cazzo in semi-erezione. Non esageratamente lungo ( sui 17-18 cm) ma bello grosso e appetitoso. Sfilai completamente le mutande. Avvicinai le labbra al cazzo. Con la punta della lingua iniziai a leccare solo la cappella, delicatamente. Gianmarco si lasciava andare a gemiti e incoraggiamenti. Quando ebbi lubrificato ben bene la punta, mi dedicai all’asta. Ora era ben dritta e inizialmente ebbi qualche problema a prenderla tutta in gola evitando i conati di vomito. Lui premeva dolcemente la mano sulla mia testa, fin quando non presi tutto il suo uccello in gola. Aveva un sapore fantastico, di uomo, di maschio. Sentivo le goccioline di pre-sperma scendermi in gola, bagnare la mia lingua e il palato. Continuai a scendere e risalire con la bocca lungo quell’asta per qualche minuto, prima lentamente poi a un ritmo sostenuto. I gemiti di Gianmarco aumentarono, i suoi muscoli si contrassero, si lasciò scappare qualche gridolino di piacere. A quel punto mi fermai; lessi quasi un’espressione di stupore misto a fastidio nel suo volto, ma prima che potesse dire qualcosa “ Non ora, è troppo presto. E non in bocca. Voglio che mi sfondi il culo, voglio che mi inondi con la tua sborra”. La sua espressione di fastidio si trasformò in un ghigno di piacere. “ non desidero altro. Ma prima voglio ricambiarti il favore” si abbassò di scatto, prese il mio uccello ( 16.5 cm, ma molto grosso) in mano, iniziò a segarlo con forza, ci sputò sopra più volte e in un attimo se lo ficcò in gola. Un paradiso. Misi le mani dietro la nuca e accompagnai il movimento della sua bocca e della sua lingua con una serie di colpi col bacino. Era più veloce e meno delicato di me. Rispecchiava più la sua idea di sesso-forte. Il mio cazzo era durissimo, mentre mi spompinava, mi guardava negli occhi e io mi perdevo nel suo sguardo cioccolato. Gli passavo la mano tra i capelli, vedevo i suoi glutei tesi per lo sforzo. Sentii muoversi qualcosa nei piani bassi, sentivo che stava per salire l’orgasmo. Allontanai la sua testa dal mio uccello e lui, per tutta risposta, prese a succhiarmi le palle, facendomi gemere sempre di più dal piacere. Si alzò lentamente e, baciandomi, mi spinse verso il tavolo al centro del magazzino. Con una manata gettò a terra la cassa di lattine che si trovava sopra, mi prese in braccio e mi fece sedere sul tavolo. Si strinse a me, continuando a baciarmi. Mi sollevò le gambe, facendomi distendere sul tavolo. Si inginocchiò e mi sussurrò: “ E’ tempo di esaudire il tuo desiderio” e con la lingua mi inumidì lentamente il buco del culo. Sentivo la sua lingua che fremeva dalla voglia di perforami. Infilava a tratti il dito medio per allargarmi il buco( cosa che mi procurava un certo dolore, sopportabile), sapendo di dover sbatterci dentro il suo grosso uccello. Dopo qualche minuto appoggiò sull’ano la cappella lucida. “ probabilmente farà male” disse e in un attimo tutta la sua asta fu dentro di me. Urlai. Ma non come si urla quando si prende una botta o si cade. Fu un urlo unico, di dolore sì, ma anche di un infinito piacere. Sapere di averlo dentro di me mi eccitò a tal punto che, se in quel momento mi avessero solo sfiorato l’uccello, probabilmente sarei venuto in un attimo. Una volta dentro, Gianmarco mi appoggiò la mano sugli addominali contratti per lo sforzo e per il piacere e iniziò a dare forti colpi di bacino. A ogni sferzata io e lui, assieme, emettevamo forti gemiti. Temevo che qualcuno da fuori ci potesse sentire. Più lo guardavo godere e più godevo. Sapevo di essere io il suo strumento di piacere, e lui il mio. Il suo cazzo si faceva strada nel mio culo stretto ma ormai sfondato. Non ero più vergine. Gianmarco aumentò il ritmo. Le sue sferzate si fecero più potenti. Ansimava ormai senza interruzione. Con la mano prese la mia asta e iniziò a segarmi. Io ero nell’estasi più totale, con un braccio dietro la testa e una mano che si allungava a toccare il petto di lui, un grosso uccello in culo e un bellissimo ragazzo che mi segava. Il ritmo ormai era folle. Vedevo le goccioline di sudore bagnare il suo petto, fino a terminare a livello del pube e poi, chissà, magari fino alla punta del cazzo. Il dolore al culo era scomparso, lasciando spazio solo al piacere. Una sferzata potentissima. Un getto di sperma mi invase il culo, accompagnato da un “Aaaaaaaaaaaaaaah” di piacere di Gianmarco. A quel punto neanch’ io resistetti più e sborrai abbondantemente sui miei addominali. Le sferzate di Gianmarco ormai erano lente e deboli. Si accasciò sul mio petto, senza togliere il suo cazzo dal mio rifugio caldo e accogliente (cosa che non mi dispiacque per nulla) e con la lingua ripulì lentamente la sborra schizzata sul ventre e suoi pettorali, leccandomi per bene i capezzoli turgidi. Estrasse la sua arma dal mio fodero, me la sbatté in faccia e mi chiese di leccare ciò che era rimasto del suo sperma. Era leggermente amaro, denso e gustoso. Quando finii il lavoro, con gentilezza mi porse i vestiti. Mentre mi riprendevo, lui era già pronto, vestito, solo un po’ più sudaticcio rispetto a prima. Mi guardò fisso negli occhi e mi disse: “ A domani”. Non risposi, troppo confuso. Cercai le mie mutande. Non c’erano. Guardai meglio. Sotto al tavolo c’era un paio di mutande grigie col bordo nero, di una nota marca di intimo. Erano le sue. E lui aveva indossato le mie. La cosa mi attizzò molto. Con foga le raccolsi, le annusai e le indossai. Mi rivestii con rapidità e mi avviai verso casa. Non gli avrei mai più restituito quelle mutande. Ora erano mie. Anche se di occasioni per farlo, in seguito, ce ne furono molte.

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La pasticcera e il lupo by piccolaeva [Vietato ai minori]




La pasticcera e il lupo di piccolaeva New!
È sul suo divano tornata a casa poco fa. Ha la tuta che divide tra la palestra ed il lavoro, nera di cotone. Ha i piatti da lavare e la cena da cucinare poi non sa che farà quando L. se ne andrà e lei tornerà stendersi sul suo divano.
Un sogno o un ricordo si vede nello specchio, a volte ha l’impressione che si fondano il sogno ed il ricordo. Mica è importante infine, lei sa che ha realizzato il sogno che porta nel ricordo.
“Perché ti tormenti ancora con questa storia?”
Non lo puoi capire L’altra è normale ma lei si tormenta ancora con questa storia perché le rimorde la coscienza, il ricordo, perché quella storia non è mai stata finita.
“Non mi capisci mai, eppure L. Io e te, siamo amiche da moltissimo tempo. L. quella storia l’hai vissuta da vicino con me ma ancora non mi capisci tu, mai. Forse ho trovato le parole per spiegarti.
Quando la sua voce esteriore coincideva con la mia intima fantasia, io esprimevo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia di lui confermava la mia le nostre energie interagivano e si moltiplicavano noi davamo vita alla nostra realtà condivisa. Questo è spesso chiamato rapporto di coppia. L’energia è immensa. Bisogna crederci per capirlo.
La storia è sempre la stessa, te l’ho raccontata milioni di volte e adesso te la scrivo sulle righe bianche e nere dello schermo. Sul filo della luce mentre il cursore batte come il cuore e gli altri dormono così uscirà dai miei ricordi per fissarsi sulla carta immaginaria che tu leggi.”
Aveva, Elia, appena diciott’anni, o come vuoi chiamarla, tanto son tutte scorciatoie per dire lo stesso nome. Lavorare lì era un modo per andarsene, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita. Lì non era mai sé stessa. O forse era sé stessa solo li. Lui, lui era quello che con le dita da forma allo zucchero, no ai dolci no, solo a quella pasta colorata, o all’ostia, all’isomalto, quello in poche righe che decora cose già fatte. Ed Elia era quella che impasta, s’impasta, si sporca le mani. Questo dovrebbe L., averti già detto tutto di loro.
Ma siccome ancora mi guardi senza capire cerco di spiegartelo di nuovo.
Aveva Elia quella voglia di non essere più schiava di nessuno nella vita,se non delle proprie passioni e forse per questo che andò a sbattere contro un muro di ghiaccio e forse per questo è diventata adesso quello che è. Non vuole essere una scusa, chi si lascia condizionare tanto da un’altra persona, come lei, merita la fine che fa. Comunque era giovane, troppo. Spezza questa lancia a sua favore, questa almeno. Il lupo era quello che cercava. Aveva la pelle bianca di neve e i capelli di carbone e i suoi occhi facevano paura.Ma non era cattivo. Trattava Elia da settimane sempre nella stessa maniera, s’era accorto che lei lo cercava e aveva preso il partito di giocare con lei. Prima un complimento e poi una mortificazione, sul lavoro quasi sempre. A volte incontrario, il complimento seguival’umiliazione. Come a volerle insegnare che c’era un posto dove stare che era lui a governare. Quel gioco fatto di freddezza e d’amore,di ghiaccio e di calore. Si vedeva che aveva studiato, la prima volta che le parlò accese un discorso, di politica credo e lei gli mostrò come sapeva bene la storia e la sua storia. La storia di un grande blocco di ghiaccio chiamato Grande Madre che poi si sciolse in tanti piccoli cristalli di neve che oggi si chiamano… Insomma,tutta la fiera dell’est, per non fare distinzioni e poi non è importante. E anche di come sapeva bene la storia di un altro universo, fatto di deserti. E lui aveva dato a intendere che apprezzava la sua intelligenza.
Oggi so che quella buona impressione era stata un’ottima impressione ma vabbè.
E lui seguitò ancora per un pezzo a giocare con i fremiti di lei, si avvicinava a farle bere il suo profumo e poi scappava, a volte le toccava i fianchi e poi si ritraeva e mai proprio mai la conversazione pendeva da una piega volgare con lui. Abbassava lo sguardo in quei casi, recitava per lei. Molte altre volte con scuse insensate si liberava dei bottoni della camicia a lato davanti a lei,godeva nel vederla presa dalla febbre, quando lei gli piantava gli occhi sul petto. Sul ventre.Poi le diceva d’un tratto:“Perché ti prendi confidenza di guardarmi così?”
Quando era proprio lui a far di tutto per essere guardato.
E tutto divenne insopportabile lì dentro. Presto il bianco delle piastrelle che tappezzavano i muri, all’altezza di due metri, quasi dove arrivava lui, e bianche come lui. I manici delle tazzine che le suggerivano l’immagine delle orecchie. Tutto. Insoffribile il caldo là dentro perché era calda lei dentro.
Spesso sotto la divisa non portava più intimo, che tanto diveniva tessuto fradicio e inutile, in continuazione. Lui la fissava negli occhi con gli occhi neri di sempre, fin quando era certo che lei era fradicia perché glielo vedeva dalle perle di sudore sulla fronte. A quel punto con gli occhi rideva. Di giovedì cambiò tutto. Era arrivato l’ordine, mandò lei a sistemarlo. In magazzino. Lui quella mattina era arrivato, prima della divisa, vestito di stoffa bianca a fasciargli le gambe fatte di linee e ombre, quella stoffa che lei gli aveva detto le piaceva.
E lei a questo pensava, alle sue gambe.
Lasciò scivolare il vetro delle bottiglie.
“Questo è un bel guaio.”
Non solo per il prezzo del liquore rovesciato ma tanto per la fatica che le sarebbe costata togliere dal pavimento l’appiccicoso succo.Venne lui, attirato dal rumore di vetri andati in frantumi e iniziò a prendersela della sua distrazione, perché la distrazione di lei era proprio lui che andò piazzarsi le sue dita dentro i capelli liscissimi e scuri che lei aveva mille volte fantasticato di toccare. Poi giù verso la linea diritta del naso, delle linee curve delle labbra delle spalle e del collo, fino al petto, ai nervi. Che di un uomo sono rosei uno a destra e l’altro manca. Gelida la pelle, un tatuaggio sul cuore. Un lupo dagli occhi neri. E poi per vendicarsi di quella sfrontatezza che lui stesso l’aveva invogliata a commettere si tolse il bianco lino che in cucina si ha ad un lato del grembiule.
E con quello la legò, al ferro dello scaffale vuoto che doveva essere riempito di bottiglie. Lì davanti a lei prese ad aprire, laccio laccio quella tuta, che solo chi fa il lavoro d’Elia conosce. Quella che stringe e si fa comoda quando si ha fretta e si fa scomoda quando ti pieghi. Tutta di quadretti bianchi e neri. Maledetti il bianco eil nero. Lo guardò senza sapere cosa dire e cosa fare, si provò ad avvicinare. Lui, stette immobile a lasciarla annusare ma quando lei cercò di riceverlo lui la schiaffeggiò.
“Chi? Chi ti autorizzato a prendermi in bocca?”
Gridò in faccia ad Elia con tanta forza che le guance e il collo gli si fecero color porpora.
E come poco prima aveva fatto Elia anche lui scorse le linee di lei,dritta quella del naso e carnosa delle labbra e i bottoni della camicia, che chi fa questo lavoro sa, è fatta proprio per essere strappata in fretta se per caso prendi fuoco. E come se stava prendendo fuoco lei. E corse verso i nervi che in una donna sono turgidi, uno a destra e l’altro a manca. E graffiando e mordendo ne tirò fuori perle di sangue rosso. Se lei avesse detto un qualche cosa lui di certo avrebbe smesso. Troppo educato per umiliare una femmina che non volesse essere umiliata. E la girò per liberarla di quella stoffa bianca e nera che aveva ancora addosso. Maledetti il bianco e il nero. Sfilò una cinta lui, sottile e nera, fatta preferir le carni non per reggere i tessuti. Staccò dal muro un panno che andò a immergere e a strizzare, per posarlo sul culo di lei caldo e rotondo. Quella fresca carezza in quel punto che era caldo,caldo, così caldo la fece sobbalzare. Non avrebbe lasciato segni neri sulla pelle chiara con quello stratagemma. Lui quello stratagemma l’aveva appreso in un posto lontano, dove si vive di catene, dove i muri sono bianchi e dalle finestre strette entra una luce chiara che getta sulle pareti ombre lunghe e nere, disegnate dalle sbarre. Pose le punte metalliche delle scarpe antinfortunio tra le caviglie di lei, aprendole le cosce oscenamente, spingendo sul malleolo per darle quel dolore di cui si fanno parte le persone che giocano. Forse dieci o venti volte saltò lei, bagnandosi e scolandosi di una forza già vinta.

Non rimase niente sulla pelle di lei, se non le dita di lui a stringere e forzarle i glutei, arrossati e risvegliati e avrebbe voluto che continuasse quel massaggio ma invece la girò di nuovo come era prima del gioco del passato. Aprì di nuovo quella tuta laccio laccio, prese a toccarsi davanti a lei che s’inarcava come un felino contorcendosi cercando di arrivare a quel cazzo che le sbatteva in faccia ma non poteva arrivarci stretta per i polsi dalla stoffa bianca, prigioniera della pressione di un piede di lui contro il suo petto. E cercava lo sguardo nero di lui ma ne trovò solo la gola tesa verso l’alto mentre si lasciava osservare gemere e contorcersi,flettersi sulle gambe mentre i muscoli di esse si modellavano per lo sforzo e lei si dibatteva stretta al laccio desiderando di aver dentro quel maledetto cazzo. E finì per riversarsi su di lei,succhiando il sangue che aveva tirato fuori dai suoi seni a forza di morsi e di graffi. Le chiese di leccare e lei si pulì con la lingua,slegata adesso mentre lui sospirava da solo nella penombra del magazzino. Toglimi le scarpe. Ricorda Elia che le disse così e le sfilò laccio laccio quelle scarpe bianche e nere. Lo vide andarsene camminare nel rosso del liquore. Stordita lei, imporporata in viso, ubriaca di lui e del liquore che stesso da lui aveva bevuto se ne andò quel giorno a casa. Casa che odiava perché non era la sua, casa dove aveva una decina di sorelle che non erano le sue, casa che puzzava d’umido per la muffa nera che correva sui muri bianchi. Casa dove non c’erano i parenti. Forse per questo andava alla cucina, non per quei due soldi che le dava quella porca bionda che aveva per padrona. Una porca fatta di plastica, dal petto al culo, con un sorriso al botulino. Che mostrava il silicone a tutti quelli che entravano, fornitori e avventori, ingegneri e muratori.
Elia non ha mai capito quella donna, non era una morta di fame ma amava portarsi nel letto ogni cosa che potesse respirare. E anche che non respirasse, ho il dubbio io. Si addormentò quella sera con la voce del lupo, così aveva deciso di chiamarlo e così a lui piaceva che lo chiamasse, dentro il cranio. Sbatteva l’ultima frase che lui le aveva detto contro le pareti della testa, tra le pareti della fica,sbatteva la scossa elettrica data dalle mani di Lara. Ringraziami d’averti insegnato a stare attenta in magazzino. Poi sentì qualcosa sulle reni Elia e realizzò che era Lara. Una sua sorella che non era sua sorella con cui tante volte giocava la notte quando hai una voglia che potresti impazzire e ride di te anche la luna bianca nel cielo nero che ha compagnia di pianeti e di stelle, alla faccia tua che per giocare hai solo sorelle.
“Sei triste?”
“No.”
“Ache pensavi? Lara era un’impicciona.”
“Pensavo a lui.”
“Tanto lo vedi domani.”
“Io volevo vederlo stanotte.”
“Ci sono solo io con te stanotte.” Così diceva sempre e rideva. Elia non è mai stata lesbica ma se in tempo di guerra ogni buco è trincea…

 

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Giornalista di guerra by darksideof84 [Vietato ai minori]




DALLA ZONA EST DELLA FRONTIERA – Erano passati 15 giorni da quando le quattro squadre militari si erano posizionate nella zona est della città, l’unica zona non bombardata dal fuoco amico. Era la zona più alta, la prima ad essere setacciata dagli alleati all’arrivo in città. Un totale di venti soldati, 15 uomini e
5 donne avevano innalzato alacremente una sorta di ufficio con satelliti, computer e tutta l’attrezzatura necessaria per monitorare la situazione.
Insieme a loro erano presenti anche la giornalista Sara Z. ed il suo cameraman che, ogni giorno, puntuali alle ore 18, trasmettevano il servizio da mandare in onda alle ore 20 per aggiornare i telespettatori circa l’evoluzione del conflitto.

Sara non era nuova a questo tipo di missioni; era già stata in altre tre missioni in giro per il mondo e aveva ricevuto anche un’adeguata preparazione militare.
Non era mai stata di intralcio alle squadre speciali con domande o azioni inopportune, ma anzi si era sempre fatta apprezzare per la lealtà e concentrazione.

In realtà Sara si era fatta apprezzare anche per altro in un ambiente così a stragrande maggiornaza maschile. 32 anni, Alta 1.70, capelli rosso rame naturale, occhi verdi, Sara era la classica ragazza che riusciva ad ottenere un fischio di approvazione anche appena sveglia.
Gli anni di ginnastica ritmica da piccola e tutti gli allenamenti al seguito delle squadre speciali le avevano donato un fisico tonico ed aggraziato, impreziosito da un bel seno, una terza abbondante dopo che era un po’ dimagrita, e dei glutei naturalmente scolpiti.
Non si tirava indietro alle battute e agli apprezzamenti dei commilitoni, ma era sempre stata professionale e – all’interno delle tende o degli uffici militari -non era mai stata colta in fallo o aveva mostrato debolezze sui campi di guerra.

Anche in quella mattinata di apparente calma, davanti al fornelletto dove si preparava il caffè, gli apprezzamenti e le battute si sprecavano e le risate imbarazzate si seguivano leggere nell’aria.
Tutto pareva portare ad un’altra giornata di solo monitoraggio quando un’esplosione nelle vicinanze fece ridestare tutti dall’apparente torpore.

L’esplosione era stata così violenta che i muri avevano cominciato a tremare e la polvere aveva iniziato a cadere copiosamente sui monitor.
In maniera non comprensibile, i radar non erano riusciti a captare alcun pericolo e questo aveva colto alla sprovvista l’intera squadra.

La struttura iniziava a perdere pezzi ed il comandante in capo alla missione aveva messo in allerta tutti: l’edificio andava sgombrato, bisognava raggiungere le grotte più a nord quanto prima per mettersi al riparo e chiamare soccorsi.

In gruppi di cinque tutti avevano lasciato ordinatamente, ma in maniera veloce l’edificio muovendosi a nord. Sara, il cameraman ed altri tre commilitoni chiudevano il gruppo, loro erano sempre dietro sul fronte.
Le squadre erano in salita quando una scarica di proiettili si era stampata proprio a due passi da loro. Alcuni commilitoni erano caduti colpiti da queste schegge impazzite; altri avevano cominciato a correre a nord venendo bloccati da velocissimi mezzi corazzati dei nemici.

I nemici avevano tirato l’imboscata giocando con un effetto sorpresa e nuovissime tecnologie invisibili.
Nel caos generale, con più della metà della squadra a terra o bloccata, Sara invece di aspettare disposizioni dai militari rimasti e scappare insieme a loro, aveva preso il braccio del cameraman fiondandosi entrambi verso sud, dall’altro lato rispetto al blocco nemico.
Non avevamo lasciato contatti, non avevano avvisato nessuno, solo fuga senza ritorno.
Nella corsa si era sentito un unico rumore, secco, pesante. Il cameraman di Sara, un colosso d’ebano di 195 centimetri, era crollato per terra, colpito alla testa da qualche pallottola nemica esplosa nelle vicinanze.

In preda al panico, Sara aveva cominciato a correre senza sosta, andando sempre a zig zag come le avevano insegnato per non dare punti di riferimento ad eventuali cecchini appostati. Sara correva, correva, correva, senza girarsi mai, sguardo fisso in avanti con le mani saldamente premute contro il suo zaino.

Dopo un tempo indefinito, probabilmente di 30-40 minuti, Sara si era accorta di essere in una zona deserta. Solo tanti cumuli di macerie si estendevano per il territorio, con un paio di palazzi ancora parzialmente intatti che si vedevano a brevemedia distanza.

Le esplosioni avevano creato dei crateri naturali che potevano fungere anche da protezione o accampamento in momenti di urgenza.
Sara si era lanciata in quello che le era sembrato il posto migliore…un palazzo parecchio demolito che però manteneva delle zone chiuse ed ancora un piano apparentemente in decenti condizioni che le avrebbe permesso meglio di vedere verso l’esterno.
Era sola, l’unica cosa che poteva fare è drizzare bene le orecchie e non farsi beccare e guardare tutto e tutti da quella sorta di soppalco coperto.
In una zona così povera di nascondigli, correre in questo momento non era così utile.

Sara si era accovacciata, slacciando lo zaino e saldando per bene il giubbotto antiproiettili. Aveva caldissimo, moriva di caldo, ma per niente al mondo si sarebbe tolta il giubbotto. Il suo seno sembrava esplodere contro il giubbotto a furia del respiro affannoso, le mancava l’aria, ma tenne duro.

Tirò fuori il suo binocolo e gli occhiali da vista lontana per cercare di perlustrare l’aria dalla sua zona.
Le uniche zone monitorabili, a parte le pianure ed i crateri, erano i due edifici ancora in piedi.
Erano abbastanza vicini per poter vedere bene dalle finestre, almeno i piani inferiori. Quel binoloco poi era un prodigio della tecnologia, gentile concessione del comandante della squadra.

Il primo palazzo era parso da subito vuoto. A dir la verità si potevano ben vedere alcune sagome di persone probabilmente decedute all’interno, sporche di sangue.

Nel secondo palazzo invece Sara aveva notato subito attività. Al secondo piano, un po’ più in alto rispetto alla sua posizione, si vedevano delle guardie che camminavano avanti ed indietro dietro le vetrate delle finestre.
Al primo piano, quasi alla sua altezza di vista, invece una stanza era completamente buia ma, alla vista dell’altra, rimase completamente esterefatta.

Quello che riusciva a vedere non aveva senso a prima vista. Vedere un sedere femminile nudo era l’ultima cosa che poteva aspettarsi.
Ed invece era quello che vedeva. Una donna, con buona parte del vestito militare ormai a stracci, giaceva a 90 gradi su un letto.
Le gambe erano divaricate, c’erano delle catene che partivano dal letto e bloccavano i piedi.
Non era possibile vedere il viso della donna visto che era bloccata in una sorta di giogo, di ghigliottina che teneva bloccate testa e braccia.

Quello che Sara vedeva l’aveva turbato…la donna presentava un cuneo anale ben impiantato tra le chiappe e dei morsetti collegati da una catenella che apparivano su un seno cadente che doveva essere molto grosso.
La vista di una guardia armata qualche metro più a destra della donna l’aveva fatta sobbalzare e nascondere un po’ meglio tra le rovine del palazzo, ma non riusciva a togliere ad allontanare lo sguardo da quello spettacolo irreale.
In un lasso di tempo che poteva essere una mezzora non era capitato niente, sembrava di vedere un quadro bondage.
All’improvviso però Sara vide entrare altri 3 uomini nella stanza ed iniziò ad avere paura.

Uno dei 3 uomini era vestito di bianco, sicuramente oltre i 185 cm, molto moro di carnagione ma dall’aspetto curato, nonostante i capelli e la barba lunghi.
Gli altri due invece sembravano degli energumeni di colore, stessa altezza ma portamento molto più militare; erano pesantemente armati.

I due militari si misero ai lati della ghigliottina, un terzo militare arrivò correndo riferendo una informazione all’orecchio dell’uomo in bianco e poi sparì.
L’uomo in bianco invece si mise leggermente al lato della donna e cominciò ad accarezzare con premura il sedere della donna immobilizzata.

Aveva dei modi gentili, accarezzava in senso circolare, entrambi i glutei, con una mano o due, in maniera sempre più marcata ma pacata.
Dal suo punto Sara vide che l’uomo spostò le mani tra le gambe della donna, iniziando a stuzzicarla lentamente. La donna cominciò subito a dare segni di risposta dibattendosi.

L’uomo continuò il trattamento per diversi minuti, con la donna che si dimenava come un cavallo pazzo. Era stato sempre regolare nel movimento, ma continuo, deciso, senza sosta. Sara con il suo visore aumentato vedeva con che dovizia l’uomo entrava nelle grandi labbra, lentamente, e poi toccava le piccole labbra in un moto perpetuo, infinito, con la donna oscenamente piegata ed in mostra.

Sara aveva iniziato a pensare all’effetto che potevano fare quelle mani sulle parti intime indifese per così tanti minuti ed ebbe un brivido.
Lei amava questo tipo di trattamento, impazziva quando l’uomo si dedicava a lei con la lingua o con le mani alle sue parti intime in maniera così lenta e continuata. Avrebbe supplicato, in un altro momento, di ricevere quel trattamento.
Sara era a disagio tra quello che vedeva ed il calore che iniziava a provare. Non poteva sentire la voce della donna, ma era sicura che non fosse in silenzio.

L’uomo in bianco aveva messo una mano sul cuneo anale, mentre con l’altra aveva preso palesemente a sditalinare la donna che sembrava indemoniata.
Più le stuzzicava la passera e più tirava fuori il cuneo lentamente. Sembrò un processo interminabile, Sara iniziava a provare emozioni stranissime a quella
vista, l’uomo era vicino alla conclusione ma era estenuante nell’attesa.
Sara si domandava da quanto fosse lì la donna e quanto dolore le procurasse quell’arnese nel sedere.
Dopo pochi secondi, l’uomo estrasse l’arnese dal sedere della donna; era un cuneo di dimensioni notevoli, tra le chiappe la donna mostrava una notevole apertura anale adesso. Ma la cosa che lasciò basita Sara era che la donna si lanciò in un orgasmo notevole…la vide tremare e poi praticamente
aveva iniziato a gocciolare umori, quasi a squirtare mentre l’uomo le massaggiava con cura il sedere.

Sara era confusa, aveva caldo, aveva iniziato a tremare pure lei…tutta quella situazione l’aveva presa alla sprovvista e, senza quasi essersene accorta, aveva avuto una sorta di orgasmo pure lei. La situazione surreale le aveva scombussolato l’autocontrollo, non capiva il perchè ma si sentiva bagnata tra le
mutande e non era perchè era sudata dopo la corsa.
Sara non era analmente vergine; aveva provato con 2-3 partner l’esperienza da dietro con alterni risultati. Col primo uomo non le era dispiaciuto, col secondo aveva detto basta, mentre il suo collega afro americano a new york qualche tempo prima l’aveva quasi spaccata per la foga e le dimensioni facendola però godere, ma da quella volta non aveva più provato.
Ma non dispiacere era un conto…godere di riflesso di una situazione vista era un’altra cosa e lei era sbalordita.

La situazione le aveva fatto perdere il controllo della sua mente, del suo organismo, ma anche della situazione intorno a lei.
Con un secondo di ritardo sentì qualcosa in vicinanza, il tempo di capire cosa fosse ed una mano l’aveva presa mettendole un bavaglio alla bocca con un qualcosa di odore poco gradevole.
In pochi secondi Sara aveva perso l’equilibrio e pian piano era svenuta. Sara era stata scoperta e catturata.

(continua…)

PS: spero che la prima parte del racconto vi sia piaciuta. Adesso penserò a come andare avanti, ho una mia idea in testa ma chissà…
Spero di ricevere commenti, pareri, critiche e chissà….anche qualche dritta sul proseguio della storia. Grazie in anticipo!!
Mail: darksideof84@libero.it

 

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