La Schiava by PadronePsion [Vietato ai minori]




“Vai in bagno, voglio che mi mandi una foto di te in intimo, adesso.”

Sei in università, e questo comando ti manda fuori di testa, come sempre. So bene che dovrai darmi del tuo tempo, che adori darmi del tuo tempo e mandarmi foto di te mezza nuda mentre dovresti essere a Lezione.

“Porta anche gli evidenziatori, sai già cosa fare.”.

E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, mentre ascolti le lezioni non ti faccio usare palline da Geisha, nemmeno altri oggetti che dovresti comprare ma attraverso la quotidianità ti faccio impazzire. L’evidenziatore che segna tutte le pagine di appunti che ti devi infilare in testa per studiare, lo usi anche per darti piacere tutto il giorno. Lo infili uno nella figa e l’altro nel culo, brucia, me lo ripeti sempre, ma ti eccita, ti eccita perchè ti fa ricordare che sei in mio potere. Che sei mia.

“Come sempre sono sua Padrone. Quello nel culo brucia un po'”.

Appare una tua foto nella mia casella, ci sei tu completamente nuda nel bagno delle donne. Mi mostri la tua figa nel dettaglio mentre ti sei penetrata con i due evidenziatori. Mi eccito, non posso non negarlo. Sei davvero una bellissima ragazza e averti per le mani mi dà alla testa. Ma adesso non è il momento, ci sarà tempo per divertirsi, per renderti mia.

“Torna in classe, ci sentiamo pù tardi Anna. Sei ancora agli inizi, voglio che tu mi stupisca prima di poterti concedere di essere una mia schiava.”

“A dopo Padrone.”

 

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Infermiera attenzioni calde per un suo paziente




Nei miei dieci anni di carriera come infermiera presso una clinica privata sono sempre stata molto efficiente, ho seguito i pazienti seguendo l’etica professionale e non ho mai assunto comportamenti che potessero compromettere la mia posizione.

Tutto questo fin quando non è stato ricoverato un ragazzo di 22 anni di nome Angelo, alto, moro, occhi verde, amante delle sport, il classico paziente che non dovrebbe avere nessuna patologia preoccupante, soprattutto se ricoverato per dei controlli di routine.

Ci è capitato spesso di avere degli atleti nella nostra clinica, giusto un paio di giorni, il tempo di fare tutti gli accertamenti e poi andar via.

Angelo è dovuto rimanere una settimana a causa di un’infezione allo stomaco, niente di grave, ma non potevamo mandarlo via, doveva ricevere le cure adeguate.

Io ho 38 anni, sono una donna sola che si è completamente dedicata al lavoro, ho avuto storie di una notte, relazioni fugaci ma niente di impegnativo, non potrei permettermelo, almeno per come la penso io.

Non ho mai pensato di creare una famiglia, faccio turni lunghi, spesso di notte e non avrei mai potuto dedicare le attenzione che un marito e dei figli meriterebbero, così ho scelto di vivere la mia vita da single.

Angelo è bellissimo e sa di esserlo, ha subito fatto il cascamorto con tutte le infermiere, ma ognuna di loro oltre ad essere lusingata non si spinta oltre al ringraziamento verbale.

Io per quanto abbia cercato di rimanere razionale, non sono riuscita a controllarmi, mi ha colpito dal primo secondo e il suo modo di fare mi ha attirato sempre di più.

Si è subito creato un certo feeling, gli ho dato confidenza o forse se l’è presa, non lo so, ho fatto i miei turni come stabilito, ma al terzo giorno ho deciso di farmi mettere le notti, il momento in cui la clinica è deserta, oltre al personale di turno e i pazienti dormono.

Angelo sembra essere stato molto contento di vedermi durante il turno di notte, lui è un ragazzo di 22 anni, nonostante gli fosse stato detto di riposare, non si addormentava prima delle tre.

La prima notte andai a trovarlo un paio di volte, aveva un compagno di stanza che fu mandato via il quarto giorno, così Angelo rimase solo.

Fu quella notte in cui rimanemmo soli nella sua stanza che successe qualcosa, qualcosa che non avevo mai pensato di poter fare nell’ambiente lavorativo.

Andai a controllare la pressione e la glicemia, verificai che non avesse la febbre, poi gli feci sollevare il pigiama, iniziai a toccargli l’addome e gli chiesi se provasse dolore, lui mi diceva di no, quando mi avvicinai un po’ troppo al contorno degli slip mi disse che li provava un po’ di fastidio.

Gli chiesi di indicarmi bene il punto preciso, lui mi disse di scendere più giù, pochi millimetri e avrei toccato il suo cazzo, lui mi sorrise maliziosamente e mi disse di scendere ancora, fu in quel momento che lo guardai negli occhi e ricambiai il sorriso.

Andai a chiudere la porta della stanza, la chiusi a chiave, c’era silenzio e tutti riposavano, sapevo che nessuno sarebbe entrato e avrebbe cercato di farlo; tornai dal mio paziente e toccai il punto preciso, il suo cazzo era già un po’ duro, a quanto pare si stava eccitando.

Infilai la mano sotto gli slip, gli feci una sega da sotto gli indumenti, poi lo tirai fuori, era venoso e doppio, mi avvicinai con la bocca e leccai la cappella, poi lo feci sparire nella mia bocca e iniziai a pompare.

Lui mi prese per i capelli e mi spinse di più la testa per farmelo prendere fino in fondo, sentivo che anche io mi stavo eccitando tantissimo, la mia figa si stava bagnando, aumentai la velocità del pompino, glielo misi in tiro per bene, lui gemeva e mi diceva che ero brava.

A quel punto mi tolsi le mutandine da sotto la divisa, salii sopra al letto, allargai le gambe e infilai il cazzo tutto in fondo dentro la mia figa. Lui mi aprì un po’ la divisa, voleva vedere le mie tette, le tirò fuori dal reggiseno, la sua lingua accarezzò i miei capezzoli, poi me li succhiò avidamente con le labbra ,mentre io mi muovevo su e giù sopra la sua asta dura.

Lo sentivo dare colpi da sotto, spingeva forte, io mi lasciavo andare ai gemiti ad ogni colpo, il suo cazzo sembrava avere energia infinita, mi faceva impazzire, si fece coraggio, cambiammo posizione, ora stava sopra di me, io avevo le gambe aperte e lui spingeva e ci dava di bacino.

Lo sentivo gemere nel mio orecchio, mi dava delle troia e mi diceva che la mia figa lo faceva impazzire, riprese un seno in bocca e succhiò, aumentò il ritmo dei colpi, dovetti mordermi le labbra per non urlare.

A me piaceva prenderlo da dietro, gli dissi di farmi mettere a pecorina, lui sembrò entusiasta della mia richiesta, mi penetrò la figa con un affondo deciso, mi aggrappai allo schienale del letto e lui sfogò tutta la sua voglia a colpi di cazzo, mi scopò forte.

Mentre mi fotteva, infilò un dito nel buco del mio culo, mi piacque molto la cosa, lui voleva metterlo li, lo avevo capito ma mi resi conto che era passato troppo tempo e che avrei dovuto fare il giro, così gli dissi che non c’era tempo, doveva sborrare subito.

Scesi dal letto, si stese col cazzo in tiro, lo agitai velocemente e lo succhiai senza fermarmi e poi mi sborrò in bocca, un getto di sperma molto abbondante che mi affrettai a ingoiare.

Non avevo mai scopata con un paziente e rischiato il posto, ma Angelo mi aveva acceso qualcosa dentro. Le notte seguenti lo abbiamo fatto ancora, poi una volta dimesso non l’ho più visto.

Volevo raccontarvi questa storia nell’anonimato, perché vi assicuro che è stata una situazione davvero eccitante.

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Nel mezzo ci sono io by Dulcinea [Vietato ai minori]




Ognuno ha il proprio modo di espiare i propri peccati.

C’è chi si affida all’anestetico caldo e sicuro della religione, demandando a un Dio che non vede e che non sente, la remissione delle proprie colpe o del proprio senso di colpa e dei propri dolori.

In fondo non ha ragione John Lennon quando dice che

 

“God is a concept
By which we measure
Our pain”

 

Ma non è una domanda.

Non vi è punto interrogativo ad elemosinare conferme nelle altrui solitudini.

Non è una domanda, ribadisco.

E’ un assunto.

E’ un asserzione.

 

C’è invece chi intraprende la strada del proprio privato “cammino di Santiago” e si affida alle cure redentrici di un seguace di Freud.

Lunghe ed estenuanti sedute, finalizzate ad estirpare una sorta di male oscuro o semplicemente a portare alla luce un personalissimo e troppo spesso incompreso e inascoltato L.O.L. (lato oscuro della luna).

 

Su Dio non posso dire niente.

Non lo conosco abbastanza per poterne parlare.

 

Sulla scoperta del L.O.L., potrei dire, forse poco di più.

Potrei dire quanto è dolorosa la strada che corta alla scoperta del sé.

Potrei dire quanto è faticosa.

Potrei dire che alle volte si ha sensazione di lottare contro i mulini a vento (non avrete mica creduto che mi sia chiamata Dulcinea solo perchè in un Musical degli anni ’70, la donzella in questione , veniva designata come una puttana capace di ispirare grandi imprese in un nobile “sbrindellato e scalzo” come il fu compianto Don Chisciotte? Nel libro di Cervantes in realtà costei era solo una contadina povera ed ignorante…altro che cortigiana di alto bordo!).

Ma poco di più, potrei dire, che non sia già stato detto.

 

Quindi…

Non vi dirò niente di tutto ciò.

Non è questo il momento e non è questo il tempo.

 

Vi racconterò semplicemente una storia.

La MIA storia.

Vi racconterò la storia di una delle tante Dulcinea che hanno abitato la mia pelle.

E ve la racconterò con lo spirito sornione di un folletto oppure con la leggiadra malinconia di una fata.

Con il candore di una novizia e con la lascivia di una cortigiana.

 

Vi racconterò quello che è stato e che non è stato.

Vi racconterò verità soavi come bugie.

E narrerò di menzogne incoercibili come confessioni.

 

Vi narrerò la mia storia con voce tremate ed occhi affogati di pianto.

E ve la racconterò con il sorriso beffardo ed insolente di un fauno o di un satiro.

 

Non parlerò di sesso.

Non solo di sesso almeno.

 

Ma il sesso c’entra.

Come sempre.

Il sesso è l’inizio e la fine di molte storie.

Nel sesso mettiamo noi stessi.

Mettiamo il nostro corpo.

Mettiamo la nostra anima e le nostre abilità.

Qualche volta mettiamo anche il nostro cuore.

Troppo spesso dimenticando di scriverci sopra la parola “fragile”.

E troppo spesso, con forza uguale, ma in direzione contraria, scrivendoci sopra a caratteri cubitali “vuoto a perdere”

E poi…

E poi mettiamo le nostre fantasie.

Le nostre perversioni.

I nostri inganni.

 

Il sesso è l’alpha e l’omega di questa storia.

Nel mezzo, ci sono io.

 

 

 

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