La pasticcera e il lupo by piccolaeva [Vietato ai minori]




La pasticcera e il lupo di piccolaeva New!
È sul suo divano tornata a casa poco fa. Ha la tuta che divide tra la palestra ed il lavoro, nera di cotone. Ha i piatti da lavare e la cena da cucinare poi non sa che farà quando L. se ne andrà e lei tornerà stendersi sul suo divano.
Un sogno o un ricordo si vede nello specchio, a volte ha l’impressione che si fondano il sogno ed il ricordo. Mica è importante infine, lei sa che ha realizzato il sogno che porta nel ricordo.
“Perché ti tormenti ancora con questa storia?”
Non lo puoi capire L’altra è normale ma lei si tormenta ancora con questa storia perché le rimorde la coscienza, il ricordo, perché quella storia non è mai stata finita.
“Non mi capisci mai, eppure L. Io e te, siamo amiche da moltissimo tempo. L. quella storia l’hai vissuta da vicino con me ma ancora non mi capisci tu, mai. Forse ho trovato le parole per spiegarti.
Quando la sua voce esteriore coincideva con la mia intima fantasia, io esprimevo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia di lui confermava la mia le nostre energie interagivano e si moltiplicavano noi davamo vita alla nostra realtà condivisa. Questo è spesso chiamato rapporto di coppia. L’energia è immensa. Bisogna crederci per capirlo.
La storia è sempre la stessa, te l’ho raccontata milioni di volte e adesso te la scrivo sulle righe bianche e nere dello schermo. Sul filo della luce mentre il cursore batte come il cuore e gli altri dormono così uscirà dai miei ricordi per fissarsi sulla carta immaginaria che tu leggi.”
Aveva, Elia, appena diciott’anni, o come vuoi chiamarla, tanto son tutte scorciatoie per dire lo stesso nome. Lavorare lì era un modo per andarsene, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita. Lì non era mai sé stessa. O forse era sé stessa solo li. Lui, lui era quello che con le dita da forma allo zucchero, no ai dolci no, solo a quella pasta colorata, o all’ostia, all’isomalto, quello in poche righe che decora cose già fatte. Ed Elia era quella che impasta, s’impasta, si sporca le mani. Questo dovrebbe L., averti già detto tutto di loro.
Ma siccome ancora mi guardi senza capire cerco di spiegartelo di nuovo.
Aveva Elia quella voglia di non essere più schiava di nessuno nella vita,se non delle proprie passioni e forse per questo che andò a sbattere contro un muro di ghiaccio e forse per questo è diventata adesso quello che è. Non vuole essere una scusa, chi si lascia condizionare tanto da un’altra persona, come lei, merita la fine che fa. Comunque era giovane, troppo. Spezza questa lancia a sua favore, questa almeno. Il lupo era quello che cercava. Aveva la pelle bianca di neve e i capelli di carbone e i suoi occhi facevano paura.Ma non era cattivo. Trattava Elia da settimane sempre nella stessa maniera, s’era accorto che lei lo cercava e aveva preso il partito di giocare con lei. Prima un complimento e poi una mortificazione, sul lavoro quasi sempre. A volte incontrario, il complimento seguival’umiliazione. Come a volerle insegnare che c’era un posto dove stare che era lui a governare. Quel gioco fatto di freddezza e d’amore,di ghiaccio e di calore. Si vedeva che aveva studiato, la prima volta che le parlò accese un discorso, di politica credo e lei gli mostrò come sapeva bene la storia e la sua storia. La storia di un grande blocco di ghiaccio chiamato Grande Madre che poi si sciolse in tanti piccoli cristalli di neve che oggi si chiamano… Insomma,tutta la fiera dell’est, per non fare distinzioni e poi non è importante. E anche di come sapeva bene la storia di un altro universo, fatto di deserti. E lui aveva dato a intendere che apprezzava la sua intelligenza.
Oggi so che quella buona impressione era stata un’ottima impressione ma vabbè.
E lui seguitò ancora per un pezzo a giocare con i fremiti di lei, si avvicinava a farle bere il suo profumo e poi scappava, a volte le toccava i fianchi e poi si ritraeva e mai proprio mai la conversazione pendeva da una piega volgare con lui. Abbassava lo sguardo in quei casi, recitava per lei. Molte altre volte con scuse insensate si liberava dei bottoni della camicia a lato davanti a lei,godeva nel vederla presa dalla febbre, quando lei gli piantava gli occhi sul petto. Sul ventre.Poi le diceva d’un tratto:“Perché ti prendi confidenza di guardarmi così?”
Quando era proprio lui a far di tutto per essere guardato.
E tutto divenne insopportabile lì dentro. Presto il bianco delle piastrelle che tappezzavano i muri, all’altezza di due metri, quasi dove arrivava lui, e bianche come lui. I manici delle tazzine che le suggerivano l’immagine delle orecchie. Tutto. Insoffribile il caldo là dentro perché era calda lei dentro.
Spesso sotto la divisa non portava più intimo, che tanto diveniva tessuto fradicio e inutile, in continuazione. Lui la fissava negli occhi con gli occhi neri di sempre, fin quando era certo che lei era fradicia perché glielo vedeva dalle perle di sudore sulla fronte. A quel punto con gli occhi rideva. Di giovedì cambiò tutto. Era arrivato l’ordine, mandò lei a sistemarlo. In magazzino. Lui quella mattina era arrivato, prima della divisa, vestito di stoffa bianca a fasciargli le gambe fatte di linee e ombre, quella stoffa che lei gli aveva detto le piaceva.
E lei a questo pensava, alle sue gambe.
Lasciò scivolare il vetro delle bottiglie.
“Questo è un bel guaio.”
Non solo per il prezzo del liquore rovesciato ma tanto per la fatica che le sarebbe costata togliere dal pavimento l’appiccicoso succo.Venne lui, attirato dal rumore di vetri andati in frantumi e iniziò a prendersela della sua distrazione, perché la distrazione di lei era proprio lui che andò piazzarsi le sue dita dentro i capelli liscissimi e scuri che lei aveva mille volte fantasticato di toccare. Poi giù verso la linea diritta del naso, delle linee curve delle labbra delle spalle e del collo, fino al petto, ai nervi. Che di un uomo sono rosei uno a destra e l’altro manca. Gelida la pelle, un tatuaggio sul cuore. Un lupo dagli occhi neri. E poi per vendicarsi di quella sfrontatezza che lui stesso l’aveva invogliata a commettere si tolse il bianco lino che in cucina si ha ad un lato del grembiule.
E con quello la legò, al ferro dello scaffale vuoto che doveva essere riempito di bottiglie. Lì davanti a lei prese ad aprire, laccio laccio quella tuta, che solo chi fa il lavoro d’Elia conosce. Quella che stringe e si fa comoda quando si ha fretta e si fa scomoda quando ti pieghi. Tutta di quadretti bianchi e neri. Maledetti il bianco eil nero. Lo guardò senza sapere cosa dire e cosa fare, si provò ad avvicinare. Lui, stette immobile a lasciarla annusare ma quando lei cercò di riceverlo lui la schiaffeggiò.
“Chi? Chi ti autorizzato a prendermi in bocca?”
Gridò in faccia ad Elia con tanta forza che le guance e il collo gli si fecero color porpora.
E come poco prima aveva fatto Elia anche lui scorse le linee di lei,dritta quella del naso e carnosa delle labbra e i bottoni della camicia, che chi fa questo lavoro sa, è fatta proprio per essere strappata in fretta se per caso prendi fuoco. E come se stava prendendo fuoco lei. E corse verso i nervi che in una donna sono turgidi, uno a destra e l’altro a manca. E graffiando e mordendo ne tirò fuori perle di sangue rosso. Se lei avesse detto un qualche cosa lui di certo avrebbe smesso. Troppo educato per umiliare una femmina che non volesse essere umiliata. E la girò per liberarla di quella stoffa bianca e nera che aveva ancora addosso. Maledetti il bianco e il nero. Sfilò una cinta lui, sottile e nera, fatta preferir le carni non per reggere i tessuti. Staccò dal muro un panno che andò a immergere e a strizzare, per posarlo sul culo di lei caldo e rotondo. Quella fresca carezza in quel punto che era caldo,caldo, così caldo la fece sobbalzare. Non avrebbe lasciato segni neri sulla pelle chiara con quello stratagemma. Lui quello stratagemma l’aveva appreso in un posto lontano, dove si vive di catene, dove i muri sono bianchi e dalle finestre strette entra una luce chiara che getta sulle pareti ombre lunghe e nere, disegnate dalle sbarre. Pose le punte metalliche delle scarpe antinfortunio tra le caviglie di lei, aprendole le cosce oscenamente, spingendo sul malleolo per darle quel dolore di cui si fanno parte le persone che giocano. Forse dieci o venti volte saltò lei, bagnandosi e scolandosi di una forza già vinta.

Non rimase niente sulla pelle di lei, se non le dita di lui a stringere e forzarle i glutei, arrossati e risvegliati e avrebbe voluto che continuasse quel massaggio ma invece la girò di nuovo come era prima del gioco del passato. Aprì di nuovo quella tuta laccio laccio, prese a toccarsi davanti a lei che s’inarcava come un felino contorcendosi cercando di arrivare a quel cazzo che le sbatteva in faccia ma non poteva arrivarci stretta per i polsi dalla stoffa bianca, prigioniera della pressione di un piede di lui contro il suo petto. E cercava lo sguardo nero di lui ma ne trovò solo la gola tesa verso l’alto mentre si lasciava osservare gemere e contorcersi,flettersi sulle gambe mentre i muscoli di esse si modellavano per lo sforzo e lei si dibatteva stretta al laccio desiderando di aver dentro quel maledetto cazzo. E finì per riversarsi su di lei,succhiando il sangue che aveva tirato fuori dai suoi seni a forza di morsi e di graffi. Le chiese di leccare e lei si pulì con la lingua,slegata adesso mentre lui sospirava da solo nella penombra del magazzino. Toglimi le scarpe. Ricorda Elia che le disse così e le sfilò laccio laccio quelle scarpe bianche e nere. Lo vide andarsene camminare nel rosso del liquore. Stordita lei, imporporata in viso, ubriaca di lui e del liquore che stesso da lui aveva bevuto se ne andò quel giorno a casa. Casa che odiava perché non era la sua, casa dove aveva una decina di sorelle che non erano le sue, casa che puzzava d’umido per la muffa nera che correva sui muri bianchi. Casa dove non c’erano i parenti. Forse per questo andava alla cucina, non per quei due soldi che le dava quella porca bionda che aveva per padrona. Una porca fatta di plastica, dal petto al culo, con un sorriso al botulino. Che mostrava il silicone a tutti quelli che entravano, fornitori e avventori, ingegneri e muratori.
Elia non ha mai capito quella donna, non era una morta di fame ma amava portarsi nel letto ogni cosa che potesse respirare. E anche che non respirasse, ho il dubbio io. Si addormentò quella sera con la voce del lupo, così aveva deciso di chiamarlo e così a lui piaceva che lo chiamasse, dentro il cranio. Sbatteva l’ultima frase che lui le aveva detto contro le pareti della testa, tra le pareti della fica,sbatteva la scossa elettrica data dalle mani di Lara. Ringraziami d’averti insegnato a stare attenta in magazzino. Poi sentì qualcosa sulle reni Elia e realizzò che era Lara. Una sua sorella che non era sua sorella con cui tante volte giocava la notte quando hai una voglia che potresti impazzire e ride di te anche la luna bianca nel cielo nero che ha compagnia di pianeti e di stelle, alla faccia tua che per giocare hai solo sorelle.
“Sei triste?”
“No.”
“Ache pensavi? Lara era un’impicciona.”
“Pensavo a lui.”
“Tanto lo vedi domani.”
“Io volevo vederlo stanotte.”
“Ci sono solo io con te stanotte.” Così diceva sempre e rideva. Elia non è mai stata lesbica ma se in tempo di guerra ogni buco è trincea…

 

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Un annuncio che ti cambia by R-Ron [Vietato ai minori]




Non rispondere all’annuncio è quello che mi ripetevo, ma con una mano sul cazzo che si muoveva frenetica su e giù per darmi piacere e l’odore dell’eccitazione che mi intasava le narici, non ho più potuto ragionare.
Sta di fatto che nel giro di pochi minuti ho risposto all’annuncio mentre ormai stavo per spruzzare la mia voglia, tanto le palle erano cariche.

In pochissime ore ho ricevuto la risposta che desideravo.
Rapidamente, cercando sul mio portatile, ho trovato la foto del cazzo duro. Non contento però, ho voluto allegare al messaggio anche una foto di un primo piano del mio culo mentre sono piegato a novanta, con le chiappe sode aperte ed il mio buchino stretto ed invitante ben visibile.

Non ho ricevuto risposta fino a sera, quando finalmente un messaggio mi lascia senza parole:
– Hai un bel cazzone da torturare ed un culo tutto da sfondare. Ti voglio come mio schiavo per 24 ore. Ci incontriamo sabato sera, voglio che ti depili cazzo e culo e che ti vesti come voglio io. –
Il cazzo mi torna istantaneamente duro leggendo questo messaggio e con mani tremanti rispondo :
– Attendo tutti i dettagli –
Attendo trepidante per circa un’ora, aggiornando di continuo la posta in arrivo e segandomi senza sosta il cazzo quasi paonazzo tanto è il sangue che viene pompato all’interno.
– Al termine di Via xxxxx troverai un piazzale e sulla destra una strada sterrata che dovrai percorrere fino a quando attraverserai una pineta. Al termine, sulla destra prenderai una nuova stradina molto stretta che ti porterà in un piccolo spiazzo molto appartato. Mi attenderai fuori dall’auto con addosso solo quello che ti ordino: scarpe, calzini, pantaloni della tuta e giacca pesante.
Ti attendo alle 20.40, sarò già li, ma dovrai aspettare che sia io ad avvicinarmi. –
Con il cuore in gola e l’eccitazione a mille, rispondo con un semplice – A sabato –

Sabato.
Dopo essermi lavato e depilato, mi vesto come richiesto.
Nemmeno uscito di casa, mi rendo già conto che i pantaloni della tuta non trattengono affatto il cazzo duro che molleggia all’interno, provocando un vistoso bozzo tra le gambe.
Fortunatamente però, fuori è già buio ed il rischio di esibire la mia erezione a qualche passante è ridotta al minimo. Di contro però, il freddo è pungente, sopratutto con i pantaloni leggeri che indosso.
Mentre guido verso il posto stabilito, ripenso al fatto che non ho alcun numero telefonico di questa persona, mai vista una sua foto e solo discusso via email.
Forse è per questo che la situazione mi eccita molto?
Alle 20,36 sono già sul posto e noto subito un’auto dal colore scuro parcheggiata nel buio.
Attendo qualche minuto, visto sopratutto il freddo pungente e alle 20,39 esco dall’auto, lasciando all’interno documenti e chiavi di casa. Chiusa la serratura della portiera, mi sposto in modo da essere visibile all’altra auto e attendo.
Passano svariati minuti di silenzio e buio più completo. Dato il freddo pungente, il tempo sembra trascorrere ancora più lento ma finalmente, sento una portiera aprirsi e dall’auto esce un’uomo.

Silenziosamente lo noto venirmi incontro.
In realtà quello che vedo è solo una sagoma, senza volto, senza un’aspetto definito, eppure me lo sento che è un uomo.
– Voltati di schiena – ordina una voce rauca che conferma rapidamente i miei sospetti.
Non attende molto e dopo aver raggiunto i miei polsi, li porta dietro la schiena e li lega tra loro.
– Faccia sul cofano, sporgi bene il culo e allarga le gambe – sono gli ordini impartiti mentre senza esitazione mi forza nei movimenti trattenendomi per i capelli.
Mentre mi piega in avanti, come richiesto allargo le gambe ed appena la guancia tocca il freddo cofano, i pantaloni mi vengono calati fino alle ginocchia con un unico e forte strattone.
– Ora vedi di stare fermo – ordina mollando la presa dai capelli per posizionarsi dietro di me.
Le sue mani si impossessano del culo, carezzandolo, palpandolo, allargando le chiappe e sprofondando nel solco, fino al mio buchino posteriore che viene toccato senza esitazione.
Mentre con il pollice tasta la resistenza dell’ano, con l’altra mano scivola tra le mie gambe, passa sulle palle, le strizza e poi sale lungo l’asta dura e pulsante fino ad avvolgerla in una forte stretta.
Quasi non ho il tempo di ragionare, offuscato da tutta questa agitazione mista ad eccitazione e la mano stretta sul cazzo inizia a segarmi lentamente.
Il pollice dell’altra mano, dopo esser passato nella mia bocca per una rapida lubrificazione, torna all’azione iniziando a spingere per entrare nel culo.
L’uomo trova resistenza nel penetrarmi, l’attrito è notevole e di tutta risposta, la mano che mi sega, si ferma e aumentando la stretta, tira il mio cazzo indietro, tra le gambe, tirandolo fino a puntarlo verso terra, fino a farmi lamentare ed ancora fino a quando lo sento teso e duro che sbuca tra le mie cosce, puntando indietro quasi verso i piedi del mio aguzzino.
A quel punto, con il pollice preme più forte e dopo un mio gridolino, finalmente sprofonda dolorosamente.
– Mi farai divertire molto – afferma muovendo ripetutamente avanti e indietro il pollice.
Infine mi libera dalla dolorosa stretta al cazzo e dopo avermi estratto il dito dal culo, tirandomi per i capelli mi riporta in piedi.
Nell’ombra non riesco ancora a distinguere il suo volto, ma posso affermare che è molto più grosso e forte di me. Ha un profumo buono e pungente che mi sottomette ancora di più.
La mano, dai capelli si sposta alle corde strette attorno ai miei polsi e trattenendomi, con l’altra mi apre la zip della giacca facendomi sentire ancora di più il freddo e poi torna a impugnare il cazzo ancora duro.
Stringendo l’asta, tira la pelle verso il basso con forza, fino a quando la mia cappella non viene scoperta completamente. Sposta quindi la mano su quest’ultima per poterla stringere dolorosamente e con un dito controllare quanta eccitazione sto sgorgando.
– Quindi ti eccito – mi dice sottovoce, all’orecchio dopo aver trovato la conferma con abbondanti succhi che ricoprono la cappella.
Senza mollare la presa dai miei polsi, l’altra mano si stacca dal cazzo e sale lungo la pancia, fino al petto nudo e raggiunti i capezzoli, uno per volta li stringe fino a farmi mancare il fiato.
Soddisfatto mi richiude la zip, si posiziona dietro di me e dopo un forte e doloroso sculaccione sulla chiappa sinistra, mi tira su alla meglio i pantaloni, per poi obbligarmi a camminare verso la sua auto.
Mi porta sul retro della sua grossa bmw staion wagon e aperto il baule, mi ordina di inginocchiarmi all’interno.
Eseguo a fatica, con i piedi che penzolano ancora fuori mi fa allargare le ginocchia ed ancora una volta mi cala i pantaloni quanto possibile per raggiungere con una mano il cazzo duro e scappellato.
Questa volta mi viene stretto alla base, impugnando così sia l’asta che le palle e tirandolo verso il basso come per allungarlo, mi avvolge nello spazio creato una lunga corda che presto sostituirà la sua stretta.
Rimane qualche metro di corda che viene buttata sui sedili anteriori e poi mi viene ordinato di accucciarmi con il culo rivolto verso i sedili e il volto verso l’uomo che ora vedo meglio grazie la luce artificiale.
– Fallo gemere un po – lo sento rivolgersi verso l’interno della macchina.
La corda improvvisamente si tende, il cazzo viene violentemente tratto indietro tra le gambe, verso l’alto, da dove la corda sparisce dietro i sedili e per lo spavento mi scappa un piccolo lamento.
– Ancora – ordina l’uomo sorridendo.
Questa volta la corda è già tesa e quando la tensione aumenta, il culo si alza e il cazzo sbuca ancora una volta tra le mie gambe, dolorosamente, eppure sempre duro, forse ancora più di prima.
Gemo forte e l’uomo di risposta mi assesta uno schiaffo sulla guancia sinistra.
– Bene, ora fai il bravo. – ordina prima di chiudere il portellone per poi raggiungere il posto di guida .
– Ottimo affare vero? – domanda mentre avvia il motore.
– Si decisamente – sento affermare da qualcuno
– Si anche secondo me – afferma un altro ancora.
La corda tesa, viene tirata nuovamente e quando gemo, tutti i presenti si mettono a ridere mentre l’auto prende velocità.

I minuti passano e quando finalmente la strada torna ad essere asfaltata, qualche lampione illumina a tratti l’interno dell’auto.
La radio viene accesa, poco dopo anche le sigarette iniziano a sentirsi nell’ambiente, mentre i presenti parlano del più e del meno aumentando e diminuendo continuamente la tensione della corda.
Finalmente sento l’auto rallentare, entra in quella che credo essere una ennesima strada sterrata, viaggia ancora qualche minuto e poi li sento discutere su dove parcheggiare.
Optano infine per entrare nel garage e uno di loro esce dall’auto.
Pochi istanti e l’auto si muove per l’ultima volta, terminando il suo percorso in quello che credo essere il garage citato poco prima.

Finalmente la corda viene mollata e mentre nel cazzo torna a circolare il sangue, sento uscire le altre due persone dall’auto.
Il baule della bmw si apre e una forte luce mi viene puntata in volto rendendomi quasi cieco di fronte quelle tre sagome.
– Quindi hai risposto all’annuncio perchè parlava di cazzi belli e grossi come quelli dei film porno? – mi domanda uno dei due uomini che all’incontro era rimasto in auto.
Con gli occhi stretti per la forte luce, rispondo con un cenno del capo e un flebile si.
– Ti sei già fatto scopare il culo ? – domanda sempre lui
– Si, solo una volta – rispondo sotto voce.
– Ti è piaciuto ? – domanda ridacchiando
Questa volta rispondo di si solo con la testa.

Vengo nuovamente preso per i capelli e tirato fuori dall’auto.
– Quindi io… per 24 ore posso farti tutto quello che voglio ? – domanda questa volta la persona che ho incontrato all’appuntamento.
Finalmente in piedi e con i pantaloni della tuta ormai alle caviglie non smettono di puntarmi la luce negli occhi nemmeno mentre cerco di rispondere alle loro domande.
– Si – dico con ancora la sua mano che impugna i miei capelli.
– Anche i miei amici possono farti quello che vogliono? – domanda mentre apre nuovamente la zip della giacca.
– Si – rispondo in preda all’eccitazione mista a un gran senso di paura per la situazione.
Uno dei due amici, quello che non mi sta puntando la luce in faccia, a questo punto con una mano raggiunge il mio cazzo e con calma lo slega dalla lunga corda.
– Rende molto di più dal vivo rispetto che in foto – afferma quello che mantiene la luce puntata negli occhi mentre con l’altra mano raggiunge la mia asta dura per poterla palpare.
Pochi attimi e i polsi mi vengono slegati, mentre ora due mani non smettono di palpare.
– Girati verso l’auto… lascia tutto quello che indossi nel baule e poi mettiti la benda – ordina porgendomi una striscia di stoffa nera.
In breve le invadenti mani si staccano da me e con il cazzo ormai dolorante da tutte queste eccitanti attenzioni, mi volto e in pochi attimi lascio tutto nel baule, comprese scarpe e calzini.

Prendo un respiro e mi bendo.
– Voltati – ordina
Passano pochi attimi di silenzio e l’inconfondibile voce dell’uomo che ho incontrato per primo, ordina di mettere le mani dietro la testa e mentre lo sento avvicinarsi al volto prende possesso delle mie palle stringendole saldamente alla base.

Sento il suo volto a pochissimi centimetri dal mio.
Sento il suo respiro sulle labbra e poi lo sento distintamente avvicinarsi al mio orecchio sinistro.
– Abbassa il braccio destro e infilalo nei miei pantaloni – ordina sottovoce
– Prendimi il cazzo in mano – ordina torcendomi leggermente le palle.
Silenziosamente eseguo mantenendo l’altra mano dietro il capo ed una volta raggiunto l’uomo, tastandolo delicatamente raggiungo la vita dei suoi pantaloni.
Fortunatamente sono elastici e serve pochi attimi per riuscire a infilarmi all’interno.
Una volta raggiunto il bordo di quelli che suppongo essere boxer, entro all’interno e noto immediatamente una grossa presenza.
Piegato su un lato, in semi erezione, trovo il suo cazzo ed una volta impugnato, non riesco ad avvolgere tutta la sua circonferenza.
– Segalo delicatamente – ordina ancora sottovoce
Ancora una volta eseguo percorrendo solo parte della sua asta avanti e indietro.
– Te lo chiedo per l’ultima volta – mi sussurra mentre con la mano libera raggiunge le mie chiappe.
– Vuoi essere ancora il mio schiavetto? – domanda mentre affonda l’indice fino ad incontrare il mio ano.
– Si – riesco a sussurrare mentre il dito inizia a spingere per entrare.
– Sarai disposto a tutto? – domanda aumentando la pressione
– Sarai la mia puttana ? – conclude sprofondando con la prima falange mentre il suo cazzo inizia ad ingrossarsi nella mia mano.
– Ahhh… si… – riesco a dire prima che mi manchi il respiro quando il dito viene spinto dentro fino alle nocche e le palle mi vengono tirate e strizzate fino a farmi mugolare.
Preso dall’attimo quasi non mi accorgo di aver interrotto la sega per stringere a mia volta la sua asta ormai quasi completamente dura che alzandosi è uscita di parecchi centimetri dall’elastico dei boxer.
Dopo una sonora risata da parte degli altri due presenti, l’uomo si stacca da me per qualche attimo.
– Ora puoi mollare il mio cazzo – ordina ad alta voce facendomi arrossire.
Estraggo la mano e senza chiedermelo la riporto dietro il capo, ricongiungendola con l’altra.
Nonostante i miei 75kg, vengo alzato da terra, caricato a spalle e portato via dal garage mentre il mio culo viene preso di mira da diversi sculaccioni.

 

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Giulia by Ashara [Vietato ai minori]




«Tu distrailo!» Esclamò Stefania, decisa.

«E come faccio?» Si lamentò Giulia, sicura che la sorella minore l’avrebbe messa nei guai come suo solito.

L’altra ci pensò su.

«Dunque, non puoi chiedergli delucidazioni sull’ultima esercitazione perché lo sa che hai già dato l’esame a luglio. Ecco! Potresti fingere di voler fare la tesi col Morandi e dato che è Perossi in realtà che segue tutte le tesi, è logico che ti devi rivolgere a lui! Dovresti tenerlo impegnato almeno per una decina di minuti, così io riesco ad entrare nell’ufficio del prof e ad infilare il foglio mancante nel mio progetto!»

«Ma non potresti semplicemente spiegare al Morandi cosa è successo?»

«Ma sei scema? Quello mi straccia il foglio davanti al naso! Ti prego ti prego ti prego ti prego! Se non riesco a metterlo insieme agli altri senza farmi beccare non arrivo al 18! Dai, devi solo parlare con un dottorando per dieci minuti, mica sei tu che ti devi infilare nell’ufficio del prof!»

Ormai erano arrivate davanti alla porta del Dipartimento e Stefania citofonò e si fece aprire, poi spinse Giulia lungo il corridoio fino alla porta che recava la targhetta “Luigi Morandi”.

«Ti chiamo quando ho fatto» le sibilò, poi bussò e si nascose dietro l’angolo, lasciando Giulia impalata davanti alla porta che si stava aprendo, con davanti a sé la scelta di andare avanti col piano o fare la figura dell’idiota davanti all’assistente più carino dell’intera Facoltà.

Quando se lo trovò davanti rimase bloccata in standby per un attimo. Non lo vedeva da luglio, quando aveva dato l’esame all’ultimo appello della sessione estiva, e da allora si era fatto crescere una barba soffice che gli dava un aspetto più adulto e che rendeva più morbido il suo viso spigoloso. I riccioli castani gli ricadevano come sempre sulla fronte senza riuscire a mascherare l’azzurro brillante e intenso dei suoi occhi. Sorrise quando la vide

«Buo…buongiorno» riuscì a balbettare lei. «Vorrei parlarle della mia tesi.»

«Ciao Giulia! Vieni, accomodati… Dammi del tu, ormai l’esame l’hai passato e io non sono mica così vecchio!» Rispose lui facendole strada nell’angusto disimpegno che divideva l’ufficio vero e proprio del prof da quello del suo assistente.

Giulia provò una strana stretta al basso ventre: lui la trattava con familiarità e le sorrideva come se fosse contento di vederla! Riuscì a malapena a ricordarsi di lasciare socchiusa la porta che dava sul corridoio così che Stefania potesse entrare senza fare rumore, prima di seguire il giovane nello stanzino contrassegnato dalla targhetta “Alberto Perossi”.

«Accomodati» Le disse lui accennando alle sedie davanti a lui mentre si sedeva alla scrivania. Lei si lasciò cadere su quella di sinistra col cuore in gola e non solo per quello che sua sorella stava per fare.

Aveva fantasticato sul ragazzo di fronte a lei per tutto il semestre, sognando ad occhi aperti situazioni impossibili mentre intorno a lei i compagni di corso prendevano appunti.

«Dimmi tutto!»

La voce profondamente mascolina attraversò i suoi pensieri come un coltello interrompendo una fugace replica della sua fantasia più ricorrente: l’aula vuota e riscaldata dalla luce aranciata del sole al tramonto, lei stesa sulla scrivania con la gonna arrotolata intorno ai fianchi e il volto di lui sprofondato tra le cosce, con la lingua che percorreva ogni suo più intimo anfratto. I fatti e le conversazioni che portavano a quella situazione erano diversi ogni volta che si immergeva nel sogno ad occhi aperti ma la conclusione era sempre la stessa.

Per un attimo Giulia temette e sperò che lui volesse sapere tutto di quelle fantasie e sentì le orecchie diventare rosse e bollenti.

Poi si riprese.

«Ho appena iniziato il quinto anno» che scema, lui lo sa già visto che hai appena seguito il suo corso! «e sto iniziando a guardarmi intorno per decidere con chi fare la tesi. Il professor Morandi mi sembra una buona scelta, il corso mi è piaciuto e… » e poi ha un assistente così bello che me lo mangerei!

«Se vuoi un consiglio, io aspetterei l’inizio del prossimo semestre prima di prendere una decisione, così conoscerai anche gli ultimi professori e potrai farti un’idea della loro materia. Comunque posso spiegarti quali sono i progetti che abbiamo in cantiere, così quando sarà il momento di scegliere avrai già tutte le informazioni.»

Lei annuì: finché Stefania non la chiamava doveva farlo parlare. Non che la cosa le dispiacesse, ora che era lì davanti a lui e il ghiaccio era rotto.

Il dottorando si alzò e si girò verso l’ultimo ripiano in alto dello scaffale, offrendole la celestiale visione della sua figura protesa, del sedere sodo fasciato da un paio di jeans slavati e di un tratto di pelle ancora abbronzata del fianco lasciato scoperto dalla camicia che si era sollevata, sfilandosi dalla cintura dei pantaloni.

Alberto posò una cartelletta sulla scrivania e si sedette di nuovo, tirando fuori diversi fogli e parlando delle varie possibilità per la tesi.

Giulia non lo stava ascoltando, in realtà, o meglio: non stava ascoltando il significato delle sue parole. Il suono della sua voce profonda era come una musica, gradevole, dolce e spessa come melassa, il giusto accompagnamento ai movimenti delle sue mani forti e ossute che danzavano sui fogli quasi carezzandoli.

Il ricordo dell’unico contatto che aveva avuto con quelle mani le tornò alla mente e quasi le sembrò di sentirle ancora sulle spalle quasi nude nella leggera canottina estiva: erano su un convoglio della metropolitana, casualmente vicini nella folla, e avevano iniziato a chiacchierare di tutto e di niente mentre il mezzo macinava una fermata dietro l’altra, come altre volte era successo dato che percorrevano la stessa tratta. Giulia non riusciva a staccare i propri occhi da quelli blu dell’assistente che la osservavano intenti. Una frenata improvvisa aveva catapultato tutti in avanti e, dato che lui non si stava reggendo al palo, per impedirsi di cadere aveva afferrato la studentessa per le spalle e le era finito quasi addosso. Ripreso l’equilibrio era sembrato esitare prima di staccarsi, il suo sguardo si era fatto più caldo e per un breve, vertiginoso istante Giulia aveva pensato che l’avrebbe baciata.

Il giorno dopo c’era stato l’ultimo appello dell’esame, lei l’aveva superato con un ottimo voto e da quel momento non l’aveva più incontrato.

Sollevarono contemporaneamente lo sguardo dai fogli e si fissarono. Lui perse il filo del discorso, esitò, lo riprese, ma per lei era come se parlasse in cinese. Dov’era Stefania, perché non chiamava? Giulia voleva uscire di lì prima di fare qualche figuraccia.

Spostò il peso sulla sedia e nel movimento capì di essere bagnata. Era talmente presa dall’uomo davanti a lei da non essersene nemmeno accorta.

Era come essere di nuovo a lezione, lui che parlava e lei, seduta al suo posto, che fantasticava di conversazioni improbabili che portavano tutte alla stessa conclusione: i loro corpi, a malapena coperti dagli indumenti aperti e stropicciati, intrecciati in una danza di piacere.

Lui si alzò, continuando a parlare, girò intorno alla scrivania e vi si appoggiò a pochi centimetri da lei. Giulia si immaginò le sue mani, che nel mondo reale stringevano uno dei fogli su cui erano riportati i dettagli di un progetto, scivolare verso il basso e sganciare ad uno ad uno i bottoni dei jeans, aprirli, abbassare l’elastico dei boxer e tirare fuori il pene eretto e gonfio.

«…quindi se vuoi ti faccio una copia di tutte queste cose così poi a casa te le leggi con calma.» Disse lui e poi attese. La ragazza si riscosse: era chiaro che doveva dare una risposta! Annuì e lui si spostò alla piccola stampante multiuso posta in un angolo della stanza, dandosi da fare con le fotocopie.

Ancora nessun segno di Stefania. Ma che cavolo stava facendo? Ormai Alberto le aveva detto tutto sulle tesi e tra poco l’avrebbe accompagnata fuori, C’era il rischio concreto che si recasse nell’altro ufficio, beccando in pieno quella disgraziata di sua sorella che frugava.

Che fare?

L’immagine di un film che aveva visto più di dieci anni prima le balzò alla mente, facendola sorridere. Una giovanissima Julia Stiles che per salvare un altrettanto giovane Heath Ledger dalla detenzione pomeridiana solleva la maglietta mostrando il seno al professore per distrarlo.

L’idea di fare lo stesso era molto, molto interessante per quanto assurda.

Pensa Giulia, pensa!

Ma era proprio quello che non riusciva a fare chiusa in quello stanzino con l’uomo che desiderava. Ed improvvisamente provò l’impulso di agire.

Si alzò e chiuse la distanza tra sé e la fotocopiatrice proprio mentre lui si girava con un mazzetto di fogli tra le dita. Era più alto di lei anche se non di molto quindi la ragazza si sollevò in punta di piedi passandogli una mano dietro la nuca per attirare il suo viso verso il proprio.

Per la sorpresa le fotocopie gli caddero di mano e si sparsero a terra ma l’assalto era stato così repentino che probabilmente lui non pensò nemmeno di offrire della resistenza. Quando poi le labbra si incontrarono qualsiasi remora si sciolse: come se non avesse desiderato altro, e forse era così, Alberto rispose al bacio con famelico ardore.

La sua bocca era morbida, la sua barba soffice contro le guance, il suo collo compatto sotto le dita. Giulia si strinse a lui schiacciando il seno contro il suo petto mentre schiudeva le labbra e spingeva la lingua in avanti leccando quelle ancora chiuse del dottorando.

Con un piccolo suono di gola lui la accolse protendendo la propria lingua in risposta, intrecciandola a quella di lei in una liquida danza primordiale.

Più sotto anche i loro corpi avevano iniziato a danzare avvicinandosi, prendendo contatto. Giulia incuneò una gamba tra quelle di lui sentendone le cosce magre strette intorno alle proprie più floride e gli passò le braccia intorno alla vita attirandolo ancora più vicino. Sentì le mani di lui sui reni, prima esitanti poi sempre più sicure nello scivolare verso il basso, e contro il ventre la pressione di un’erezione che cresceva.

Interruppero il bacio solo per guardarsi.

«Non dovremmo…» Disse lui con il fiato corto,ma si capiva che era poco convinto di ciò che stava dicendo.

«Vorrà dire che farò la tesi con qualcun altro.» Sussurrò lei in risposta. Questa era la sua fantasia che diventava realtà e non intendeva lasciarsela sfuggire per nessun motivo, voleva viverla fino in fondo. Il suo corpo lo voleva, la sua testa lo voleva.

Lo baciò di nuovo, ancora più ardentemente di prima e fece scorrere le mani sulla sua schiena, verso l’orlo dei calzoni da cui sfilò del tutto la camicia per toccare la sua pelle. Lui le stava già sollevando la maglietta, vi insinuò sotto una mano e risalì fino al seno stretto in un leggero reggiseno di cotone nero che non ne riusciva a contenere del tutto la massa.

Giulia trattenne il fiato quando sentì le sue dita chiudersi intorno alla morbida rotondità del suo seno, quando sentì la scossa del suo tocco diffondersi alla bocca dello stomaco e al ventre. Non era il momento di esitare, di fare la ritrosa: Alberto le piaceva, lo voleva e voleva che la cosa fosse chiara.

Gli sbottonò i jeans, decisa, e cacciò subito la mano dentro accarezzando la sua rigidezza attraverso la stoffa dei boxer. Lui mugolò e le strinse più forte il seno, le infilò più a fondo la lingua in bocca. Lei, intraprendente, superò anche l’ultima barriera insinuando le dita oltre l’elastico delle mutande per sfiorare il glande e poi impugnare senza esitazione l’asta calda e pulsante.

Lo massaggiò piano, cullandolo tra la mano e il ventre, bevendosi il respiro pesante di lui. Anche il suo accelerò quando Alberto le sollevò la gonna e le solleticò la pelle celata dal nylon su fino alla fascia in silicone delle autoreggenti ed oltre, lungo il breve tratto di pelle nuda che tornava a nascondersi sotto un sottile tanga nero. Un dito tracciò il bordo del minuscolo indumento, seguendolo tra le cosce dove si assottigliava e si bagnava di piacere in arrivo, lo sollevò e si infilò sotto toccando le mucose umide. Giulia lo sentì carezzare la sua parte più intima e immergersi dentro di lei, esitante all’inizio e poi prepotente nella conquista del territorio più nascosto.

Per lunghi minuti nella stanza si sentirono solo i respiri rotti da piccoli gemiti e soffocati dai baci, il fruscio dei jeans intorno alla mano della ragazza che si muoveva ritmica, il liquido e delicato sciaguattio del dito che scorreva tra gli umori.

Lentamente Alberto la spinse indietro fino alla scrivania dove la fece stendere senza smettere di penetrarla col medio. Con un verso di protesta Giulia perse la presa sull’asta.

Scostando del tutto il perizoma ormai stropicciato il dottorando la espose del tutto alla fresca aria ottobrina e si chinò su di lei immergendo il volto tra le sue gambe divaricate e inalando il suo odore.

Esattamente come nelle fantasie di Giulia.

La sua barba le sollecitò la pelle sottile delle cosce e le pieghe della femminilità e le scappò da ridere. Smise quando la lingua trovò il clitoride e iniziò a giocarci.

Alberto la fece impazzire, letteralmente. Piccoli colpi di lingua interpuntavano i movimenti del medio, poi ne prendevano il ritmo per abbandonarlo ancora poco dopo. Poi i due strumenti di piacere si scambiarono di posto e lui la bevve mentre la accarezzava. Poi il pollice stava tormentando il clitoride, premendolo e sfregandolo mentre la lingua, come un piccolo umido pene, la penetrava senza sosta.

Giulia poté solo restare immobile, con le mani che si aprivano e chiudevano sul bordo della scrivania, il bacino che ondeggiava di sua volontà e una pressione insostenibile che si andava costruendo nel suo basso ventre e che mandava tentacoli di piacere in tutto il corpo. Solo il suono dei suoi respiri rotti e serrati dava il metro di questo crescendo di eccitazione.

Un istante prima dell’esplosione, quando ormai lei gemeva senza ritegno, lui si staccò e fulmineo si raddrizzò e accostò il glande all’orifizio aperto e implorante. La guardò dall’alto verso il basso: la gonna arrotolata intorno alla vita, la maglietta sollevata a scoprire un reggiseno abbassato che offriva alla vista e al tatto il seno florido che si alzava e abbassava affannosamente, i capelli disordinati e il volto arrossato. Gli occhi di lui ora erano sbarrati e cupi di torbide promesse di piacere e si piantarono in quelli di lei brillanti di desiderio. Non li lasciarono un solo istante mentre i fianchi si muovevano lentamente in avanti spingendo il membro in lei con costante determinazione.

Fu il suo sguardo, il calore incandescente che vi lesse, a sancire la disfatta di Giulia: sentì tutti i muscoli che si contraevano ed inarcò la schiena emettendo un verso primordiale di piacere seguito da molti altri che Alberto si godette piantato a fondo dentro di lei, immobile e accarezzato dalle strette orgasmiche della sua vagina.

Non le diede tregua, però, una volta che si fu spento l’ultimo spasmo: iniziò a scoparla con la foga dell’affamato davanti ad un pranzo luculliano, penetrandola a fondo sempre più velocemente, stringendole i seni, i capezzoli, i fianchi, istigato dai gemiti di lei, dal suo sollevarsi ad ogni colpo per andargli incontro.

I respiri rochi erano ormai diventati gutturali gemiti quando lui sfilò di botto il membro dal suo corpo e Giulia seppe subito cosa doveva fare, senza bisogno di parole. Scivolò giù dal tavolo e, in ginocchio sotto di lui, lo prese tra le labbra avvolgendolo con la lingua, reggendosi con una mano alla sua coscia mente con l’altra gli carezzava lo scroto teso sui testicoli gonfi.

Pochi secondi e con un ultimo rantolo Alberto riversò nella sua bocca il proprio tributo alla sua bellezza.

Da qualche parte in fondo alla borsa abbandonata in un angolo il cellulare suonava e suonava.

 

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