Fino all’estremo e ritorno




La storia che mi accingo a raccontare è una storia vera, che mi ha cambiato la vita in maniera radicale. Non voglio rischiare di essere scambiata per una troia senza scrupoli, per cui cercherò di spiegare ciò che mi ha portato a fare le cose che ho fatto. Semplicemente voglio raccontare una storia che può sembrare squallida, ma che a me sembra troppo bella per non essere conosciuta almeno da qualcuno.
Da diversi anni, ormai, vivo una storia d’amore dolcissima: il mio ragazzo, un bel trentenne sveglio e intelligente, mi ha sempre fatta sentire come la donna più importante del mondo, dandomi tanto amore quanto pochi al mondo, forse, riescono a dare. Abbiamo condiviso tutto negli anni in cui siamo stati assieme, riuscendo a capirci anche senza parlare. L’unico problema che avevamo era una certa incompatibilità per quanto riguarda il sesso: lui avrebbe sempre voluto vedermi sveglia, vivace e fantasiosa, ma io non ho mai sentito quella passione travolgente che ti fa perdere ogni inibizione, concedendo al tuo partner tutta te stessa, in quel gioco che ti trasforma nell’incarnazione delle sue fantasie erotiche. Forse perché era stato l’unico uomo della mia vita. Ad ogni buon conto, da qualche tempo, ero diventata un po’ irrequieta, e sentivo una barriera crescere lentamente ma inesorabilmente tra noi due; avevo bisogno di guardarmi attorno, di capire cosa mi mancava per potermi sentire definitivamente donna. Cominciai a uscire con le amiche più spesso di quanto non facessi con lui, ma la cosa, tutto sommato non lo indispettiva più di tanto. Certo, lui è un tipo geloso, ma si fidava di me, sapendo quanto grande fosse tutto ciò che ho sempre provato per lui. Però io mi sentivo veramente bene solo uscendo con le amiche, e soprattutto con quelle non fidanzate, ed in particolar modo con Letty (il cui vero nome non voglio rivelare, per ovvi motivi), la quale era praticamente diventata la mia migliore amica: da quando si è lasciata con il suo ragazzo, quasi due anni fa, lei ha cominciato una vita povera di sentimenti e ricca di divertimento, affrontando con totale spensieratezza i propri istinti e facendo della libertà la propria bandiera. E’ una ragazza carina, anche se non bellissima, ma ha un fascino aggressivo, ed è piuttosto sfacciata sia di carattere che di comportamenti, quindi la compagna ideale per delle scorribande in caccia di “botte di vita”. Andavamo spesso nei pub o a ballare, e io ero contenta nel vedere che ogni sera c’era qualcuno che voleva conoscerci: i ragazzi in discoteca ci fermavano spesso, e quando eravamo a bere, ci mettevamo apposta nei tavoli grandi, aspettando ben poco tempo prima che qualcuno ci si mettesse accanto con il solo scopo di conoscerci. Ma, mentre lei fissava appuntamenti praticamente una sera si e una sera no, lasciando il proprio numero di telefono a tutti quelli che le piacevano, io sentivo una voglia spropositata di essere come lei, ma non ci riuscivo, non trovavo il coraggio. Certo, in quelle sere mi sentivo totalmente single, il mio ragazzo era come se non esistesse; ma quando arrivavo al dunque, i miei sentimenti riaffioravano, facendomi sentire in colpa nei suoi confronti e bloccandomi. Più di una volta mi ritrovai a tornare a casa da sola perché la mia amica aveva rimorchiato, e allora affiorava qualcosa di diverso: un senso di colpa nei miei confronti! “Perché deve essere così, mi chiedevo, perché devo sentire tutta questa voglia di conoscere gente e non riuscire a spingermi oltre? Mi sto negando qualcosa, qualcosa di grosso, e non è giusto. Non fa bene né a me né al mio ragazzo, tutto questo!”
E non ostante tutto, non riuscivo a smuovermi, creando anche situazioni piuttosto scomode e imbarazzanti. Una volta, addirittura, rischiai di avere una brutta avventura:
avevo bevuto più del solito ed ero ben più che alticcia, e a me, di solito, l’alcool mette allegria, anche se non lo reggo. Due ragazzi, uno biondo, alto e molto bello, e l’altro un po’ più basso e dal viso non particolarmente interessante, ma dall’aspetto sicuro e estremamente virile, si misero a chiacchierare con me, e probabilmente capirono che ero mezza ubriaca, dato che non ci misero molto ad invitarmi ad andare a prendere una boccata d’aria fresca. Io accettai, ed uscii con loro dalla discoteca, inoltrandomi nel parcheggio ricavato in un ampio piazzale alberato. Camminammo fino alla loro auto, un grosso Land Rover nero, e io mi appoggiai con la schiena ad esso. I due ragazzi mi si fecero vicini, e il biondo si chinò, baciandomi sul collo. La mia eccitazione salì di colpo alle stelle, facendo scorrere la mia fantasia insieme alla mano dell’altro, che stava salendo su per la mia gamba destra, entrandomi sotto la minigonna. Ma quando arrivò in cima, mi bloccai di colpo, sentendo improvvisamente l’ormai consueto senso di colpa frustarmi la schiena. “No, fermi…. Aspettate un’attimo….” mormorai mentre il biondo mi raccoglieva a coppa il seno, stringendomelo; “E dai, bella! Si vede, che ne hai voglia!” mi fece l’altro. Io feci per svincolarmi, ma i due mi tennero ferma; il biondo si frugò in tasca, e mentre sentii il bip della chiusura centralizzata del Land Rover che scattava, mi disse in tono piuttosto duro: “Eh no, biondina, non vorrai mica farci rizzare il cazzo e poi mandarci a fare in culo, eh? Coraggio, che adesso ci divertiamo un po’!”. Ero terrorizzata: i due riuscirono a spingermi sul sedile posteriore dell’auto, iniziando a strapparmi le calze. Ma con la forza della disperazione riuscii a colpire il biondo con un la pianta del piede proprio in faccia, liberandomi e mettendomi a correre (per quanto potevo, con i tacchi alti) verso l’ingresso della discoteca, in lacrime. Il buttafuori mi vide arrivare e mi venne subito incontro, ma i due, fortunatamente, non avevano nemmeno provato ad inseguirmi. Quando trovai la mia amica le chiesi subito di andarcene, spiegandole l’accaduto. Lei mi accompagnò in bagno, aiutandomi a togliere le calze lacerate, dopodichè, prima di andare dal buttafuori e chiedergli di scortarci alla nostra macchina, per evitare brutti incontri.
“Sei tutta scema!- mi disse, in macchina, -Non puoi fare queste cazzate. Se te ne vai fuori con qualcuno, devi essere sicura di quello che stai facendo. Non puoi fare le cose così, a caso, stando a vedere cosa succede. Non sai mai con chi puoi avere a che fare, percui, se accetti un’invito, devi accettarlo, e basta. Sei sempre a tempo a pentirti, ma prima devi arrivare in fondo. Se non avevi voglia di fare quello che stavi per fare, non dovevi andare con loro!”.
“Ma io, lì per lì ne avevo voglia. E’ solo che dopo…..”
“E’ solo che dopo è troppo tardi, cara mia! Dai retta a me, lasciati andare! Altrimenti finirai per fare più danni di una grandinata!!”
Aveva ragione! Io non volli neppure denunciare il tentativo di stupro, perché era stata tutta colpa mia, anche se niente può giustificare il comportamento di quei figli di puttana. Eppure, tornata a casa, mi ritrovai a desiderare di essere arrivata in fondo, con quei due, di aver finalmente potuto provare il sesso per puro divertimento, per semplice piacere personale, e non per dimostrazione d’amore. Chiaramente non ne parlai col mio ragazzo, ma la cosa cominciava a pesare su di me come un macigno, e non riuscivo a sfogarmi. I rapporti tra noi due si fecero un po’ tesi, perché se fino ad allora il sesso tra di noi non era mai stato un grosso problema, io cominciavo a sentirmi un po’ in imbarazzo, provando un senso di insoddisfazione che non avevo mai provato, e lui se ne rendeva conto ogni volta di più. Ne parlai con le mie amiche, ma nessuna mi diceva qualcosa che per me risultasse utile, forse perché non riuscivo a vedere in nessuna di loro un minimo di affinità di pensiero con la mia strana situazione. Non riuscivo a capire se il mio era un vuoto di esperienze o di sentimenti. Una sera il mio ragazzo mi telefonò, invitandomi ad uscire, ma io gli dissi che ero stanca, e che sarei rimasta a casa. La verità era che avevo voglia di vederlo, ma che sapevo che se lo avessi visto, mi sarei trovata senza parole e in totale imbarazzo. Telefonai a Letty, e lei, da buona amica, venne subito in mio soccorso, uscendo con me. Andammo in un pub a bere insieme, ed io riuscii ad aprirmi con lei come mai avevo fatto prima, spiegandole la situazione e srotolandole davanti tutte le mie contraddizioni.
“Non hai molte possibilità di scelta, davanti- mi disse lei, con franchezza – Devi accettare le cose così come stanno! A te manca la vita che non hai vissuto e che non hai mai pensato di voler vivere, e questo ti mina inevitabilmente la solidità dei sentimenti. Mollalo!! Mollalo perché gli vuoi bene, e lo stai prendendo in giro, così come stai prendendo in giro te stessa!! Fatti le tue esperienze, prova sensazioni nuove, prova persone nuove! E se poi ti renderai conto di aver fatto una stupidaggine, potrai provare a tornare da lui. Non è detto che lui stia lì ad aspettarti, ma se vuoi realmente capire come stanno le cose dentro di te, credo che non ci sia altro da fare che correre il rischio.”
“Ma io non voglio perderlo. Lui è la persona più dolce che abbia mai conosciuto, mi ha sempre dato tutto ciò che poteva, e forse anche di più. Mi sembra impossibile poter rinunciare a una persona come lui!”
“E allora deciditi a tradirlo! Trovati uno che ti piace e fatti scopare, e se non basta fatti una storiellina, senza dirgli niente! Fattene una, due, tre, ma fa qualcosa!! Tu hai voglia di scoprire il sesso, secondo me. E vuoi capire se la tua voglia di “vita” è più importante dell’amore e dell’affetto che porti dentro. Devi avere una riprova tangibile, per questo, e non c’è niente altro da fare. Sei sicura di non volerlo lasciare, così, su due piedi? Bene, abbi il coraggio di tradirlo! Non esiste niente senza rischio: se lo lasci, rischi di perderlo per sempre, e se lo tradisci rischi di vivere per sempre con un rimorso. Hai una sola certezza: se vai avanti così fai del male a te e a lui!!”
“Hai ragione….. Non posso continuare a girare intorno alla questione. E lui non merita di essere preso in giro. No, non è giusto che lo tradisca, non si merita di essere pugnalato alle spalle. Domani gli parlerò, sperando che capisca le mie ragioni, e che ne soffra in maniera almeno sopportabile.” Venti minuti dopo, quando due bei ragazzi chiesero se potevano mettersi al nostro tavolo, la mia malinconia passò in un attimo, e questo diede spazio dentro di me ad un sacco di pensieri, mentre la mia amica mi guardava con aria un po’ accusatoria.
Il giorno dopo chiesi al mio ragazzo se potevamo vederci, e lui ne fu felice. Il fatto è che avevo davvero voglia di vederlo, e passammo una serata in allegria, scherzando e ridendo. Non ebbi il coraggio di dirgli niente….
Quando riferii l’accaduto alla mia amica, lei non ebbe molte parole di conforto: “Sei una povera scema!! So io di cosa hai bisogno, tu….. Vedrai che te le faccio passare io, le tue menate!!”. Non capii quello che intendeva, ma aveva un tono tanto minaccioso quanto divertito. Io e lei non ci vedemmo per un paio di settimane, fino al giorno del mio compleanno: il mio ragazzo era impegnato a causa del suo lavoro, così io chiamai le mie amiche, invitandole a cena fuori. Letty mi disse che dopo voleva portarmi a ballare, ma le altre non volevano venire, dato che il giorno dopo tutte quante dovevano lavorare. Dopo la cena in pizzeria. Durante la quale le ragazze mi regalarono un bellissimo body di pizzo grigio, se ne andarono tutte, lasciandoci sole. “Meno male che quelle ziacce se ne sono andate- disse con mia sorpresa Letty, – Adesso possiamo andare a ballare al Dee Bee!”
“Perché meno male? Poverine, non ti staranno mica antipatiche?”
“No…… Ma sono troppo……. Calme, e io ti devo ancora dare il mio regalo di compleanno!”.
Io non riuscivo a capire, ma lei era molto allegra, e io mi lasciai contagiare. Facemmo una trentina di chilometri di autostrada per arrivare al Dee Bee, un bel Discobar pieno di gente dove non ero mai stata. Una volta entrate, lei mi portò da Franco, il proprietario: un bel ragazzo con un gran fisico, due occhi verdi profondi e arzilli, e dei modi di fare molto affabili, con il quale lei mi aveva raccontato di aver avuto una storia molto “divertente”. Dopo averci presentati, lei mi chiese di aspettarla, perché doveva parlare un’attimo con lui; io mi feci da parte, notando che ad un certo punto lui annuì ridendo verso di me. Non ci feci caso più di tanto, credendo che lei gli stesse chiedendo i soliti auguri tramite Dee Jay. Finalmente ci dirigemmo in pista, fermandoci prima al bar; lei ordinò due intrugli piuttosto forti, ma dall’ottimo sapore, e anche lì si mise a parlare con i tre Barman, lontana dalle mie orecchie e annuendo nei miei confronti. Andammo a ballare, e non passò molto tempo prima che qualcuno ci notasse. Scambiammo qualche parola con questo e quello, accettando battute e rispondendo amichevolmente a chi ci chiedeva i nostri nomi. Ogni tanto lei prendeva sottobraccio qualcuno di quelli che si presentavano, se lo portava qualche metro più in là e gli parlava guardando verso di me. Stava complottando qualcosa, ma non riuscivo ad immaginare cosa. Quando finimmo i nostri due drinks, andai verso il bar, per ordinarne altri due; feci per pagare, ma il barman mi fermò, sorridendo: “Non ti preoccupare, bella! Offre la ditta!” Pensai che la mia amica si fosse accordata con loro per regolare lei i conti, a fine serata, così tornai in pista. Passammo il tempo divertendoci, ballando e conoscendo gente; le una, le due, cominciava a farsi tardi, e il locale si stava lentamente svuotando. Io ero già un po’ alticcia ed estremamente contenta della serata, così le chiesi se voleva andarsene: “Non ancora, non ancora! C’è tempo…..!” Così rimanemmo a ballare finchè le luci accese non diedero il segnale di chiusura della serata. La gente cominciò a sfollare, e anch’io feci per dirigermi verso l’uscita, ma lei mi fermò: “Non aver furia, beviamo qualcos’altro!”. “Ma se sono mezza ubriaca!” le risposi. “E che ti frega? Tanto domani non devi mica lavorare, no?”. Così tornammo al bar, dove ci riempirono altri due bicchieri. Arrivò Franco, che ci venne incontro sorridendo: “Allora ragazze, vi siete divertite? Aspettate qui che vi offro da bere!”. Prima ancora che potessi replicare, lui si girò, dirigendosi verso le cameriere che stavano cominciando a spazzare e dicendo loro che potevano andare. Solo allora mi resi conto che, sparsi qua e là, c’erano diversi ragazzi ancora seduti sui divanetti o in piedi ai bordi della pista, e nessuno accennava ad andarsene. Molti guardavano nella nostra direzione. Franco tornò da noi, chiamando uno dei barman: “Simone, prepara qualcosa per queste amiche!”. Io avevo appena finito il mio terzo drink, ed ero pressochè sbronza, mi girava la testa e ridevo per niente: “No, grazie- borbottai, – Ho già bevuto abbastanza!”. “Non si direbbe – fece lui, ridendo, – Sei ancora in piedi….!” E mi mise in mano qualcosa che doveva essere un Long Island, o roba del genere. Si mise a chiacchierare con noi, mentre l’alcool mi saliva alla testa annebbiandomi i pensieri e facendomi ridere per qualsiasi stupidaggine egli dicesse; mi accorsi a malapena dei quattro buttafuori che ci avevano raggiunto e si erano uniti alla conversazione. Ad un tratto Franco mi si mise davanti, posandomi la mano su un fianco dicendomi: “Certo che sei proprio carina, sai?” o qualcosa del genere; “Fatti vedere bene!”. Tenendomi per i fianchi mi sollevò, mettendomi a sedere sul bancone del bar; io sorridevo, e non riuscivo a fare altro, dato che mi girava la testa, mi ronzavano le orecchie ed ero allegrissima. Smisi di ridere solo quando sentii le mani di qualcuno cingermi da dietro, e la punta di una lingua stuzzicarmi improvvisamente il lobo dell’orecchio destro. Ebbi la tentazione di ritrarmi, ma le mani mi tennero bloccata, e dopo il primo attimo di sbigottimento, il lavoro della lingua, che stava scendendo lentamente sul mio collo, cominciò a stuzzicarmi. Notai del movimento dietro alle spalle di Franco, e vidi che i ragazzi rimasti si stavano lentamente avvicinando; Franco mi mise le mani sulle ginocchia, facendole scorrere sulle mie cosce e spostandomi la minigonna. Ebbi un quadro fugace ma piuttosto chiaro della situazione, e capii finalmente il significato di tutto il parlottare della mia amica durante tutta la serata. Mi girai con un’espressione inebetita sul viso verso di lei, che però mi sorrise e mi disse: “Buon compleanno, Tesoro!!”. Non riuscii a replicare: mentre uno dei barman mi tirava indietro, facendomi sdraiare, sentii le mani di Franco afferrarmi le calze e tirarmele via; nella nebulosità della situazione avvertii il moltiplicarsi delle mani sul mio corpo. Ero pressochè inerte mentre mi sfilavano la minigonna e la maglietta, mani forti cominciarono a stringermi i seni, sfoderandoli dal reggipetto, mentre qualcuno mi stava allargando le gambe. Due dita mi scostarono le mutandine e penetrarono improvvisamente e con facilità disarmante dentro di me, facendomi inarcare la schiena di colpo. Sentii altre dita frugarmi tra le gambe, ed altre ancora agguantarmi le mutandine, sfilandole rapidamente, per avvertire, pochi attimi dopo, il piacevole contatto di una lingua lungo la mia fica che si stava aprendo. Mi girai, in cerca della mia amica, e la vidi inginocchiata a terra, con diverse persone che la circondavano. Un’attimo dopo la mia visuale fu occlusa all’improvviso; ebbi appena il tempo di mettere a fuoco prima di sentirmi afferrare la nuca, mentre qualcosa mi premeva sulle labbra: “Dai, succhia!”. Per la prima volta in vita mia sentii un sapore diverso, nella mia bocca, e tastai una diversa forma e diverse venature con la mia lingua. Cominciai a lavorare avidamente con la bocca, e sentii presto l’aroma di un altro cazzo dentro di essa, e poi di un altro ancora. Cominciai a perdermi in quell’estasi di abbondanza, mentre finalmente qualcuno si era deciso a penetrarmi. “Ecco cosa si prova a farsi fottere come una puttana”, pensai, mentre il piacere mi saliva dall’inguine, irradiandosi in tutto il mio corpo e pervadendolo di un senso di libertà e di meraviglia straordinari. Sentivo perfettamente quella forma sconosciuta che mi invadeva la fica, facendomela vibrare sotto colpi sempre più rapidi e profondi, e quando un nuovo cazzo mi entrò dentro, conobbi con piacere assoluto la forma anche di questo. Ogni tanto riuscivo a dare una sbirciata oltre il muro di corpi nudi che mi circondava, scoprendo con eccitazione che la mia amica stava subendo lo stesso trattamento, a pochi passi da me. Qualcuno mi chiamava “troia”, o “puttana” ma la cosa non mi dava fastidio, anzi, la notavo appena, e quasi con una punta di divertito compiacimento. Stavo perdendo il conto dei cazzi che mi erano entrati dentro, di quelli che avevo succhiato e di quelli che mi erano passati tra le mani, quando sentii due dita cercarmi l’ano. Mi allarmai, perché non avevo ancora realizzato quanto fosse inevitabile in una situazione del genere il dover concedere anche quello: avevo provato il rapporto anale solo tre o quattro volte, con il mio ragazzo, e non mi era mai piaciuto. Eppure, quando quelle due dita penetrarono di colpo, aiutate dai miei stessi umori che colandomi dalla fica avevano lubrificato anche lì, mi scoprii ad avere una voglia incredibile di farmi inculare! Lo dovettero capire, perché mi fecero girare, accucciandomi sul bancone, più o meno contemporaneamente a Letty. Ci sorridemmo, e la scena dovette solleticare Franco, perché sentii la sua voce dietro di me che diceva: -Che bel quadretto! Foto non gliene possiamo fare, ma un bell’autografo con dedica….Che ne dite ragazzi, le firmiamo, queste due belle troie?- Cercai di capire il significato della frase e il perché delle risa che la seguirono, ma qualcosa di molto duro e gelido mi penetrò l’ano di colpo, facendomi gridare. -Noo, niente paura, tesoro,- fece Franco, -E’ solo un pennarello! Cosa fai, sennò, appena ti ci ficco il cazzo?- Non ebbi il tempo di replicare: mi sentii agguantare per i fianchi e forzare il culo da una grossa cappella, tutt’altro che gelida! Dopo il dolore iniziale riuscii a rilassarmi, apprezzando di colpo quell’oscena intrusione, e poi capìì a cosa serviva quel pennarello: un attimo prima di lasciare il campo a qualcun altro, mi firmò sulla schiena! Scoppiai a ridere, capendo il gioco e accettandolo, mentre venivo inculata a ripetizione e contemporaneamente la mia schiena veniva “timbrata” col pennarello indelebile da tutti quanti. Qualcuno cominciava già ad eiaculare, colpendo tanto me quanto la mia amica: sentii più di uno spruzzo coprirmi la schiena, raggiungendomi i capelli. Il clou giunse quando decisero di riempirmi di carne, facendomi schizzare gli occhi fuori dalle orbite: Con un cazzo nella fica, uno nel culo e uno in bocca, mi sentii veramente al limite, raggiungendo un orgasmo travolgente, e tornando improvvisamente sobria. Io e la mia amica finimmo la serata sdraiate sul bancone, a ricevere le sborrate di tutti i presenti. Mi sentivo sporca, tutta appiccicosa, con la bocca piena di sapori diversi e con i miei pertugi piuttosto doloranti; ma provavo anche una sensazione di appagamento divertito e liberatorio, come se un peso enorme mi fosse stato tolto dalle spalle. Mi guardai attorno, non riuscendo a contare i presenti, sicuramente una ventina. Guardai allora la mia amica, il cui viso era tutto un programma, con il trucco tutto sbavato e rivoli di sperma bianchiccio che le scendevano lungo le guance e sul collo; io non dovevo essere da meno, dato che ci mettemmo tutte e due a ridere:
-Sei una gran puttana!- le dissi, continuando a ridere.
-Allora siamo in due! Ma ti sei vista?!- Mi sollevai sui gomiti per guardarmi allo specchio dietro il bar: avevo ciocche di capelli ritte sulla testa, incollate. Il mio viso era fradicio, e avevo il rossetto che si era mescolato allo sperma e alla saliva, impastandomi tutta la faccia. Grondavo sborra da tutta la faccia, e non smettevo di ridere!!
Il giorno dopo io ero carica di energia e allegrissima. Avevo anche un certo bruciore al sedere, ma mi sentivo caricatissima, al punto di avere una strana, perversa, eppure innocente voglia di raccontare tutto al mio ragazzo. Chiaramente non lo feci, ed accettai il suo invito a passare insieme la serata con un po’ di imbarazzo. Non mi sentivo in colpa, ma mi sentivo comunque strana. Andammo a ballare in uno dei nostri locali preferiti, e passammo una bella serata. Verso le due, usciti dal locale, lui mi chiese se volevo fermarmi un po’ a casa sua, ed io accettai entusiasta. Quando, nella penombra della sua camera, lui cominciò ad accarezzarmi, scatenò in me una razione immediata: lo travolsi letteralmente di passione, denudandolo rapidamente e prendendogli il cazzo in bocca con una foga che lo lasciò senza fiato. Anch’io mi meravigliai quando mi sentii intimargli quasi gridando: -Scopami! Scopami, Amore! Fammi scoppiare!- Lui, non ostante la sorpresa iniziale, mi penetrò, riempiendomi subito di piacere. Riconoscere il suo cazzo, la sua forma familiare dentro di me, fu improvvisamente meraviglioso, e venni insieme a lui, con una serie di spasimi violenti mentre gemevamo assieme. Ma a me non poteva bastare, non quella sera, così scesi di nuovo sul suo cazzo, ancora fradicio di umori sia miei che suoi, glielo ripulii rapidamente con la lingua, e me lo inghiottii di nuovo, riportandolo presto alla consistenza che meritava.

-Amore, ho voglia che tu mi fotta il culo!!-
La mia richiesta lo lasciò completamente ammutolito.
-Ti prego!- insistei, accucciandomi sopra di lui, in modo che si ritrovasse praticamente con la punta del naso appoggiata al mio buchetto.
-Che t’è preso, stasera?- fece lui, cominciando finalmente a leccarmi. -Sei infoiata come una troia….-
-E’ solo che voglio essere inculata dall’uomo che amo!-
La mia risposta gli fece perdere definitivamente il controllo, così si mise dietro di me, mi appoggiò il cazzo sullo sfintere, e vi penetrò dolcemente, stupendosi di trovare poca resistenza. Ma dopo pochi e lenti movimenti si bloccò:
-Cosa sono questi segni che hai sulla schiena?-
Capii con terrore che non ero riuscita a lavarmi la schiena a fondo, e che nella penombra lui aveva scoperto la mia collezione di firme.
-Niente, non ci fare caso……….- cercai di tamponare.
-Non ci fare caso? Qui c’è scritto…. Massimo…. E qui Tommy…. Che cazzo… che razza di storia è questa?!-
-Niente, Amore! E’ solo un gioco che abbiamo fatto ieri….-
-Solo un gioco? Ma mi prendi per cretino?!
Non ce la feci più, e gli raccontai l’accaduto.
Cominciò a fottermi il culo in maniera piuttosto violenta, afferrandomi per i capelli e affondando il suo cazzo dentro di me quanto più profondamente poteva.
-Sei una puttana! Una grandissima troia!- cominciò a gridare. -Hai scoperto che ti piace il cazzo, eh? E ti piace anche così, troia?- Eccome se mi piaceva! Mi stava facendo impazzire, ma non avevo il coraggio di dirglielo, perché era piuttosto incazzato. Mi lasciai sbattere come una cagna, accogliendo gli spasimi del suo orgasmo dentro il mio sfintere con un piacere disarmante. Ma poi lui si accasciò, e quando mi avvicinai mi allontanò bruscamente: -Vattene, stronza! Scoprire dopo tanti anni che sei innamorato della più sudicia troia………. Vattene via!-
Non mi rimase altro da fare che andarmene, piangendo e maledicendo me stessa e la mia amica, che aveva travolto l’intera mia vita, con la sua dannata idea. Il giorno dopo provai a cercarlo, ma lui non ne voleva sapere di parlare con me. Volevo chiedergli scusa, volevo spiegare, volevo fargli capire quanto ero comunque innamorata, ma lui chiuse la porta. Non ebbi sue notizie per diverso tempo, più di un mese, in cui non riuscii a divertirmi. Soffrivo, e le mie amiche si prodigarono a cercare di consolarmi; Letty provò ad invitarmi fuori con lei, ma io la mandai a quel paese, imputandole le cause di tutta la mia rovina. Poi, quando ormai avevo perso le speranze, un bel giorno si rifece vivo, con mio stupore, invitandomi a una festa. Mi parlò del compleanno di un suo amico, che voleva festeggiare nella sua casa di campagna, ma a me non importava assolutamente niente del contesto, mi bastava rivederlo, così accettai l’invito senza indugi, pur immaginandomi una festa noiosissima. Decisi di fare di tutto per convincerlo a riprendermi, così andai a comprarmi qualcosa di nuovo e provocante da indossare. Acquistai una gonna rossa asimmetrica, lunga fino al ginocchio, e un golfino nero, molto avvitato, con i bottoni, che lasciai piuttosto aperti, perché so che lui ha sempre avuto un debole particolare per il mio seno. Sotto indossai un set di intimo nero, che lui stesso mi aveva regalato, ma di cui, con suo dispiacere, non avevo mai rinnovato il reggicalze: era l’occasione giusta per rinnovarlo, anche se, sinceramente, è un indumento che non gradisco molto. Raccolsi i capelli sulla testa (come piace a lui) e mi caricai le labbra di un rosso vivace, che lui ha sempre sostenuto assolutamente sexy (come sono assurdi, spesso gli uomini…). Ero assolutamente convinta di tentare il tutto per tutto, lo avrei pregato in ginocchio, quella sera, pur di farlo tornare con me, pur di fare di nuovo l’amore insieme. Avevo anche escogitato il mio piccolo piano: se non fosse successo qualcosa prima, sulla strada del ritorno gli avrei chiesto di trovare uno spiazzo isolato con la scusa di fare pipì, lo avrei convinto a scendere di macchina e mi sarei concessa a lui sul cofano, chiedendogli di prendermi, ripetendogli fino alla nauseo che lo amavo e che avrei fatto di tutto per lui! Così, quando salii accanto a lui sulla sua auto, il piacere di rivederlo dopo tanto tempo fu quasi sommerso dalla sensazione di trionfo che provai notando che la prima cosa che fece fu di divorarmi letteralmente con gli occhi!
-Come siamo sexy, stasera!- mi disse, mandandomi subito in orbita, -Hai intenzione di fare colpo su qualcuno?-
-Certo che ho intenzione di fare colpo!- gli risposi, accettando il giochetto di sottintesi. Mi disse che era ancora presto, perché la festa cominciava verso le undici, così ci fermammo in un bar, sedendoci ad un tavolo. Lui andò a prendere da bere, riportandomi un beverone alcoolico nonostante sapesse bene quanto poco gradisca le bevande pesanti. Sarà perché non lo vedevo da tanto, ma era bellissimo, quella sera: aveva i capelli un po’ lunghi tirati indietro, era più abbronzato del solito, e indossava un paio di pantaloni grigi che sembravano fatti su misura e una maglietta a costine nera, a maniche lunghe. Il suo profumo mi inebriava, e non potei certo rifiutare il cocktail che mi offrì. Oltretutto avevo voglia di vincere rapidamente l’imbarazzo che le circostanze, ovviamente, creavano, e so bene che per queste cose l’alcool fa miracoli. Parlammo del più e del meno, raccontandoci a vicenda ciò che avevamo fatto ultimamente, senza tuttavia sfiorare l’argomento della nostra crisi. Dopo un po’ lui mi invitò a bere di nuovo. Io tentai di rifiutare, ma lui mi portò un altro bicchiere pieno, e la sua affabilità vinse le mie resistenze, inducendomi a bere ancora. Quando rimontammo in macchina io ero quasi ubriaca, e anche piuttosto eccitata; avevo una voglia sfrenata di fare l’amore con lui, e stavo pensando a tutti i modi possibili per venire via dalla festa il più presto possibile. Mi venne anche in mente che magari potevo riuscire a chiudermi in qualche camera con lui, ma poi pensai che non sarebbe decisamente stato molto dignitoso, specie di fronte a persone che probabilmente non conoscevo. Finalmente arrivammo al luogo della festa: una bella casa colonica costruita su un terrazzamento naturale, da cui si vedevano le luci di tutta la piana. Notai che non c’erano tantissime auto parcheggiate, mentre aprivo lo sportello. Il mio ragazzo aprì il bagagliaio e prese una borsa, che riconobbi subito: -Che te ne fai della telecamera?- gli chiesi; -Non ti preoccupare, più tardi lo vedrai!-. Entrammo in casa, e lui si mise a salutare questo e quello, mentre io non riuscii a individuare nessuno di mia conoscenza, a parte Lele, il padrone di casa, che avevo visto qualche volta; pensai subito che la cosa era un po’ strana, dato che frequentandoci da tanto tempo, bene o male, gli amici del mio ragazzo li conoscevo un po’ tutti. Ma notai subito anche un’altra cosa: nell’ampia sala c’erano solo uomini, non c’era nessuna ragazza, mentre sul tavolo al centro c’erano diverse bottiglie vuote, segno che la festa non era poi iniziata da così poco. Già, ma che razza di festa era?! Erano una quindicina, sembravano tutti allegri e un po’ alticci e molti di loro mi fissavano parlottando. Sarò una ragazza un po’ ingenua, ma non sono certo stupida, e capii subito che qualcosa non andava. Comunque il mio ragazzo mi fece cenno di mettermi comoda, e io mi sedetti su un divanetto. Mi offrirono da bere, e io rifiutai, allora il mio ragazzo mi si mise accanto, sorridendo con un’aria strana: – Ti sei già stancata di bere?- mi disse, -Eppure ti dovrebbe piacere, no? O sei sobria anche quando ti fai sbattere in discoteca?-. La frase mi arrivò come una rasoiata, e rimasi senza parole. Lui rincarò la dose, facendo ridacchiare diversi dei ragazzi presenti: -Ah, ho capito! Preferisci essere lucida per non perdere il conto dei cazzi che ti ripassi, quando vai a ballare, vero?-. A quel punto mi sentii davvero offesa, e mi alzai di scatto, ma lui mi afferrò per i fianchi e mi tirò indietro, prendendomi incollo e afferrandomi il seno. -Dove vuoi andare?- mi disse, -Vuoi andare già a casa?- Mi rialzai di nuovo, divincolandomi e girandomi per rispondergli, incazzata, ma mi sentii toccare il sedere da qualcuno dietro di me; nel voltarmi di nuovo, rossa di rabbia e di vergogna, mi ritrovai di fronte due dei ragazzi, mentre altri si stavano alzando per avvicinarsi. Mi bloccai, pietrificata, non sapendo più cosa fare. Sentii le mani del mio ragazzo posarsi sulle mie ginocchia e salire su, bloccandosi alla scoperta del reggicalze:
-Wow, siamo davvero spavalde, eh stasera? Perché non fai vedere ai nostri amici come sei sexy?!!- Mi alzò la gonna, e io non reagii: -Va bene, stronzo,- pensai, -Se vuoi la guerra, la avrai!!- Mossi un passo, liberandomi dalle sue mani, e mi rivolsi agli altri: -Okay, datemi da bere, allora!-
Sembrò succedere tutto in un attimo: mi portarono qualcosa che somigliava a una tequila mista a qualcos’altro, e mentre bevevo, lasciai che molti di loro cominciassero a toccarmi. Trangugiai rapidamente, mentre le mani entravano dappertutto, e cominciai a ridere, provando un po’ di solletico: tutto sommato ero già bagnata da un bel pezzo, e mi lasciai subito andare. Fui io stessa a spogliarmi, rimanendo con indosso solo il reggicalze e le calze, e cominciando ad allungare le mani. Mi ritrovai con un bel cazzo in bocca, gustandolo piegata in avanti mentre qualcuno mi carezzava il sedere da dietro. Divaricai le gambe, per permettere che mi stuzzicassero la figa, e riconobbi subito il calore di una lingua su di essa Ero circondata, e mi detti da fare per assaggiare rapidamente ogni singolo soggetto di quella parata, prima di sentirmi scivolare un cazzo dentro la vagina. Mi tirai su, trovandomi faccia a faccia con il mio ragazzo, anche lui ormai nudo come gli altri. Feci per afferrarlo, ma lui si allontanò:
-Eh no!! Adesso ho da fare!-
Sparì dietro al muro di corpi, e qualcuno mi prese la testa e mi affondò il proprio cazzo in bocca, facendomelo perdere di vista. Continuai a succhiare cazzi, uno dietro l’altro, e ad un certo punto, riempiendomi la bocca per l’ennesima volta, sentii la voce del mio ragazzo sopra di me:
-Brava troia!!! Sorridi un po’?!!-
Alzai lo sguardo, scoprendo che il cazzo che avevo in bocca era proprio il suo, e che lui mi stava riprendendo con la telecamera!!! Ebbi la voglia di reagire, ma in quel momento un cazzo particolarmente grosso mi penetrò, strappandomi un lamento e cominciando a fottermi alla stragrande!! Ero andata!! Da lì in poi persi ogni controllo, ogni inibizione. Li incoraggiavo a fottermi, a chiavarmi senza ritegno, guardando spudoratamente nella telecamera mentre ingoiavo centimetri e centimetri di cazzo, ridendo sfacciatamente verso il mio ragazzo mentre, tutti in fila dietro di me, mi sfondavano il culo a turno! Fui io stessa a chiedere di essere riempita di cazzo nel culo, nella fica e in bocca contemporaneamente, cominciando a sentire le sferzate degli schizzi di sborra sul mio corpo, via via che i partecipanti alla festa arrivavano al dunque. Mi ritrovai esausta, inginocchiata sul tavolo, coperta di sperma e di sudore, e ridevo, ridevo come una matta!! Tutti erano venuti, qualcuno anche due volte, ed io mi girai verso il mio ragazzo, sperando di farlo sentire un verme, sperando di averlo fatto pentire per la sua bravata!
-Sei contento, figlio di puttana?- gli dissi ridendo, -Hai visto come sono troia?-
Speravo di vederlo voltarsi ed andarsene, amareggiato. Ma mi sentii stranamente contenta, in realtà, constatando che rimaneva lì, a filmarmi!!
-No, Amore, non sono contento. Non hai ancora fatto tutto! Una troia vera li lascia all’asciutto i propri amici!! Avanti!!! Vieni a succhiarci il cazzo a tutti quanti!!
Volle che mi inginocchiassi, e mi ficcò il cazzo in gola, chiavandomela quasi fino a farmi vomitare e sborrandomi in bocca; dopo di lui toccò ad un altro, e poi a un altro ancora. Mi sborrarono tutti in bocca, uno dietro l’altro, riempiendomi la faccia, facendomi straboccare le labbra di sperma, mentre lui riprendeva, masturbandosi di gusto!! Fu lui l’ultimo a spararmi il suo sperma in faccia; poche gocce, ormai, che volle spalmarmi sull’occhio destro. Il suo quarto orgasmo, ho scoperto poi: non ne aveva mai avuti quattro in una serata sola!! Ed io? Io ero completamente andata: sobria ormai, per quanto riguarda l’alcool, ma ubriaca di sborra!!
Tuttavia, quando mi riaccompagnò a casa il gelò calò su di noi, e io tornai di colpo indietro, sentendo la fine completa e definitiva di tutto. Non provai nemmeno a parlare, lui mi faceva rabbia, e io odiavo me stessa per essere stata così cretina. Cercai di dimenticarlo, e per una settimana non lo sentii, non lo vidi e cercai di non pensare a lui. Mi preoccupai anche per la mia avventatezza, correndo subito a farmi le analisi del sangue e promettendomi di non essere mai più così cretina.
Ma la domenica dopo fu lui a chiamarmi:
-Senti, vuoi venire a casa mia, stasera? Ti preparo la cena, e poi stiamo qui un po’, insieme!-
-Non credo sia il caso, dopo tutto quel che è successo tra noi…….
-Ma dai, vieni da me e non fare la stupida…. Anzi, perché non ti metti anche un po’ a modino, che mi piace tanto vederti vestita bene?-
-Che intenzioni hai? Guarda che io non farò mai più…..
-Non ho nessuna intenzione strana! Ho solo voglia di stare un po’ con te, magari rilassandosi un po’…..-
Mi stupii tantissimo, ma ne avevo una voglia matta, e decisi di darmi (e di dargli) un’ultima possibilità.
Stavolta però niente reggicalze, solo una minigonna, un paio di collant e una semplice camicetta un po’ scollata.
Lui fu gentilissimo, mi preparò una cena giapponese (è molto bravo nella cucina orientale, anche se non ha mai capito che non mi fa impazzire….), e parlando amabilmente, quasi senza ombre. Alla fine ci sedemmo in salotto, sul tappeto.
-Niente reggicalze, stasera?-
-Non mi sembrava il caso…..-
-E perchè no? Ti sta bene addosso, lo sai!!-
-Si, ma……-
Accese la TV e il videoregistratore e mi disse:
-Guarda, guarda come ti dona!-
Mi ritrovai davanti alle immagini del festino. Mi sentii subito inghiottire dalla vergogna: voleva umiliarmi di nuovo!
Mi alzai, ma lui mi placcò:
-No, ferma! Non voglio offenderti…..- mi baciò sul collo, e io mi impietrii; -Te l’ho detto, voglio solo rilassarmi un po’ insieme a te….. Non abbiamo mai guardato un film porno insieme…..!!-
Rimasi di stucco, ma lui trovò il modo di farmi abbandonare. Facemmo l’amore, ridendo davanti alla nostra bravata. Scopammo, lui mi inculò, io mi feci sborrare in bocca e in faccia, eccitandomi a riguardare tutti i cazzi che mi entravano dentro e che mi riempivano di sperma, divertendomi a sentire le battute e i grotteschi incitamenti di quel video osceno; lui si ricaricò ogni volta in pochi minuti, guardando lo schermo animarsi delle mie gesta da troia riuscendo a non concedermi tregua praticamente per quasi due ore! Non ci furono volgarità, tuttavia: ci fu solo amore! Tutto quello che facemmo, tutte le parole che dicemmo furono solo amore, e mi sentii travolta come non mai. Dormii da lui, quella notte, e al mattino lo assalii, costringendolo a prendermi di nuovo, accogliendolo dentro di me, accettandolo nel mio culetto ancora una volta, obbligandolo a venirmi dentro perché lo volevo dentro di me, per sempre!!
Trovai un lavoro che mi soddisfaceva, e un paio di mesi dopo mi sono trasferita da lui. Adesso viviamo insieme. Non abbiamo più fatto niente del genere (mi riferisco al festino). Anche se l’altra sera, a casa nostra, abbiamo invitato la mia amica Francy e il suo ragazzo, abbiamo bevuto un po’, ritrovandosi a giocare a strip-poker, e così io e Francy ci siamo lasciate andare, accettando di fare l’amore, concedendosi allo scambio, godendoci di gusto le nostre doppie penetrazioni e divertendoci a comportarci un po’ da troie, così come i nostri ragazzi si sono divertiti a spararci in faccia con le loro pistole, ma tutto tra amici molto stretti. Certo, ci siamo detti che ripeteremo l’esperienza, una volta ogni tanto. Ma ciò che conta è che sono innamorata. E adesso che posso dire di aver provato tutto, so che non desidero nient’altro che il mio uomo. Accanto a me, dentro di me e sulla mia faccia!!!!

 

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Pregevole e insperata scappattella by Idraulico1999 [Erotico]




Non potevo lontanamente per nulla al mondo immaginare né prevedere, che quello che era iniziato in maniera impresentabile, indecente e sconveniente, come un sabato maldisposto e ostile, si sarebbe abbellito e colorato in ultimo d’una deliziosa, notevole e insperata gradazione passionale. A dire il vero, infatti, tutto era cominciato in una di quelle giornate caratteristiche in cui ti senti piuttosto bene, solamente perché sai perfettamente che il giorno dopo non lavorerai e che potrai giostrarti in conclusione come meglio ti pare, così verso le ventitré come sovente accade, io saluto amorevolmente il mio ragazzo e me ne vado a letto. Passano però soltanto dieci minuti e Mirko s’avvicina per svegliarmi, perché mi è arrivato un SMS, in quanto lui ritiene saliente che io gli dia un’occhiata indicandomi che dovrei leggerlo: perbacco, mi ero persino dimenticata per l’occasione di spegnere il cellulare ripeto sbadatamente verso me stessa.

Il messaggio in questione proviene da parte di un mio collega, un responsabile che m’invoca d’andare domani di sabato mattina in ufficio per fare delle correzioni indilazionabili e talmente urgenti, che lui m’ha appositamente lasciato sulla scrivania: accidenti pure a lui, borbotto io nel frattempo, non aveva niente di meglio da propormi, imponendomi sennonché di lavorare pure il sabato? Somara pure io, farfuglio ancora visibilmente stizzita verso me stessa, visto che non ho spento il cellulare forse lui m’avrebbe di certo chiamato a casa rimuginando di continuo la questione. Io mi sento alquanto inviperita e nervosa per la circostanza, nonostante le coccole del mio ragazzo non riesco a dormire perché mi sento agitata e inquieta per l’avvenimento.

Il giorno dopo, forse anche per rendere meno gravosa e incresciosa quest’incalzante urgenza lavorativa chiedo se Mirko cavallerescamente ha modo d’accompagnarmi, lui accetta senza lagnarsi. Suppergiù intorno alle dieci siamo di fronte all’ufficio, entriamo, io accendo diverse luci per arrivare alla scrivania del mio ufficio collocata al quarto piano, in mezz’ora sbrigo il lavoro che m’aveva lasciato il mio collega, mentre Mirko gira per i corridoi, curioso di questo posto per lui nuovo e altrettanto sconosciuto. Dopo aver terminato i vari indifferibili aggiustamenti e inviato per tempo tutto l’occorrente all’acquirente, nel tempo in cui sto spegnendo il computer ambedue sentiamo l’eco definito d’una sonora risata spandersi in lontananza nell’aria, eppure quell’ilarità m’annuncia comunicandomi qualcosa, giacché esclusa in brevissimo tempo l’ipotesi dell’avvento dei ladri, scendiamo silenziosi giù di sotto senza peraltro accendere altre luci. Per praticità usciamo dall’ingresso secondario, l’unico di cui ho le chiavi, però in quel preciso istante sagome cupe si spostano sul muro immediatamente dopo che il segnale luminoso di fuori irraggia quel fosco andito, un poco allarmante e inquietante per dire la verità quello che osservo in quell’occasione.

Il terzo piano è attualmente immerso nella totale penombra d’una giornata poco soleggiata e anche le tapparelle sono abbassate, perciò non c’è alcun fetore tipico d’un ambente rimasto chiuso. Altri sfregamenti e diversi frastuoni al presente ci conquistano, giacché sembrano evidenti rimbombi di suppellettili rimosse che sfregano, seguiti da dialoghi affievoliti peraltro da continue sghignazzate e da richiami acuti, presumibilmente gl’individui si sono barricati in una stanza, perché i rintocchi ci pervengono ammorbiditi, indiscutibilmente ovattati. Mirko si ferma dopo l’ultimo gradino, mentre io con le scarpe in mano avanzo sul tavolato auspicandomi e facendo attenzione che non cigoli. Le porte delle stanze sono tutte spalancate, cosiffatto io proseguo fino all’altro ingresso, quello principale, dove c’è il centralino. Lì riesco ad avvertire ancora dei rimbombi, come d’un portone contro il quale è sovrapposto qualche oggetto, malgrado ciò quello che più mi colpisce sono i suoni e le voci. Bruscamente una maniglia si piega e intanto una porta s’apre, io mi nascondo dietro il centralino per sbirciare, con mio inatteso sbigottimento osservo che lì c’è Nicole, la mia diretta referente che esce alla svelta dalla porta dell’ufficio.

Lei è alta e snella, con un fisico ben scolpito da anni di tanta palestra e dalle vistose diete a base di verdure che si sottopone, lui è piuttosto corpulento, ha un viso rotondo messo in luce da capelli folti. Oddio, ma che cosa ci fanno qui in ufficio il sabato mattina questi due? Dal viso scendo lungo il corpo e m’accorgo che lei ha solamente la gonna corta e un paio di calzature vistose, lui è vestito, dopo una breve sosta alla toilette rientrano nella stanza e chiudono di nuovo la porta. Io esco dal mio nascondiglio e faccio segno invitando Mirko di raggiungermi, a dispetto dell’ansia e della preoccupazione d’essere scoperta non resisto e sbircio maliziosamente dal buco della serratura.

Io vedo che lui la spinge contro il muro e s’appoggia con forza al suo reggiseno che copre quelle curva non molto abbondanti. Entrambi si baciano con desiderio, con passione e con violenza, le loro lingue s’insinuano di continuo con forza e con dei gemiti soffocati seguendo il ritmo incessante del loro piacere. Lei lo allontana quel poco che basta, poi sommessamente sostando su ogni centimetro di petto che la camicia aprendosi lascia intravedere e leccandogli i capezzoli man mano che diventano più rigidi, lui la solleva di peso e l’attira in modo risoluto verso di sé. La gonna in quel frangente s’accorcia, tuttavia appena la fa adagiare sulla scrivania, le sue gambe ancorate al suo petto mettono in gran mostra una ragguardevole fica: una larga striscia di foltissimo pelo nero compare al mio sguardo, realmente una bellissima fica villosa e curata d’ammirare in tutto il suo intero splendore. Mirko, che nel frattempo m’aveva raggiunto, giacché con silenziosa alternanza osservava con me quello spettacolo imprevisto e libidinoso non stando più nella pelle, soprattutto dopo l’ultima visione, perché lui è già in lampante delirio, sta uscendo di senno, vorrebbe partecipare al quell’irruente e vibrato accoppiamento, sennonché io lo trattengo dandogli una vigorosa gomitata.

Roberto tuttavia non è da meno, nel frattempo sale sulla scrivania dove Nicole era sdraiata e si vede chiaramente che la faccenda gli piace parecchio, sennonché la rotea sul ripiano di lavoro, in tal modo noi possiamo squadrarla adagiata di fianco. Lui con le mani appoggiate alla scrivania preme con la sua virilità sul corpo di Nicole cagionandole espliciti e inconfutabili versi di puro godimento, poco dopo lei si solleva e si siede: una spallina le cade lasciando intravedere la parte di pelle più lattea, incrocia le gambe fino a quando le sue mani non toccano lo spiccato promontorio dei pantaloni di Roberto. Lui appoggiato alla scrivania dietro di sé freme e contempla quella vista particolare che lei gli offre in modo carnale, libertino e lussurioso, Nicole si muove sicura, ma con dei gesti lenti da creare astutamente e voluttuosamente l’attesa, io e Mirko ci dobbiamo tappare a vicenda la bocca, affinché entrambi non sentano i commenti e i sospiri profondi che rischiano nel frattempo di sfuggirci. A occhio e croce e considerando la distanza e il piccolo pertugio da cui sbirciamo ha un cazzo di tutto rispetto, eppure è questione d’un attimo, perché il cazzo di Roberto scompare dietro la chioma scura di Nicole.

Noi assistiamo osservando solamente che la sua testa si muove rapida assieme a quei lunghi capelli che ondeggiano come sospinti dal vento, Roberto lascia cadere la testa all’indietro ormai incapace d’opporsi e di reagire, mentre la bocca di Nicole continua la sua bramosa e smaniosa opera. Il sipario che attualmente s’apre ci lascia esaminare molto, anzi, considerevolmente più di prima, poiché la lunghezza del suo cazzo è regolare, ma è la circonferenza del glande di Roberto che risalta in special modo, spaventandoci e mettendoci addosso apprensione. Il suo petto è scosso da fremiti di godimento, la mano di lei e le sue belle labbra serrate lavorano unite senza sosta, fino a quando un gemito peculiare di Roberto ci fa comprendere che i tentativi di Nicole non sono stati infruttuosi. Pur attendendo più del dovuto, non vediamo però fuoriuscire nulla dal cazzo di Roberto, in quanto lei ha di certo ingoiato interamente la sborrata, perché la bocca di Nicole resta incollata al membro fino a quando il suo respiro non ricompare nella norma, tenuto conto che non appena s’allontana osserviamo che la sua faccia è pulita e non vi sono segni né residui biancastri sulle sue floride labbra. A quel punto è lui a lanciarsi con foga fra le sue gambe scatenandosi come per volerne respirare tutto il sapore, dato che lei s’agita e muove il bacino come in una danza del ventre, passano soltanto pochi minuti, in quanto quei versi sonori e quei gemiti ravvicinati esplodono in un urlo, alla fine io e Mirko non resistiamo più.

Io in quell’arroventata circostanza lo trascino nella stanza accanto, sono infervorata a dovere, ci rotoliamo un paio di volte e poi sentiamo il bisogno di liberarci in tutta fretta dei vestiti, ci spogliamo a vicenda, intervallati solamente dalle saettate delle nostre bramose lingue che s’inseguono. Non importa se facciamo rumore o se ci sentono: la voglia che ha risvegliato in noi tutta quella visione è diventata incontrollabile, inarrestabile, ravvivando così i nostri istinti all’istante. Ci tocchiamo, ci lecchiamo, ci baciamo, ci strofiniamo, tutto in un energico turbine senz’ordine né regole, in un circolo di piacere continuo, poi in un fiume d’eccitazione io gl’impongo di sdraiarsi sopra di me. Avverto il suo cazzo, il suo albero maestro come lo soprannomino io, solcare nel mio oceano captando onde di brividi percorrendomi più volte e in ultimo scompigliandomi. Al momento non sappiamo più chi siamo né dove siamo, per il fatto che siamo quello che percepiamo in quel movimento rapido e ripetuto, repentinamente dentro di me s’apre un varco, io sto godendo merito dell’aderenza della mia intimità contro il suo cazzo completamente inzuppato dalla mia poderosa e tangibile eccitazione. Io non riesco più a smettere d’ansimare, sto animosamente boccheggiando, perché ogni volta che Mirko s’introduce nella mia fica mi lascio sfuggire un mugolio sommesso: sì, precisamente ecco che sento quel brivido avvicinarsi e farsi sempre più nitido, in quel preciso istante dove faccio assegnamento che lui abbia la capacità d’attendere quantomeno un attimo prima di lasciar definitivamente sbottare il suo travolgente orgasmo, inatteso e possente è invero l’urlo che io lascio erompere all’ultimo brivido che m’assale sconvolgendomi, mentre avverto ancora ondate di piacere fuoriuscire dal mio corpo, finché un gemito s’alza saettando nell’aria tiepida, poiché mi sento pervadere da quel lungo fiume vibrante.

Il suo corpo si stende come se fosse distrutto, radicalmente esanime su di me, io riapro finalmente gli occhi e unicamente in quell’istante m’accorgo con un po’ di d’angoscia mista a un indefinibile terrore, che Nicole e Roberto sono lì in piedi sulla porta aperta che ci guardano incuriositi, io sussurro appena nella direzione di Mirko che dietro di lui ci sono loro. Una sensazione smisurata di pudicizia mi pervade facendomi leggermente imbarazzare, poco dopo Mirko accenna ad alzarsi dal mio corpo, io afferro celermente il pullover tentando d’infagottarmi, nel tempo in cui Mirko ancora voltato di spalle esibisce imperturbabile le sue chiappe indossando le mutande in maniera impassibile, infine si gira e in tal modo ci ritroviamo squadrandoci di fronte a quattrocchi, i loro visi sono quieti e sereni e i loro corpi sono nudi.

Io non riesco a staccare gli occhi da lui e dal suo bel cazzo ancora semi eretto, lei è totalmente pelosa, ha la fica curatissima e ben rifinita, con quella splendida e larga striscia nera di pelo che le adorna la fessura come per proteggerla dal mondo circostante. In quel preciso istante non c’è dialogo fra di noi, perché non c’è proprio bisogno di divulgare né di manifestare né di rivelare nulla: loro non ci preoccupano né ci temono, noi lo siamo altrettanto nei loro confronti, anche perché sanno che in nessun caso avremo né il coraggio né la sfacciataggine né la spregiudicatezza di raccontare esponendo soprattutto ai loro rispettivi coniugi tutto quello che abbiamo lascivamente e spudoratamente assistito, certo e comprovato è, che parecchi dei nostri colleghi farebbero persino fatica a crederci.

Infervorata e carica, senz’attendere avvisaglie ulteriori, lei si sdraia per terra e lui si distende accanto, in tal modo noi li copiamo maldestramente e nel contempo proseguiamo a toccarci palpeggiandoci con cupidigia, Mirko è accortamente invasato per la circostanza inusuale e sorprendente del momento, pertanto si riaccende risvegliando i suoi ancestrali istinti. Io mi siedo su di lui e appoggiando le natiche appena sotto i genitali lo sfioro e intanto mi tocco, sfrutto la sua erezione per sfregarmi, nel contempo io mi manipolo accuratamente approntando ulteriormente la mia eccitazione. Subito dopo che riprendo il controllo di me stessa, scivolo dalle sue gambe fino a sdraiarmi completamente su di lui, visto che mi trovo a pochi centimetri dal suo cazzo. Attualmente sono totalmente governata da una fierezza e da un orgoglio tutto inedito, sento apertamente di dover avvalorare dimostrando schiettamente che so far godere a ragion veduta il mio uomo, così con delicatezza, ma anche con incisiva decisione glielo lecco con dovizia, partendo dal fondo fino alla punta spingendomi sino al frenulo e lì sopra insistendo maggiormente.

Roberto e Nicole osservano anelanti quella scena, lei si sdraia per terra e lui la penetra in modo poderoso, perché dal suo tangibile ansimare ci rendiamo conto che le piacciono i rapporti maneschi e rabbiosi. Lui la percuote sulle chiappe, lei sbuffa incitandolo di proseguire, successivamente s’alza, mentre Roberto sfilandole rapidamente il cazzo dalla fica gliel’infila nuovamente con una brutalità e con una crudeltà insperata, con una decisa insensibilità insistendo in modo furente nel piccolo tunnel del piacere. Io non la invidio per nulla, in quanto un po’ di forza nel maschio mi piace, però Roberto è sbrigativo, secco e per di più crudele, non l’accarezza né la bacia né la sfiora, lui deve soltanto dimostrare esprimendo la sua preminenza e la superiorità tangibile di maschio che dirige.

Mirko geme a più non posso, poiché il suo cazzo è vistosamente stuzzicato dal mio abile e virtuoso lavoro di lingua, però mi fa lucidamente intuire che non vuole ancora sborrare: prima preferisce che mi diverta ancora un po’, a tal punto mi metto su di lui nella posizione della smorza candela rivolta di schiena e lo cavalco fino a quando seppur con fatica lo allago con il mio terzo orgasmo. Adesso spetta a lui, gradualmente riprendo con ardore e con efficacia il mio galoppo verso il suo orgasmo, giacché lo stesso arriva istantaneo accompagnato dalla sua sborrata liberatoria, per il fatto che m’inzuppa ricoprendomi la pelosissima e nera fica. Pure Roberto, in maniera frettolosa, senz’aspettare che Nicole raggiungesse l’acme del piacere, l’aveva imbrattata sulle chiappe e sulla schiena cospargendole addosso tutto il suo liquido seminale.

Adesso siamo debilitati, soddisfatti e stanchi, io e Mirko stavolta senza ricoprire le nostre nudità ci spranghiamo in bagno lasciando i due spasimanti da soli in quella stanza divenuta torrida. Appena ci siamo rinfrescati e ripuliti nel migliore dei modi cerchiamo d’andare via, eppure un immorale e lascivo “ciao alla prossima” dell’altra coppia ci meraviglia e ci sorprende oltremodo, forzandoci a salutarli nonostante l’evidente e l’innegabile imbarazzo.

Chissà, chi potrà dirlo, se realmente si presenterà una futura e accattivante nuova occasione.

{Idraulico anno 1999}

 

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L'inaspettata visita di Irene by 36degrees [Vietato ai minori]




L’inaspettata visita di Irene di 36degrees New!

Era la mattina di un giorno di maggio e mentre gli impiegati di un’azienda di informatica lavoravano come ogni giorno una ragazza sui 26 anni si aggirava avanti e indietro lungo gli openspace che componevano l’azienda appuntandosi qualcosa a penna sopra un foglio di carta.
Si trattava di una ragazza alta circa 1 metro e 75, capelli biondi che arrivavano fino all’altezza delle spalle.
Indossava un paio di jeans, una magliettina a fiori e delle scarpe da ginnastica.
Nessuno l’ aveva mai vista prima d’ora, nemmeno l’amministratore delegato dell’azienda, che l’aveva notata uscendo dal suo ufficio per prendere un caffè al distributore.
L’amministratore delegato si chiamava Christian ed era un uomo di 35 anni, abbronzato e con un fisico ben curato grazie alle tante ore passate in palestra.
Lasciò che la ragazza andasse avanti e indietro per un po’ prima di avvicinarla per chiederle spiegazioni.
Si avvicinò soltanto quando la ragazza si fermò davanti a una porta che si apriva soltanto a fronte del passaggio di un badge che lei non aveva.
“Signorina, quella è la sala server, per entrare serve questo” – le disse indicandole il badge che aveva al collo; “le avranno sicuramente dato un badge identificativo all’ingresso, come a tutti gli ospiti” – proseguì.
“Veramente…” – disse la ragazza – “veramente quando sono salita la porta era aperta ed in reception non ho visto nessuno, così ho pensato di entrare e iniziare a fare i controlli per cui sono stata mandata”.
“Male signorina…avrebbe dovuto sedersi ed attendere che arrivasse qualcuno a identificarla…lo sa che è un reato entrare qui senza autorizzazione?” – disse Christian.
“Me ne rendo conto, mi scusi…” – disse la ragazza con aria avvilita – “è solo che ho aspettato qualche minuto e non vedendo nessuno ho deciso di entrare” – cercò di giustificarsi.
“Non importa…piacere, io sono Christian, l’amministratore delegato di questa azienda…mi dica, chi è lei?” – disse Christian tendendole la mano; “anzi mi segua, la accompagno in reception così la facciamo registrare…per una volta che viene in visita una bella ragazza sarebbe un peccato farsi sfuggire il suo nome” – disse ancora con un sorriso sulle labbra.
La ragazza imbarazzata si limitò a ricambiare il sorriso e seguì Christian fino alla reception attraversando un openspace dove lavoravano circa 20 operatori, quasi tutti maschi, la maggior parte dei quali aveva lo sguardo rivolto verso di lei come fosse un pezzo di carne in mezzo ad un branco di cani. La ragazza proseguì sentendosi i loro sguardi addosso.
Attraversarono un breve corridoio ed arrivarono alla reception dove dietro il bancone li attendeva una bella donna anch’essa sui 35 anni, abbronzata e con un seno abbondante.
“Buongiorno Manuela…potrebbe essere così gentile da prendere i dati di questa signorina? È qui per un controllo, o qualcosa del genere” – disse Christian.
“Ma certo…si accomodi pure, sarò da lei tra qualche minuto” – disse Manuela alla ragazza.
La ragazza prese posto su una sedia di fronte al bancone mentre Christian si congedò da lei; “A dopo allora. Se ha bisogno di me mi trova nell’ufficio in fondo al corridoio, seconda porta a sinistra” – le disse rivolgendole un intrigante sorriso.
“A dopo” – rispose a bassa voce la ragazza come se quel sorriso l’avesse in qualche modo stregata.
La ragazza nell’attesa iniziò a fantasticare su quell’amministratore di azienda così affascinante, muscoloso e abbronzato; fantasticò talmente tanto che la donna alla reception dovette farle cenno due volte prima che si accorgesse che la stava chiamando.
“Mi scusi” – disse la ragazza con un sorriso sul volto mentre si alzava dalla sedia per avvicinarsi al bancone.
“Bene, allora…chi è lei?” – disse Manuela.
“Mi chiamo Irene, sono stata mandata qui per un controllo delle infrastrutture e sulla qualità della vita lavorativa dei dipendenti della vostra azienda” – disse la ragazza.
“Di che azienda fa parte?” – chiese Manuela. Irene le riferì il nome dell’azienda per cui lavorava.
“Aveva appuntamento con qualcuno?” – disse Manuela.
“No, con nessuno…sono stata mandata qui per eseguire questo controllo, non mi è stato indicato nessun riferimento” – disse Irene.
“Va bene…le chiedo cortesemente di lasciare qui un documento di identità e di mettersi al collo questo badge per gli ospiti” – disse Manuela.
Irene lasciò la carta d’identità alla reception e si mise al collo il tesserino.
“Vada pure a fare i controlli che deve effettuare” – disse la donna alla reception.
“Grazie” – disse Irene. Riprese in mano il blocco di carta e la penna e si diresse nuovamente tra gli openspace.
Visitò l’azienda in lungo e in largo e annotò sul foglio numerose cose. Visitò la sala server, l’area break, le sale riunioni, i bagni.
Dopo circa 45 minuti tornò alla reception per recuperare la carta d’identità, lasciare il badge e andarsene.
“Il sig. Christian vorrebbe discutere un attimo con lei in merito a quello che ha riscontrato” – disse Manuela.
“Va bene, ma non ho molto tempo…” – rispose Irene.
“Non si preoccupi, il sig. Christian non è uno di molte parole, se la caverà in fretta…la aspetta nel suo ufficio, si accomodi pure” – disse Manuela.
Irene si avviò verso l’ufficio dell’amministratore delegato, oltrepassò il corridoio e si fermò davanti alla seconda porta a sinistra. Stava per bussare quando decise di darsi una veloce sistemata ai capelli spostandosi un ciuffo dietro le orecchie. Bussò.
“Avanti” – disse la voce di Christian.
Irene entrò nella stanza, Christian era seduto dietro ad una scrivania e la invitò a chiudersi la porta alle spalle.
“Allora, è stata una gita gradita?” – le disse accennando un sorriso.
“Sì, abbastanza” – rispose Irene.
“Prego, si sieda” – disse Christian.
“Va bene, ma non ho molto tempo” – rispose Irene sedendo sulla sedia di fronte a lui.
“Bene, mi dica quello che ha riscontrato” – disse lui.
“Beh…ci sono alcune cose che non sarebbero a norma e che possono portare l’azienda ad incorrere in una sanzione che va dai mille euro a salire…per esempio il sistema di ricircolo dell’aria non sembra funzionare a dovere, tanto che in alcune aree si respira aria rarefatta e questo alla lunga può essere dannoso per la salute dei dipendenti” – disse Irene.
“Il ricircolo dell’aria, certo” – disse Christian, che sembrava però decisamente più interessato ai dolci lineamenti del viso di Irene piuttosto che alle sue parole.
La ragazza riprese la parola mentre Christian non staccava nemmeno per un secondo lo sguardo dagli occhi di lei.
“Alcuni dipendenti non sono provvisti del materiale strettamente necessario per operare la loro professione; ad esempio molti risultano essere sprovvisti delle cuffiette, che facendo anche servizio di centralino telefonico sono necessarie” – proseguì Irene.
Christian non disse nulla e continuò a fissarla.
Irene restò zitta per qualche secondo in preda all’imbarazzo prima di terminare la sua analisi.
“E infine…” – prima di proseguire si passò nervosamente una mano tra i capelli – “infine ho notato che i bagni non sono propriamente puliti come dovrebbero essere…diciamo che a livello igienico lasciano un po’ a desiderare” – disse terminando il discorso.
“E lei a livello igienico come è messa? Se la è lavata la passerina stamattina?” – disse Christian a bassa voce.
“Come scusi?” – rispose Irene certa di non aver intuito bene le parole di Christian.
Christian si alzò in piedi e riprese a parlare; “Signorina, lei sa quanto mi costa mantenere questa azienda? Crede che sia semplice gestire più di 400 dipendenti?”.
“Non metto in dubbio che sia difficile” – disse Irene un po’ intimorita.
“E allora pensa che i cessi sporchi siano un problema così grave?” – disse Christian.
“Io ho fatto soltanto il mio lavoro, non se la deve prendere con me” – disse Irene.
“Non me la prendo con lei signorina” – disse tornando a sedersi; “ma è con lei che adesso devo trattare…”.
“Non capisco…cosa intende dire?” – rispose Irene.
“Non penserà certo che io intenda pagare la sua multa del cazzo…ho già i miei problemi, me ne fotto delle sue verifiche sullo stato dei cessi”.
“Le ripeto che io faccio soltanto il mio lavoro, se ha da lamentarsi di qualcosa le lascio i riferimenti di chi potrà aiutarla” – disse Irene.
“Non sono uno a cui piace la troppa burocrazia…il problema lo risolviamo io e lei adesso. Avanti, mi dica cosa vuole per fare finta che la sua passeggiata di questa mattina non sia mai avvenuta” – esclamò stizzito l’amministratore delegato.
“La prego di smetterla” – disse Irene alzandosi dalla sedia; “potrei anche pensare di denunciarla per quello che mi stà chiedendo, lei è consapevole di questo vero?” – proseguì a dire.
“Sono consapevole del visino da troia che si ritrova” – rispose istintivamente Christian pieno di rabbia.
“Come si permette??” – disse Irene alzando il tono di voce.
Christian si alzò in piedi a sua volta e si avvicinò a lei.
“Lei ha proprio un viso angelico e uno sguardo così innocente…chissà quanti uomini si sono approfittati di lei, non è così?” – le disse a bassa voce mentre con una mano le scostava un ciuffo di capelli dietro le orecchie.
“Non sono affari che la riguardano…e non mi tocchi” – rispose lei piena di timore.
Nonostante tutto quell’uomo continuava ad affascinarla, tanto più lui assumeva un atteggiamento da cattivo tanto più lei ne restava ammaliata. E poi non aveva assolutamente torto, erano stati molti gli uomini che l’avevano sedotta, usata e abbandonata nel giro di poco tempo, in alcuni casi giorni, prendendosi gioco di lei e della sua ingenuità.
Quell’uomo, pur nel suo atteggiamento sgradevole, stava dicendo la verità.
“Sì che lo sono” – disse Christian avvicinando sempre di più il volto a lei; “Sa, l’ho osservata molto mentre parlava ma non sono molte le cose che mi sono rimaste impresse”.
Irene rimase zitta, Christian proseguì a parlare.
“Quello che volevo, fin da subito, era zittirla con un bacio e spero proprio che prima di andare lei voglia concedermi questo onore”.
“Lei dev’essere impazzito, io…” – disse Irene senza riuscire a terminare la frase.
Christian avvicinò la sua bocca a quella di Irene e le diede un bacio appassionato che durò per diversi secondi dopodiché ci fu un attimo di silenzio assoluto fino a che Christian non riprese la parola; “vede signorina…lei mi piace molto, davvero tanto…ho una proposta da farle, se ha voglia di ascoltarla”.
Irene era ancora scioccata dal bacio ricevuto e non rispose.
“Si risieda, la prego” – disse Christian. Entrambi tornarono a sedersi.
“La mia proposta è la seguente: lei si dimentica della sua sanzione del cazzo e io metà di quei soldi li do a lei in cambio di…” – Christian smise di parlare e la guardò negli occhi.
“In cambio di?” – disse Irene.
“Sesso con lei” – terminò Christian.
“Mi ha forse preso per una prostituta?” – disse Irene alzandosi nuovamente dalla sedia; “mi dica, le sembro forse una puttana?” – proseguì.
“Beh” – si limitò a dire Christian guardandola dalla testa ai piedi.
“Lei è la persona più viscida che abbia mai conosciuto” – disse ancora Irene.
La ragazza stava per andarsene quando una frase di Christian la fece fermare di colpo.
“Signorina, lei può fare quello che vuole ma si ricordi, stamattina una perfetta sconosciuta si è infiltrata nella mia azienda e questo non è legale, quindi passibile a sua volta di multa”.
“Mi stà forse ricattando?” – disse Irene.
“Nessun ricatto, stò solo cercando di metterla in guardia ricordandole come sono andate le cose” – disse Christian alzandosi in piedi.
Aprì un cassetto della scrivania e dopo aver rovistato un po’ ne tirò fuori una banconota da 500 euro che avvicinò alla ragazza.
“Allora? Li vuole o no?” – disse.
“Il mio corpo non è in vendita, tantomeno la mia dignità” – rispose decisa Irene.
Benché Irene fosse a dir poco disgustata dal comportamento di Christian qualcosa in lei continuava a farla sentire irrimediabilmente attratta da lui, dal suo atteggiamento verso di lei, dal suo fare da dominatore. Ma nonostante questo era decisa a non cedere; non era una troia, o almeno questo pensava.
Più Christian insisteva più lei si lasciava andare a gesti nervosi, sistemandosi continuamente i capelli e mordendosi il labbro.
“Tutto ha un prezzo, così come tutte le donne sono particolarmente attratte dai soldi” – proseguì Christian; “si tratta solo di capire quale è la sua tariffa…crede forse che le sue gambe valgano più di 500 euro? Crede che la sua bocca, la sua vagina o il suo culetto valgano tutti questi soldi? Io credo proprio di no, ed è per questo che le consiglio vivamente di accettare la mia offerta. Vedrà che ci divertiremo tutti e due, la farò sentire come se fosse la puledra più importante dell’intero maneggio.
“Lei è pazzo” – disse Irene con rassegnazione. Si sentiva offesa nell’orgoglio per tutto quello che stava succedendo, ma essere paragonata a una cavalla le fece provare un brivido di eccitazione.
Tutti gli uomini con cui era stata l’avevano trattata come una regina fino a che, una volta raggiunti i loro meri scopi, l’avevano abbandonata. Christian la stava trattando male fin da subito e per quanto squallido fosse il gesto di offrirle del denaro in cambio di una prestazione sessuale era un gesto chiaro e onesto, sotto un certo punto di vista.
Irene era sempre più titubante e Christian se ne stava rendendo conto.
“Sa…penso che se solo mi impegnassi un po’ di più potrei averla anche gratis” – disse Christian sfiorandole le labbra con l’indice della mano destra. Irene rimase zitta.
“Posso darle del tu, vero?”- le chiese Christian; anche questa volta non ottenne alcuna risposta, così decise di fare a modo suo.
“Te lo si legge su questo volto da finta santarellina quello che sei veramente…pensi di avere un carattere forte ma scommetto che a letto sei la tipica troietta che si lascia fare di tutto e per quanto riguarda me, io ottengo sempre quello che voglio”.
Irene era ormai in balia delle parole di Christian.
“Non possiamo fare proprio niente…ci sentiranno” – disse.
“Non ti preoccupare, non ci sentirà nessuno e nessuno verrà a disturbarci, a meno che ovviamente tu non urli troppo…Manuela sa che quando sono in ufficio con una ragazza nessuno deve venire a disturbare. Lo sa, l’ha provato sulla sua pelle. Anche se con lei è stato molto più facile che con te, dopo cinque minuti era lei che quasi mi implorava di metterglielo in bocca. Siete tutte uguali voi donne, chi per soldi chi per amore del cazzo, siete tutte puttane allo stesso modo” – concluse Christian.
“Io non sono una puttana” – ribadì Irene.
“Non sei una puttana, certo” – disse Christian appoggiandole una mano sulla testa facendola inginocchiare di fronte a lui e portandosi l’altra alla cintura.
Irene capì che quello era l’ultimo momento per tirarsi indietro, alzarsi ed andarsene; dopo sarebbe stato troppo tardi.
Decise invece di restare in ginocchio immobile mentre Christian slacciò lentamente la cintura e il bottone dei pantaloni.
Infilò la mano dentro i boxer e ne tirò fuori il cazzo. Era il membro più grande con cui Irene avesse mai avuto a che fare. Quando Irene se lo trovò davanti al naso non ebbe più dubbi, non vedeva l’ora di trovarselo in bocca.
Christian lo prese in mano e cominciò a segarsi a pochi centimetri dal viso di Irene.
Il suo cazzo diventava sempre più duro stretto nel suo pugno.
“Dimostrami adesso che non sei una troia” – disse guardandola negli occhi.
Christian le passò il cazzo sotto al naso, Irene sospirò profondamente. L’odore della pelle del suo membro la fece eccitare come non mai.
Christian glielo strofinò sulle labbra fino a che Irene non decise di aprire la bocca, quindi glielo spinse dentro e Irene cominciò a lavorare di lingua; poche cose erano più eccitanti del viso angelico di Irene alle prese con un cazzo di quelle dimensioni.
Christian le mise una mano sulla testa e la spinse verso di lui riuscendo a farcelo stare per intero dentro la sua bocca per qualche secondo, fino a che Irene sentendosi soffocare non spostò indietro la testa facendoselo uscire.
Christian si abbassò e le diede un bacio, quindi prese il cazzo e glielo rimise in bocca; se lo fece succhiare per diversi minuti, quindi lo tirò fuori, lo prese in mano e invitò Irene a leccargli le palle.
Irene senza esitare cominciò a passare la lingua avanti e indietro sui suoi coglioni mentre lui maneggiava il suo uccello facendolo diventare sempre più duro.
“Se solo potessi vederti…non sei una troia…” – la schernì Christian.
Irene continuò imperterrita a leccargli i coglioni; la sua vagina già da qualche minuto aveva iniziato a diventare umida e le sue mutandine erano già bagnate.
Christian glielo mise per l’ennesima volta in bocca e lasciò che Irene lo spompinasse a dovere.
“Alzati” – le disse quando si ritenne soddisfatto. Irene si alzò in piedi.
Christian si avvicinò a lei e le diede un altro bacio sulla bocca. Mentre la baciava le slacciò il bottone dei jeans, quindi inginocchiandosi davanti a lei glieli fece scendere scoprendole completamente le gambe e lasciandola con un paio di mutandine rosa in vista.
“Guarda quanto sei bella” – disse Christian guardandola dall’alto verso il basso rimanendo inginocchiato; “sembri una Dea” – proseguì, quindi avvicinò il naso alle sue mutandine e inspirò profondamente.
“Ho tutto il naso bagnato!” – disse quando riportò indietro la testa; “è colpa tua…perché sei così bagnata?”.
Irene non rispose, così Christian proseguì a parlare; “te lo dico io perché…perché sembri una Dea ma non sei altro che una lurida puttana”.
Detto questo le abbassò dolcemente le mutandine trovandosi di fronte una bella figa depilata e profumata; “brava, mi piacciono le ragazze che tengono curato il giardino” – ironizzò Christian.
Irene ormai era in bambola completa, in balia degli eventi come una nave in mezzo alla tempesta stava zitta senza dire nulla. Christian appoggiò le sue labbra su quelle della vagina di Irene e iniziò a leccarla delicatamente.
Irene portò istintivamente una mano sulla testa di Christian.
“Ti piace fartela leccare eh?” – le disse lui. Irene si limitava ad ansimare senza rispondere ad alcuna domanda.
Christian continuò a leccargliela senza sosta per almeno 5 minuti.
“Girati” – le disse poi; Irene si voltò di spalle mostrando a Christian la bellezza del suo lato posteriore.
Aveva un culetto sodo e perfetto.
Christian cominciò a palparlo e a gustare con la mente il momento in cui l’avrebbe penetrato.
“Se fossi la mia donna con un culo così non ti farei uscire di casa, chiuderei tutto, butterei via la chiave e resterei dentro con te…” – disse lui continuando a tenerle le mani sul culo; “dovresti essere parte di qualche esposizione universale, dovrebbero esporti a pecorina in qualche stand dove a tutti dovrebbe essere concesso di beneficiare ed abusare di un capolavoro del genere a loro piacimento” – disse ancora Christian. “Avanti, togliti le scarpe” – disse togliendole per un attimo le mani dal culo.
Irene si abbassò, si slacciò le scarpe e se le tolse; Christian la sollevò di peso e la mise a sedere sopra la scrivania, quindi le sfilò dai piedi le calze e poi i jeans, gettando tutto a terra. Restavano soltanto le mutandine già abbassate al di sotto delle ginocchia, Christian gliele sfilò soltanto da una gamba lasciando che penzolassero dalla caviglia dell’altra.
“Apri le gambe, non essere timida” – le disse. Irene appoggiò i gomiti sulla scrivania e spalancò le gambe senza esitazione; Christian si tolse a sua volta scarpe, jeans e boxer di dosso e avvicinò il volto dando ancora qualche rapida leccata alla vagina di Irene; si sputò sulle dita della mano destra e la passò sulle labbra della vagina preparandola all’imminente penetrazione. La prese per le gambe e la avvicinò di più a lui, quindi prese in mano il cazzo, mirò il buco e glielo spinse dentro.
Irene riuscì a fatica a trattenere un urlo, Christian iniziò lentamente a muovere il cazzo dentro di lei.
Irene teneva gli occhi chiusi mentre Christian aumentava il ritmo della spinta facendola ansimare sempre di più. Le mutandine scivolarono via dalla caviglia di Irene cadendo a terra.
Dopo una quindicina di minuti Christian decise che era arrivato il momento di cambiare posizione; glielo tolse dalla figa e si sedette a sua volta sulla scrivania invitando Irene a sedersi sopra di lui. Irene salì in piedi sulla scrivania e si piegò sulle ginocchia, Christian prese il cazzo in mano e la aiutò ad abbassarsi in modo che il suo pene le penetrasse di nuovo la vagina.
Christian lasciò che Irene muovesse il suo corpo in modo da godere quanto più possibile finché Irene non si trovò quasi a saltare sul cazzo di Christian che dopo diversi minuti spostò il corpo di Irene di lato continuando a fotterla con prepotenza.
Passarono altri minuti prima che Christian smise di spingere per riprendere fiato. Si alzo in piedi. “La togliamo questa magliettina?” – le disse.
Irene si rimise seduta, alzò le braccia e si fece sfilare la maglietta di dosso; Christian la gettò a terra vicino ai jeans.
Le slacciò quindi il reggiseno. Irene non aveva un seno abbondante ma aveva una forma perfetta ed era il tipico seno a coppa di champagne.
Christian diede qualche leccata alle tette, le chiese quindi di girarsi e la fece piegare a 90 gradi sulla scrivania con le braccia distese in avanti.
“Voglio giocare un po’ con il tuo culettino…ti va?” – esclamò.
“Stai attento, per favore” – disse Irene.
“Attento a cosa?” – domandò lui.
“A non farmi troppo male…” – disse ancora Irene.
“Non vorrai dirmi che non te lo hanno mai messo nel culo” – disse Christian.
Irene non rispose. A giudicare da quanto era stretto il suo buco, non fu difficile per Christian immaginare che quella fosse la prima volta che Irene provava il sesso anale, ma lui non era certo il tipo da farsi timori reverenziali.
“Dovresti dirmelo sai…te lo fotterei in ogni caso ma sarebbe un onore per me sapere di essere il primo a sverginare questo bel culetto” – disse schiaffeggiandole la natica destra.
Irene rimase zitta ancora una volta.
“Mi piacciono le donne che parlano poco” – disse Christian aprendo un cassetto della scrivania; “e modestamente avevo proprio ragione a dire che sei una di quelle che si lascia fare di tutto…sei fortunata oggi ad aver trovato sulla tua strada un gentiluomo che ti concede il lusso di una lubrificata prima di scoparti il culo” – proseguì a dire Christian estraendo dal cassetto un tubetto di gel lubrificante.
Christian le passò una cospicua dose di gel su tutto il buco e lo massaggiò per diversi minuti. Quando la ritenne pronta alla penetrazione prese in mano il cazzo, mirò il buco e glielo infilò dentro.
Questa volta Irene non riuscì a trattenere un urlo di dolore. Christian iniziò a spingere molto lentamente per fare in modo che l’ano di Irene si abituasse al corpo estraneo, poi iniziò a spingere a ritmo sempre più sostenuto. Si interruppe solo per raccogliere da terra le mutandine di Irene, le arrotolò e gliele infilò nella bocca in modo da attutire per quanto possibile i suoi gridolini. Riprese a fotterle il culo sempre più forte dandole anche dei sonori schiaffi sul sedere mentre Irene sempre più rossa in viso e sudata stringeva tra i denti le sue mutandine cercando di non farsele cadere di bocca.
Quando ritenne di averla scopata a sufficienza Christian la fece inginocchiare davanti a lui e, sempre facendole tenere le sue mutandine in bocca, decise di venirle copiosamente sul viso. Il primo schizzo la colpì sulla guancia sinistra, gli altri sul naso e sotto gli occhi, tanto che Irene faceva fatica a tenerli aperti.
“Sei bellissima” – disse Christian mentre, togliendole le mutandine di bocca e gettandole a terra, si concesse l’onore di farsi fare un ultimo pompino che ripulì il suo cazzo da ogni ultimo residuo di sperma che aveva in corpo.
Le sollevò quindi una ciocca di capelli e ci strofinò sopra il cazzo cercando di asciugarlo il più possibile.
Irene invece era tutt’altro che pulita, colava sperma da ogni lato del viso.
Christian riprese in mano le mutandine di Irene e gliele porse; “pulisciti…non voglio che i miei dipendenti ti vedano in questo stato, anche se per me sarebbe un grosso onore far vedere a tutti come ti ho conciata”.
Irene prese in mano le sue mutandine e se le passò sul volto cercando di ripulirsi il più possibile dallo sperma ma non era certo facile farlo soltanto con un paio di mutandine di per loro già bagnate.
“Lascia che ti aiuti” – disse Christian che, vedendola in difficoltà, raccolse da terra la sua magliettina a fiori e gliela passò su tutto il volto.
“Ecco, così sei perfetta…un raggio di sole, come quando sei arrivata” – disse Christian prendendola in giro.
Adesso prendi i tuoi soldi, rivestiti e aspettami qui, ho ancora una sorpresa per te”, disse Christian gettando la banconota da 500 euro per terra di fianco ai vestiti della ragazza e uscendo per un momento dalla stanza dopo essersi infilato i pantaloni e le scarpe.
Irene si alzò in piedi, raccolse da terra i soldi e fece per indossare i jeans quando fu rimproverata da Christian appena rientrato nella stanza.
“Cosa stai facendo? Tua mamma non ti ha insegnato che non si esce senza mutandine?” – disse; “tu non sei una puttana…ricordi?” – proseguì ridendo.
Irene riprese in mano le mutandine zuppe degli umori della sua vagina, della sua saliva e dello sperma di Christian e se le rimise addosso, quindi si mise i jeans. Infilò le calze e le scarpe, raccolse da terra il reggiseno, se lo riallacciò e si rimise addosso la sua magliettina con i fiorellini e le macchie di sperma.
“Seguimi” – disse Christian che accompagnò Irene fuori dalla porta dove ad aspettarla c’era un carrello per le pulizie con tanto di pattumiera, scope, secchio e stracci.
“Visto che hai così tanto a cuore la nostra azienda, ho pensato che forse potresti darci una mano” – disse Christian ad Irene; “trascina questo carrello fino al bagno e aspettami là”.
Irene, spettinata e rossa in viso spinse il carrello lungo il corridoio passando di fronte alla reception sotto lo sguardo stupefatto di Manuela e superò l’openspace tenendo sempre la testa bassa senza degnare nessuno di uno sguardo, anzi avrebbe voluto essere invisibile per evitare che gli altri la vedessero in quelle condizioni.
Girò l’angolo, aprì la porta ed entrò in bagno. Pochi minuti dopo Christian la raggiunse, prese dal carrello il cono che indicava pulizie in corso e lo piazzò fuori dalla porta in modo che nessuno entrasse a disturbare.
“Sai già quello che devi fare, sguattera” – le disse porgendole il manico di uno scopettone.
Irene mantenendo gli occhi a terra infilò la scopa nel secchio dell’acqua e iniziò a pulire per terra sotto lo sguardo severo e attendo di Christian. In una quindicina di minuti il pavimento venne pulito.
“Posso andare adesso?” – disse Irene con occhi angelici a Christian.
“Quasi” – disse lui; “i cessi non si puliscono da soli” – proseguì indicando le tazze del water.
“Mi rifiuto di pulirle anche i cessi, sono stata umiliata abbastanza per oggi” – disse Irene.
“Ricordati che ti ho dato 500 euro, per quella cifra dovrei farti pulire anche il cesso di casa mia, con la lingua però…” – rispose Christian alterato.
Prese quindi uno straccio dal carrello e lo gettò verso una delle due tazze del cesso.
“Muoviti, prima hai finito, prima te ne vai” – le disse.
Irene si inginocchiò davanti al gabinetto, prese in mano lo straccio e iniziò a pulire; quando Christian lo ritenne pulito a dovere Irene si spostò verso il secondo gabinetto e lo pulì nello stesso modo. Christian le prese un braccio e diede un’ultima ripulita alla tavoletta del cesso utilizzando la manica della maglietta di Irene.
“Meglio una passata in più che una in meno…adesso sì che è pulito” – esclamò Christian.
“Direi che il tuo lavoro qui può essere considerato finito, anche se per 500 euro devi ringraziare il cielo se non ti metto a pecorina su questo stesso cesso per fotterti ancora quel bel culetto che ti ritrovi. E vedi di non fare scherzi idioti…se solo la mia azienda dovesse ricevere anche solo 5 euro di multa per causa tua ti vengo a cercare e te lo sfondo talmente forte che non riuscirai più a sederti…siamo intesi?”.
Irene fece cenno di sì con la testa.
“Adesso te ne puoi anche andare…ah, ancora una cosa” – disse Christian prima di uscire dal bagno – “qualora fossi interessata, potrei pensare di assumerti come donna delle pulizie in futuro…puoi considerare l’incontro di oggi come un colloquio conoscitivo…ti dico già che la paga è bassa, ma i soldi non sono tutto nella vita…o sbaglio?”
“Ci penserò sicuramente” – disse Irene alzandosi da terra.
“Bene, allora ti aspetto…vienimi a trovare cucciola”. Christian le mandò un bacio con la mano, uscì dal bagno e tornò verso il suo ufficio fermandosi a fare due chiacchiere alla reception con Manuela probabilmente vantandosi delle sue doti di sciupafemmine.
Irene si guardò allo specchio, era spettinata all’inverosimile. Cercò di sistemarsi come meglio poteva ed uscì dal bagno sperando di non incontrare nessuno, quindi uscì dall’azienda tramite un’uscita di emergenza.
Prese il cellulare e contattò il suo capo dicendo che aveva finito il controllo ma che non si sentiva molto bene e che sarebbe rientrata in ufficio il giorno successivo con la relazione che aveva fatto.
Chiuse la chiamata, salì in macchina e si diresse sfinita verso casa.

Note finali:

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