Io e mia sorella parte 2a




Scritto da Ganimede69,
il 2015-09-25,
genere incesti

Ci svegliammo e nudi mangiammo qualcosa. La nostra unione era totale. Lei mi faceva vedere le cose che voleva io facessi, semplicemente indicandomele, e io mi muovevo. Lei quasi anticipava i miei desideri guardandomi solo negli occhi. L’attrazione fisica tra noi era una cosa sconvolgente, dolorosa. Io resistevo, solo poco più di lei. Se eravamo nella stessa stanza non potevamo non toccarci, non baciarci di continuo. Lei era visibilmente turbata dall’attrazione sessuale che aveva per me. Mi confessò che in mia presenza era costantemente bagnata, addirittura grondante. “L’altra sera sono venuta, e tu non te ne sei accorto… C’era mamma vicino a me, e ho dovuto farmi forza per non gridare. Tu eri seduto dall’altra parte e io ti guardavo. Ho stretto le gambe e ho sentito arrivare un orgasmo fortissimo, da dentro la mia pancia. Non mi era mai capitata una cosa simile… Ho paura”. La baciai teneramente, senza lussuria, perché vidi che era veramente preoccupata. Teneva lo sguardo basso. “Sto rifiutando diversi appuntamenti… Semplicemente non ho interesse nell’uscire con gli altri uomini. Voglio fare sesso solo con te. Voglio stare solo con te… Non riesco a pensare ad altro. Davvero, sono un po’ preoccupata da questa cosa”. Le baciai il collo, poi le spalle, e poi prendendole le tette tra le dita presi a leccarle i capezzoli. “Uuuuhhhmmm… Ecco, lo sapevo… Cazzo non capisco più niente quando fai così! Inizia a girarmi tutto, godo praticamente subito! Non ragiono più… perché?” Mi fermai. “Sei una donna stupenda, e credo che io e te siamo compatibili quasi al 100×100 in tutto. Tu vedi in me il maschio ideale perché io ti piaccio per come sono, ma tu sai di essere la mia padrona, sai di potermi dominare, dall’alto del tuo essermi maggiore. Quindi è un compromesso perfetto, e vale anche per me, al contrario: io sono dominante geneticamente su di te, ma riconosco la tua supremazia su di me, la accetto anzi, la voglio. Noi ci adoriamo perché sappiamo che c’è un legame indissolubile tra noi. Il sesso l’ha solo cementato, l’ha reso solido, ma c’è sempre stato”. Lei mi guardava sbalordita. Non si aspettava, non da una ragazzo così giovane suppongo, una spiegazione così logica e semplice. Eravamo seduti sul “nostro” divano. Senza dirmi una parola si alzò, venne davanti a me, e si inginocchiò. Allargai le gambe e le si appoggiò col suo viso sul mio uccello. “Io sono tua. Forse lo sono sempre stata, hai ragione. E penso che ormai sarò perduta per questo”. Chiuse gli occhi e cominciò a farmi un dolcissimo e lentissimo pompino. C’era uno specchio che rifletteva la nostra immagine. Fu come vedere un re sul trono e la sua schiava che lo adorava. Le accarezzavo le guance e le toccavo le orecchie come se fossero la sua figa. Lei rabbrividiva di piacere. Mi leccava il cazzo per tutta la sua lunghezza. Apriva gli occhi, sorrideva al mio uccello, soddisfatta del suo lavoro, li richiudeva e ricominciava a pompare. Mi stava letteralmente scopando con la bocca, e ne godeva anche lei. Respirava dal naso e ansimava di piacere. La avvertii che se continuava così sarei venuto, presto. Volevo darle anch’io tutto il piacere che potevo scopandomela. Lei continuò il suo su e giù con la bocca anzi, incrementò il ritmo. La presi per la coda dei capelli, sollevandola e togliendomela da sopra il cazzo “Fa piano, mi stai facendo sborrare” e la baciai mettendole la lingua in bocca. Per tutta risposta lei mi guardò sprezzante e mi tolse la mano dai suoi capelli, mi appoggiò le mani sulle cosce e mi spompinò con ancora maggior forza e ritmo. C’erano solo la sua bocca e il mio cazzo. Le dissi che stavo per venire: aumentò ancora il ritmo. Con un urlo le fiottai in bocca e in gola il mio seme. Lei pompò un paio di volte ancora e poi si fermò, con tutto il mio cazzo pulsante in bocca. Sentivo la sua lingua che si muoveva sotto e intorno la mia cappella. Succhiò ed emise un paio di ‘gurp, gurp’ gutturali e profondi. Io sussultai di piacere e di lussuria, tenendola sempre per la sua bellissima criniera. Si ritrasse, ed emise un lungo e soddisfatto ‘Aaahhhh’. Mi aveva svuotato completamente, facendomi godere in maniera fin scioccante. La guardai: era soddisfatta, compiaciuta del suo sforzo, del quale aveva appena bevuto il succo. Capii che aveva voluto sancire la sua devozione verso di me, la sua nuova posizione di sudditanza, e che ne era felice, consapevole che questo era giusto. Sapeva benissimo che non l’avrei mai tradita, che non le avrei mai fatto del male, che sarei sempre stato suo, anche se avessi avuto un milione di altre donne. Aveva ragione. Venne ad appoggiare la testa sul mio petto, rannicchiandosi in posizione fetale. Io le accarezzavo i capelli, facendomeli scivolare tra le dita. Attese con pazienza che io mi riprendessi, che tornassi pronto. Mi portò da bere, soddisfò ogni mio più piccolo desiderio o bisogno, davvero come una schiava adorante con il suo padrone, che sa benissimo essere poi il vero schiavo. Sentiva chiaramente l’adorazione che provavo per lei e ne era estasiata, soddisfatta, appagata. La feci sdraiare sul divano e la baciai letteralmente dalla testa ai piedi. Poi mi fermai sulla sua figa sgocciolante. La leccai fino a che lei mi chiese di fermarmi, perché l’avevo resa dolorante. Persi il conto degli orgasmi che le diedi. Non mi sentivo più la lingua e le mascelle mi dolevano. In bocca avevo tutto il suo sapore, acido e dolcissimo. Lei se ne accorse e si preoccupò “No! Non volevo che soffrissi! Povero tesoro mio…”. Venne il suo turno di baciarmi ovunque, e io sdraiato la lasciavo fare. Poi si fermò. “Prima, dico ‘prima prima’, è stato come entrare in un altro mondo. Non mi sono mai drogata, ma penso che sia così quello che si prova. Per un attimo mi è sembrato che il mio corpo esplodesse e si espandesse all’infinito. E’ stato al di là del piacere, del sesso, della lussuria… molto di più. Grazie”. L’armonia che si creava tra noi quando lei mi parlava così, era talmente profonda, totale, avvolgente, che poi tornare alla normalità era quasi doloroso, anche a livello fisico. Il cervello si rifiutava semplicemente di staccare la connessione tra noi, dato l’enorme piacere, il benessere totale che ne traeva. Era logico a pensarci. L’unica maniera per far calare la tensione emotiva e sentimentale tra noi era scopare, capimmo. L’orgasmo, soprattutto il mio, interrompeva per qualche tempo la fusione mentale e fisica che ci prendeva. Per un breve lasso di tempo il corpo, esausto, staccava la spina al cervello. Era l’unico modo. Ma poi tutto ricominciava. Ci cercavamo, come se avessimo fame, sete di noi, come appunto, se fossimo drogati l’uno dell’altra, totalmente dipendenti. Lei era davvero in preda a una sorta di panico: cercava di resistere ma poi, tremante, tornava a cercarmi, la mia bocca, le mie mani, il mio cazzo, il mio sperma. Era stupendo vederla prendermi le mani e passarsele sul suo corpo. Se non lo facevo di mia sponte, lei mi guardava con occhi rabbiosi e imploranti “Toccami subito, baciami… Chiavami! Subito, adesso!” E io eseguivo, come un cane fa con la sua stupenda e adorata padrona… un grosso e famelico cane. Dopo un breve pompino lei si impalò letteralmente sul mio cazzo, dandomi la schiena. Saltava su di me appoggiandosi sulle mie cosce con le mani. Si contorceva sul mio uccello, durissimo, incordato e dolorante e poi, quasi uscita, si lasciava ricadere. Mi lamentai del dolore e lei, terrorizzata, scese subito con la mano e cercarmi i coglioni, per accarezzarli, per lenirli “Scusami! Ti ho fatto male… Mi sembra di impazzire, non mi controllo… Godo come una cagna in calore!” Mi fece ancora male “Ti prego, fa piano… Mi stai facendo male”. Con un gesto rapidissimo si sfilò da sopra il mio cazzo e andò a prendermi i coglioni in bocca, delicatissima ma terrorizzante per me “Come sono duri, caldi e gonfi… Poverini” Mi sorrise, sensualissima “Adesso li svuotiamo tesoro, stai tranquillo” Come una gatta, si mise a pecorina appoggiando il viso sul bracciolo del divano “Vieni a fottermi, svelto”. Le puntai la cappella tra le labbra della figa “No. Vai su… Lo so che lo vuoi. Lo avverto da giorni che lo desideri. Vedo come mi guardi il culo, e come me lo tocchi… Quando ti scopo e tu me lo tieni, sento le tue dita che cercano il mio buco… Aspettavo che me lo chiedessi tu” “Non trovavo il coraggio di farlo” “Capisci perché ti adoro così tanto?” si allungò ad accarezzarmi il viso “Dai, fottimi… Bagnalo prima bene, però. Prima mettimi dentro un dito, ti dico io quando sono pronta, perché si deve dilatare da solo, rilassarsi, se no mi fai male, mi laceri”. La lavorai con cura e calma, bagnandola con tutta la saliva che avevo. “Va bene, prova adesso”. Le puntai il cazzo sul suo delizioso buco e le entrai dentro, con poco sforzo. A poco a poco le penetrai tutto nel retto. Lei si teneva con una mano al bracciolo e con l’altra si dilatava le natiche. Stava a testa bassa, e mi sembrò stesse soffrendo. “Ti faccio male?” D’istinto mi ritrassi e uscii. Il suo intestino si svuotò di aria come un mantice “Oddio! Piano tesoro, fai piano… No che non mi facevi male… ma è un piacere diverso, anche più intenso, ma diverso. Il piacere anale arriva da dentro, da non so dove. Mi stavo solo concentrando per trovarlo. E poi hai sentito quant’aria avevo dentro? Mi hai gonfiato come un otre” “Scusami” “Tesoro mio… Vieni, rimettimelo dentro. Scopami come vuoi, come ti fa piacere. Io sono tua ora, faccio ciò che vuoi. Vuoi scoparmi anche la figa? Fallo. Un po’ sopra e un po’ sotto. Solo poi non chiedermi di farti un pompino!” ridemmo insieme. Ripresi a chiavarle il culo, con calma e a fondo. “Dai tesoro, vieni, inondami la pancia”. Sapeva come eccitarmi “Monta, monta, spingi… Bravo, sborrami dentro”. Venni quasi con dolore. Le montai sopra, come per schiacciarla col mio corpo. Istintivamente la volevo dominare completamente. Lei mi lasciò fare, come una leonessa fa col suo leone. Crollai esausto. Il cazzo le uscì dalla pancia ancora rumorosamente. Mi prese per mano e andammo a lavarci. Mi tremavano le gambe e anche lei era stravolta dalla fatica. Ci sdraiammo insieme nudi, nel letto dei nostri genitori, cercandoci con le mani, anche nel sonno.

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Infermiera attenzioni calde per un suo paziente




Nei miei dieci anni di carriera come infermiera presso una clinica privata sono sempre stata molto efficiente, ho seguito i pazienti seguendo l’etica professionale e non ho mai assunto comportamenti che potessero compromettere la mia posizione.

Tutto questo fin quando non è stato ricoverato un ragazzo di 22 anni di nome Angelo, alto, moro, occhi verde, amante delle sport, il classico paziente che non dovrebbe avere nessuna patologia preoccupante, soprattutto se ricoverato per dei controlli di routine.

Ci è capitato spesso di avere degli atleti nella nostra clinica, giusto un paio di giorni, il tempo di fare tutti gli accertamenti e poi andar via.

Angelo è dovuto rimanere una settimana a causa di un’infezione allo stomaco, niente di grave, ma non potevamo mandarlo via, doveva ricevere le cure adeguate.

Io ho 38 anni, sono una donna sola che si è completamente dedicata al lavoro, ho avuto storie di una notte, relazioni fugaci ma niente di impegnativo, non potrei permettermelo, almeno per come la penso io.

Non ho mai pensato di creare una famiglia, faccio turni lunghi, spesso di notte e non avrei mai potuto dedicare le attenzione che un marito e dei figli meriterebbero, così ho scelto di vivere la mia vita da single.

Angelo è bellissimo e sa di esserlo, ha subito fatto il cascamorto con tutte le infermiere, ma ognuna di loro oltre ad essere lusingata non si spinta oltre al ringraziamento verbale.

Io per quanto abbia cercato di rimanere razionale, non sono riuscita a controllarmi, mi ha colpito dal primo secondo e il suo modo di fare mi ha attirato sempre di più.

Si è subito creato un certo feeling, gli ho dato confidenza o forse se l’è presa, non lo so, ho fatto i miei turni come stabilito, ma al terzo giorno ho deciso di farmi mettere le notti, il momento in cui la clinica è deserta, oltre al personale di turno e i pazienti dormono.

Angelo sembra essere stato molto contento di vedermi durante il turno di notte, lui è un ragazzo di 22 anni, nonostante gli fosse stato detto di riposare, non si addormentava prima delle tre.

La prima notte andai a trovarlo un paio di volte, aveva un compagno di stanza che fu mandato via il quarto giorno, così Angelo rimase solo.

Fu quella notte in cui rimanemmo soli nella sua stanza che successe qualcosa, qualcosa che non avevo mai pensato di poter fare nell’ambiente lavorativo.

Andai a controllare la pressione e la glicemia, verificai che non avesse la febbre, poi gli feci sollevare il pigiama, iniziai a toccargli l’addome e gli chiesi se provasse dolore, lui mi diceva di no, quando mi avvicinai un po’ troppo al contorno degli slip mi disse che li provava un po’ di fastidio.

Gli chiesi di indicarmi bene il punto preciso, lui mi disse di scendere più giù, pochi millimetri e avrei toccato il suo cazzo, lui mi sorrise maliziosamente e mi disse di scendere ancora, fu in quel momento che lo guardai negli occhi e ricambiai il sorriso.

Andai a chiudere la porta della stanza, la chiusi a chiave, c’era silenzio e tutti riposavano, sapevo che nessuno sarebbe entrato e avrebbe cercato di farlo; tornai dal mio paziente e toccai il punto preciso, il suo cazzo era già un po’ duro, a quanto pare si stava eccitando.

Infilai la mano sotto gli slip, gli feci una sega da sotto gli indumenti, poi lo tirai fuori, era venoso e doppio, mi avvicinai con la bocca e leccai la cappella, poi lo feci sparire nella mia bocca e iniziai a pompare.

Lui mi prese per i capelli e mi spinse di più la testa per farmelo prendere fino in fondo, sentivo che anche io mi stavo eccitando tantissimo, la mia figa si stava bagnando, aumentai la velocità del pompino, glielo misi in tiro per bene, lui gemeva e mi diceva che ero brava.

A quel punto mi tolsi le mutandine da sotto la divisa, salii sopra al letto, allargai le gambe e infilai il cazzo tutto in fondo dentro la mia figa. Lui mi aprì un po’ la divisa, voleva vedere le mie tette, le tirò fuori dal reggiseno, la sua lingua accarezzò i miei capezzoli, poi me li succhiò avidamente con le labbra ,mentre io mi muovevo su e giù sopra la sua asta dura.

Lo sentivo dare colpi da sotto, spingeva forte, io mi lasciavo andare ai gemiti ad ogni colpo, il suo cazzo sembrava avere energia infinita, mi faceva impazzire, si fece coraggio, cambiammo posizione, ora stava sopra di me, io avevo le gambe aperte e lui spingeva e ci dava di bacino.

Lo sentivo gemere nel mio orecchio, mi dava delle troia e mi diceva che la mia figa lo faceva impazzire, riprese un seno in bocca e succhiò, aumentò il ritmo dei colpi, dovetti mordermi le labbra per non urlare.

A me piaceva prenderlo da dietro, gli dissi di farmi mettere a pecorina, lui sembrò entusiasta della mia richiesta, mi penetrò la figa con un affondo deciso, mi aggrappai allo schienale del letto e lui sfogò tutta la sua voglia a colpi di cazzo, mi scopò forte.

Mentre mi fotteva, infilò un dito nel buco del mio culo, mi piacque molto la cosa, lui voleva metterlo li, lo avevo capito ma mi resi conto che era passato troppo tempo e che avrei dovuto fare il giro, così gli dissi che non c’era tempo, doveva sborrare subito.

Scesi dal letto, si stese col cazzo in tiro, lo agitai velocemente e lo succhiai senza fermarmi e poi mi sborrò in bocca, un getto di sperma molto abbondante che mi affrettai a ingoiare.

Non avevo mai scopata con un paziente e rischiato il posto, ma Angelo mi aveva acceso qualcosa dentro. Le notte seguenti lo abbiamo fatto ancora, poi una volta dimesso non l’ho più visto.

Volevo raccontarvi questa storia nell’anonimato, perché vi assicuro che è stata una situazione davvero eccitante.

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Ferragosto by Ronin Terzo [Vietato ai minori]




Ferragosto

Ferragosto. Caldo. Afa. Si suda a stare immobili, all’ombra; figuriamoci al sole.
Tutti in giro, tutti in vacanza, al mare o a fare picnic in luoghi più freschi e isolati. Peccato che tutti abbiano avuto la stessa idea nello stesso giorno e così ti ritrovi il vicino di casa che stende la tovaglia proprio accanto a te, a meno di un metro, e vi ritrovate stretti stretti. Ed invece di un giorno di vacanza, ti ritrovi come se fossi nel salotto di casa tua. L’unica differenza il cielo a vista e mille ospiti non desiderati.
Ieri sera giù al mare a passarsi la serata con gli amici. Due birre, due cazzate, buona musica, la sabbia sotto i piedi… e si finisce per tornare a casa che sono le cinque del mattino mentre la luce del sole inizia a rischiarare il mattino.
Il sole è alto nel cielo quando i miei occhi si aprono. Sbadiglio e mi stiracchio pigramente, arrotolandomi nel lenzuolo. Non ho impegni, non ho nulla in programma e non ho voglia di fare alcun ché. Dedicherò questa giornata all’inedia ed alla totale nullafacenza, al punto da conquistarmi l’ennesimo girone infernale. È un gesto lento, pigro, svogliato, quello con cui afferro il telefono dal comodino allungando un braccio.
Le undici e un quarto.
Sbadiglio. Resto ancora un po’ a rigirarmi nel letto, forse mi addormento persino una seconda volta. Fin quando il mio povero ventre non si lamenta e reclama cibo. Forse è giunta l’ora di alzarsi ed uscire nella savana urbana a cercare nutrimento.
Come metto piede fuori dal portone di casa, un muro di caldo mi colpisce in pieno alla bocca dello stomaco, quasi mi manca il fiato. Mi pento di non aver fatto la spesa ieri, con calma, al fresco del supermercato, senza dover mettere piedi per strada oggi. Sospiro. Il caldo e l’afa, sono atroci.
Le vie sono deserte. Non incontro nessuno, non c’è anima viva per le strade. E questo, unito all’assenza di rumori tipicamente urbani (non si sente una sola televisione accesa o lo sfrecciare di un’auto o di una moto o le urla dei bambini o le voci cristalline delle ragazze) rende l’atmosfera surreale e inquietante. Non posso fare a meno di chiedermi se non stia ancora sognando.
In piazza lo spettacolo non cambia. Il parcheggio in cui, in qualsiasi altro giorno dell’anno, è impossibile trovare uno spazio vuoto, è il deserto più totale e assoluto. Sul mio volto compare un sorriso soddisfatto: a volte, anche una festa inutile e antipatica come il ferragosto mostra il suo lato positivo.
Per mia fortuna, il kebabbaro è aperto. Il kebab, una delle più grandi invenzioni di questo secolo. Quando entro non c’è nessuno. Sembra non ci sia nemmeno il turco dietro al banco. Il deserto pure qui. Comincio a pensare sia un sogno davvero.
E mentre aspetto che qualcuno si presenti a prepararmi un panino entra lei. Capelli neri come la notte, leggermente mossi, occhi celati dagli occhiali da sole. Viso pulito, semplice, delicato. Più bassa di me di una decina di centimetri, indossa una maglietta bianca slavata che le cade da un lato e le lascia scoperta una spalla con Alice in Wonderland di Tim Burton che si esibisce un gentile, sorridente inchino. Ok, sono in un sogno. Non vi possono essere alternative.
La osservo, pulita e semplice nei gesti, entrare, guardarsi intorno e mentre una ciocca di capelli ribelle la cade sul viso. Intuisco il suo sguardo su di me sotto quegli occhiali scuri.
«Ma… non c’è nessuno?!»
«Credo che ci sia qualcuno… sperduto da qualche parte…»
«Pensi che ci faranno da mangiare?»
Alzo le spalle.
«Prima o poi spero ben di si… o mi toccherà scavalcare il banco e improvvisarmi kebabbaro!»
Lei sorride, divertita mentre aggiusta la ciocca nera.
«Beh, nel caso ne farai uno in più per me!»
Attirato dal rumore delle nostri voci, probabilmente le uniche in tutta la città, l’uomo dalla pelle caffellatte appare da dietro la tendina della cucina. Lui ci guarda con fare interrogativo. Faccio un gesto con la mano lasciando la precedenza alla ragazza e lei mi risponde con un sorriso e un piccolo inchino, proprio come quella della sua maglietta.
Quando, poco dopo, lei esce dal negozietto, io ed il kebabbaro ci guardiamo, sorridendo. Panino, Coca Cola, saldo il conto ed torno ad immergermi nell’afa urbana. L’unico rumore che sento è quello delle mie infradito mentre passeggio nell’arsura estiva con il mio kebab in mano.
Attraverso il porticato, affacciandomi sulla piazza principale. Vuota e assolata. Ed eccola lì, la fanciulla di Alice in Wonderland. seduta su una panchina con il sedere sullo schienale e una la lattina di Fanta tra i piedi, intenta a mangiare il su4o panino. Mi vede, mi saluta con un cenno della mano. Pochi passi e mi siedo accanto a lei.
«Anche tu qui?»
Addenta il panino e per un attimo pare ignorarmi. Ancora il suo sguardo celato da quei suoi occhiali scuri.
«Non avevo voglia di andar a casa… puoi sederti se vuoi.»
Sarcastica la ragazza. Apro la latta rossa e ne bevo un bel sorso.
«Molto gentile da parte tua. E dimmi… come mai non vuoi andare a casa?»
«I miei. Sono sempre dietro a urlarsi addosso. Quando non ne posso più esco e resto fuori fin quando non hanno finito di scannarsi.»
La osservo addentare il suo panino. Nessuna traccia di sorriso.
«E come fai a sapere quando rientrare?»
«Solitamente mi chiama mia madre in lacrime.»
«Mi spiace, non è piacevole.»
«No, non lo è. Ma c’è di peggio.»
«Non sembra esserci molta gente in giro oggi. Potrei tenerti compagnia fino alla chiamata a rapporto.»
Il festival delle ovvietà, il mio. Ma almeno lei sorride e non dice di no.
Da lì a poco, dopo aver centrato il cestino con le carte che avvolgevano i panini, ci ritroviamo a passeggiare per la città deserta. I discorsi seri lasciano presto spazio a tutto ciò che è spensierato. Il caldo ci costringe a sudare e spostarci da un’ombra all’altra. Siamo soli, io e lei, in una città che sembra abbandonata. Mai si toglie quelle lenti scure dagli occhi, nemmeno per un istante. Se sulle prima la fanciulla, si dimostra chiusa e seria, lentamente si lascia andare e mi racconta qualche squarcio della sua vita. Così come la vedo: semplice. Riusciamo a ridere di tutto, scherziamo e arriviamo a stuzzicarci e a farci dispetti come due cretini. Che, però, sembrano conoscersi da tanto.
È pieno pomeriggio quando arriviamo davanti ai cancelli del parco pubblico. Lei si gira e mi guarda.
«Giro al parco?»
«Solo ad una condizione…»
Mette la testa di traverso e mi fissa.
«E quale sarebbe?»
«Devi toglierti gli occhiali.»
Lei rimane un attimo in silenzio. In queste due, tre ore trascorse insieme, è la prima richiesta esplicita che le faccio. Nessuno dei due è scemo. Sappiamo che c’è intesa tra noi e che, in qualche modo, ancora superficiale, c’è interesse. Gira la testa dall’altro lato, portando lo sguardo chissà dove. Io la osservo con espressione da finto duro.
«E se io non li togliessi?»
Non allontano gli occhi da lei. Non si sente il minimo rumore. Credo che nel deserto ci sia più gente. Rispondo lapidario.
«Niente giro al parco.»
Martina torna con lo sguardo su di me ed accenna un sorriso provocatorio.
«Potresti togliermeli tu.»
Questa volta tocca a me sorridere. Ci siamo. Compiere quel gesto implica un contatto, una vicinanza che oltrepassa quanto vissuto fino ad ora. E lo sappiamo entrambi. Cala un silenzio di inequivocabile tensione. Faccio un passo avanti, avvicinandomi a lei, immobile, in atteggiamento provocatorio. Allungo le mani e con la punta della dita afferro le stanghette degli occhiali.
«Se te li tolgo io, li terrò in ostaggio e non li darò più.»
Ora siamo entrambi seri. Entrambi vicini. Troppo.
«Allora non è ostaggio. È un furto.»
«Dovrai pagare per riaverli.»
«Ahhhh… manderò le mie squadre speciali a liberarli.»
«Troveranno pane per i loro denti.»
«Vedremo.»
«Vedremo.»
Mette le mani suoi fianchi, in gesto di sfida. Non mi faccio intimidire. Lentamente, quasi fosse un rituale sacro, inizio a sfilarle gli occhiali da sole.
L’attimo più lungo. Lentamente i suoi occhi si rivelano. Scopro le sopracciglia, lunghe, delicate, sottili, scure. E poi i suoi occhi, che sono lì a guardarmi. Neri. Profondi. Magnetici. Senza distogliere lo sguardo, piego le stanghette degli occhiali e li infilo nel colletto della mia t-shirt. Lei non si muove, resta lì, immobile, a fissarmi.
Sento il profumo della sua pelle. Sa di caldo, di sudore, di sole.
Un attimo dopo le nostre bocche si avvicinano, le labbra si sfiorano, esitano. Le mie mani le cingono la schiena, la stringono in un abbraccio e le nostre bocche si toccano, si cercano, ci incrociano in un unico, lungo, assolato bacio.
Faccio un passo indietro e mi allontano da lei.
«Adesso è meglio se facciamo questo giro al parco…»

 

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