Da un gentile amico : la vicina by 1945 [Vietato ai minori]




Da un gentile amico : la vicina di 1945 New!

un gentile “amico”: la vicina.
Si, sono un porco. Lo so e non mi vergogno ,anzi.
Da piccolo ogni occasione era buona per sfogare le mie voglie. Mi bastava una figura femminile, esposta sui giornali che leggeva mamma, per chiudermi in bagno e dar sfogo alle mie pulsioni sessuali. Nulla di strano, solo che mi capitava due/tre volte al giorno. Tutti i giorni.
Mia madre mi diceva: hai delle occhiaie che…ma com’è che sei sempre stanco?
Io sapevo. Lei no.
Ho cominciato verso i dodici anni e sino ai sedici/diciassette mantenni il ritmo giornaliero.
Poi conobbi le femmine.
La prima volta che Maria toccò il mio pisello fu uno sballo. La mia prima figura di m….
Non superai i venti secondi. Penso che battei tutti i record di velocità di “venuta”.
Persino Maria, che era più giovane di me, mi guardò perplessa.
Nel tempo migliorai e crescendo mi formai anche come uomo.
Ai venticinque anni ero un metro e ottantacinque con un discreto fisico frutto dei miei assidui impegni sportivi.
Iniziai a lavorare già l’anno prima della laurea, ed in breve guadagnai in modo soddisfacente.
Ma per quello che interessa ero “cresciuto”, molto, nei rapporti interpersonali. La mia dialettica, il mio modo di fare piaceva molto, sia agli uomini che alle donne e ciò mi permise di fare molte esperienze : professionali e non.
Anche il mio approccio alla vita si modificò. Feci mio il conosciuto detto: domandare è lecito, rispondere…. Lo applicai sul lavoro, con gli amici, ma soprattutto con le donne. A quel detto ne aggiunsi un altro, che mi fu raccontato intorno ai miei venti anni: quanti schiaffi, ma quante scopate.
L’applicazione costante dei due metodi , accompagnati certamente da altri fattori personali e materiali(es. disponibilità economica, casa propria, parlantina e sempre disposto a mettersi in gioco, ed altro ancora….) mi fece fare tantissime esperienze con le amicizie femminili.
Dai ventiquattro anni in poi, ogni giorno, era l’occasione per provare una nuova esperienza .Quasi ogni sera uscivo con una diversa ragazza. Allora non c’erano smartphone o cellulari e per gli appuntamenti, personali o professionali, si utilizzava il telefono di casa o d’ufficio. In alternativa si faceva di persona. Comunque fosse si segnava l’appuntamento sull’agendina di carta.
Bene, avevo l’agendina così piena che per vedere nuovamente la stessa ragazza doveva trascorrere anche un mese. Uscivo con la una ragazza una volta e poi potendola rivedere solo dopo un certo tempo la ”perdevo”.
Si ripeteva spesso il seguente copione : conoscevo, uscivo, perdevo.
Ero in continua “corsa” come se volessi recuperare qualcosa…
Questo modo di fare mi aveva corazzato il cuore. Mi piacevano, ma non avevo voglia o tempo di innamorarmi.
Le chiedevo di uscire (seguivo un mio clichè consolidato che funzionava abbastanza): se accettava bene, altrimenti avanti la prossima.
Per non rimanere con “buchi” in agenda “muovevo” le richieste in anticipo e non avevo, quasi mai, serate scoperte.
Non è che non prendessi “due di picche”; ne ho presi molti, ma non mi scoraggiavo, anzi erano uno sprone.
Ogni tanto per rilassarmi uscivo con gli amici ed anche quando ero con loro, se vi era l’occasione di conoscere…non me la facevo scappare. Ero diventato un predatore seriale.
L’uscita con la ragazza di turno era standard in funzione del tempo a disposizione: la serata, il giorno intero,…,ma doveva concludersi nel letto. Nel mio letto. Era questo l’obiettivo che mi prefiggevo. Se non riuscivo, a conclusione della prima uscita, rinunciavo. Non avevo tempo da perdere. C’erano opportunità infinite.
Mi dicevo e dicevo: ho voglia; se hai voglia anche tu bene, altrimenti amici come prima.
Non so come sia ora. Allora ,eravamo nei mitici anni che seguirono il sessantotto . Vi era libertà e voglia di vivere in molti sensi e non si conosceva l’aids (il preservativo lo utilizzavo per altri fini, poi vi dico).
Se si riusciva a toccare la “motivazione” giusta era la “felicità” per entrambi.
Ho fatto,( abbiamo fatto) sesso completo, alla prima uscita, quasi con il cinquanta per cento delle ragazze. Non male. Furono anni fortunati e piacevoli.
Nel rileggere mi sembra di esagerare nello scrivere certe cose, ma era la mia realtà di allora.
Ho amiche ,di allora, che avevano un comportamento a specchio del mio. Sempre alla ricerca del divertimento e se capitava….non si tiravano indietro . Certo non lo pubblicizzavano.
Poi la mia vita cambiò e mi innamorai, ed adesso sono un marito e padre felice, ma questa è un’altra storia.
Allora non mi limitavo al solo sesso. Lavoravo .Facevo sport . Bevevo e fumavo.
Con gli amici le “canne” erano d’obbligo. Ero curioso : facevo attenzione, ma non mi sottraevo a nuove esperienze.
Durante le vacanze lunghe viaggiavo per altri continenti. Nei week end lunghi visitavo l’Europa. Insomma ,mi godevo con ingordigia la vita.
Conoscevo nuovi paesi, modi diversi di pensare e di vivere e nuove donne. E continuavo ad imparare..
“Scivolai” anche. Provai la cocaina. Stupendo, ma pericolosissima. Se ci entri è difficile uscirne. Fui fortunato.
Provai, più volte, i funghi allucinogeni. Mi diedero le esperienze più forti dall’inconscio. Mai più….ti distruggono.
Feci sesso a tre (due donne). Interessante, ma dispersivo. Sono un tradizionale.
Il sesso anale? Non mi fa impazzire. Si, ti dà l’idea del possesso completo , ma nulla di più.
Imparai ad utilizzare i vibratori per il piacere femminile ed altro ancora.
Non sorridete: imparai ,e mi servì’ in diversi contesti, a parlare benissimo l’inglese.
Stop.
Descrittavi un po’ della mia vita passiamo alla vicenda che voglio raccontarvi.
Con i miei genitori, da ragazzo, vivevo in una villetta in periferia. Tanto verde. Aria buona e tanta serenità.
Ricordo i miei vicini: due fratelli ed i loro genitori.
I fratelli erano più giovani di me. I nostri confinanti giardini erano separati da una siepe che scavalcavamo per giocare insieme. Avendo difficoltà Giorgio, il fratello più piccolo, a saltarla, quasi sempre ero io ad andare da loro.
Il loro papà lavorava e rientrava la sera tardi; la mamma faceva la casalinga come la mia. Sotto il suo attento sguardo giocavamo in giardino, sia prima delle scuole elementari che poi.
Ricordo che quella giovane signora, mamma dei miei amici, mi piaceva. Era sempre gentile con me. Sempre vestita bene e a rimembrare, da piccolo, mi dava l’idea della dolcezza e serenità. Ci riempiva di attenzioni e le sue merende erano la nostra felicità.
Ero piccolo e ciò che vedevo in lei era solo gioia e mi piaceva starle vicino.
Quando cominciai ad avere i primi “pruriti”, che vi ho raccontato, cominciai a farmi le prime domande e considerazioni sulle femmine in genere e sulla mamma dei miei amici.
Come è bella. Quanti anni avrà? E pian piano le domande e considerazioni crescevano. Che viso dolce. Che bel culo. E le tette? Sarà una seconda o una terza? Chissà che cosa porta sotto il vestito? Come le modelle dei giornali?
Mi piacerebbe baciarla.
i miei pensieri “crebbero” e nel buio della mia cameretta ,comodamente disteso sul letto ed attento che mamma non comparisse all’improvviso, mi feci la prima sega pensando a lei.
La visualizzavo nella mente : il viso sorridente ;i suoi lunghi capelli biondi (o quasi);il suo muoversi indaffarata .
La vedevo come in un sogno.
Durante le merende, nella loro casa, sbirciavo le sue gambe. Quando si sedeva accanto noi aspettavo il momento in cui accavallava le cosce. Quel naturale movimento era per me estremante erotico; in quei pochi attimi intravedevo (sognavo) qualcosa di irraggiungibile .
Sognavo di stringerla tra le braccia e il mio sogno era accarezzarle quelle due montagnole che si spingevano in fuori sul suo corpo.
La vedevo come una particolare sorella maggiore. Aveva dodici anni più di me.
Gli anni passarono ed ormai grandicello andai alle “superiori” e poi all’università e pur incontrando ogni tanto i fratelli , non avevamo più la frequenza di prima.
Come dicevo da adolescente diventai “uomo”. Lei per me rimase sempre uguale. Solo io ero cresciuto.
Quando adesso avevo l’occasione di vederla la guardavo con occhi e voglie da uomo con gli ormoni che giravano a mille.
In estate i miei genitori si trasferivano nella nostra casa al mare lasciandomi solo e libero da ogni incombenza familiare. Era per me un bel periodo. La mia casa diventava un ostello della gioventù e di rilassamento e soprattutto ogni momento era buono per “incontrare la mia vicina”.
Se attraverso la finestra la vedevo in giardino mi inventavo una scusa per andarci anch’io. Così avevo l’occasione per salutarla e spesso ,attraverso la siepe, chiacchieravamo. Lei mi raccontava ,molto, dei figli sempre in giro e un po’ di Giovanni, il marito.
Si era sposata molto giovane ed il primo figlio giunse presto, poi il secondo seguì qualche anno dopo e decisero che due figli fossero sufficienti.
Io cercavo di essere simpatico e disponibile e “curandola” ebbi l’occasione di incontrarla spesso. Per me era un piacere e questo piacere diventava la base delle mie fantasie erotiche.
A volte, prima di rendermi visibile, la spiavo dalla finestra e mi soffermavo sulla sua figura facendo correre la mente.
Quando indossava una aderente mini attendevo con impazienza un suo piegamento per strabuzzare gli occhi alla vista del culetto che tendeva la gonna.
Nei giorni particolarmente assolati aveva l’abitudine di prendere il sole, in bikini, sul retro della casa per non essere visibile ai passanti, ma lo era per me. Le sue esposizioni non duravano molto, ma erano sufficienti perché la mia mano corresse sull’uccello dandomi il giusto godimento. In attesa di….meglio che niente.
Ebbi anche l’occasione, incontrandola per strada, di accompagnarla a casa con la scusa di aiutarla a portare le “pesanti” borse della spesa.
Mi piaceva stare con lei. In quelle occasioni , giunti alla sua casa, mi offriva da bere e ciò mi permetteva di entrare in sintonia e conoscerla meglio.
Sapeva di pulito. Mai sofisticata, ma sempre piacevole. Una dolcissima e bella signora.
Avevo ventotto anni; ero in grado di comprendere le sue bellezze sia le “personali” che fisiche. Per quelle fisiche posso dire che senza essere appariscente era una bella femmina. Per le altre era da ammirare . Insieme sollecitavano sempre più i miei bassi istinti
Aspettavo l’occasione propizia…..che arrivò.

 

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Università by iranes [Vietato ai minori]




La ragazza stava fissando il professore mentre parlava, pendeva dalle sue labbra. Non riuscivo a capire come fosse possibile che preferisse un professore ordinario di 60 anni ad un ragazzo come me. Questa cosa mi mandava fuori di testa, non lo riuscivo a capire per quanto mi sforzassi. Non sarò certo Brad Pitt, ma mi difendo bene comunque. Il mio fisico è ben costruito in tanti anni di palestra, mi vesto sempre in modo elegante e sportivo allo stesso tempo, sono sempre gentile e a disposizione. 

Dovevo uscire dalla stanza, se fossi rimasto ancora mi sarebbe cominciato a uscire fumo dalle orecchie. Fuori faceva freddo, le mani mi si erano congelate subito, avrei fatto fatica a girarmi una sigaretta. Preso il tabacco dalla tasca, avevo il filtro stretto tra le labbra e stavo cercando le cartine. Mi dovevo essere scordato qualcosa, mi pare ovvio. Ero combattuto se tornare indietro, non mi esaltava la possibilità di trovarli avvinghiati e conoscendo il professore, la possibilità non era remota. 

«Come mai così nervoso? Non è da te» voce calda e dolce

«Anche i migliori hanno i loro problemi» risposi laconico. Non ero dall’umore per intraprendere una discussione filosofica.

«Si. Se torni indietro adesso li troverai a scopare- fece lei- non è meglio restare qui a fumarsi una sigaretta?» la squadrai per bene dall’alto in basso, la mano tesa con una sigaretta già fatta. Aveva ragione, se rientravo, probabilmente li avrei trovati a scopare. Accettai la sigaretta tesa e senza neanche ringraziare l’accessi aspirando una bella boccata. Il fumo caldo e leggero che mi scendeva per la gola mi riappacificava con me stesso, era come un calmante, un ciuccio per un bimbo che piange. 

«Ne avevi proprio bisogno, eh?» mi fece sorridendo in modo sexy

«Cosa vuoi?» chiesi brusco

«Se ti dicessi che sono scesa perché avevo bisogno di una pausa?»

«Non ci crederei»

«Allora credo che ti dirò che sono scesa per seguirti. Stare un po’ da sola con te e chiacchierare. Sono giorni che a malapena ci incrociamo nei corridoi»

«La facoltà non è piccola, non mi sembra così strano-. mi fissava con le sopracciglia alzate, sapeva che stavo dicendo una stronzata- Uhm…diciamo che sono stato un po’ preso ultimamente?»

«Si, diciamo così- mi fece senza neanche guardarmi- Come va con la troietta?» La sua voce era strana, come fosse gelosa. No, non era gelosia, era arrabbiata, ma perché?

«Come vuoi che vada? Quando ci si vede si scopa.»

«Una troia rimarrà sempre una troia-poi alzando lo sguardo verso di me- e uno stronzo resterà sempre uno stronzo» mi sembrò di cogliere una punta di delusione nella sua voce 

«Che vuoi farci? Il lupo perde il pelo, ma non il vizio»

«La cosa che non capisco è il perché. Vi tradite a vicenda, sapete che ognuno dei due tradisce l’altro e continuate.» 

«Ci sono cose che la tua dolce testolina non potrà mai capire, Bambi.- feci guardandola di sottecchi. Fumava tranquilla. Qualcosa non andava se non si arrabbiava, mi sedetti vicino a lei, a cavalcioni sul muretto-Allora cosa c’è? Me lo dici?»

«Non c’è niente» rispose evasiva

«Come niente? Quel soprannome lo odi, quindi dimmi tutto. Sputa il rospo» non mi guardava negli occhi, girava la testa di continuo

«Anche a me piace il professore»mi fece con voce vergognosa, stetti un minuto buono a fissarla

«Ma vaffanculo!!! E io che per un attimo ci ho pure creduto» e lei rideva a crepapelle, tanto da sbilanciarsi e cadere all’indietro. Cercai di afferrarla, ma l’unico risultato fu di cadere in due. Cominciammo a ridere come due idioti, lì per terra in mezzo all’erba, io con ancora una gamba a cavallo del muretto.

«Siamo due idioti.»

«Concordo»

«Ora torni su?»

«Beh, prima credo sia il caso di controllare come stiamo messi e poi penso di si. Mi auguro che abbiano finito, è pur sempre un vecchio di 60 anni, spero non voglia farmelo morire d’infarto. Mi deve ancora correggere la tesi. Poi può pure morire, ma prima mi devo laureare.- mi fissò con gli occhi bassi, era triste-Ascolta, ti prometto che stasera ti passo a prendere e passiamo la serata insieme, così mi dici veramente cosa c’è.Va bene?»

«Si, come no. Le conosco meglio di tutti le tue promesse» touché, non aveva torto. Le prometteva sempre di tutto, ma molto raramente mantenevo qualcosa, anzi forse mai. 

«E se ti dicessi che oggi è sicuro perché non ho trovato nessuna con cui scopare?»

«Ha già più senso.»

«Passo alle dieci?» mi guardava sognante e si mordeva piano l’indice

«Si» fece annuendo, era sexy quando faceva la bambina contenta. Mi alzai e tirai su anche lei, la voltai per controllare che non si fosse dipinta la schiena e m’incamminai per tornare su

«Aspetta- mi chiamò mettendomi una mano sul collo, aveva le mani fredde- Ecco. Tolto. Ora puoi andare» sorrisi come un idiota e mi avviai, mentre lei restava sulla panchina a fumarsi un’altra sigaretta. Sembrava proprio una bambi in versione umana. 

Viso delicato e dolce, occhi innocenti e birichini, proprio da cerbiatta. I capelli lisci che arrivavano a malapena sulle spalle. Un sorriso contagioso e quel piercing delicato al naso, certo che Giada era proprio una bella ragazza. Il suo corpo giovane non aveva nulla da invidiare a nessuna, peccato che lo mettesse poco in risalto. Certe volte sembrava vergognarsi delle sue forme, alcune volte in discoteca faceva fatica ad essere tranquilla, la mettevano in soggezione i ragazzi che la guardavano. Si vestiva sempre molto carina, ma con vestiti che la facevano sembrare ancora una liceale immatura. 

Decisi di prendere le scale, dare un altro po’ di tempo non avrebbe potuto fare che bene pensai, invece capì più tardi che sarebbe stato meglio arrivare prima e interrompere quella sceneggiata, perché altro non poteva essere. Non potevano essere reali quelle urla, non con un professore di 60 anni. In silenzio e cercando di non farmi vedere mi avvicinai alla porta socchiusa, per quel piano e specialmente per quel corridoio non passava mai nessuno, per prudenza mi guardai in giro e poi mi affacciai. Quello che vidi mi lasciò esterrefatto e confuso, lui seduto sulla poltrona con la pancia compressa e cadente dai lati sorreggeva lei che faceva su e giù gridando come un’ossessa con un viso di finto godimento. Lei dava lui la schiena e poteva così chiaramente vedere la porta, mi dovevo essere sporto troppo o aver fatto un movimento brusco perché lei chiaramente mi vide, mi accorsi allora che quello era tutto uno spettacolino per me. Lei che si leccava le labbra, le urla, le tette che ballonzolavano davanti ai miei occhi, tutto quel suo atteggiamento era per attirare me e stava vincendo lei. Non riuscivo ad allontanarmi da quella visione che seppur ripugnante mi eccitava in modo inverosimile, il bozzo nei miei pantaloni metteva ben in risalto l’effetto che quello spettacolo aveva su di me. 

Improvvisamente sentì una mano sulla mia spalla, una mano piccola, ma restai bloccato incapace di reagire. Il mio cervello cercava spiegazioni e le mie rotelle giravano vorticosamente alla ricerca di una corrispondenza, ma prima che potessi anche solo avvicinarmi al nome fatidico due labbra morbide, quasi setose, e fresche s’incollarono alle mie. Una piccola e guizzante lingua si appoggiò a me chiedendo il permesso di entrare. Stava accadendo tutto troppo velocemente, non riuscivo a riflettere, a pensare, se non a quel bacio, a quella massa di capelli che mi si agitava davanti e mi solleticava il viso. Ero ancora immerso nelle mie domande quando quella piccola mano ritornò, ma stavolta era sul mio cazzo, nei miei pantaloni, nelle mie mutande.

«Vuole che sbavi per lei e allora tu fai sbavare lei. Fidati questo cazzo la farà sbavare molto» solo allora riconobbi la persona che si stava strusciando su di me.

«Non dimenticare la tua promessa. Avrai molte sere per scopartela, ma questa dev’essere per noi. Non voglio perderti io!»

Quel piccolo angelo che dolcemente mi stava baciando era Giada. Giada con le sue piccole mani. Giada con le sue labbra morbide e fresche. Giada con i suoi boccoli ribelli. In quel momento mi resi conto della forte amicizia che mi legava a lei, nel giro di poco aveva capito cosa accadeva e come aiutarmi, la piccola Giada era cresciuta.

Osservai quel culo dondolare mentre Giada si allontanava e una domanda mi entrò in testa, una domanda così strana fino a quel giorno che oggi mi sembrava quasi impossibile conoscerne la risposta. Cercai di scuotermi dal mio torpore e mi girai a fissare dentro la stanza. La troia si era già rivestita ed appariva tutta perfetta nel suo abitino nero di cashmire con i leggins grigi sotto, mentre il professore era ancora buttato sulla sedia pseudo vestito. Mi feci coraggio e varcai la soglia.

«Oh! Professore guardi chi è tornato!»non avevo neanche fatto in tempo ad avvisare che lei già mi aveva tirato dentro i suoi giochi

«Ero andato un attimo a fumare mica in Nepal!»

«Dovresti fare più attenzione! Ti sei perso una lezione del professore!» il tono ammiccante non lasciava dubbi al tipo di lezione che aveva ricevuto

«Davvero? Che peccato!» dissi guardandola alzarsi. Era perfetta, quel vestito non aveva una singola piega e i suoi capelli erano immacolati. Il trucco leggero aveva tenuto e non mostrava segni di sbavatura. Non fosse per il professore potevo pensare di aver immaginato tutto. 

«Stasera potresti darmela tu una lezione, chissà che non sappia insegnare meglio del professore» mi disse piano all’orecchio mentre buttava una carta nel cestino. La guardai con sfida

«Sarà la tua migliore lezione» mentre ghignavo soddisfatto e pensavo a come ringraziare Giada. Il mio cazzo ancora dritto nei pantaloni aveva fatto colpo, ora toccava a me fare il resto.

 

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Meglio la madre o la figlia? by Kyle [Vietato ai minori]




Meglio la madre o la figlia? di Kyle New!

Note dell’autore:

Vorrei sapere i vostri commenti e consigli.

Antonio era un ragazzo come tanti, alto un metro e settanta, atletico, capelli e occhi scuri, follemente innamorato della sua ragazza. Antonio era follemente innamorato di Sara, non smise di amarla neanche quando lesse il messaggio in cui lei lo lasciava per trasferirsi con il proprio padre in Sicilia. Non smise di amarla, ma il mondo gli crollò addosso. A nulla valsero interi giorni passati a provare a contattarla, a scriverle. Sara era partita, bruciando tutti i ponti con il proprio passato e non voleva sapere più nulla di lui. Preso dalla rabbia e dalla frustrazione, un giorno, si diresse a casa di lei. La madre di Sara gli avrebbe fornito delle spiegazioni, magari gli avrebbe dato qualche barlume di speranza. La rabbia si dissolse quando Giovanna, la madre di Sara, gli aprì la porta con gli occhi rossi per il pianto. Giovanna era un dozzina di centimetri più bassa di Antonio, un fisico asciutto capace di attirare l’attenzione di parecchi uomini. Giovanna era quasi identica alla figlia o identica a come la figlia sarebbe diventata alla sua età. Trentaquattro anni, pelle chiara ed un viso dolce contornato da lunghi capelli biondi. Gli occhi chiari erano segnati dal pianto.
“Ah… Sei tu… Entra se vuoi…”
Si conoscevano, ma non avevano mai avuto vere occasioni per parlare, solo qualche saluto quando si incontravano per strada. Antonio entrò senza parole e la seguì nel piccolo appartamento, fino al divano in pelle che dominava il salotto. Si sedettero, ma nessuno aveva il coraggio di aprire bocca. Ci vollero alcuni minuti prima che Antonio le chiedesse di raccontargli tutto. Giovanna provò a contenersi, a darsi una calmata, ma non poteva farcela. Scoppiò a piangere, ma subito Antonio l’abbracciò, come se fosse la cosa più naturale del mondo, e ascoltò lo sfogo di una donna distrutta. Giovanna aveva vent’anni più di lui, aveva avuto Sara a soli diciassette anni, ma in quella situazione gli sembrava di consolare una ragazzina smarrita, spaventata a cui era crollato il mondo addosso, proprio come era successo a lui. Scoprì che il marito l’avevo lasciata perchè stufo del matrimonio, era andato in Sicilia dai parenti portandosi dietro una figlia minorenne non molto convinta, ma incapace di disubbedire al padre. Giovanna riversò tutto il suo dramma su di Antonio fino a che non finì le lacrime.
Erano rimasti su quel divano per più di un ora, abbracciati, singhiozzanti, cercando di condividere il dolore.
“Scusa per lo sfogo, ma sono giorni che non parlo veramente con nessuno e questa situazione mi ha davvero sconvolta…”
“Non preoccuparti Giovanna, la partenza di Sara ha distrutto anche me. Non me l’aspettavo, andava tutto bene fino a qualche giorno fa!”
“Senti… Perché non ti fermi a cena con me? Odio mangiare da sola e devo pur farmi perdonare.”
Antonio non era molto convinto, ma non se la sentiva di lasciarla da sola. Mentre lui chiamava a casa per avvisare che tornava tardi, che era fuori a cena con amici, lei preparò una pasta. Subito si instaurò il tacito accordo di non parlare di Sara o di suo padre. La gustosa cena fu luogo di piacevoli dibattiti di politica, attualità, fatti divertenti avvenuti nella loro vita e sonore risate. Più il tempo passava più si scioglievano, più si sentivano complici, vuoi per l’affinità tra i due vuoi per le quasi due bottiglie di vino che si erano scolati. Finita la cena Giovanna si diresse barcollando sul divano con quello che rimaneva della seconda bottiglia di vino tra le mani. Giovanni, ormai poco lucido, la seguì senza curarsi della tavola da riordinare e si sedette a fianco di lei.
“Certo che sei proprio un bel ragazzo!”
Antonio quasi le strappò la bottiglia di mano e, imbarazzato, ne bevve una bella sorsata, senza curarsi di darle una risposta. In cuor suo avrebbe voluto dirle che anche lei era una donna stupenda, ma vuoi il vino, vuoi l’erezione nei pantaloni, l’imbarazzo gli permise solo di bere.
“Certo che sei un bel ragazzo! Mia figlia ha sempre avuto buon gusto in fatto di ragazzi e dal quel che so te la cavi bene anche a letto…”
Giovanna sorrise maliziosamente. Antonio posò la bottiglia sul tavolino e la guardò sbalordito.
“Sara ti raccontava di quando lo facevamo?”
“No! Una madre le capisce queste cose e poi leggevo il suo diario segreto… Sono anni che con mio marito non mi sfiora nenache con un dito, cosa darei per essere coccolata e scopata come una signorina in calore…”
Antonio non resistette e si fiondò su di lei. Sdraiati sul divano iniziarono a scoprire le rispettive lingue, si cercavano, si leccavano si dimenavano una nella bocca dell’altro, scoprendo un sapore stupendo, strano, inaspettato. Antonio la desiderava, era una donna stupenda, senza nulla da invidiare alla figlia. Giovanna voleva solo recuperare tutto il tempo e il sesso perduto. Uno sopra l’altro si strusciavano e si toccavano, prendendo pian pianino confidenza. Antonio sentendo la mano di lei premere sul cavallo dei pantalani prese coraggio, le tolse la maglietta, i jeans e il reggiseno e si mise a giocare con la terza di seno di Giovanna. Erano dei seni morbidi, con grossi capezzoli scuri. Li leccava, li strizzava e li mordeva, la saliva di Antonio si posava calda sulla morbida pelle di lei. Giovanna si era completamente abbandonata a queste attenzioni incapace di restire al giovane. Lentamente la lingua di Antonio scese sulla pancia piatta di Giovanna, giocò con il suo ombelico e si ritrovò sopra le mutandine fradice. Con un rapido gesto gliele tirò via lanciandole in mezzo alla stanza e si ritrovò davanti ad una stupenda visione. La calda figa di Giovanna era pronta per la sua lingua. Un fiore stupendo, non rovinato dal parto o dall’età, ma completamente bagnato e con un piccolo ciuffo di peli sul pube. Antonio non resistette, affondò la lingua dentro a Giovanna. Gli era sempre piaciuto sgranocchiare fighe, ma a Sara non piaceva baciare qualcuno sporco dei suoi umori per cui non aveva avuto molte occasioni per poterlo fare. Gli umori di Giovanna erano dolci e si mise ad esplorare con sapienza la sua figa, penetrandola con due dita contemporaneamente. Giovanna si godeva l’impeto del giovane abbandonata sul divano. L’astinenza e le attenzioni del ragazzo la fecero giungere ad un orgasmo devastante. Si irrigidì sul divano, tendendo ogni muscolo in uno spasmo mentre il calore e la scossa di piacere dilagava nel suo corpo. Dalle punte dei piedi alla testa riversa verso l’alto. Inarcando la schiena spinsa la sua patatina contro la bocca di Antonio che non smise di leccarla e di igurgitare i suoi umori. Placatasi Antonio la baciò con passione. In pochi minuti Giovanna si ripresa, era il suo turno adesso! Spogliò Antonio, lasciandolo in mutande e si dedicò ai suoi capezzoli. Li mordicchiava e tintillava dolcemente, facendogli provare esperienze nuove e sconosciute. Non le bastava…. Gli tolse le mutande ed ammirò per la prima volta quel cazzo che tanto aveva fatto godere sua figlia. Venti centimetri di carne rosa e pulsante svettavano davanti ai suoi occhi, due grosse palle cariche di sprema concludevano l’opera. Giovanna si alzò in piedi e sputò su quel palo stringendolo forte con le mani. Antonio sospirò di dolore.
“Seguimi…”
Tenendolo per il cazzo lo fece alzare e lo portò sculettando fino alla camera da letto. Qui si abbandono sulle lenzuola.
“Scopami come se fossi Sara, scopami come se fossi la tua troia! Vienimi dentro, fammi godere! Non preoccuparti, sono sterile. Parecchi anni fa mi sono fatta legare le ovaie!”
Antonio la raggiunse sul letto si posizionò tra le sue cosce e la impalò alla missionaria. Non aveva mai scopato nessuna senza preservativo, Sara non prendeva neanche la pillola. Un gridolino di dolore uscì dalle labbra di Giovanna mentre Antonio acquistava velocità. Divenne un animale. Antonio la scopava con foga, con rabbia, ansimando e grugnendo, incapace di fermarsi. Venne quasi subito ma non smise di pompare. Giovanna era in estasi, era incapace di muoversi o di parlare, non contava più gli orgasmi, riusciva solo ad ansimare e a sbavare. Lui le stringeva i capezzoli duri fino a provocalre dolore, ma il dolore presto divenne piacere. Antonio andò avanti per quasi un ora fino a che non le scaricò un altro carico di sperma tra le gambe. Si accasciarono l’uno sull’altro incuranti della saliva e del sudore, vogliosi solo di baciarsi. Ci vollero un paio d’ore per convincerli a staccarsi. Antonio ormai lucido si chiedeva se non avesse sbagliato a lasciarsi andare, ma Giovanna gli fece capire di aver gradito con una poderosa leccata sulla cappella prima di andare a farsi una doccia. Antonio si rivestì, la salutò dolcemente mentre lei era ancora in bagno e corse verso casa. Era tardi…
A casa finalmente controllò il cellulare, non lo aveva più fatto da prima che iniziasse la cena. C’era solo un messaggio. Era di Sara.
“Ciao… Scusa per quello che è successo. Io ti amo, ma mio padre mi ha obbligata a seguirlo! Tra pochi mesi sarò maggiorenne e tornerò da mia madre! Ti prego, perdonami amore… TI AMO!”
Questo era proprio un bel casino.

 

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