La pasticcera e il lupo by piccolaeva [Vietato ai minori]




La pasticcera e il lupo di piccolaeva New!
È sul suo divano tornata a casa poco fa. Ha la tuta che divide tra la palestra ed il lavoro, nera di cotone. Ha i piatti da lavare e la cena da cucinare poi non sa che farà quando L. se ne andrà e lei tornerà stendersi sul suo divano.
Un sogno o un ricordo si vede nello specchio, a volte ha l’impressione che si fondano il sogno ed il ricordo. Mica è importante infine, lei sa che ha realizzato il sogno che porta nel ricordo.
“Perché ti tormenti ancora con questa storia?”
Non lo puoi capire L’altra è normale ma lei si tormenta ancora con questa storia perché le rimorde la coscienza, il ricordo, perché quella storia non è mai stata finita.
“Non mi capisci mai, eppure L. Io e te, siamo amiche da moltissimo tempo. L. quella storia l’hai vissuta da vicino con me ma ancora non mi capisci tu, mai. Forse ho trovato le parole per spiegarti.
Quando la sua voce esteriore coincideva con la mia intima fantasia, io esprimevo maggiore energia; quando il ruolo e l’energia di lui confermava la mia le nostre energie interagivano e si moltiplicavano noi davamo vita alla nostra realtà condivisa. Questo è spesso chiamato rapporto di coppia. L’energia è immensa. Bisogna crederci per capirlo.
La storia è sempre la stessa, te l’ho raccontata milioni di volte e adesso te la scrivo sulle righe bianche e nere dello schermo. Sul filo della luce mentre il cursore batte come il cuore e gli altri dormono così uscirà dai miei ricordi per fissarsi sulla carta immaginaria che tu leggi.”
Aveva, Elia, appena diciott’anni, o come vuoi chiamarla, tanto son tutte scorciatoie per dire lo stesso nome. Lavorare lì era un modo per andarsene, dalla casa, dalla famiglia, dalla vita. Lì non era mai sé stessa. O forse era sé stessa solo li. Lui, lui era quello che con le dita da forma allo zucchero, no ai dolci no, solo a quella pasta colorata, o all’ostia, all’isomalto, quello in poche righe che decora cose già fatte. Ed Elia era quella che impasta, s’impasta, si sporca le mani. Questo dovrebbe L., averti già detto tutto di loro.
Ma siccome ancora mi guardi senza capire cerco di spiegartelo di nuovo.
Aveva Elia quella voglia di non essere più schiava di nessuno nella vita,se non delle proprie passioni e forse per questo che andò a sbattere contro un muro di ghiaccio e forse per questo è diventata adesso quello che è. Non vuole essere una scusa, chi si lascia condizionare tanto da un’altra persona, come lei, merita la fine che fa. Comunque era giovane, troppo. Spezza questa lancia a sua favore, questa almeno. Il lupo era quello che cercava. Aveva la pelle bianca di neve e i capelli di carbone e i suoi occhi facevano paura.Ma non era cattivo. Trattava Elia da settimane sempre nella stessa maniera, s’era accorto che lei lo cercava e aveva preso il partito di giocare con lei. Prima un complimento e poi una mortificazione, sul lavoro quasi sempre. A volte incontrario, il complimento seguival’umiliazione. Come a volerle insegnare che c’era un posto dove stare che era lui a governare. Quel gioco fatto di freddezza e d’amore,di ghiaccio e di calore. Si vedeva che aveva studiato, la prima volta che le parlò accese un discorso, di politica credo e lei gli mostrò come sapeva bene la storia e la sua storia. La storia di un grande blocco di ghiaccio chiamato Grande Madre che poi si sciolse in tanti piccoli cristalli di neve che oggi si chiamano… Insomma,tutta la fiera dell’est, per non fare distinzioni e poi non è importante. E anche di come sapeva bene la storia di un altro universo, fatto di deserti. E lui aveva dato a intendere che apprezzava la sua intelligenza.
Oggi so che quella buona impressione era stata un’ottima impressione ma vabbè.
E lui seguitò ancora per un pezzo a giocare con i fremiti di lei, si avvicinava a farle bere il suo profumo e poi scappava, a volte le toccava i fianchi e poi si ritraeva e mai proprio mai la conversazione pendeva da una piega volgare con lui. Abbassava lo sguardo in quei casi, recitava per lei. Molte altre volte con scuse insensate si liberava dei bottoni della camicia a lato davanti a lei,godeva nel vederla presa dalla febbre, quando lei gli piantava gli occhi sul petto. Sul ventre.Poi le diceva d’un tratto:“Perché ti prendi confidenza di guardarmi così?”
Quando era proprio lui a far di tutto per essere guardato.
E tutto divenne insopportabile lì dentro. Presto il bianco delle piastrelle che tappezzavano i muri, all’altezza di due metri, quasi dove arrivava lui, e bianche come lui. I manici delle tazzine che le suggerivano l’immagine delle orecchie. Tutto. Insoffribile il caldo là dentro perché era calda lei dentro.
Spesso sotto la divisa non portava più intimo, che tanto diveniva tessuto fradicio e inutile, in continuazione. Lui la fissava negli occhi con gli occhi neri di sempre, fin quando era certo che lei era fradicia perché glielo vedeva dalle perle di sudore sulla fronte. A quel punto con gli occhi rideva. Di giovedì cambiò tutto. Era arrivato l’ordine, mandò lei a sistemarlo. In magazzino. Lui quella mattina era arrivato, prima della divisa, vestito di stoffa bianca a fasciargli le gambe fatte di linee e ombre, quella stoffa che lei gli aveva detto le piaceva.
E lei a questo pensava, alle sue gambe.
Lasciò scivolare il vetro delle bottiglie.
“Questo è un bel guaio.”
Non solo per il prezzo del liquore rovesciato ma tanto per la fatica che le sarebbe costata togliere dal pavimento l’appiccicoso succo.Venne lui, attirato dal rumore di vetri andati in frantumi e iniziò a prendersela della sua distrazione, perché la distrazione di lei era proprio lui che andò piazzarsi le sue dita dentro i capelli liscissimi e scuri che lei aveva mille volte fantasticato di toccare. Poi giù verso la linea diritta del naso, delle linee curve delle labbra delle spalle e del collo, fino al petto, ai nervi. Che di un uomo sono rosei uno a destra e l’altro manca. Gelida la pelle, un tatuaggio sul cuore. Un lupo dagli occhi neri. E poi per vendicarsi di quella sfrontatezza che lui stesso l’aveva invogliata a commettere si tolse il bianco lino che in cucina si ha ad un lato del grembiule.
E con quello la legò, al ferro dello scaffale vuoto che doveva essere riempito di bottiglie. Lì davanti a lei prese ad aprire, laccio laccio quella tuta, che solo chi fa il lavoro d’Elia conosce. Quella che stringe e si fa comoda quando si ha fretta e si fa scomoda quando ti pieghi. Tutta di quadretti bianchi e neri. Maledetti il bianco eil nero. Lo guardò senza sapere cosa dire e cosa fare, si provò ad avvicinare. Lui, stette immobile a lasciarla annusare ma quando lei cercò di riceverlo lui la schiaffeggiò.
“Chi? Chi ti autorizzato a prendermi in bocca?”
Gridò in faccia ad Elia con tanta forza che le guance e il collo gli si fecero color porpora.
E come poco prima aveva fatto Elia anche lui scorse le linee di lei,dritta quella del naso e carnosa delle labbra e i bottoni della camicia, che chi fa questo lavoro sa, è fatta proprio per essere strappata in fretta se per caso prendi fuoco. E come se stava prendendo fuoco lei. E corse verso i nervi che in una donna sono turgidi, uno a destra e l’altro a manca. E graffiando e mordendo ne tirò fuori perle di sangue rosso. Se lei avesse detto un qualche cosa lui di certo avrebbe smesso. Troppo educato per umiliare una femmina che non volesse essere umiliata. E la girò per liberarla di quella stoffa bianca e nera che aveva ancora addosso. Maledetti il bianco e il nero. Sfilò una cinta lui, sottile e nera, fatta preferir le carni non per reggere i tessuti. Staccò dal muro un panno che andò a immergere e a strizzare, per posarlo sul culo di lei caldo e rotondo. Quella fresca carezza in quel punto che era caldo,caldo, così caldo la fece sobbalzare. Non avrebbe lasciato segni neri sulla pelle chiara con quello stratagemma. Lui quello stratagemma l’aveva appreso in un posto lontano, dove si vive di catene, dove i muri sono bianchi e dalle finestre strette entra una luce chiara che getta sulle pareti ombre lunghe e nere, disegnate dalle sbarre. Pose le punte metalliche delle scarpe antinfortunio tra le caviglie di lei, aprendole le cosce oscenamente, spingendo sul malleolo per darle quel dolore di cui si fanno parte le persone che giocano. Forse dieci o venti volte saltò lei, bagnandosi e scolandosi di una forza già vinta.

Non rimase niente sulla pelle di lei, se non le dita di lui a stringere e forzarle i glutei, arrossati e risvegliati e avrebbe voluto che continuasse quel massaggio ma invece la girò di nuovo come era prima del gioco del passato. Aprì di nuovo quella tuta laccio laccio, prese a toccarsi davanti a lei che s’inarcava come un felino contorcendosi cercando di arrivare a quel cazzo che le sbatteva in faccia ma non poteva arrivarci stretta per i polsi dalla stoffa bianca, prigioniera della pressione di un piede di lui contro il suo petto. E cercava lo sguardo nero di lui ma ne trovò solo la gola tesa verso l’alto mentre si lasciava osservare gemere e contorcersi,flettersi sulle gambe mentre i muscoli di esse si modellavano per lo sforzo e lei si dibatteva stretta al laccio desiderando di aver dentro quel maledetto cazzo. E finì per riversarsi su di lei,succhiando il sangue che aveva tirato fuori dai suoi seni a forza di morsi e di graffi. Le chiese di leccare e lei si pulì con la lingua,slegata adesso mentre lui sospirava da solo nella penombra del magazzino. Toglimi le scarpe. Ricorda Elia che le disse così e le sfilò laccio laccio quelle scarpe bianche e nere. Lo vide andarsene camminare nel rosso del liquore. Stordita lei, imporporata in viso, ubriaca di lui e del liquore che stesso da lui aveva bevuto se ne andò quel giorno a casa. Casa che odiava perché non era la sua, casa dove aveva una decina di sorelle che non erano le sue, casa che puzzava d’umido per la muffa nera che correva sui muri bianchi. Casa dove non c’erano i parenti. Forse per questo andava alla cucina, non per quei due soldi che le dava quella porca bionda che aveva per padrona. Una porca fatta di plastica, dal petto al culo, con un sorriso al botulino. Che mostrava il silicone a tutti quelli che entravano, fornitori e avventori, ingegneri e muratori.
Elia non ha mai capito quella donna, non era una morta di fame ma amava portarsi nel letto ogni cosa che potesse respirare. E anche che non respirasse, ho il dubbio io. Si addormentò quella sera con la voce del lupo, così aveva deciso di chiamarlo e così a lui piaceva che lo chiamasse, dentro il cranio. Sbatteva l’ultima frase che lui le aveva detto contro le pareti della testa, tra le pareti della fica,sbatteva la scossa elettrica data dalle mani di Lara. Ringraziami d’averti insegnato a stare attenta in magazzino. Poi sentì qualcosa sulle reni Elia e realizzò che era Lara. Una sua sorella che non era sua sorella con cui tante volte giocava la notte quando hai una voglia che potresti impazzire e ride di te anche la luna bianca nel cielo nero che ha compagnia di pianeti e di stelle, alla faccia tua che per giocare hai solo sorelle.
“Sei triste?”
“No.”
“Ache pensavi? Lara era un’impicciona.”
“Pensavo a lui.”
“Tanto lo vedi domani.”
“Io volevo vederlo stanotte.”
“Ci sono solo io con te stanotte.” Così diceva sempre e rideva. Elia non è mai stata lesbica ma se in tempo di guerra ogni buco è trincea…

 

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L'intervento al menisco con l'aiuto di Angela




L’intervento al menisco con l’aiuto di Angela

Sembrava un intervento di routine, un semplice menisco operato in laparoscopia, due giorni di ricovero e sarei stato di ritorno a casa…visite mediche già fatte e arriva il momento della rasatura dei peli.
Si prenota subito un’infermiera distinta, collega di mia suocera, addetta ai ferri in sala operatoria.
Angela cosi si chiama l’infermiera disposta a farmi la depilazione al ginocchio, la conosco da tempo avendola incontrata alcune volte a casa della suocera, è di bell’aspetto, mora con un fisico molto giovanile, poco più di 40 anni.
Era separata, si dedicava a viaggiare, la sua passione da quando riacquistò la libertà, e alla lettura di racconti erotici. Da sempre apprezzava i miei racconti di tal genere, sapendo che ero un dilettante scrittore.
Per precauzione e su richiesta del chirurgo, cosi disse lei, la depilazione doveva essere estesa anche all’inguine.
Si presenta in stanza con guanti monouso, acqua calda e lametta, non va molto per il sottile.
E’ una stanza a tre posti ma oggi l’occupante della stanza sono solo io.
Fino ad ora, non ho fatto caso al lavoro di Angela se non per una battuta fatta a mia suocera, in precedenza.
– Vado io…voglio proprio vedere come sta messo sotto tuo genero – sorridendo maliziosamente.
Angela che da subito mi era sembrata una delle tante infermiere dedite al lavoro, non l’avevo mai conosciuta e apprezzata cosi da vicino, e quindi da un altro punto di vista.
Subito cerca di mettermi a mio agio salutandomi cordialmente e chiedendomi di scoprire il ginocchio, cosa che eseguo immediatamente.
Con una mano tengo il lenzuolo sopra il mio pube, per pudore.
Lei se ne accorge e mi dice che devo togliere il lenzuolo e anche lo slip, che deve depilarmi anche parte del pube.
Non credo alle mie orecchie.
– Angela che c’entra il ginocchio con il pube? –
Pericolo di infezioni ribatte lei.
Cosi mi trovo costretto ad obbedire e nonostante il mio pudore mi tolgo tutto.
Lei da prima non dà importanza al mio sesso, tutta presa dalla preparazione e con una garza mi bagna tutta la coscia con l’acqua calda, per poi posizionarsi di fronte a me chinandosi leggermente sul mio ginocchio.
Non so se involontariamente o volontariamente i miei occhi vanno alla sua scollatura, dove si intravede dall’apertura del grembiule un bellissimo seno sorretto da un delizioso reggiseno nero merlettato e più lei si dà da fare con il rasoio e più il mio pensiero vola verso nuovi orizzonti.
Lei parla ma io non l’ascolto e rispondo come un automa alle sue domande.
Quei seni sodi duri e due capezzoli che pareva volessero bucare il grembiule prendono tutta la mia attenzione.
Lei, sentendosi osservata, alza la testa e mi vede perso nel suo petto.
– Beh!! – Mi desta ad alta voce, – Hai finito di guardarmi le tette? Io qui lavoro …guarda che lo dico a tua suocera…- e si fa una risata…
Il mio uccello, intanto, preso da certe fantasie circa il suo seno inizia a inturgidirsi e questo a lei non sfugge affatto.
– Hei!! Ma che fai? – Esclama Angela con un sorriso sornione stampato in faccia: – Ma sei matto? Se entra qualcuno? –
Per tutta risposta le dico: – Angela tu mi fai questo effetto…scusami.-
Pensando tra me e me che mi riprenda, esordisce invece dicendo: – Tranquillo ormai non mi fa più ne caldo ne freddo, ci ho fatto l’abitudine, ne vedo tutti i giorni di tutte le specie, certo uno come il tuo non passa inosservato complimenti…ora stai buono e lasciami finire….-
Ormai la mia mente viaggia e non riesco a padroneggiare i miei sensi, tant’è vero che il mio sesso è ora totalmente eretto e pulsa come non mai e attendo la sapiente mano di Angela per la depilazione.
Con totale imbarazzo da parte mia, ma per la gioia di Angela e dei suoi sensi, abilmente, smanetta quel totem eretto davanti ai suoi occhi, la preparazione prosegue, lo sposta con il dorso della mano, mentre mi pennella con la sua lametta.
Quando si volta dandomi le spalle per poter stare più comoda, non posso fare a meno di notare il culetto di Angela bello sodo dove già in precedenza a casa di mia suocera ci avevo messo volentieri gli occhi sopra, ora è tirato dal grembiule che lo fascia armoniosamente e sorretto da un classico slip bianco, ho voglia di toccarlo quanto è bello.
Ma devo stare buono e fermo…se non voglio rischiare qualche taglio…
Finita questa preparazione Angela mi saluta e mi augura buona fortuna.
Di lì a poco vengono a prendermi per farmi fare il pre-sala operatoria dove c’è un via vai di infermieri; anestesia lombare: dopo un paio di ore sono di nuovo nel mio letto mezzo assopito e con un dolore sopportabile al ginocchio.
Torna Angela e sorridendomi mi chiede: – Come va?-
L’intervento è stato semplice e di normale amministrazione e tutto si era svolto per il meglio.
Io le confido che ho un gran dolore alla vescica, non riesco ad urinare per via dell’anestesia.
Lei mi rassicura dicendo che si sarebbe tutto risvegliato al più presto, e se il dolore persisteva, prima del cambio turno mi avrebbe inserito un piccolissimo catetere. Così è stato, i dolori si sono fatti forti e la richiamo dicendo che non ce la facevo più.
Lei indossa di nuovo i guanti e questa volta scarta una confezione di cannule monouso e scoprendomi il bacino prende con due dita il mio sesso, o almeno quello che rimane, cioè un pezzo di bollito inerme e del tutto insignificante, e dopo averlo scappellato un paio di volte, e lo fa mentre se la ride, inserisce la cannula che mi permette di urinare e avere sollievo dal dolore…
Grazie Angela le dico, preso da imbarazzo…
Non può mancare una sua battuta ironica: – Che cambiamento da stamattina….mi piaceva più prima – e anche questa volta sorride mentre lo dice.
Salutandomi per via del cambio turno mi stampa un bacio sulla guancia, molto affettuoso…
– Ci vediamo stasera, quando riattacco per il turno di notte. Ciaoo e non muoverti…-
Tra me e me non posso dimenticare i doppi sensi di Angela e man mano che riacquisto l’uso delle gambe, anche il mio sesso riprende quota ogni volta che con la mente fantastico di Angela e del suo delizioso corpo.
Non vedo l’ora che passi tutta la giornata, per poterla rivedere alla sera.
E’ simpatica e il pensiero del suo culetto, della sua bocca, del suo seno mi attanagliano le gambe e istintivamente le stringo per i fremiti.
E con questo in mente mi addormento, sino a quando un rumore sordo metallico mi sveglia dal mio sonno.
E’ l’inserviente con la cena, per me sul vassoio ci sono due fette biscottate e una tazza di the.
Di lì all’imbrunire è un tutt’uno, non vedo l’ora che Angela bussi alla porta .
Verso le undici e trenta, Angela fa il suo ingresso nella stanza, silenziosamente come per non svegliarmi.
– Pensavo dormissi – esordisce, con un dolce sorriso stampato sulle gote.
– Come stai? Passato il fastidio? – E si avvicina a bordo letto per sedersi su di un fianco.
– Bene grazie Angela, sono riuscito anche ad alzarmi per andare in bagno a lavarmi un poco sai, ne avevo bisogno. Mi e rimasto solo un fastidio all’inguine per via della cannula, ma nulla di più.-
Mmmm esordisce lei…so io cosa ci vorrebbe ma è troppo presto ancora. Io ingenuamente penso a qualche pomata lenitiva…
Solo quando lei passa una mano sopra il mio inguine per cercare e saggiarne la consistenza allora afferro il vero significato…
– Tutto quello che vuoi Angela basta che mi passi il bruciore…-
– Ora devo andare ripasso più tardi per vedere come stai, devo fare l’ultimo giro delle stanze.-
Non sto più nella pelle e non voglio che lei vada via, cosi le prendo una mano e l’attiro verso di me sfiorando la sua bocca con la mia e quando le nostre labbra si toccano per qualche secondo…la lascio andare.
Lei non si ritrae da quel dolce bacio, questo mi lascia ben sperare.
Il mio sesso immediatamente balza in su e devo massaggiarlo per il dolore…
Dopo una mezzora si riaffaccia Angela e questa volta con molta calma mi chiede:
-Allora come ti senti? Hai ancora quel fastidio? –
– Certo – dico io con voce bassa, appoggiandole una mano sulla guancia e avvicinandomi a lei, la bacio con ardore questa volta.
Lei non fa una mossa per sottrarsi, lo vuole…
Mentre le nostre lingue si aggrovigliano, la sua mano va dritta al mio sesso trovandolo duro e tremante per l’eccitazione.
– Sei sicuro di avere ancora fastidio? – Esordisce lei staccandosi dalla mia bocca.
– Si, certo, ho tanto dolore Angela.- Sospiro…
– Bene allora – dice lei – Ci penso io, dopotutto sei steso su di un letto, in mio potere…voglio allungare le mie mani su di te, voglio tartassarti un po’…-
E cosi ha fatto. Mi toglie il lenzuolo che ho in grembo e prende silenziosamente ad armeggiare con il sesso eccitato.
Ripensando a come era ridotto qualche ora prima, mi stendo sulla schiena e con una mano le accarezzo ancora una volta il viso invitandola a lenire il mio fastidio il più presto possibile.
Angela capisce che questo è l’ultimo momento se vuole tirarsi indietro, alzarsi ed andarsene, magari anche sbattendo la porta: dopo sarebbe troppo tardi.
Ma è quello che vuole anche lei, cosi… decide di restare.
Infila la mano in mezzo alle mie gambe e comincio a sollazzarmi con le sue carezze.
Non posso permettermi di gemere, tanto meno di far sentire i miei sospiri al di là del muro della mia stanza, con il silenzio che c’è a quest’ora ci scoprirebbero subito.
E’ un membro grande e duro, Angela da subito sa cosa fare.
Quando se lo trova davanti alla bocca non ha più dubbi, non vede l’ora di gustarne il sapore.
Io lo prendo in mano e comincio a segarmi piano piano, con movimenti lenti a pochi centimetri dal suo viso.
Il mio sesso cresce e diventava sempre più duro, stretto nel mio pugno.
– Dimostrami adesso che ti piace Angela – dissi guardandola negli occhi.
Lei allora lo afferra e se lo passa sotto al naso più volte sospirando profondamente.
L’odore del mio membro la fa eccitare come non mai.
Angela lo strofina sulle labbra, fino a che non decide di aprire la bocca, quindi lo accoglie calorosamente, cominciando a lavorarlo con la lingua.
E’ eccitante il suo viso alle prese con un membro di quelle dimensioni.
Senza voler dare l’idea di forzarla le metto una mano sulla testa e con la scusa di spostarle i capelli la invito verso di lui riuscendo a farglielo ricevere per intero, dentro quella amata bocca per qualche secondo, sentendosi piena succhiava e mi dilettava di un piacere mai inteso prima.
– Angela, sei fantastica! – quindi l’attiro a me facendole lasciare la presa con la bocca e le do un bacio mischiando il suo sapore al mio.
Non soddisfatta, con gli occhi lucidi per la gioia, afferra nuovamente il mio arnese e se lo rimette in bocca, lo succhia per diversi minuti, fin quando non percepisce che io sto arrivando al culmine. Le faccio segno di mollare la presa, ma lei caparbiamente continua nel suo sapiente lavoro di succhio facendomi capire che intende che io le riempia la gola con il mio succo, cosa che faccio tra mille contrazioni e spasmi, il tutto nel più totale silenzio.
Riesco soltanto a infilare una mano tra le sue cosce aperte, la sua vagina già da qualche minuto ha iniziato a diventare umida e le sue mutandine sono già bagnate.
Grazie Angela, balbetto con un filo di voce mentre lei ultima l’azione di pulizia andando con la punta della lingua a cercare le ultime gocce che il mio sesso emetteva.
– Sei proprio un mandrillo! E sei matto da legare. E adesso mettici anche questo, nei tuoi racconti erotici…-

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