Ma come si fa a dormire in certe situazioni by Leemobaj [Vietato ai minori]




Ma come si fa a dormire in certe situazioni di Leemobaj New!

Qualche anno fa ho conosciuto Silvia, una bella donna separata con la fissa per lo sport. Ci siamo conosciuti tramite un amicizia comune e devo dire che abbiamo instaurato un buon feeling. Abbiamo iniziato a pranzare insieme, ed ogni volta finiva che si beveva più di quello che si mangiava. Un pomeriggio ci siamo trovati molto brilli sulla sua macchina nel parcheggio del ristorante. Il pranzo è stato un continuo stuzzicarsi. Argomenti piccanti, quella camicetta che celava a mala pena quel seno rifatto, perfetto, una terza molto abbondante, si intravedeva il reggiseno rosa molto sensuale. Praticamente ha catalizzato la mia attenzione per tutto il pranzo. Non ho resistito, ho iniziato a baciarle il collo, salendo, puntando all’orecchio e facendole venire i brividi. Cerco la sua bocca ma lei si scansa, inizia a ridere e a prendermi in giro. Cerco ancora di baciarla e lei ricambia. Non faccio in tempo a infilarle la lingua che si sposta di colpo. Mi dice, sempre ridendo, “scemo non qua, ci possono vedere”. Rimaniamo a parlare ancora un pochino e poi via, ognuno per la sua strada. Dopo un paio d’ore mi arriva una foto via sms con lei in palestra posando in intimo davanti lo specchio. In quel momento ho realizzato che non solo il reggiseno era rosa in pizzo quasi trasparente, ma coordinato al perizoma. Quanto adoro le donne che sanno giocare ed eccitare!!! Ci sono stati successivi pranzi con la variante che mi raccontava del suo nuovo fidanzato, ma di certo questo non precludeva il fatto che continuasse a provocare giocando maliziosamente ed io, a continuare a provarci andando sempre in bianco. Essendo tutti e due appassionati di cucina, un giorno di giugno mi scrisse che voleva cucinare per me e che mi invitava ad una cenetta a base di pesce a casa sua. Le risposi che se mi avesse stupito avrei ricambiato con una cena a casa mia a base di carne. Organizzammo per il mercoledì successivo, mi presentai con una bottiglia di vino bianco gelata e con una voglia di farle ogni peggio porcheria. Appena arrivo la prima amara sorpresa:
“e tu chi sei” la voce della figlia più piccola,
“Sono Marco, c’è la mamma?”. Eccomi dentro ed ad accogliermi gli altri due figli. Dopo i giochi e gli scherzi di rito con i mocciosi saluto la bella mammina. Vestito grigio aderente con lo spacco e zeppe molto alte è l’accoglienza che mi viene riservata. Roba da prenderla e metterla a pecora sul tavolo seduta stante.
“Non ti preoccupare adesso li mette a letto la tata” mi sussurra lei nell’orecchio
“così possiamo cenare in pace”
” ma figurati, che fastidio vuoi che diano” le rispondo cercando di autoconvincermi.
Le ultime parole famose….. È più facile far dimettere un nostro politico che far dormire quei tre teppisti. Una volta compiuta la titanica impresa riusciamo a sederci e gustarci l’ottimo antipasto di mare ed a sorseggiare la prima bottiglia di vino. La conversazione si fa sempre più intrigante accentuata dallo strofinio con il collo del piede sui miei jeans. Mentre è intenta a cucinare il secondo a base di tonno con una crosta di pistacchi, non resisto, la cingo da dietro e inizio ad accarezzarle quella meravigliosa pancia piatta premurandomi di farle sentire la mia eccitazione sul suo sedere. Mentre lei cerca di divincolarsi compare la tata all’ingresso:
“signola, i bambini dolmono”,
“perfetto” ribatte lei spingendomi da parte. Eh che palle, comincio a pensare. Proseguiamo la cena, stappiamo un’altra bottiglia e mangiamo il secondo seguito dal dolce in tutta tranquillità. A quel punto eravamo in quella meravigliosa fase dove qualsiasi cosa ti fa ridere. Ci sediamo sul divano e iniziamo a coccolarci, qualche bacino, qualche carezza. L’atmosfera si fa veramente calda. Inizio ad accarezzare quelle magnifiche gambe, salendo lentamente. Il suo respiro si fa leggermente accelerato. Sposto la mia mano sul seno ed inizio a stringerlo deciso, facendola sussultare. Lei appoggia il braccio sulla mia gamba e con il gomito solletica la mia cappella che ormai sento completamente fuori dai boxer. Il suo è un movimento volutamente studiato, provocatorio e innocente allo stesso tempo. Le mie mani non le danno tregua “fermati” mi dice ansimando “non possiamo qua”
“chiudiamo la porta” le dico
“No, c’è la tata in giro. Se poi lo racconta a mio marito sono casini”
“Non resisto, ti voglio” le dico,
“no davvero meglio di no”. Si alza e si sposta in cucina per rassettare. Da galantuomo con macigno nei pantaloni mi offro di aiutarla. Nonostante siamo presi nel rassettaggio stoviglie l’eccitazione di entrambi non diminuisce. Strusciate, ammiccamenti, carezze. Allora tento il tutto per tutto. Mentre le sono di spalle le alzo la gonna, scosto il perizoma e con un pizzico di sadismo le infilo due dita in figa
“mmmmm” ansima Silvia,
“ma quanto sei bagnata” le sussurro impossessandomi del suo lobo. Si gira e mi bacia avidamente. La masturbo con lentezza, il palmo appoggiato al pube, le dita che partono dal clitoride, attraversano le grandi labbra fino ad entrare completamente sfregando la parete anteriore per poi tornare indietro fino al clitoride. Un ritmo costante, lento, che asseconda i movimenti del suo bacino. Una, due, tre volte aumento un pochino il ritmo. Con la mano mi strofina il cazzo furiosamente da sopra i jeans, lo stringe, ne tasta la consistenza. Di colpo un rumore dalle scale
“aspetta” e si interrompe. D’istinto esce dalla parte opposta, in giardino e si sistema. La raggiungo
“dove vai?”
“la tata, sta sistemando il bucato e continua a fare su e giù, te l’ho detto è un casino qua”
“Ma un posto appartato?”
“no, non sono tranquilla”
“lasciamo perdere…. Non posso neanche fare tardi se no mia moglie si insospettisce, è destino che io e te non si chiavi” lei si mette a ridere e mi dice:
”e chi ti dice che io voglia scopare con te”. Dopo questa è giunto il momento di prendere le palle gonfie e doloranti e andare a casa. Ovviamente il saluto è stato un lungo bacio sulla bocca. Il dubbio che si stia divertendo alle mie spalle prepotente si affaccia nella mia testa.
Essendo il periodo estivo tra vacanze e impegni di Silvia non ho avuto notizie. Verso settembre i contatti riprendono tra messaggini e incontri saltuari per un caffè. Si va avanti per un po’ di tempo così. Durante uno scambio di messaggini inizia ad accusarmi di non mantenere le promesse ed io rispondendole le chiedo a cosa facesse riferimento:
“non dovevi invitarmi a casa tua per una cena?”
“certo, tutta carne ma guarda che a casa mia non c’è la tata a proteggerti”
“non ti preoccupare conosco mille modi per mandarti in bianco”
ovviamente punto in pieno sull’orgoglio le rispondo “fra due settimane sono a casa da solo, mia moglie parte per il weekend, tieniti libera per venerdì”
“confermato allora”.
Finalmente giunge quel venerdì di ottobre. Alle 8 arriva Silvia e la faccio accomodare. Le tolgo il soprabito e posso ammirarla: vestito blu con calze a rete scure e stivali con un bel tacco. Molto elegante ammetto:
“sei bellissima” le dico
“grazie, che bel calduccio da questo camino” in effetti le temperature erano scese ed optare per il camino acceso fa sempre la sua figura.
“hai avuto problemi a trovare casa mia”
“no, mi ha accompagnato Alberto (il fidanzato) anche lui doveva uscire quindi si è offerto di portarmi”
la mia mascella praticamente si è sfracellata al pavimento “come ti ha accompagnato Alberto?, scusa ma le hai spiegato dove andavi?”
“Si, si ha detto che non c’è problema. Aveva una degustazione di whisky qui vicino”
“Devi essere tutta matta, comunque contento lui. Iniziamo a mangiare che si fredda”. La cena nonostante la premessa procede al meglio, modestamente il cibo è ottimo e il tasso alcolico molto alto. La conversazione procede in maniera interessante e provocante. Qualche piccola avances, qualche piccolo tentativo per capire dove si può arrivare, qualche carezza. Ad un certo punto si siede sulle mie gambe, il mio cazzo reagisce d’istinto, le sue cosce si scoprono e come se non fosse successo nulla mi dice:
“sono convinta che se mi fermassi a dormire da te stanotte mi faresti divertire tantissimo” strusciandosi “peccato che fra un po’ viene a prendermi Alberto”
“come viene a prenderti????” non mi sono accorto ma era già quasi mezzanotte “chiamalo e digli che ti porto a casa io”
“ma no dai povero, cosa gli racconto” e intanto si strusciava, il suo viso praticamente contro il mio. Neanche a dirlo e le arriva un sms ‘5 minuti e sono lì.
“Cazzo, non abbiamo neanche mangiato il dolce, ma si può rompere i coglioni in questo modo?” sbotto ” Ho preparato il flan al cioccolato con cuore morbido” praticamente da pitone sono passato a gamberetto in un decimo di secondo.
“Cosa vuoi che ti dica, fallo salire, almeno non butto via il cibo” le dico pensando allo schifo di finale di serata. Ecco che sale il rompicoglioni. Saluti e presentazioni di rito. Altro che degustazione di whisky, questo si è bevuto una distilleria intera. Servo il dolce accompagnato da una selezione di amari. Nessuno si tira indietro. Devo dire siamo tutti ad un livello molto. Le battute si sprecano, Silvia al posto che smettere di fare la zoccola continua a provocarmi, meno male che Alberto non si rende conto. Ci spostiamo sul divano. Accendo della musica di sottofondo e continuiamo a bere. La sala è rischiarata solo dal camino acceso. Il mio divano è molto ampio ed accogliente. Alberto si mette vicino al bracciolo, Silvia di fianco a lui e io sull’altro lato. La conversazione continua tra me e Silvia mentre Alberto è sempre più distaccato. Tempo zero ribalta la testa all’indietro inizia a russare. Iniziamo a ridere mentre lei cerca di farlo rinvenire. Nulla da fare, praticamente svenuto. Silvia si sdraia di lato e appoggia la testa sulla sua gamba. Le gambe le distende verso di me. Allora le tolgo gli stivali. Inizio a massaggiarle i piedini. Sembra una gatta che fa le fusa. Intanto mi gusto il panorama del suo intimo: un perizomino bianco si vede dalle calze a rete. Lei apprezza il massaggio e si rilassa sempre di più. Ormai è in una fase di benessere assoluto. Questo giro non ho nessuna intenzione di andare a letto con il cazzo in tiro e poi, quando mi ricapita una situazione così eccitante. Come un predatore che studia la sua preda, osservo la scena e decido come attaccare. Mi avvicino verso di lei e metto le sue gambe sopra le mie. Inizio a salire e con lentezza infinita mi avvicino al suo inguine. Apre leggermente le gambe ed inizio a toccarla delicatamente. Non so era sveglia o no, so soltanto che le mutande erano completamente bagnate. Le strappo i collant e col dito eseguo dei piccoli cerchi all’altezza del clitoride. Cazzo se le piace. Gode da matti. Si gira a pancia in su e spalanca le gambe. Le scosto le mutande e le infilo due dita. Gode. Ansima. Forse un po’ troppo visto che è sdraiata sul fidanzato. Da due passo a tre dita. Poi quattro. È un fiume in piena. Quando le infilo anche il pollice un tremito le pervade tutto il corpo. Alza la testa e si butta su di me e mi bacia. Mi obbliga ad alzarmi. Mi slaccia i pantaloni, abbassa i boxer e lo prende in bocca.
“ohhhhhhh, finalmente ” esclamo. Mi succhia il cazzo come un indemoniata. Mi spinge di nuovo sul divano. Si alza la gonna scosta le mutande dal buco dei collant e si impala. Mi cavalca selvaggiamente. È una furia. Il suo ansimare è in perfetta sincronia con il mio. Ogni colpo è una fitta di piacere al cervello. Mi alza la maglietta e mi graffia dove riesce. Le mie mani allargano oscenamente il suo culo per poterle dare colpi ancora più profondi. Non posso resistere molto. Ormai l’orgasmo è prossimo. Silvia ansima sempre di più. Le blocca la testa e le infilo la lingua in bocca per evitare che urli. Esplodo dentro di lei una quantità di sborra infinita. Uno spasmo irrefrenabile le pervade tutto il corpo. Ci prendiamo qualche istante abbracciati, sfiniti. Guardo il cornuto russare beatamente e mi chiedo: ma come si fa a dormire in certe situazioni!

 

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Il magazzino del piacere




Scritto da marco strepa,
il 2015-07-25,
genere gay

CAPITOLO UNO
Un ennesimo fallimento. Questo sarebbe stato il titolo adeguato per descrivere quella giornata. Dopo giorni spesi a cercare lavoro in qualche bar per la stagione, pensavo finalmente di poter essere assunto in un locale tranquillo, a pochi passi dalla spiaggia, a fianco del Hotel Vittoria. Avevo già parlato col titolare, il quale il giorno precedente era sembrato ben disposto ad assumermi . Ma quel pomeriggio una nuova delusione: dopo qualche breve spiegazione per nulla chiara e convincente, e dopo essersi scusato rapidamente, mi aveva detto, in poche parole, che non avrei ottenuto il posto. Amareggiato, avevo ripercorso svogliatamente la strada verso casa, non sapendo dove altro cercare, dal momento che ero stato rifiutato nella maggior parte dei locali della zona. Ripetevo a me stesso “ mea culpa”: avrei dovuto cercare lavoro a inizio maggio, e non a stagione avviata. Arrivai all’appartamento che avevo affittato per l’estate, salì in fretta le scale e mi sdraiai sulla poltrona. Me ne stavo comodo, con il condizionatore acceso per sfuggire al gran caldo, bevendo una fresca acqua menta, riflettendo sul da farsi. Non cenai neppure, mi feci una bella doccia fresca e decisi di uscire la sera, magari per trovare consolazione in qualche bel ragazzo. Attraversai l’affollato viale, lanciando occhiate qua e là, e mi fermai a bere qualcosa in un bar. Prego- una voce mi fece alzare lo sguardo dalla lista delle bibite che stavo scorrendo con gli occhi – cosa desidera ? Rimasi senza fiato. Davanti a me si stagliava il più bel cameriere che mi avesse mai servito. Avrà avuto al massimo 26 anni, alto all’incirca un metro e ottanta, capelli castani corti, occhi marroni; le maniche della camicia arrotolate mostravano due bicipiti ben definiti, la camicia bianca delineava un addome marmoreo scolpito perfettamente e i pantaloni lasciavano intravvedere un culo mozzafiato, rotondo e sodo. Mi ripresi rapidamente e, quasi imbarazzato, dopo aver abbassato lo sguardo, ordinai una birra media e lo osservai con la l’acquolina in bocca mentre se ne andava. In quel momento capii che avrei dovuto assolutamente riuscire ad essere assunto in quel bar. Quando il cameriere tornò con la birra, gli chiesi se il proprietario del locale fosse in cerca di personale e che ero in cerca di lavoro. Il caso volle che lui fosse il nipote del proprietario, e mi disse che avrebbe parlato con suo zio. Dopo qualche minuto mi si presentò davanti un uomo mingherlino, sulla cinquantina, che mi disse che stava cercando un nuovo cameriere e che, se ero disponibile, mi sarei potuto presentare già la sera seguente alle 18.00. Accettai, consegnai una fotocopia dei miei documenti che tenevo nel portafoglio e ringraziai di cuore il proprietario.. ma anche il mio cazzo era felice di essere collega di un ragazzo così strepitoso. Quella sera rincasai presto, mi piazzai davanti alla televisione per un po’, mi stesi nel letto e prima di addormentarmi mi sparai una sega immaginandomi mentre scopavo assieme a quel manzo.
CAPITOLO DUE
L’eccitazione e il caldo non mi avevano fatto dormire molto. La mattina seguente mi svegliai in un bagno di sudore, misto all’odore dello sperma della sera precedente. Il mio cazzo non ne voleva sapere di chetarsi, così dovetti fare colazione con un palo dritto tra e gambe. Fino alla sera non avevo programmi quindi decisi di rimanere a casa la mattina e fare le pulizie. Din Don: il campanello. Chi poteva essere? Aprì con una certa curiosità la porta e per un secondo mi mancò il fiato: era LUI, in costume e maglietta scollata, infradito e con l’asciugamano sulle spalle. “Piacere Gianmarco” e mi allungò la mano. Intanto a me si era allungato (spero non troppo visibilmente) altro. “ Alessandro, piacere mio” e gli strinsi la mano. “Sono venuto a portarti alcuni documenti da firmare, puoi riportarli direttamente stasera a mio zio”. Ringraziai e lo invitai ad entrare, ma lui si rifiutò dicendo che era diretto in spiaggia e che avremmo avuto occasione di conoscersi le sere seguenti. Richiusi la porta. Lasciai a metà le pulizie, mi stesi sul letto e mi segai con forza, ansimando e immaginandomi disteso sopra di lui. Mi feci una doccia fresca, pranzai con un paio di panini in velocità e decisi di andare anch’io in spiaggia, sperando di riuscire ad osservarlo a torso nudo. La spiaggia era molto affollata, stesi l’asciugamano e mi sdraiai a prendere il sole, nonostante fossi già abbronzato. Intanto lanciavo occhiate in giro in cerca di Marco. Andai più volte a fare il bagno in mare, ma neanche lì riuscii a trovarlo. Probabilmente andava in una zona diversa della spiaggia. Verso le quattro decisi di ritornare a casa e prepararmi per il lavoro, ma proprio mentre stavo lasciando la spiaggia, sentì la sua voce chiamarmi. Mi voltai. Era torso nudo; un corpo perfetto, addominali ben delineati ma non eccessivamente pompati, bei pettorali, bicipiti della giusta misura e una “V” che attraversava il ventre e terminava nel costume a pantaloncino bianco, che rendeva ancor più appetitoso quel culo perfetto. Lo salutai rapidamente e, imbarazzato, mi avviai verso casa. Arrivato, mi feci nuovamente una doccia e mi andai a vestire in camera davanti allo specchio. Ero nudo, il cazzo non troppo duro, i muscoli rilassati dopo il bagno refrigerante. Nonostante fosse trascorsa qualche settimana dal’ultima volta in palestra, il mio fisico era in ottima forma: addominali e pettorali gonfi, i bicipiti ancora un po’ da definire, le cosce muscolose e un culo di tutto rispetto. I capelli biondi, corti ai lati, più lunghi al centro, scompigliati, occhi azzurro-grigi, sguardo fisso sul mio corpo riflesso. Modestia a parte, non ero niente male. Mi massaggiai gli addominali, passandoci delicatamente la mano sopra, desiderando che quella mano appartenesse a un’ altra persona. Mi vestii abbastanza elegante, pur sapendo che poi avrei dovuto indossare la divisa da cameriere del locale. Mi pettinai e uscii con largo anticipo. Quando arrivai al locale, trovai solo il proprietario mingherlino che mi diede diverse indicazioni sul da farsi. .
All’arrivo dei primi clienti fui subito impegnato a servire ai tavoli e non feci caso di quando Gianmarco arrivò e iniziò anche lui a lavorare. La serata, essendo un infrasettimanale, trascorse tranquillamente, senza troppi clienti. Chiudemmo il locale che era quasi l’una. Lo zio se n’era già andato alle undici, assieme all’altra barista. Cominciai a spostare le casse di bibite nel magazzino sul retro. Stavo riponendo una cassa di Coca in uno scaffale, quando sento una voce da dietro che mi dice…
CAPITOLO TRE
“Vuoi una mano?”. Gianmarco stava portando altre casse. Rifiutai e continuai il mio lavoro, quando ad un certo punto mi accorsi che Gianmarco era affianco a me, molto vicino, e stava caricando una cassa pesante sullo scaffale in alto. Spingendola sempre più in dentro, finì per avvicinarsi a me fino al punto che … strusciò lievemente il suo pacco sul mio braccio. Indescrivibile la reazione del mio cazzo. Dovetti continuare il lavoro col cazzo in tiro tra le gambe: scomodo, oltre che imbarazzante. Ma lui non sembrò accorgersene. A quel punto non resistetti più: dovevo far qualcosa anch’io. Mentre lui era piegato a riporre sotto a una mensola una cassa di acqua, ne caricai un’altra nella mensola sopra, strisciando lievemente sul suo culo il cazzo in tiro, che, se possibile, divenne ancora più duro. Nulla. Speravo di stuzzicarlo, di risvegliare gli ormoni in lui, ma non disse nulla. E forse non se n’era neanche accorto. Mi voltai a prendere un’altra cassa, quando sentii un braccio cingermi forte i fianchi e la voce di Gianmarco che sussurrava: “Ce n’è voluto di tempo per deciderti eh?”. Mi voltai e per un istante mi persi nei suoi occhi. Avevo il cuore in gola e sentivo il suo battere forte. Decisi di non pensare e mi abbandonai a lui, baciandolo con tutto me stesso. Lui ricambiò il bacio intensamente. Esploravo la sua bocca con la mia lingua, sentivo la sua lingua penetrare nella mia bocca, succhiandomi l’anima. Passavo la mano tra i suoi capelli, mentre lui mi stringeva ai fianchi. Restammo incollati per quasi un minuto, trascorso il quale lui si fermò e mi chiese: “ Hai mai avuto esperienze?” Risposi di no, che mi ero fatto fare solo qualche pompino da alcuni ragazzi della mia età, ovvero ventunenni. “Allora sei vergine” disse, con un magnifico sorrisetto stampato in volto. “Ho voglia di sesso, forte”, e con un gesto rapido si strappo la camicia di dosso, lasciando scoperti quei magnifici, succulenti pettorali. Prese con forza la mia testa e me la schiacciò sul petto. Non aspettavo altro. Inizia a leccare quel ben di Dio, inumidendo il suo ventre con la saliva e leccandolo piano, partendo dall’ombelico e risalendo fino al collo, succhiandolo su ogni centimetro di pelle. Mi fermai a lungo sui capezzoli, li strinsi tra le labbra, mentre lui mugugnava di piacere, incitandomi a continuare. Calai lentamente la mano lungo la schiena fino ad accarezzare quei glutei divini. Li palpavo e lui ansimava dal piacere. Mi tolse rapidamente la camicia, sbottonò i pantaloni e mi abbassò le mutande: ero nudo, eccitato, voglioso, davanti a lui. Iniziò ad accarezzarmi su tutto il corpo, massaggiando i miei muscoli. Ero in estasi. Gli slacciai la cintura e gli sfilai i pantaloni. Lui mi prese con forza, mi voltò e iniziò a strisciare il suo pacco ancora dentro le mutande sul culo, facendomi quasi una spagnola. Le sue braccia possenti mi avvolgevano, mi sentivo sicuro, protetto e avevo una voglia matta di godere e farlo godere. Torsi il collo e, mentre il suo cazzo strisciava ancora sul mio culo, dopo aver passato il mio braccio dietro la sua schiena, ci abbandonammo a un lungo bacio appassionante. Si staccò dalle mie labbra e si mise di fronte a me. Mi prese la testa e con rabbia la sbatté sul suo pacco. Sentivo quel cazzo duro che tentava di uscire da quella prigione, sentivo l’odore di sperma delle sue mutande, il calore e la voglia che regnavano in quel paradiso. Inebriato, cominciai a leccare le sue mutande. Lentamente con le mani le abbassai. Pochi e radi peli. Il cazzo in semi-erezione. Non esageratamente lungo ( sui 17-18 cm) ma bello grosso e appetitoso. Sfilai completamente le mutande. Avvicinai le labbra al cazzo. Con la punta della lingua iniziai a leccare solo la cappella, delicatamente. Gianmarco si lasciava andare a gemiti e incoraggiamenti. Quando ebbi lubrificato ben bene la punta, mi dedicai all’asta. Ora era ben dritta e inizialmente ebbi qualche problema a prenderla tutta in gola evitando i conati di vomito. Lui premeva dolcemente la mano sulla mia testa, fin quando non presi tutto il suo uccello in gola. Aveva un sapore fantastico, di uomo, di maschio. Sentivo le goccioline di pre-sperma scendermi in gola, bagnare la mia lingua e il palato. Continuai a scendere e risalire con la bocca lungo quell’asta per qualche minuto, prima lentamente poi a un ritmo sostenuto. I gemiti di Gianmarco aumentarono, i suoi muscoli si contrassero, si lasciò scappare qualche gridolino di piacere. A quel punto mi fermai; lessi quasi un’espressione di stupore misto a fastidio nel suo volto, ma prima che potesse dire qualcosa “ Non ora, è troppo presto. E non in bocca. Voglio che mi sfondi il culo, voglio che mi inondi con la tua sborra”. La sua espressione di fastidio si trasformò in un ghigno di piacere. “ non desidero altro. Ma prima voglio ricambiarti il favore” si abbassò di scatto, prese il mio uccello ( 16.5 cm, ma molto grosso) in mano, iniziò a segarlo con forza, ci sputò sopra più volte e in un attimo se lo ficcò in gola. Un paradiso. Misi le mani dietro la nuca e accompagnai il movimento della sua bocca e della sua lingua con una serie di colpi col bacino. Era più veloce e meno delicato di me. Rispecchiava più la sua idea di sesso-forte. Il mio cazzo era durissimo, mentre mi spompinava, mi guardava negli occhi e io mi perdevo nel suo sguardo cioccolato. Gli passavo la mano tra i capelli, vedevo i suoi glutei tesi per lo sforzo. Sentii muoversi qualcosa nei piani bassi, sentivo che stava per salire l’orgasmo. Allontanai la sua testa dal mio uccello e lui, per tutta risposta, prese a succhiarmi le palle, facendomi gemere sempre di più dal piacere. Si alzò lentamente e, baciandomi, mi spinse verso il tavolo al centro del magazzino. Con una manata gettò a terra la cassa di lattine che si trovava sopra, mi prese in braccio e mi fece sedere sul tavolo. Si strinse a me, continuando a baciarmi. Mi sollevò le gambe, facendomi distendere sul tavolo. Si inginocchiò e mi sussurrò: “ E’ tempo di esaudire il tuo desiderio” e con la lingua mi inumidì lentamente il buco del culo. Sentivo la sua lingua che fremeva dalla voglia di perforami. Infilava a tratti il dito medio per allargarmi il buco( cosa che mi procurava un certo dolore, sopportabile), sapendo di dover sbatterci dentro il suo grosso uccello. Dopo qualche minuto appoggiò sull’ano la cappella lucida. “ probabilmente farà male” disse e in un attimo tutta la sua asta fu dentro di me. Urlai. Ma non come si urla quando si prende una botta o si cade. Fu un urlo unico, di dolore sì, ma anche di un infinito piacere. Sapere di averlo dentro di me mi eccitò a tal punto che, se in quel momento mi avessero solo sfiorato l’uccello, probabilmente sarei venuto in un attimo. Una volta dentro, Gianmarco mi appoggiò la mano sugli addominali contratti per lo sforzo e per il piacere e iniziò a dare forti colpi di bacino. A ogni sferzata io e lui, assieme, emettevamo forti gemiti. Temevo che qualcuno da fuori ci potesse sentire. Più lo guardavo godere e più godevo. Sapevo di essere io il suo strumento di piacere, e lui il mio. Il suo cazzo si faceva strada nel mio culo stretto ma ormai sfondato. Non ero più vergine. Gianmarco aumentò il ritmo. Le sue sferzate si fecero più potenti. Ansimava ormai senza interruzione. Con la mano prese la mia asta e iniziò a segarmi. Io ero nell’estasi più totale, con un braccio dietro la testa e una mano che si allungava a toccare il petto di lui, un grosso uccello in culo e un bellissimo ragazzo che mi segava. Il ritmo ormai era folle. Vedevo le goccioline di sudore bagnare il suo petto, fino a terminare a livello del pube e poi, chissà, magari fino alla punta del cazzo. Il dolore al culo era scomparso, lasciando spazio solo al piacere. Una sferzata potentissima. Un getto di sperma mi invase il culo, accompagnato da un “Aaaaaaaaaaaaaaah” di piacere di Gianmarco. A quel punto neanch’ io resistetti più e sborrai abbondantemente sui miei addominali. Le sferzate di Gianmarco ormai erano lente e deboli. Si accasciò sul mio petto, senza togliere il suo cazzo dal mio rifugio caldo e accogliente (cosa che non mi dispiacque per nulla) e con la lingua ripulì lentamente la sborra schizzata sul ventre e suoi pettorali, leccandomi per bene i capezzoli turgidi. Estrasse la sua arma dal mio fodero, me la sbatté in faccia e mi chiese di leccare ciò che era rimasto del suo sperma. Era leggermente amaro, denso e gustoso. Quando finii il lavoro, con gentilezza mi porse i vestiti. Mentre mi riprendevo, lui era già pronto, vestito, solo un po’ più sudaticcio rispetto a prima. Mi guardò fisso negli occhi e mi disse: “ A domani”. Non risposi, troppo confuso. Cercai le mie mutande. Non c’erano. Guardai meglio. Sotto al tavolo c’era un paio di mutande grigie col bordo nero, di una nota marca di intimo. Erano le sue. E lui aveva indossato le mie. La cosa mi attizzò molto. Con foga le raccolsi, le annusai e le indossai. Mi rivestii con rapidità e mi avviai verso casa. Non gli avrei mai più restituito quelle mutande. Ora erano mie. Anche se di occasioni per farlo, in seguito, ce ne furono molte.

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Al faro




Scritto da DG,
il 2015-08-21,
genere orge

Durante una passeggiata io e Ada, la mia ragazza, ci eravamo fermati ad un vecchio faro disabitato. Il panorama che si godeva era stupendo e rimanemmo alcuni minuti ad osservarlo. Il silenzio rotto solo dal mare e dai gabbiani, ci fece desiderare di sfruttare quell’angolo per fare l’amore. Iniziammo a baciarci e toccarci, appoggiati su un parapetto.
Iniziai a baciare il collo di Ada, e le sbottonai la camicetta per poter accedere al suo seno prosperoso. L’eccitazione che entrambi stavamo provando, non ci fece accorgere che un gruppo di persone si era avvicinato.
Fu solo quando ormai erano distanti pochi metri da noi, che Ada, sollevando la testa e schiudendo gli occhi si accorse della loro presenza. Subito ebbe un fremito, io che ero di spalle e quindi non potevo vederli, mi arrestai e guardai Ada per capire cosa le stesse succedendo. Vidi solo il suo sguardo atterrito e udii l’inizio di un grido. Poi qualcosa mi colpì in testa, e mi accasciai svenuto.
Dopo poco, riaprii gli occhi. Mi ritrovai legato a quello che era una sedia malmessa, all’interno di una delle stanze dove forse un tempo alloggiava il guardiano del faro. Ora era una stanza sporca, piena di calcinacci con i muri rovinati anche da scritte oscene. Di fronte a me, sentivo le urla e le proteste di Ada, tenuta ferma da un paio di quelle persone. Mentre altri due erano ai miei lati.
Avevano il volto coperto ed erano vestiti come giovani.
Quello che sembrava essere il capo, si avvicinò a me e senza preamboli mi disse, a voce alta:
Quella è la tua ragazza? Indicando Ada…
Io confuso, risposi di si
Bhè adesso ci divertiremo un po’ con lei!
Gli altri risero, ma io protestai, così come pure Ada.
Voglio essere chiaro, – Ribattè il tipo alle nostre proteste – Noi la scoperemo, che vi piaccia o meno, ma vogliamo darvi una possibilità. Se lei sarà accondiscendente, non vi faremo del male. Ma se lei oppone resistenza, il primo a pagarne le conseguenze sarai tu!
Così dicendo, mi diede uno schiaffo in faccia che mi fece bruciare la guancia. Io non avevo modo di reagire.
Ada a quella scena supplicò di fermarsi, mentre io non parlavo.
Il tizio si girò verso Ada e le chiese: allora decidi…
lei piagnucolò di smetterla, ma per tutta risposta il tipo, mi diede un altro schiaffo a man rovescio peggiore del precedente.
Aspetto la risposta – Fece lui –
Ada impaurita disse che avrebbe fatto quello che volevano, gli altri sghignazzarono, ma io la pregai di lasciare stare, ma Ada piangeva e scuoteva la testa, non poteva sopportare di vedermi picchiato ancora.
Il capo mi mise un bavaglio in bocca. Io non avevo la forza di protestare, poi mi si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio:
hai visto la tua troia? Sono bastate solo due sberle per farla mostrare per quello che è! Ascolta a me, non perderci tempo, tu vieni picchiato, lei oggi si diverte…goditi lo spettacolo, sono sicuro che ti piacerà, come piacerà a lei!
Così facendo si allontanò da me che avevo avuto un moto di aggressione nei suoi confronti, pur non potendo fare molto, così legato.
Tutti e quattro si spostarono su Ada circondandola. Le tolsero la camicetta, strappandogliela e le tolsero il reggiseno. Il suo prosperoso seno era ora al vento alla mercè di quei bruti. Qualcuno fece qualche apprezzamento osceno, ma il capo li zittì:
hai fatto la tua giusta scelta, adesso sei la nostra troia! Spogliati!
Ada non oppose resistenza: si sbottonò ed abbassò i pantaloni e tolse le scarpe, restando in mutandine. aveva un corpo fantastico, e quei porci avrebbero abusato di lei…
Il capo la tirò per i capelli, facendola inginocchiare, si uscì il pene già eretto e le disse in modo secco:
Succhia, troia!
Lei dopo un primo timido rifiuto, vide uno dei tipi avvicinarsi a me e spaventata per le conseguenza di quel rifiuto perse il pene del capo in mano e iniziò a leccarlo e succhiarlo.
Il capò iniziò ad accompagnare il movimento di Ada, scopando la sua bocca e guardandomi mi disse: la troia ci sa fare con la bocca!
Tutti risero e si avvicinarono per avere la loro parte, anche se attendevano il loro capo, che continuava a scoparsi la bocca di Ada in maniera sempre più irruento, incitandola in maniera oscena: oh si così, brava, succhia troia, non smettere…
Ad un certo punto, notando l’eccitazione dei suoi compagni, sorrise e disse rivolgendosi a loro: un po’ di pazienza e sarà vostra. Io assistevo inerme a quello spettacolo, e per quanto quella situazione mi disgustasse, una parte di me, forse solo quella fisica era inspiegabilmente eccitata: guardare Ada spompinare un altro mi arrecava una inspiegabile eccitazione che non avrei immaginato!
Ad un certo punto il capo disse ad Ada: non smettere che sto per sborrare, bevi tutto! Sapevo però che Ada pur non disdegnando i rapporti orali, non amava ingoiare. Quindi sicuramente avrebbe sputato il tutto, se addirittura non si fosse fermata prima.
Dopo poco capimmo, dai versi del capo, che era arrivato il momento: lui tenne la testa di Ada con entrambe le mani e accompagnando con versi gutturali, le riempì la bocca di sborra. Ada non poteva sottrarsi, ma confidavo che avrebbe subito sputato il tutto. Ma il capo era assai più furbo di entrambi. Le chiuse il naso impedendole di respirare: e subito la minacciò che mi avrebbe fatto picchiare. Di fronte a quella situazione, vidi Ada ingoiare.
Non appena terminato, il capo la allontanò e rivolto ai suoi disse: divertitevi! Fottetela come vi pare è tutta vostra!
I suoi non si fecero ripetere la frase, si avventarono su Ada, sbattendola su un tavolo malmesso che si trovava li. Ada ora era in balia del branco, senza poter ne voler opporre resistenza, ognuno ne reclamava un pezzo per poter soddisfare la propria eccitazione e le proprie voglie più perverse.
Il capo mi si avvicinò e sussurrandomi mi disse: la tua troia sa succhiare bene il cazzo, e credimi la sborra le piace!
Io cercai di replicare, ma il mio tentativo era vano.
Divertiti a guardare come se la sbattono, sono sicuro che ti stai eccitando.
In quel momento mi sentii quasi colpevole come fossi un loro complice. Cercai di non far capire che in realtà aveva indovinato, ma lui continuò: lo so bene che vorresti unirti a loro per scopartela anche tu in maniera animale!
Aveva ragione. L’eccitazione stava prendendo il sopravvento sul disgusto. Ada era diventata una troia anche ai miei occhi! Anch’io ne desideravo un pezzo, anch’io volevo partecipare alla sua umiliazione.
I 3 ragazzi intanto si davano da fare. A turno violavano ogni buco di Ada, che non reagiva. Nel farlo la insultavano pesantemente dandole della troia e della puttana.
Due dei tre dopo qualche tentativo, riuscirono a penetrarla uno nella fica e l’altra nel culo, mentre il terzo le infilò il pene in bocca e iniziò a scoparla. I due si divertivano a sfondarla a turno, finchè non ebbero l’idea di provare a penetrarla entrambi contemporaneamente nella fica.
Il loro capo, divertito, commentava oscenamente il tutto: la tua ragazza è davvero una troia, guarda come la sfondano. Ti piace? Così facendo allungò la sua mano sul mio pene e lo sentì duro!
Mi sussurrò all’orecchio: ti piace, lo sapevo! Vorresti scopartela anche tu! Quasi quasi ti slegherei per farti partecipare.
Io ero confuso. Eccitato da quella situazione piuttosto che esserne schifato. Neanche la mano del capo mi dispiaceva, anzi mi dava un po’ di sollievo.
Il capo diede ordine al tipo che scopava la bocca di Ada di bendarla, cosa che prontamente lui fece. Dopo mi disse: ora sta a te, puoi partecipare anche tu, lei non lo saprà e tu godrai come non mai!
Io ero tentato, ma intravedevo anche la possibilità di reagire, illusione che durò poco, perché il capo mi disse: tu puoi anche scappare o ribellarti, ma intanto ti perderai questa gang, secondo ne pagherai le conseguenze o direttamente o indirettamente sulla troia! Così facendo estrasse il coltello.
Intanto i due che si erano divertiti a penetrare la fica di Ada contemporaneamente, provavano a prestare lo stesso servizio anche al suo culo. E non faticarono molto, prima di riuscirvi. Io ero quasi allibito, visto che Ada si era sempre rifiutata a rapporti anali.
Ma la cosa che mi colpì di più fu che a un tratto mi sembrò che Ada non fosse più un pezzo di carne passivo che i tre si contendevano, ma sembrava partecipare, anche se sommessamente, all’amplesso, ricevendone piacere. Mi concentrai ad osservarla e inizia a vedere come fosse lei, più che il tipo, a muovere le sue labbra lungo la sua asta, mentre si muoveva a ritmo, mentre gli altri due la scopavano. Non mi sbagliavo affatto: lei partecipava all’orgia e le piaceva!!! Partecipava e godeva come una troia!
Questo mi eccitò ulteriormente. Anche il capo se ne accorse e mi disse: vedi? La troia sta godendo. Le piace e si sta facendo una bella scopata con tanti cazzi solo per lei! Tu qui invece, resterai con l’asta dritta e dopo ti toccherà farti una sega e mentre lo farai penserai a quello che stai vedendo e ti rammaricherai di non aver partecipato!
Innegabile che avesse pienamente ragione. Cosa mi tratteneva? Ero eccitato ed era evidente. Ada dal canto suo non era più passiva, ma partecipava all’azione: era come vedere una gang in un film porno ma dal vivo e dove la protagonista era la mia ragazza.
Il capo mi tolse il bavaglio e mi uscirono immediatamente le parole: anch’io voglio fottermi la troia!
Lui rise, mi slegò ed io andai a reclamare un pezzo di Ada. La sua fica era libera, mentre i due si contendevano contemporaneamente il suo culo ed il terzo si lasciava spompinare. La penetrai e subito capii che le piaceva. Ero ancora più infoiato e la scopammo per diversi minuti con foga tutti e quattro. Era un idillio, sia noi che lei godevamo e continuavamo alla ricerca spasmodica di un piacere sempre più intenso.
Il primo a venire fu il tipo che Ada spompinava: le venne in bocca e questa volta, senza alcuna coercizione Ada ingoiò tutto! A turno gli altri che via via intendevano venire, lasciavano la loro occupazione per spostarsi sulla sua bocca e riempirla di sborra che Ada, senza protestare ingoiava di buon grado, …fin quando toccò a me. Fu a quel punto che il capo mi fermò. Io ubbidii come se fossi uno del branco, ormai sentivo di esserlo per quello che stavo facendo ad Ada ed anche perché subivo una sorta di dominazione da parte del capo, come ognuno degli altri presenti. Il capo, nuovamente con il pene eretto, si fiondò sul culo di Ada, iniziandola a sbattere con forza, mentre io scopai la bocca di Ada con la stessa irruenza degli altri, mentre tutti incitavano sia me a riempire la sua bocca che lei a succhiare il cazzo. Dopo poco venni abbondantemente, e anche a me Ada riservò lo stesso trattamento degli altri ingoiando senza nessuna protesta ogni goccia della mia sborra, mentre il capo, quasi estasiato da tutto ciò, venne copiosamente nel culo di Ada.
Finita l’eccitazione rimasi quasi intontito per quanto era successo ed ancora di più per quanto avevo fatto. Adesso capivo cosa avevo combinato. Ero diventato uno del gruppo come loro, e forse anche Ada ne faceva parte…
Il capo mi si avvicinò e mi disse: sono sicuro che vorresti che lo organizzassimo di nuovo!
Aveva maledettamente ragione, lo desideravo! Ero quasi nuovamente eccitato alla possibilità di offrire Ada al branco, di cui ero adesso parte integrante. Anch’io desideravo sottomettermi al capo.
Fu proprio in quell’istante che Ada si tolse la benda ed ebbe la conferma che anche io avevo partecipato… nonostante tutto non fece una piega, e il capo le disse: ti è piaciuto, perché anche se lo nascondi sei una troia!
Anche lei era ammutolita e si sentiva colpevole… ma i suoi occhi non potevano negare che anche lei aveva avuto piacere da quella situazione e capiva di essere esattamente come il capo la considerava: una troia!
Ci rivedremo, disse il capo, andandosene con i suoi amici e lasciandoci li pieni di interrogativi per quello che avevamo scoperto!

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