Into the White by Rebis [Vietato ai minori]




Into the withe.

Nel bianco. Un bianco vuoto, privo di forma o sostanza.
L’uomo aprì gli occhi. Il bianco era ovunque, abbacinante, assoluto, totale. Inglobava lo spettro dei colori, inghiottiva le domande e le risposte, fagocitava la sanità mentale di chi lo fissava troppo a lungo.
O meglio, avrebbe potenzialmente distrutto chiunque altro ma non lui. L’uomo fissò il bianco con la stessa ferocia con la quale questo attentava alla sua salute mentale. Sorrise ferocemente. Lui aveva attraversato l’inferno, era sceso abbastanza dentro sé stesso da scoprire che una piccola, minuscola scheggia di follia alberga in ogni essere umano.
Il bianco che vedeva era solo quella stssa scheggia ingigantita e non lo impressiona.
Non ha paura di qualcosa che già conosce. Solo chi non conosce sé stesso teme i suoi stessi abissi. Mera ignoranza. Da essa nascono superstizione e odio. E così la razza umana si nasconde sempre dietro a un dito, accampando come pretesa l’inesistenza di simili abissi. Lui sorride nuovamente. Tutte scuse: la verità era che nessuno voleva ammettere di essere come realmente era. Nessuno voleva realmente conoscersi ma tutti volevano conoscere tutto di tutti gli altri.
L’uomo sapeva che era solo un sogno.
Sapeva bene che quello era sempre il solito sogno, identico ogni volta. Eppure, pur sapendo che era un sogno, non riusciva a svegliarsi. Restava lì. A guardare la sua follia.
Da vicino.
Era seduto sui talloni, alla maniera di karateka prima del saluto.
Capiva anche perché: era la postura sicura da seduti, bilanciata, in equilibrio fisico e mentale. E davanti a lui, per contrasto, il bianco. Onnipresente, permeante, violento, brutale. Era osservato dal bianco. Quasi sezionato, come se ogni suo segreto più recondito potesse venirgli strappato.
Ma lui sorrideva ancora. Sapeva anche perché. Non aveva segreti da rivelare alla follia.
Non più.
Improvvisamente, attorno a lui calò il buio. Un buio avvolgente, nero come l’inchiostro. Il genere di buio che terrorizzava perché l’uomo aveva conosciuto il buio prima della luce e l’essere improvvisamente esposto al cambiamento tra l’uno e l’altra l’aveva segnato.
Segnato. Non spezzato.
Sorrise. Sapeva cosa verrà dopo. Era un copione che già conosceva.

Aprì gli occhi. Improvvisamente, senza una reale soluzione di continuità tra sonno e sveglia. Il soffitto bianco della camera lo guardò. Il letto matrimoniale era vuoto, con la sua eccezione della sua presenza.
Era vuoto da sempre. L’aveva preso tempo prima, sperando di trovare l’amore.
Aveva trovato delusioni, sfiducia, tradimenti, sesso ma l’amore, quello vero, se mai esisteva… mai. Mai Cupido si era degnato di centrarlo al cuore con una freccia, preferndo colpire il cervello e il pene. Beh, evidentemente Cupido non era un cecchino e preferiva i bersagli evidenti e ben visibili.
Inizialmente si era arrabbiato con l’universo, aspettando una risposta che non sarebbe arrivata mai, una donna che mai sarebbe giunta.
Poi c’aveva rinunciato. Paradossalmente aveva iniziato a fare quel che faceva. Un lavoro ingrato. Un mestiere che nessuno, mai, avrebbe voluto fare.
Il ripulitore.
Uscì dal letto sentendo l’aria fredda di gennaio assalirgli la pelle esposta, solo leggermente mitigata dai riscaldamenti. Non che gli importasse. Andava bene così.
Iniziò a fare esercizi appena sveglio. Non aveva granché di muscoli. La natura gli aveva negato l’aspetto predatorio e feroce per gratificarlo con qualcosa di diverso, di infinitamente migliore, secondo lui. Il suo corpo era quello che era. Da tempo aveva smesso di cercare di cambiarlo.
Ma la sua volontà, quella era forte, adamantina, inflessibile.
Quando il corpo fallisce, la volontà deve subentrare e non tutti ne hanno quanta ne serve in quei casi. Nemmeno i così detti maschi alpha.
Lui, paradossalmente, aveva la volontà ma non il fisico. Non che servisse.
Gli esercizi che faceva non erano solo ed esclusivamente fisici, c’era anche una componente mentale. Al ritmo dell’OM che aveva selezionato come brano, cantato per un ora a cadenza regolare nele sue due versioni, l’uomo continuò i suoi esercizi.
Terminati, si concesse la colazione. Succo di frutta multivitaminico e un integratore proteico. Colazione salutista per una vita non esattamente all’insegna della salute.
Che poi a lui non importava come potese apparire. Aveva iniziato ad abbandonare il futuro per muoversi verso il presente. Per rinascere bisogna morire.
E lui era morto. Tempo prima. Una vita per una vita, no?
O almeno la parvenza di quest’ultima. Terminata la colazione gettò tutto in lavastoviglie e fece paritre. Tornò in camera.
L’OM risuonava ancora, prima espressione dell’universo, sillaba primigena che ha originato il tutto dal niente. Lo ascoltò, cercando di assaporare il momento.
Si perse nell’attimo.
E rimerse un indeterminato tempo dopo. Nulla era cambiato.
Forse l’essere ancora lì era una punizione divina. Forse era una grazia.
Non lo sapeva. Non gli interessava. Sì vestì con rapidità. Infine prese quel che doveva prendere: chiavi, cellulare e un ultima cosa.

Il ventre molle della città. Oltre la luce dei grattacieli e dei cieli.
Laggiù buoni o cattivi, si era sottoposti a una scelta. Alla madre di tutte le scelte.
Inevitabilmente laggiù un uomo o una donna scopriva chi realmente fosse. Cosa fosse.
Laggiù lui c’era stato. Una vita prima, ogni volta che ci tornava, uno strano brivido, che non si era mai dato la pena di indetificare tornava a colpirlo.
Ma lui lo ignorava. Non ci badava, farlo avrebbe significato distrarsi e lui non se lo poteva permettere. Non più. Sicuramente non in quel momento. Aveva qualcosa di troppo importante da fare.
Camminò con calma, consapevole di ogni passo sul terreno.
Attorno a lui, graffiti, bottiglie di birra fuori dai cestini, macchine in male arnese. Gente che sembra uscita da qualche ghetto stereotipato. Pantaloni stracciati e vestiti da poco, facce da gente che ha visto l’inferno, come lui.
Ma anche facce tormentate… Appesantite, abbruttite dal peso di un passato che non se ne va mai. Per loro poteva anche provare una certa compassione e forse un certo grado di malcelato rispetto.
Per quello che doveva fare invece… Espirò. L’ossigeno abbandonò il suo corpo in uno sbuffo argenteo-biancastro, fondendosi con l’aria quella fredda mattina di gennaio.
Sapeva bene cosa doveva fare.
Estrasse dalla tasca un foglio. Un indirizzo scritto sopra.
Poche righe scarabocchiate oltre a quello: un nome e un cognome. Tra le virgolette, un nomingolo di sorta, uno pseudonimo.
Un nome da cartone animato, da film d’azione di serie Z.
Il vero nome era probabilmente più attendibile. Martin Priest.
Martin il Prete. Martin il Sacerdote. Martin l’officiante del demonio, il bastardo che aveva trascinato nel baratro moltissime persone. Forse un minuscolo ingranaggio. Forse no.
In ogni caso, era una metastasi cancerosa, parte del tumore che avvolgeva la città.
Ed era tempo che la metastasi smettesse di esistere.
Percorse la via. Notò come, nonostante fosse giorno fatto, alcune ragazze e anche donne, bianche o nere che fossero, affollavano il marciapiede, avvicinandosi alle auto o a passanti che parevano interessati.
Prostitute. Puttane, non per vocazione o scelta ma per necessità. Tutto quello che avevano era il loro corpo, tutto quello che potevano perdere… l’avevano già perso?
Forse.
O forse avevano ancora la vita. Per loro c’era ancora speranza.
Per altri, lui incluso, il tempo delle speranze era lontano. Trascorso ormai da tempo immemore. Per quelli come lui nessuna redenzione attendeva.
Solo la consapevolezza di aver ceduto a un impulso irrefrenabile, di aver fatto saltare le regole. In fin dei conti, anche se circondato dalla folla, lui era straniero nel mondo, così come ogni altro uomo. La differenza era che lui lo sapeva. Gli altri no.
Così come le prostitute. Esponevano poca carne ma movenze e linguaggio del corpo rendevano pIù che evidente il loro mestiere. Alcune, una bionda dalla carnagione pallida come il gesso e una che sembrava messicana, apparivano persino imbarazzate. Dovevano essere nuove del mestiere, costrette a farlo per fame.
Un’altra invece, un’asiatica ancheggiava e si muoveva come se il marciapiede fosse la sua personale passerella. Fece il filo a un paio di tizi e alla fine, confabulò con un bianco di sessanta o più anni. Soldi passarono di mani, mani passarono sul corpo della donna. I due iniziarono a camminare in senso opposto alla folla. Evidentemente a cercare un alcova in cui rubare istanti di mercenario piacere al tempo lui e lei a riscuotere i soldi che sapeva di dover pagare a qualche protettore. Le motivazioni non erano importanti: lui non condannava. Non aveva il diritto di giudicare. Non più.
Una nera, anche un bel pezzo di donna, per essere onesti, si avvicinò a lui, fendendo la folla con espressione arrogante. Viso ovale, il naso forse un po’ schiacciato, capelli crespi e sguardo luminoso. Trucco aggressivo e leggins con una giacca aperta su una maglietta leggerissima che sembrava esplodere sotto la pressione di due seni grossi come pomodori maturi. Lui la guardò. Lei ricambiò lo sguardo.
-Ehi, cerchi compagnia? 500 e puoi farmi tutto quello che vuoi, ogni cosa. Con o senza preservativo, davanti, dietro, entrambi…-, mise provocatoriamente una mano sul suo inguine, ottenendo una reazione che sconfinava nel priapismo. L’uomo per un istante accarezzò l’idea ma poi riprese il controllo.
-Purtroppo no. Ho un incontro con degli amici…-, declinò. Fece per scansarla ma…
La mano si strinse sul suo fallo inturgidito. Evidentmente quella nera non era una che si dava per vinta al primo rifiuto. Era tenace e questo poteva essere indice di disperazione o di reale lussuria. In ogni caso, lui sapeva che ora non aveva tempo.
-Puoi portare anche me al tuo incontro… Faccio tutto con tutti. Ho una sorella minore che non ha mai visto un cazzo… Voglio che tu sia il primo. Tu e i tuoi amici.-, disse lei.
Lui si sforzò di respirare. Era passato tempo, tanto dall’ultima volta che aveva potuto godere di una donna e ora quel meraviglioso fiore nero gli si offriva…
La tentazione c’era. Saliva come sentiva salire l’erezione. La stretta si strinse inpercettibilmente ma lui sentì la differenza.
-Allora, amore? Tutto quanto, tutto quello che puoi immaginare, e anche quello che forse non puoi… Tutto per 500. Anche per i tuoi amici.-, tornò all’attacco lei. Stavano parlando molto vicino, troppo, quasi abbracciati in una strada che pochi percorrevano.
-Come ti chiami?-, chiese lui.
-Lucy.-, disse lei, -Mia sorella si chiama Maya. Vedrai che…-, prima che ricominciasse, l’uomo le scrisse il suo numero di telefono e le diede una banconota da cinquanta.
-Non ora ma chiamami tra tre ore.-, disse. La nera sembrò quasi offesa ma si limitò a prendere i soldi, lasciando il glande avvolto nei pantaloni e infilarsi la banconota nella scollatura della maglietta.
-Ok, amore. Non vedo l’ora… Porto anche mia sorella?-, chiese la donna. Lui la guardò. Voleva davvero che venisse anche la ragazza? Non lo sapeva.
In quel momento la risposta non importava.
-Non so. Decidi tu.-, disse con un sorriso storto.
-Capito, amore. Ciao.-, disse lei procedendo oltre. Lui inspirò, cercando di calmare il cuore che galoppava impazzito. Quella donna era una bomba.
-E ora al lavoro.-, disse. Deviò in una stradina tra due edifici. Cercò di tornare concentrato. Il desiderio di poco prima non spariva facilmente ma lui si limitò a ignorarlo. C’era un tempo per tutto e quello non era il tempo per le fantasie erotiche.
Per vicine a realizzarsi che fossero.
Ed ecco l’indirizzo. Mise i guanti. Una catapecchia. Entrò, arrivò fino al primo piano dopo una rampa di scale. Non incontrò nessuno. Vide che c’era un tizio alla porta un bianco, uno come lui Stesso sguardo, vestiti stracciati e una pistola alla cintura bene in vista.
-Il capo è occupato.-, disse subito.
-Scommetto che per un vecchio amico troverà tempo.-, disse lui.
-Oh, e l’amico sei tu?-, chiese l’altro poggiando una mano sul calcio del ferro.
-No.-, anche la destra dell’uomo scese sino alla cintura del cappotto afferrando qualcosa.
L’espressione dell’uomo mutò in stupore. E poi in agonia e disperazione subitanea quando il Tanto gli aprì la gola. Sangue piovve a cascata, l’uomo comunque era già oltre. Aprì la porta, accompagnando nel mentre il corpo nella sua caduta.
Lui sospirò. Ecco ancora le voragini. Non bianche ma cremisi. Come il sangue sparso.
Era consapevole di percorrere una via che lo avrebbe condotto alla pazzia, che già lo aveva portato a perdere pezzi della sua sanità mentale. Ma sapeva anche che non si poteva continuare così. Se ogni autorità della città intendeva ignorare un simile problema, certamente lui non avrebbe più atteso. Avrebbe agito.
E agire talvolta implicava anche quello: sporcarsi le mani.
Ma ormai era così che doveva essere. Quel cancro doveva morire.
O lui o tutti gli altri.
Martin Priest era una metastasi, nulla di più. Ma una metastasi più grossa di altre, un agglomerato di cellule cancerogene in continua espansione.
E quella cellula andava asportata, oggi.
Scivolò nel corridoio. Sentì una voce. Controllò il bagno, libero, la cucina, libera.
Restava solo la camera da letto. Ovunque odore di cannabis. Normale, fin qui. Ma l’uomo sapeva che Priest non era dedito solo alla Maria… Era un devoto di un dio diverso e sbagliato. Eroina. Cocaina. Tutto quello che finiva con “ina” prima o dopo era passato per le sue mani. E c’era rimasto. Almeno finché non aveva passato quella dubbia benedizione ad altri. E altri c’erano già stati: un suo amico, l’uomo ricorda ancora, era morto malissimo per una dose di quella merda. Poi altri. Cadevano tipo mosche ma il governo se ne fregava. Il governo non metteva il naso in affari tanto piccoli.
Che i miserabili soffrissero pure!
Non solo: Martin Priest era anche un violentatore. Sei episodi di violenze carnali, sempre sospettato, sempre ritenuto coinvolto. Mai accusato. Protezioni in alto facevano sparire le prove, mettevano a tacere chi osava ribellarsi, scioglievano corpi e anime nell’acido.
Martin era il Male. Il sacerdote del demonio, se ne esisteva uno.
Ed era tempo che la sua omelia finisse.
Si accostò al battente della camera da letto. Le voci divennero più chiare. Una era maschile, profonda e tipica degli afroamericani. Evidentemente era lui. L’altra era di una ragazza, giovane. Avrà avuto appena diciotto anni o forse anche solo diciassette.
A giudicare dal timbro era nera anche lei. Socchiudendo appena la porta appoggiata, gettò uno sguardo nella stanza.
-Allora? Ne vuoi?-, chiese Martin. In una mano aveva una busta di coca. La ragazza, lineamenti fini, nasino leggero, capelli corti radunati in tanti dreadlocks, annuì muta.
-E allora dove sono i miei soldi?-, chiese lui. Il tono era cambiato.
-Io… Lo sai, lavoro poco.-, disse la ragazza.
-Tu non lavori! Tu non fai niente! Te ne vai in giro con quattro tue amichette a fare la splendida! Sei una stupida!-, l’ira del nero sembrava essere esplosa. La ragazza sembrò voler ribattere ma si fermò. L’uomo si chiese se l’avesse notato. Lei poteva vederlo, Martin invece era girato di spalle.
-Ma io sono buono.-, disse lui. Lei lo guardò, l’uomo provò un moto di disgusto.
Martin Priest buono? Più probabile che gli asini volassero!
-Ti darò la dose, gratis.-, disse. Lei sembrò illuminarsi di sorpresa e felicità.

L’uomo odiò quel momento, odiò Martin e odiò quella bustina. Ecco un’altra anima che va a perdersi per così poco… Era stanco. Stanco di vedere la gente che crollava in quel modo. Ne era stufo marcio. Prima di Martin Priest aveva eliminato un protettore che bazzicava un’altra zona di quella desolata periferia della decadente civiltà umana e due tizi che avevano commesso l’errore di aggredire una ragazzina.
Ogni volta aveva ceduto un pezzo della sua anima. Ogni volta si era raccontato di star facendo la cosa più giusta. E ogni volta, in cuor suo, aveva saputo che lui non era un buono. Era come Priest, con una differenza: sarebbe andato all’inferno sorridendo e sfidando il diavolo a dirgli che aveva agito per mero egoismo perché la verità era un’altra. Aveva agito per stanchezza. Pura e semplice.
Il Governo non aveva fatto nulla, la polizia che pattugliava quelle strade sembrava aspettare solo che finisse il turno. Una volta li aveva visti lasciare due tizi a picchiarsi finché uno dei due non aveva smesso di respirare, svenuto per le botte e un calcio alla testa. Era stato lui a chiamare l’ambulanza.
Dio non avrebbe fatto nulla. Non per alterigia. Non c’era più un dio. Non c’era più nulla. Nulla se non quella consapevolezza. Gli uomini erano lasciati a sé stessi, abbandonati a cercare di crearsi il destino che volevano.
E in questo, quelli come Priest si erano imposti: avevano preso il sopravvento, scalando montagne di cadaveri e decadenza. Schiacciando i deboli e i bisognosi.
E lui? Lui si era seduto, a guardare, a saziarsi di quell’orrore. Finché non si era deciso a fare qualcosa. Finché il suo amico non era stato ritrovato morto in un parco della città perbene, quella coi soldi. Nessuna indagine, nessuna commemorazione, niente. Un funerale di cinque persone in tutto. Un prete svogliato, forse anche lui stanco di osannare un dio che non da segno di esserci.
Era stato dopo il funerale, dopo aver assistito all’ennesimo furto, che aveva agito.
Aveva rincorso lo scippatore, neutralizzandolo dopo un breve combattimento e aveva riportato la borsa all’anziana signora che l’aveva riempito di complimenti.
E lì aveva capito.
Sino ad allora aveva vissuto così, come a cercare di essere un mantenitore di pace. Tra i suoi amici, tra la gente di quel paese, tra gli estremi opposti di sé.
Ma dopo quel giorno… Aveva deciso che il mondo non aveva bisogno di pace.
Non aveva bisogno di apparire pacifico.
Aveva bisogno essere giusto, o quantomeno non così ingiusto da permettere a cose del genere di succedere. E lui sarebbe dovuto diventare giudice, giuria e boia.
Il male dilagava nella periferia sino a sfiorare la metropoli ma a nessuno era importato. Tutti preferivano guardare la nuova soap-opera appena uscita, tutti si sgolavano per Rihanna o Eminem, tutti aspettava l’uscita del nuovo film, tutti tiravano avanti, vivendosi addosso. Proprio come lui.
Solo che lui lo aveva capito. Allora si era equipaggiato. Pistola silenziata, guanti, cappa impermeabile, Tanto forgiato sul modello giapponese di un pugnale che i Samurai usavano per aprirsi il ventre, per salvare l’onore. Poi si era allenato. Aveva forgiato mente, corpo e spirito sino al momento in cui non era sceso in strada.
E aveva preso a indagare, passando giorni interi a fare domande, a sosperttare, a chiedere. Per poi trovarsi davanti il primo bersaglio mentre picchiava una ragazzina anoressica il cui unico errore era stato voler dare del denaro a una madre che stava morendo di cancro. E non aveva avuto pietà.
Fanculo i buonisti, i sostenitori dei fottuti diritti. Tutti bravissimi però: nessuno stava più considerando i doveri dell’Uomo. Verso sé stesso e gli altri. Doveri che lui non aveva dimenticato né voleva dimenticare.
Uccise quell’uomo. Non fu rapido, non fu pulito.
Ma fu l’inizio. Per due giorni assorbì il colpo. Rischiò la follia quando si rese conto di quanto in basso fosse caduto. Poi sorrise.
E i sogni iniziarono. Ma se dopo il primo si svegliava col cuore a mille, dopo il secondo sapeva già di star sognando. E guardava il bianco in occhi che vedeva solo lui, specchi della sua follia.
Non era migliore degli altri. Per un cazzo. Ma era sicuramente più sincero degli altri.

Impugnò il Tanto, si preparò ad entrare. La ragazza sorrideva. Fece per prendere la busta.
-Eh, ho detto gratis, non che non mi devi nulla. Inginocchiati!-, il tono dell’uomo era cambiato di nuovo. La busta rimase fuori dalla portata della giovane nera. E subitaneo fu il cambiamento negli occhi della ragazza.
L’uomo trattenne un grido. Trattenne la voglia di irrompere. Doveva restare lucido!
Martin era muscoloso il doppio o il triplo di lui. Se avesse saputo che stava per essere aggredito avrebbe potuto potenzialmente ucciderlo. Certo, lui aveva un arma ma Priest avrebbe potuto schivare, usare la ragazza come scudo, o tirare fuori un coltello da quelche parte. Doveva attendere ancora un istante. Spinse appena la porta, allargando l’apertura. La ragazza non lo vedeva. Non poteva ora.
Meglio così.
-Beh?-, chiese Martin Priest con un tono annoiato ed arrabbiato ad un tempo.
-Io… non l’ho mai fatto.-, disse la ragazza.
-Ah, capisco. È facile. Devi sbottonarmi i calzoni tirarmelo fuori. Poi lo succhi, come quando da bambina succhiavi il latte dalle tette di tua madre.-, disse lui fingendo comprensione. Lei tentò, si sforzò di farlo. Riuscì ad aprire i calzoni ma quando evidentemente si trovò davanti il membro del pusher, chiaramente non riuscì a proseguire.
L’uomo capiva. La ragazza non era piegata. Aveva ancora un rimasuglio di dignità.
Priest sembrava molto meno lieto della cosa. Le afferrò la testa con una mano come a volergliela spappolare. La ragazza si lasciò sfuggire un gemito dolente che divenne un grido quando lui intensificò la stretta.
-Allora, puttanella? Vuoi prenderlo il bocca sì o sì? Apri quella bocca!-. Improvvisamente Martin estrasse una pistola. Piccola, una Derringer. Un revolver minuscolo quasi più da collezione che altro. Eppure, era pur sempre un arma da fuoco. La puntò alla testa della giovane. Armò il cane. Lei si mise a piangere.
-Puoi fare in due modi, troietta. O mi dai quello che voglio e io ti do la dose o ti sparo in testa. Hai fino al tre per decidere.-, disse. La ragazza ora piangeva proprio. Ciò nonostante si fece forza e con una mano, prese ad accarezzare l’asta del pusher.
-Bene. Ancora non ci siamo, però. Uno.-, disse Priest. Sadico. Godeva del potere di vita e morte che aveva su quella ragazza tanto quanto avrebbe potuto godere del sesso.
Lei cercò d’impegnarsi di più, cercò di frenare le lacrime.
-Due.-, disse lui. Lei implorò qualcosa.
Il tre non arrivò: l’uomo attraversò la sala con rapidità. Priest si voltò ma assorto com’era in quel momento la sua difesa fu pressoché inesistente. Il Tanto invece trapassò il collo dell’uomo come fosse stato in cartone. Affondò fino alla guardia.
L’agonia del pusher fu stranamente breve, persino per una ferita simile. Evidentemente qualche sostanza gli aveva accelerato il battito cardiaco perché morì dissanguato in un tempo rapidissimo.

La ragazza lo guardò. Era terrorizzata oltre ogni dire, spaventata che lui potesse uccidere anche lei. Lui alzò una mano, come a volerla rassicurare. Poi pulì la lama sulle vesti dell’ormai morto Martin Priest. Il Tanto tornò nel fodero dopo aver bevuto il sangue.
-Chi sei?-, chiese la ragazza. Come risponderle? Che era un uomo come quello che aveva ucciso? Che era un assassino? Che era un giustiziere?
Non lo sapeva. Si limitò a guardarla.
-Non prendere quella roba.-, disse indicandole la cocaina che lei stringeva in mano.
La ragazza improvvisamente sembrò tornare ad aver paura.
-Uccide. Credimi. Hai visto cosa voleva lui in cambio. Di gente che scende a compromessi per quella merda ce n’è già troppa.-, disse lui.
Lei lo guardò ancora.
Lui pensò che era già stato lì troppo a lungo. E in ultima analisi non stava a lui essere il guardiano di quella ragazza. La vita era la sua. Si voltò.
-Aspetta!-, esclamò la giovane. Si fermò. Non la guardò in faccia. Non poteva.
-Grazie.-, disse lei. Grazie. Una parola che aveva sentito così tante volte nella sua vita. Erano anni che la sentiva. Anni che quella parola era diventata sterile, come morta.
Ma grazie a quella ragazza e a molte altre persone, quella parola ora era qualcos’altro. Di meglio. Detta senza consapevolezza, per mero rito, era sterile e vuota.
Detta con gratitudine vera, diventava cibo per l’anima, un goccio d’acqua nel deserto.
Lui annuì con un cenno del capo. Poi uscì.

Tornò a casa con calma, aveva fatto tutto quel che doveva.
Non aveva lasciato impronte di sorta ed era stato attentissimo a non calpestare le macchie di sangue fresche o no che fossero.
Arrivato a casa si sedette al tavolo. Depose il Tanto e i guanti. Non aveva usato la pistola. Non ne aveva avuto motivo. Inotlre odiava usare quell’arma. Le armi da fuoco non le sentiva sue da molto tempo. Pulì metodicamente la lama dell’arma e gettò i guanti in lavatrice. Così facendo avrebbe evitato qualunque incriminazione. Questo unitamente al fatto che aveva raccolto i capelli in uno chignon alla maniera dei samurai, evitava in genere di lasciare tracce sul luogo del delitto.
E lui era lì, sul ciglio dell’abisso.
A continuare a combattere una guerra che nessuno aveva il coraggio di riconoscere.
Sospirò. Aveva eliminato Priest, mondato una parte, per quanto infinitesimale del tumore. A cosa sarebbe servito? Un altro avrebbe preso il suo posto. Certo, quello era sicuro perché Martin Priest era sicuramente solo l’officiante di un culto votato a una divinità immortale, insita nella natura umana.
E gli dei non muoiono.
Allora a cos’era servito? A dargli pace? A illudersi di aver fatto qualcosa di utile?
Scosse il capo. No, doveva essere servito a qualcosa. DOVEVA!
In preda alla rabbia e alla frustrazione colpì il tavolo con un pugno. Il dolore gli restituì lucidità. E la lucidità gli fornì una risposta.
Era vero: Priest era morto e un altro sarebbe arrivato ed era inevitabile.
Ma per un po’, per poco tempo, ci sarebbe stato quel vuoto.
La possibilità per tutti coloro che avevano sofferto a causa di quell’uomo di tirare il fiato.
Era già qualcosa. Era già abbastanza.
il telefono squillò. Numero sconosciuto. Aprì la comunicazione.
-Pronto?-, chiese.
-Hai finito il tuo meeting?-, chiese la voce della nera che aveva avuto modo di conoscere poco prima. A quelle parole sentì un erezione fulminante salirgli.
-Certo, anzi, credo di dover scaricare la tensione… Se capisci cosa intendo.-, la risata della nera gli fece intuire che capiva. Perfettamente.
-Capisco benissimo tesoro… Vengo io da te o vieni tu da me?-, chiese. Non perdeva tempo. E perché avrebbe dovuto?
Lui rifletté. Meno persone vedevano il suo eremo meglio era per lui.
Ma dopotutto, lei era solo una visitatrice occasionale.
Non ci saebbe stata una seconda volta, no? No.
-Vieni tu da me.-, decise. Lei rise, probabilmente senza reale gioia.
-Sono al numero 21, xxxxxxx xxxxxx. Suona al campanello senza nome.-, disse lui.
-Ok. Arrivo.-, disse lei. Click. Fine della comunicazione.
Lui posò in telefono.

Si fece una doccia e attese. Il citofono suonò venti minuti dopo la fine della loro conversazione. Quella donna aveva fatto in fretta.
-Sono io, Lucy.-, disse infatti al citofono la voce già nota.
Lui sorrise e le disse il piano a cui doveva recarsi.
Lei arrivò qualche istante dopo, sorridente, vestita come quando gli si era presentata, profumava di femmina e tentazione oltre a una spruzzata di un profumo da donna che non sembrava esattamente dappoco. Non ci voleva un genio per capire che certamente il suo lavoro le fruttava non poco.
-Ciao.-, disse. Entrò e si tolse le scarpe col tacco parecchio alto. Senza era alta praticamente come lui. L’uomo si stupì di quanto fosse bella. Le sorrise.
-Ciao. Scusa, oggi ero molto indaffarato.-, disse.
-Tranquillo, tesoro. Cose che capitano. Mia figlia oggi si è sentita male, quindi ci sono solo io.-, disse con un sorriso. Intanto aveva preso ad accarezzargli con insistenta il non proprio indifferente membro che sporgeva attraverso i calzoni.
-Cosa vuoi che facciamo tesoro?-, chiese Lucy con un sorriso lascivo.
-Credo sia più corretto che io ti chieda cosa non fai.-, disse lui con un sorriso sornione.
-Scaty e giochetti vari con la merda sono fuori questione e stesso dicasi per il pee. Per tutto il resto… Non c’è limite.-, sussurrò lei. Ormai parlavano faccia a faccia. L’uomo dominò l’eccitazione e l’impulso di baciare quelle labbra così belle e piene come un fiore carnivoro. La voleva. La desiderava tantissimo.
-500 e ti faccio vivere la notte migliore della tua vita.-, sussurrò lei.
-Affare fatto.-, sussurrò lui con un sorriso.
La baciò. Lei contraccambiò. Lui iniziò a esplorarle la bocca con la lingua mentre le labbra si avvicinavano, assaggiavano, suggevano, separavano.
Il bacio divenne lungo, quasi selvaggio. Era ovvio che anche lei ci prendesse gusto.
Intanto si erano spostati lungo il corridoio. Per pura e semplice inerzia erano arrivati barcollando e baciandosi sino alla sala da pranzo.
La maglietta della donna cadde a terra, rivelando un seno costretto in un top che implorava libertà. Lei gli tolse la maglia, Lui le vezzeggiò i seni dopo averli liberati dal top. Grossi e coi capezzoli enormi, scuri e appuntiti. Resistette per qualche istante alla tentazione di leccarli.
Poi cedette, e incominciò a leccare e accarezzare quei seni così perfetti. La donna mostrò di apprezzare quel trattamento con un sospiro e dei gemiti di crescente eccitazione.
Sì sentì il pene come una sbarra di ferro.
Lucy sembrò intuire la cosa e gli abbassò i pantaloni e le mutande. Il suo membro eretto svettò davanti alla bocca della nera inginocchiata come davanti a un idolo. In adorazione.
Fu solo un istante e il pene dell’uomo fu fagocitato dalla vorace bocca della donna che prese a succhiarlo. Lui strinse i denti, impedendosi di venire. Non voleva che finisse subito. Non così presto!
Lei capì, si fermò, diminuì la pressione delle labbra sul pene, stringendo le dita alla base del cazzo per impedire un eiaculazione imminente. Respirando, l’uomo tentò di controllarsi. Era passato troppo tempo dall’ultima volta. Un eccitazione fuori norma era comprensbile. Fece alcuni respiri profondi.
Lucy, comprensiva, lo guarda aspettando. Sorrise. Quando lui le sembrò pronto, lei ricominciò. Stavolta con la lingua. Solleticò i testicoli, salendo lungo l’asta sino al glande. Lentissima tortura a cui lui non avrebbe voluto mai sottrarsi.
Lei lo riprese in bocca, iniziando a leccare il glande esposto e il meato con la lingua.
Intanto Lucy si toccava con voluttà, immergendo una mano nei leggins. L’uomo comprese che non poteva non restituire il favore.
La fece alzare, riprendendo a baciarla. Ora la sua bocca sapeva anche di lui. Lucy si lasciò abbassare i leggins, scoprendo un perizoma ridotto ai minimi termini.
L’uomo si fermò un istante a guardarlo. Era bellissimo.
Non ebbe il tempo di ammirarlo: la nera se lo sfilò con un movimento rapido come il pensiero. Ora mostrava un pube rasato, un monte di venere scuro come l’inchiostro.
Il desiderio assalì l’uomo e anche lei non ne sembrava proprio immune.
-Vuoi un po’ di cioccolato, amore?-, chiese lei. Senza aspettare la risposta si sedette sul tavolo e spalancò le gambe esponendo una vulva scura e pronta a essere degnamente onorata. L’uomo vi si fiondò con bocca, dita e lingua.
Lucy inarcò la schiena e il collo sentendo la bocca dell’uomo baciare quella sua alcova così segreta che andava scaldandosi. Era bello il sesso orale, peccato che pochi avevano ancora voglia di concederle o concedersi simile piacere nell’esplorare la sua figa. I più avevano paura dell’AIDS o di tutte le altre malattie. Quell’uomo invece…

…Vi si gettò dentro senza ritegno, assaporando quella perla nera e rosata con ogni senso.
Era passato un tempo incalcolabi dalla sua ultima volta e quel fiore lo tentava troppo.
Se all’inizio aveva cominciato con l’accarezzare la pelle scura delle grandi labbra con un dito, dopo poco passò all’accarezzare lentamente l’apertura tra le due, come in attesa che fossero quelle stesse labbra a schiudersi per farlo entrare. Dopo pochi istanti fu accontentato e la falange del suo indice destro entrò scivolando in un territorio caldo e umido. La nera gemette di piacere sentendo quel dito entrarle dentro. L’uomo si chinò e leccò le grandi labbra mentre il dito usciva quasi completamente per poi rientrare. Lentamente. Quasi una tortura.
D’altronde anche lei aveva torturato lui in un modo molto simile fino a pochi istanti prima.
Il ditro rientrò per la seconda volta. Stavolta era grandemente aiutato dall’umidore della vulva di Lucy che non faceva mistero di quanto quel trattamento le piacesse.
Intanto la lingua e la bocca dell’uomo avevano preso a cercare il clitoride della donna.
Lei gemette un po’ più forte quando la lingua di lui lo trovò. Comprendendo di aver trovato quel bocciolo di piacere, lui lo strinse tra le labbra.
-Così…-, sussurrò lei. L’uomo alzò appena la testa. Aveva gli occhi chiusi e sebbene seduta sembrava galleggiare sul piacere, oltremodo sorpresa dal godimento di quelle carezze. La sua espressione era l’espressione del piacere. Non al suo apice ma quello ci sarebbero arrivati. Avevano tutta la notte.
Il dito uscì improvvisamente e totalmente con un rumore umido. Lucy sembrò protestare con un rumore indefinibile. Poco dopo però fu sostituito.
Dalla bocca dell’uomo. Lui iniziò a leccarle la vulva, aiutandosi con le dita, assaporando gli odori forti di quella vagina così diversa da tutte, appartenente a una donna diversa da molte. Divaricò le grandi labbra con le dita, per andare a lecca l’incarnato rosato e le piccole labbra. La sua lingua si bagnò dei succhi di piacere che ormai quella meravigliosa cavità secernava. Lui desiderò perdervisi per un istante, annullarsi e dimenticare tutto.
Lei gli poggiò una mano sulla nuca, spingendogli dolcemente la testa contro la vulva.
-Così… Continua…-, evidentemente pochi l’avevano gratificata di una simile esperienza orale. Lui fu ben lieto di proseguire alternando baci a colpi di lingua, carezze sull’interno coscia a piccole penetrazioni con le dita. Il tempo si frammentò, dissolvendosi nell’infinito presente. Un momento privo di collocazione temporale. Per quanto lo riguardava, non aveva rimpianti. Improvvisamente, mentre due dita le scavavano dentro, lei lanciò un urletto roco e le pareti della vulva si strinsero su quelle dita. Un primo orgasmo.
Lucy aveva goduto e lo guardava con un sorriso, un sorriso, l’uomo lo capì, non completamente appagato.
Lui tolse le dita da dentro di lei, facendo stillare qualche gioccia del suo piacere sul pavimento. Aveva ancora il pene duro come la pietra. La desiderava. E lei sembrava desiderare ancora lui.
Poi però gli occhi di lei si fissarono su un oggetto, in un punto olre la sua testa, alla sua sinistra. L’uomo seguendone lo sguardo capì cosa lei stesse guardando. Il Tanto.
Quello che non aveva messo via. Quello che aveva usato per uccidere Martin Priest.
Lei si alzò dal tavolo, improvvisamente diversa. L’uomo non capì. Instupidito dall’estasi e dalla prospettiva del piacere non comprese finché lei non arrivò al pugnale e afferrandolo per il fodero, lo esaminò. Improvvisamente però, tutto gli fu chiaro.
-Sei stato tu…-, sussurrò lei. Lui comprese improvvisamente chi aveva davanti.
-Sei stato tu a salvare mia sorella da quel porco bastardo.-, sussurrò lei ancora.
Sentendosi svelato più di quanto già non fosse, l’uomo si levò calzoni e mutande, avanzando sino alla donna nuda che teneva in pugno la sua arma.
-Lei è arrivata a casa dicendomi che qualcuno aveva ucciso Martin Priest. MI ha raccontato tutto. Non pensavo fossi tu, credevo fosse un regolamento di conti tra mafiosi ma…-, i suoi occhi si posarono su di lui, come a volerlo sezionare.
-Tu chi sei?-, chiese lei.
-Materiale danneggiato. Un uomo macchiato dal peccato, dalla sfiducia. Un samurai senza padrone. Tutte queste cose e nessuna allo stesso tempo.-, disse lui. Mise una mano sul Tanto, come a volerglielo togliere. Lei non lo mollò ma neppure strinse la presa.
Erano l’uno accanto all’altra. Nudi. Sentiva sulla sua pelle il calore del corpo di lei.
L’eccitazione montò di nuovo ma lui la trattenne. Capiva pienamente. Guardò la donna negli occhi. Pozzi neri, abissi di tenebra che si scrutavano reciprocamente.
Un lungo istante passò su di loro.

-Se vorrai andartene capirò.-, disse lui. Ecco. L’aveva detto. Ma era giusto così.
Era il solo abitante in un posto tenebroso e senza luce. Quella donna aveva varcato il confine. Ma d’altronde perché fargliene una colpa? La sola responsabilità era la sua.
Ed era giusto che lei se ne andasse, se voleva. Perché avrebbe dovuto voler restare?
Lui non era un eroe. Era un assassino. Un pazzo. Un disperato.
-Scusa?-, chiese lei. I loro occhi non si erano mai staccati.
Lui credette che lei non avesse capito ma lei semplicemente lo baciò. Fu un bacio lungo, pieno. Lui sentì il suo corpo aderire a quello di lei, le loro labbra sfiorarsi, i suoi capezzoli sfregare contro i seni della nera, il sesso eretto di lui toccva il caldo pube di lei.
-Sei l’uomo che ha salvato mia sorella da un destino peggiore del mio.-, disse lei una volta finito il bacio, -Non pagherai niente. Fammi quel che vuoi. È il minimo…-.
Lui ci mise un istante a metabolizzare quella frase.
Poi la baciò di nuovo, lingua in bocca, una mano sul seno, il cuore a mille o più.
La mano della donna accarezzò lascivamente il fodero del Tanto prima di abbandonare l’arma alla mano dell’uomo e, prendendolo come al guinzaglio, per il pene, lo condusse sino alla camera da letto. Riposto il Tanto su uno scaffale vicino, lui la adagiò sul letto, seguitando a baciarla e accarezzarla, ricambiato da lei. Tempo di andare al sodo. Si mise tra le cosce della nera mentre lei si accarezzava la figa con una mano mentre indugiava sui seni con l’altra. Sorrise.
Anche lui sorrise. Aiutandosi con una mano guidò l’erezione sino all’apertura della vulva.
Pregustò il momento, sentendo quelle labbra aprirsi lentamente, invitarlo a entrare, a possederla, a farla sua. Invitarlo a godere.
Spinse. Lucy afferrò le lenzuola con un gridolino deliziato. Entrò sino in fondo, sentendo le pareti delle viscere della donna accoglierlo. Lui si distese sopra di lei.
Impose il ritmo mentre le bocche si univano, le mani si univano, i sessi si univano.
Le gambe della nera si avvinghiarono ai suoi fianchi. Un invito a entrare ulteriormente.
D’un tratto si trovò sotto di lei, con lei che lo cavalcava lieta e selvaggia, emettendo versi inumani. Si accorse che gli stessi gemiti, gli stessi grugniti, le stesse espressioni di piacere uscivano dalla sua bocca.
Improvvisamente lei si sfilò, stringendo alla base del pene con una mano. Si mise a pecora. Per l’uomo era qualcosa che ancora mancava al suo repertorio. Sorrise.
-Prendimi così… Lo sento meglio dentro.-, disse lei guardandolo con desiderio puro.
Lui eseguì. Si mise dietro di lei dopo che lei gli baciò il pene come a voler gustare i loro sapori misti. Lei divaricò le natiche. Vedere la vulva da lì era difficile ma non impossibile.
Le entrò dentro.
-Aaahhh, sì… Lo sento fino in pancia! Così!-, eccitato da quella confessione l’uomo le afferrò i capelli come a farne delle redini per domare la puledra che aveva davani. Con una mano scivolò lungo il suo addome sino a incontrare la forma di un seno.
Lucy godeva. Non fingeva, si vedeva bene. Persino uno come lui lo capiva.
Lui stava per godere e lo sapeva.
Lei sembrava star affogando nel suo secondo orgasmo. Lui uscì di poco, lei sembrò quasi implorarlo di continuare. Lui l’accontentò infilandosi dentro di lei per qualche centimetro.
-Mi piace… Mi piace tanto amore…-, amore. Una parola a cui lui non aveva più diritto.
Era quasi certo che Lucy la dicesse a tutti i suoi clienti ma perché giudicarla.
-Vienimi dentro… Riempimi di sborra, farciscimi per bene!-, il linguaggio di lei stava diventando più scurrile, la sua vulva sgocciolava sul copriletto. Il suo respiro si misurava in ansimi, come se non riuscisse a raccogliere abbastanza ossigeno.
-Vienimi dentro…-, sussurrò lei ancora.
-Agli ordini.-, sorrise lui. Accelerò il ritmo. Lei sembrò stare al gioco ma sicuramente non era da meno. Lui affondò sino alle palle e si sentì risucchiato. Un grido più simile a un ruggito che a un grido umano lo informò che la sua compagna aveva goduto per la terza volta. Lui resistette esattamente altri due secondi prima inondarla di sperma.
Crollarono esausti sul letto.
L’uomo si sentiva come galleggiare. Fluttuava in uno spazio e un tempo in cui bene e male non esistevano. Non esisteva piacere o dolore, vita o morte. Chiuse gli occhi, come svenendo. Ritornò in questo mondo minuti o ore dopo.
Lei era ancora lì, sdraiata accanto lui, ad accarezzargli il petto con una tenerezza indicibile, gli occhi pieni di soddisfazione, un sorriso di felicità sulle labbra piene.
-Sei stato incredibile, tesoro… Sono venuta tre volte.-, sussurrò. Ora parlare a lui pareva sacrilego eppure una risposta ci voleva. Baciò le labbra che avevano assaggiato il suo piacere con le sue, ancora pregne del piacere di lei.
-Avresti davvero portato anche tua sorella?-, chiese lui.
Lei divenne seria. Il suo viso mutò espressione.
-Dopo quel che è successo, dopo Martin Priest… No. Ho sbagliato anche solo a pensarlo. Lei merita altro.-, disse Lucy dopo qualche minuto.
-E tu? Perché fai questo lavoro?-, chiese l’uomo. Improvvisamente voleva conoscerla un po’. Come se durante l’amplesso non l’avesse già conosciuta a sufficienza.
Ma la conscenza del corpo è una cosa…
-La mia prima volta è stata a quindici anni, con un lontano cugino. Mi è piaciuto tanto. Poi da lì ogni settimana dovevo farlo, ogni settimana, in ogni posto. Era una droga. Ma poi… Poi i miei mi hanno sbattuta fuori di casa. Niente lavoro, molti fidanzati violenti e alla fine ho scelto di fare questa vita. Finché non sono rimasta incinta. E ora questo è tutto quel che ho. Mia figlia… lei non sa quel che faccio. Pensa che io lavori da qualche parte come commessa. E io glielo lascio credere.-, sussurrò lei. Lui capiva.
Lucy sospirò.
-Ma a te piace questa vita?-, chiese lui. Lei annuì.
Lui pensò che forse non fosse vero ma che diritto aveva di intavolare una discussione del genere? Nessuno. Ognuno è artefice del suo destino, no?
-Hai da fumare?-, chiese lei con un sorriso.
-Purtroppo no. Ho da bere, se vuoi.-, disse lui. Lei annuì. Lui si alzò lentamente. Sentiva le gambe molli. Zampettò sino in cucina.
Aprì uno scomparto. Sentì dei passi dietro di sé.
-Cosa preferisci? Rum cubano? vino? Birra?-, chiese lui voltandosi
-Del rum, se puoi con della coca cola.-, decise lei. Lui annuì e due secondi dopo le servì un coca e rum. Lui si versò due dita di vino.
Lei si sedette su una delle sedie al tavolo della cucina. Lui la guardò. Nuda, bella come una dea, statuaria e con filamenti di umori che le colavano dalla vulva. La femmina.
Bevve un sorso mentre lei buttò giù un terzo della bevanda in un’unica volta.
Quegli alcolici appartevano al suo passato, a quando, tempo prima vi aveva trovato rifugio e sollievo, prima di decidere di essere qualcos’altro.
Era ben lieto però di condividerli con Lucy.
Si sedette sulla sedia accanto a lei.
-Molto buono, tesoro. Hai gusto…-, sussurrò.
-Ce l’ho?- , chiese lui con un sorriso.
-Mucho… E non solo nel scegliere il da bere.-, disse lei. Lui si accorse che l’erezione stava montando di nuovo.
Guardò un orologio, erano la una e quarantasei.
La nera notò il pene che stava inturgidendosi alla sua sola vista.
Gli sorrise salacemente. Aprì le gambe come a mostrare ancora la rosa del suo piacere.
Anche lui sorrise. Perché no?
-Non so neanche come ti chiami…-, sussurrò lei avvicinandosi a lui, si protese e sfiorò le sue labbra con un bacio.
-Non ho un nome da molto tempo.-, sussurrò lui. Stavolta fu lui a protendesi a baciarla.
-Hai salvato mia figlia. Dovrai pur averne uno…-, insistette lei. Prese un altro sorso di rum e cola. Lui finì il vino. Si sentiva la testa vuota. Un solo punto del suo corpo era ancora pieno, a dispetto di tutto quanto.
-Beh, da tempo ho rinunciato ad averne uno. Per quello che faccio è meglio così.-, disse lui. Le aveva già rivelato molto. E lei era già arrivata molto più lontano di quanto lui avesse mai permesso.
-Sei uno stallone.-, mormorò lei alzandosi. Era eccitata, si vedeva. E anche lui.

Lucy gli si sedette in grembo, impalandosi sul suo membro eretto.
-Aaaahhh!-, gemette. Se lo doveva star sentendo tutto. La sua faccia esprimeva una goduria come poche. Anche a lui piaceva. Non avrebbe voluto mai staccarsi da quella posizione. Sentiva le mucose calde di lei aspirarlo, come mungerlo. Sorrise.
Si baciarono di nuovo, le lingue a intrecciarsi e lottare come per un predominio impossibile. Ma salvo i baci e le mani di lui sui seni di lei e le unghie di lei nella schiena di lui, i loro corpi erano immobili, come in attesa di un segnale.
Nessuno faceva una mossa. Lui desideroso di prolungare quel momento paradisiaco il più a lungo possibile, lei consapevole del godimento che lui stava provando e del proprio sentire quel palo di carne nelle interiora.
Improvvisamente entrambi si guardarono e compresero che non ce l’avrebbero fatta a restare immobili ancora un altro istante.
Entrambi volevano l’orgasmo, volevano il piacere, volevano godere.
Lucy si aggrappò a lui disperatamente, come una naufraga si sarebbe aggrappata a un relitto. Lui si alzò.
Il letto era lontano. Fottutamente lontano. Si distesero sul pavimento.
Freddo fuori, sulla pelle, ma bollenti dentro. Lui iniziò a penetrarla, Lei gemette ritmicamente a ogni affondo di lui. Ancora e ancora.
Lui le strinse un seno, lei gli graffiò il petto. I loro baci divennero famelici, tanto quanto affamati erano loro stessi. L’uomo capì che stava per venire. Non avrebbe resistito ancora a lungo. E probabilmente nemmeno voleva.
Andò avanti e indietro e improvvisamente si fermò. Voleva davvero che finisse così?
Aveva un desiderio e non era sicuro che lei l’avrebbe voluto realizzare.
-Che succede amore?-, chiese Lucy. Lui le sorrise. Ormai doveva dirlo.
-Voglio venirti dentro, nel sedere.-, disse d’un fiato. Lei si sfilò da lui, si mise a carponi, allargandosi le natiche con fare impudico. Il bocciolo scuro dell’ano di lei fece capolino.
-Mettici sopra qualcosa… ho del lubrificante in una tasca della giacca.-, disse lei. Lui si alzò, andò a prenderlo, glielo porse. La nera spalmò lo sfintere di crema. Con una mano e alla cieca, spalmò anche il cazzo dell’uomo.
-Entra pure, è pulitissimo.-, disse lei.
Lui non se lo fece ripetere due volte. Affondò sino in fondo lentamente prima, poi come a volerla sventrare. Non avrebbe resistito a lungo: coi muscoli più segreti, l’afroamericana lo massaggiava, stringeva e teneva. Lui le afferò nuovamente i capelli, dando colpi di reni lunghi e costanti. Si sentì sull’orlo dell’esplosione e notò che la donna aveva inziato a toccarsi con una mano. In piena goliardia la sculacciò.
-Sono stata cattiva…-, mormorò lei. Poco dopo lanciò un grido, esattamente mentre lui le godeva nel culo. Aveva goduto. L’uomo senti una sensazione di bagnato alle ginocchia nude. Guardò. La nera aveva sbrodolato il aucco del suo piacere sul pavimento.
Si tolse da dentro di lei con un sorriso cui lei rispose col suo.
L’uomo si accorse di non riuscire ad alzarsi: crollò a terra dov’era.
La nera gli sorrise. Lui pensò che se lei fosse stata una ladra o un’assassina in quel comento avrebbe avuto campo libero. Ma non era nulla di tutto ciò.

Infatti lo guardò con espressione soddisfatta.
-Erano anni che non mi scopavano così bene…-, sussurrò.
Lui annuì, per metà perso nel territorio del sogno. Dove tutto era bianco prima di divenire nero… Come loro.
-Immagino che per oggi sia finita, eh tesoro?-, chiese lei. Lui si domandò se lei avesse potuto gradire un terzo amplesso ma sapeva bene di avere dei limiti ben precisi.
Si mise a sedere mentre lei restava sdraiata. Annuì, ancora a corto di fiato.
Guardò l’ora. Quasi le due. Si sentiva stanco, quasi stremato ma anche soddisfatto come poche altre volte. Pagò Lucy appena poté alzarsi, poi andarono a letto.

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!

 

Da un gentile amico : la vicina by 1945 [Vietato ai minori]




Da un gentile amico : la vicina di 1945 New!

un gentile “amico”: la vicina.
Si, sono un porco. Lo so e non mi vergogno ,anzi.
Da piccolo ogni occasione era buona per sfogare le mie voglie. Mi bastava una figura femminile, esposta sui giornali che leggeva mamma, per chiudermi in bagno e dar sfogo alle mie pulsioni sessuali. Nulla di strano, solo che mi capitava due/tre volte al giorno. Tutti i giorni.
Mia madre mi diceva: hai delle occhiaie che…ma com’è che sei sempre stanco?
Io sapevo. Lei no.
Ho cominciato verso i dodici anni e sino ai sedici/diciassette mantenni il ritmo giornaliero.
Poi conobbi le femmine.
La prima volta che Maria toccò il mio pisello fu uno sballo. La mia prima figura di m….
Non superai i venti secondi. Penso che battei tutti i record di velocità di “venuta”.
Persino Maria, che era più giovane di me, mi guardò perplessa.
Nel tempo migliorai e crescendo mi formai anche come uomo.
Ai venticinque anni ero un metro e ottantacinque con un discreto fisico frutto dei miei assidui impegni sportivi.
Iniziai a lavorare già l’anno prima della laurea, ed in breve guadagnai in modo soddisfacente.
Ma per quello che interessa ero “cresciuto”, molto, nei rapporti interpersonali. La mia dialettica, il mio modo di fare piaceva molto, sia agli uomini che alle donne e ciò mi permise di fare molte esperienze : professionali e non.
Anche il mio approccio alla vita si modificò. Feci mio il conosciuto detto: domandare è lecito, rispondere…. Lo applicai sul lavoro, con gli amici, ma soprattutto con le donne. A quel detto ne aggiunsi un altro, che mi fu raccontato intorno ai miei venti anni: quanti schiaffi, ma quante scopate.
L’applicazione costante dei due metodi , accompagnati certamente da altri fattori personali e materiali(es. disponibilità economica, casa propria, parlantina e sempre disposto a mettersi in gioco, ed altro ancora….) mi fece fare tantissime esperienze con le amicizie femminili.
Dai ventiquattro anni in poi, ogni giorno, era l’occasione per provare una nuova esperienza .Quasi ogni sera uscivo con una diversa ragazza. Allora non c’erano smartphone o cellulari e per gli appuntamenti, personali o professionali, si utilizzava il telefono di casa o d’ufficio. In alternativa si faceva di persona. Comunque fosse si segnava l’appuntamento sull’agendina di carta.
Bene, avevo l’agendina così piena che per vedere nuovamente la stessa ragazza doveva trascorrere anche un mese. Uscivo con la una ragazza una volta e poi potendola rivedere solo dopo un certo tempo la ”perdevo”.
Si ripeteva spesso il seguente copione : conoscevo, uscivo, perdevo.
Ero in continua “corsa” come se volessi recuperare qualcosa…
Questo modo di fare mi aveva corazzato il cuore. Mi piacevano, ma non avevo voglia o tempo di innamorarmi.
Le chiedevo di uscire (seguivo un mio clichè consolidato che funzionava abbastanza): se accettava bene, altrimenti avanti la prossima.
Per non rimanere con “buchi” in agenda “muovevo” le richieste in anticipo e non avevo, quasi mai, serate scoperte.
Non è che non prendessi “due di picche”; ne ho presi molti, ma non mi scoraggiavo, anzi erano uno sprone.
Ogni tanto per rilassarmi uscivo con gli amici ed anche quando ero con loro, se vi era l’occasione di conoscere…non me la facevo scappare. Ero diventato un predatore seriale.
L’uscita con la ragazza di turno era standard in funzione del tempo a disposizione: la serata, il giorno intero,…,ma doveva concludersi nel letto. Nel mio letto. Era questo l’obiettivo che mi prefiggevo. Se non riuscivo, a conclusione della prima uscita, rinunciavo. Non avevo tempo da perdere. C’erano opportunità infinite.
Mi dicevo e dicevo: ho voglia; se hai voglia anche tu bene, altrimenti amici come prima.
Non so come sia ora. Allora ,eravamo nei mitici anni che seguirono il sessantotto . Vi era libertà e voglia di vivere in molti sensi e non si conosceva l’aids (il preservativo lo utilizzavo per altri fini, poi vi dico).
Se si riusciva a toccare la “motivazione” giusta era la “felicità” per entrambi.
Ho fatto,( abbiamo fatto) sesso completo, alla prima uscita, quasi con il cinquanta per cento delle ragazze. Non male. Furono anni fortunati e piacevoli.
Nel rileggere mi sembra di esagerare nello scrivere certe cose, ma era la mia realtà di allora.
Ho amiche ,di allora, che avevano un comportamento a specchio del mio. Sempre alla ricerca del divertimento e se capitava….non si tiravano indietro . Certo non lo pubblicizzavano.
Poi la mia vita cambiò e mi innamorai, ed adesso sono un marito e padre felice, ma questa è un’altra storia.
Allora non mi limitavo al solo sesso. Lavoravo .Facevo sport . Bevevo e fumavo.
Con gli amici le “canne” erano d’obbligo. Ero curioso : facevo attenzione, ma non mi sottraevo a nuove esperienze.
Durante le vacanze lunghe viaggiavo per altri continenti. Nei week end lunghi visitavo l’Europa. Insomma ,mi godevo con ingordigia la vita.
Conoscevo nuovi paesi, modi diversi di pensare e di vivere e nuove donne. E continuavo ad imparare..
“Scivolai” anche. Provai la cocaina. Stupendo, ma pericolosissima. Se ci entri è difficile uscirne. Fui fortunato.
Provai, più volte, i funghi allucinogeni. Mi diedero le esperienze più forti dall’inconscio. Mai più….ti distruggono.
Feci sesso a tre (due donne). Interessante, ma dispersivo. Sono un tradizionale.
Il sesso anale? Non mi fa impazzire. Si, ti dà l’idea del possesso completo , ma nulla di più.
Imparai ad utilizzare i vibratori per il piacere femminile ed altro ancora.
Non sorridete: imparai ,e mi servì’ in diversi contesti, a parlare benissimo l’inglese.
Stop.
Descrittavi un po’ della mia vita passiamo alla vicenda che voglio raccontarvi.
Con i miei genitori, da ragazzo, vivevo in una villetta in periferia. Tanto verde. Aria buona e tanta serenità.
Ricordo i miei vicini: due fratelli ed i loro genitori.
I fratelli erano più giovani di me. I nostri confinanti giardini erano separati da una siepe che scavalcavamo per giocare insieme. Avendo difficoltà Giorgio, il fratello più piccolo, a saltarla, quasi sempre ero io ad andare da loro.
Il loro papà lavorava e rientrava la sera tardi; la mamma faceva la casalinga come la mia. Sotto il suo attento sguardo giocavamo in giardino, sia prima delle scuole elementari che poi.
Ricordo che quella giovane signora, mamma dei miei amici, mi piaceva. Era sempre gentile con me. Sempre vestita bene e a rimembrare, da piccolo, mi dava l’idea della dolcezza e serenità. Ci riempiva di attenzioni e le sue merende erano la nostra felicità.
Ero piccolo e ciò che vedevo in lei era solo gioia e mi piaceva starle vicino.
Quando cominciai ad avere i primi “pruriti”, che vi ho raccontato, cominciai a farmi le prime domande e considerazioni sulle femmine in genere e sulla mamma dei miei amici.
Come è bella. Quanti anni avrà? E pian piano le domande e considerazioni crescevano. Che viso dolce. Che bel culo. E le tette? Sarà una seconda o una terza? Chissà che cosa porta sotto il vestito? Come le modelle dei giornali?
Mi piacerebbe baciarla.
i miei pensieri “crebbero” e nel buio della mia cameretta ,comodamente disteso sul letto ed attento che mamma non comparisse all’improvviso, mi feci la prima sega pensando a lei.
La visualizzavo nella mente : il viso sorridente ;i suoi lunghi capelli biondi (o quasi);il suo muoversi indaffarata .
La vedevo come in un sogno.
Durante le merende, nella loro casa, sbirciavo le sue gambe. Quando si sedeva accanto noi aspettavo il momento in cui accavallava le cosce. Quel naturale movimento era per me estremante erotico; in quei pochi attimi intravedevo (sognavo) qualcosa di irraggiungibile .
Sognavo di stringerla tra le braccia e il mio sogno era accarezzarle quelle due montagnole che si spingevano in fuori sul suo corpo.
La vedevo come una particolare sorella maggiore. Aveva dodici anni più di me.
Gli anni passarono ed ormai grandicello andai alle “superiori” e poi all’università e pur incontrando ogni tanto i fratelli , non avevamo più la frequenza di prima.
Come dicevo da adolescente diventai “uomo”. Lei per me rimase sempre uguale. Solo io ero cresciuto.
Quando adesso avevo l’occasione di vederla la guardavo con occhi e voglie da uomo con gli ormoni che giravano a mille.
In estate i miei genitori si trasferivano nella nostra casa al mare lasciandomi solo e libero da ogni incombenza familiare. Era per me un bel periodo. La mia casa diventava un ostello della gioventù e di rilassamento e soprattutto ogni momento era buono per “incontrare la mia vicina”.
Se attraverso la finestra la vedevo in giardino mi inventavo una scusa per andarci anch’io. Così avevo l’occasione per salutarla e spesso ,attraverso la siepe, chiacchieravamo. Lei mi raccontava ,molto, dei figli sempre in giro e un po’ di Giovanni, il marito.
Si era sposata molto giovane ed il primo figlio giunse presto, poi il secondo seguì qualche anno dopo e decisero che due figli fossero sufficienti.
Io cercavo di essere simpatico e disponibile e “curandola” ebbi l’occasione di incontrarla spesso. Per me era un piacere e questo piacere diventava la base delle mie fantasie erotiche.
A volte, prima di rendermi visibile, la spiavo dalla finestra e mi soffermavo sulla sua figura facendo correre la mente.
Quando indossava una aderente mini attendevo con impazienza un suo piegamento per strabuzzare gli occhi alla vista del culetto che tendeva la gonna.
Nei giorni particolarmente assolati aveva l’abitudine di prendere il sole, in bikini, sul retro della casa per non essere visibile ai passanti, ma lo era per me. Le sue esposizioni non duravano molto, ma erano sufficienti perché la mia mano corresse sull’uccello dandomi il giusto godimento. In attesa di….meglio che niente.
Ebbi anche l’occasione, incontrandola per strada, di accompagnarla a casa con la scusa di aiutarla a portare le “pesanti” borse della spesa.
Mi piaceva stare con lei. In quelle occasioni , giunti alla sua casa, mi offriva da bere e ciò mi permetteva di entrare in sintonia e conoscerla meglio.
Sapeva di pulito. Mai sofisticata, ma sempre piacevole. Una dolcissima e bella signora.
Avevo ventotto anni; ero in grado di comprendere le sue bellezze sia le “personali” che fisiche. Per quelle fisiche posso dire che senza essere appariscente era una bella femmina. Per le altre era da ammirare . Insieme sollecitavano sempre più i miei bassi istinti
Aspettavo l’occasione propizia…..che arrivò.

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!

 

Ricerche Frequenti:

IO SONO LELLA, DOCENTE E MIGNOTTA by Vecchiobambino [Vietato ai minori]




Quello studente non mi usciva dalla testa……..ogni volta che facevo lezione era lì sempre in prima fila, non capivo se seguiva la lezione o no, ma so solo che mi guardava, mi fissava continuamente, sembrava perso in chissà quali pensieri…….mi sembrava mi spogliasse con gli occhi, che esplorasse il mio corpo con lo sguardo…….sentivo che i suoi occhi mi toccavano, mi frugavano, mi spogliavano ed io mi eccitavo al pensiero…….spiegavo la mia materia scientifica cercando di non confondermi mentre provavo un brivido di piacere all’idea. Mi vergognavo come una matta quando mi rendevo conto che la fica mi gocciolava al pensiero di essere sfiorata da lui….cosa mi prendeva? Avevo un compagno che mi amava, che non mi faceva mancare le sue attenzioni……e allora? Non me lo spiegavo ma quel giovane in quell’aula dell’università mi sconvolgeva. A volte mi era capitato di essere preoccupata che si vedesse la mia eccitazione, che potessi macchiare i pantaloni in mezzo alle gambe da tanto che mi ero infradiciata le mutandine……..una volta appena terminata la lezione ero corsa in bagno a controllare, avevo tirato giù gli slip e avevo visto delle macchie bianche e viscide galleggiare dentro tranquillamente pronte a passare all’esterno…….mi ero toccata per controllare se davvero potessi essere così bagnata ed ero veramente un lago. In quel momento pensai a lui….al suo cazzo che desideravo……e continuavo a toccarmi, sempre con più furia, e caddi seduta sulla tazza del cesso masturbandomi come un’ossessa, mordendomi le labbra a sangue per non urlare durante l’orgasmo pensando che ero nel  bagno dell’istituto, dove gli altri docenti potevano entrare.  La mano che me lo aveva procurato era intrisa dei miei umori e mi leccai le dita immaginando che fosse la sua sborra………ero diventata così porca? Pronta a fare la zoccola?

                Da quel giorno misi la gonna per evitare di bagnare i pantaloni, ma era peggio perché quando scrivevo alla lavagna la curva delle natiche veniva messa più in evidenza ed oltre al suo sentivo gli sguardi di tutti gli altri studenti posati sul mio culo.

                Il cuore mi batteva forte in petto e questo mi faceva sollevare di più il seno…….la mia terza abbondante calamitava gli sguardi sulla mia camicetta e allora presi l’abitudine a tenere la giacca o un maglione per coprirmi un pò, anche se era primavera avanzata e il caldo cominciava a farsi sentire………la situazione era veramente imbarazzante. I miei studenti erano tutti poco più che ventenni e io avevo una quindicina di anni più di loro, ma a quanto dicono ero bella, curve mozzafiato, non alta, ma nemmeno bassa, culetto  sodo a mandolino, capelli scuri abbastanza corti, seni scolpiti e non cadenti…….insomma un bel bocconcino di milf per loro e non volevo scadere al ruolo della prof che se la fa con gli alunni, ma per lui devo confessare che avevo perso la testa………era desiderio carnale puro, non amore…….

                Un giorno che ero a preparare delle lezioni nell’ufficio dell’istituto sentii bussare…..era lui che era venuto a chiedermi se potevo dargli delle ripetizioni……..la materia era ostica e gli era sfuggito qualcosa, voleva solo chiarimenti su alcuni punti e qualche ora sarebbe bastata…..gli detti l’appuntamento per l’indomani nel pomeriggio….quando non avevo lezione.

                Ero agitata il giorno dopo….era solo una spiegazione in più sulla mia materia…….ma perché mi ero vestita un po’ più elegante del solito? una gonna un po’ più corta, una camicetta attillata, i tacchi alti…….. che avrebbero detto i colleghi?……magari avrebbero fatto dei risolini alle mie spalle? Lella, Lella, cosa stai combinando? dicevo a me stessa…… e finalmente lui arrivò.

                Bussò alla porta ed entrò avvicinandosi a passi lenti al tavolo dove ero seduta……..era bello come un dio mitologico……mi batteva il cuore e probabilmente si intuiva da come si sollevava il mio seno al mio respiro affannoso. Cercai di essere disinvolta e cominciammo la lezione……. Scrivevo le mie formule matematiche e le mie dimostrazioni  su dei  fogli di carta che tenevamo vicino per poterli vedere tutti e due, ma così facendo era stato costretto a sedersi vicino a me e sentivo che il suo sguardo passava dalla formule sul foglio all’attaccatura dei seni che faceva capolino dalla camicetta….. col movimento nello i scrivere si era sganciato anche il primo bottone e fui costretta ad abbottonarmi perché quello sguardo mi scavava dentro e avrai voluto strapparmi il reggipetto e fargli succhiare le mie tette che fremevano per avere le sue labbra intorno ai capezzoli che erano inevitabilmente duri ed evidenti.  Cosa mi succedeva?…….volevo essere la sua troia, concedergli qualunque porcheria mi volesse far fare, ero una cagna che si stava di nuovo bagnando……. Istintivamente accavallai le gambe che invece avrei  volentieri aperto, spiegavo la materia e intanto pensavo al suo viso che spingevo tra le labbra della fica per lavargli la faccia con i  miei umori e immaginavo il suo viso gocciolante del mio succo, di quello che non era riuscito a leccare……..

                Fu un tormento quell’ora di lezione, anche perché ogni tanto  arrivava qualche collega assistente di istituto come me, dal momento che quella stanza era in comune per tutti……..meno male perché almeno riuscivo a riprendermi, ma d’altro canto ogni interruzione mi faceva perdere ulteriormente il filo del discorso e già non ero abbastanza concentrata.  Se Dio vuole arrivammo in fondo all’ora quando lo salutai e gli diedi appuntamento per il giorno dopo. Lui mi disse allora “Possa farle una proposta? Mio padre è il proprietario dell’hotel Rex che si trova a poche centinaia di metri…….in questo momento non è ancora arrivata la stagione turistica e l’hotel è semivuoto…….potremmo avere una suite dove fare lezione in santa pace. Non perderebbe tempo….sono 5 minuti a piedi….Lo conosce l’hotel? È un bell’albergo a 4 stelle e se vuole posso farmi portare una lavagna nella camera”.

                Si era buttato….ci stava provando e a me non parve vero di aver sentito quella soluzione.        

                “Va bene” risposi……”se hai questa possibilità….tanto servono solo poche lezioni ancora. Ci vediamo domani poco dopo le 16…..la lavagna non serve…scriviamo sui fogli come oggi”. Mi diede la mano per salutarmi e me la strinse indugiando un po’ troppo…….forse arrossii sotto quella stretta…..non lo so, certo pensavo già all’indomani.

                Decisi di vestirmi da zoccola……..tanto ormai potenzialmente lo ero. Minigonna corta nera lucida, scarpe col tacco e zeppa, autoreggenti, scollatura generosa ….. mi guardai allo specchio……ero un puttanone colossale…… ma non ero ancora perfetta. Cambiai il reggiseno e ne misi uno che mi andava leggermente stretto, in modo che le tette sembrava volessero scoppiare….ora sì che andava bene….la mia terza abbondante era strizzata da tutti i lati e strabordava.  Non passai certo dall’istituto e arrivai in orario all’hotel.  Lui mi aspettava nella hall e mi accolse molto gentilmente stringendomi la mano. Alla reception c’erano un uomo e una donna che ammiccavano……non erano molto convinti che io potessi essere l’insegnante che dava ripetizioni, ma lui sbavava guardandomi….chissà come aveva il cazzo duro. Quei  due mi sembrarono abituati ad un comportamento simile da parte del figlio del padrone……. Chissà quante ragazze aveva già portato nella suite…….. C’erano da salire alcuni scalini per prendere l’ascensore e io li salii muovendo il culo più che potevo, per non dare adito a dubbi di essere proprio una troia pronta a distruggere il giovincello……

                All’ultimo piano c’erano davvero due suite ed entrammo in una che certo doveva essere l a migliore. Salottino, camera da letto e bagno e su un tavolino due bottiglie di champagne nel secchiello del ghiaccio……l’amico voleva davvero impressionarmi……

                “Io mi chiamo Giorgio…..possiamo darci del tu?” Sapevamo entrambi che non eravamo lì per una ripetizione e io risposi “Io sono Rossella come saprai già, ma gli amici mi chiamano Lella. Va bene…… diamoci del tu, ma in facoltà no…..d’accordo?”. “OK” mi rispose e aprì una bottiglia di champagne e ne riempì due coppe……….Ci sedemmo sul divano accanto al tavolo per bere e alzammo la coppa entrambi in un muto augurio……forse di una bella scopata. Lo champagne era gelato, ma mentre mi scendeva nello stomaco io sentivo caldo all’inguine….la fica cominciava a tirare. Senza farlo apposta allargai le gambe e lui lo prese subito come un invito e si accostò, mi strinse e prese a baciarmi furiosamente lingua in bocca stringendomi a sé. Le mani cominciavano a vagare una sul corpo dell’altro e nel farlo sentii una erezione favolosa che stava avvenendo……….dovevo vederlo , assaggiarlo….non ne potevo più e per lui vedevo che era la stessa cosa…..

                Mi inginocchiai ai suoi piedi, armeggiai con la cintura e la lampo dei  jeans e infilai la mano nei suoi slip……..lo afferrai e finalmente lo tirai fuori…….era mostruoso……..non so dire….certo lo era rispetto a quello del mio compagno…….lo stringevo nella mano, duro come fosse di acciaio,  e più della metà era ancora fuori dall’impugnatura…….lo avevo scappellato e gocce di piacere gli scendevano dal prepuzio…..lo fissavo vogliosa e da tanto che ero bagnata temevo quasi di essermela fatta addosso……leccai quella goccia che vedevo scivolare lungo l’asta e poi andai su e giù con la lingua per mettermi poi a stuzzicare il buchetto del glande…….con la mano gli tenevo il sacco delle palle e lo spinsi verso di me, aprii al massimo la bocca e lo sentii scivolare dentro, lentamente, inesorabilmente, sempre di più……ne era entrato poco più di metà e lo sentivo già in gola…che sensazione stupenda……ma allargai di più le guance e mi piegai col capo per permettergli di penetrare ancora. Ad un certo punto avevo la bocca piena e allora lui cominciò a fare avanti e indietro…….la mia bocca era allargata al massimo nello sforzo di accoglierlo…..era molto saporito…..un bel tocco di carne tutta da gustare… …. Avevo la bocca talmente allargata che non riuscivo nemmeno a deglutire e la saliva cominciava ad uscirmi copiosa ogni volta che lui si ritirava un poco…..mi colava sul mento da cui si staccava in viscidi filamenti e colava anche lungo l’asta del cazzo e dai testicoli……ma lui inesorabile continuava a scavare la mia bocca…….Lo sentivo gemere…….eh no, perbacco…non doveva venire subito, ci sarebbe mancato altro. Mi alzai, mi spogliai (tenni solo le scarpe),mi sdraiai sul tavolino e gli spinsi la testa in basso…….verso la mia fichetta gemente……. Lui comprese, mi spostò gli slip senza levarli e cominciò a leccarmi lungo la fessura, su  e giù……..che libidine……sentivo un brivido ricorrente lungo la schiena  mentre lo faceva e mi inarcai perché quella lingua mi penetrasse…….Gli slip volarono via….li tolse quasi bruscamente e subito mise le mani appoggiate ai lati del mio sesso, spinse  e tirò lateralmente……la vulva mi si dilatò e le piccole labbra già sporgenti di suo penzolavano sotto la pressione dell’apertura….. Prese a succhiarle avidamente, le mordicchiava, succhiava il clitoride soprastante, introduceva la lingua nell’orifizio dilatato procurandomi sensazioni paradisiache. Mi volevo abbandonare a quella lingua, farmi scavare all’interno……..sapevo che la stavo riempiendo di crema bianca dei miei umori, ma lui incurante immergeva il viso nel lago che era il mio sesso e cercava di prosciugarlo, impresa pressoché impossibile……..

                Mi girava quasi la testa, ora ero io prossima all’orgasmo, ma non mi volli abbandonare……..volevo ancora essere stuzzicata e averne uno più intenso………..lo fermai, lui si alzò in piedi e mi guardò..…io ero sempre sdraiata sul tavolino, alzai le gambe e le misi attorno ai suoi fianchi, poggiai i talloni sulle sue natiche e spinsi verso di me, costringendolo ad avvicinarsi a me fino ad incollarsi col ventre al mio………il suo bel cazzo sentì l’odore della mia fica infoiata e la cercò…….diedi una spinta ulteriore e mi impalai letteralmente………la sensazione della vagina piena era piacevole…..il rilassamento mi lubrificava le pareti in cui quella bestia vorace stava penetrando…….arrivò fino in fondo e ancora un pezzo restava fuori, ma io mi sentivo piena e quasi lacerata, malgrado continuassi a spingere la sua schiena verso di me per farlo penetrare ulteriormente……….Come mi chiavava…….ora sì che potevo godere…… La mia mano corse istintivamente al clitoride e cominciai a massaggiarlo……..ah….ora sì…….mi scopava col ritmo giusto, io me la menavo con una mano e con l’altra mi tormentavo i capezzoli quando lui non era occupato a succhiarli. Chiusi gli occhi e mi abbandonai al piacere che mi arrivava da tutte le direzioni……….quando sentii odore di sesso, l’odore tipico di cazzo………..di cazzo che magari non è stato lavato un attimo fa e che magari nel frattempo ha anche pisciato……come era possibile? Aprii gli occhi e vidi una mano che agitava un membro nodoso e tozzo a pochi centimetri dal mio viso…….

                “Ho invitato anche un amico, ti dispiace?” mi disse Giorgio, “è Franco….anche lui è un tuo studente”

                “Ciao Lella”, disse Franco, “sei una gran troia e perciò succhiami il cazzo”. Stavo per replicare quando lui mi ficcò l’uccello tutto in bocca……..vi ricordo che io ero sempre sdraiata sul tavolino e i due erano in piedi……Giorgio piegato in avanti continuò a scoparmi e Franco dall’alto non dava requie alla mia bocca, anzi per stare più comodo si era messo a cavallo del mio viso, mi aveva afferrato la nuca e sollevata la testa con le mani, infilato il cazzo in bocca e muoveva la mia testa avanti e indietro trivellandomi la bocca dall’alto verso il basso……..mi stavano usando come un gran puttanone, ma vi confesso che lo trovavo molto esaltante……avevo una gran voglia di cazzo, volevo essere riempita da tutte le parti, volevo abbuffarmi, saziarmi, puzzare di sesso dovunque, essere ricoperta di sborra, berne fino ad affogare, ne avrei voluti 10, 20…….ormai non mettevo limiti a  quanto potevo essere troia……lo sapevo che non andava bene fare questo con due alunni (anche se maggiorenni)….non era professionale……..ma lì ero come mignotta e quindi in carattere……..

                Intanto i due si accanivano su di me…….uno mi sfondava la fica e l’altro la bocca, mentre io mi masturbavo violentemente ed ero sempre più vicina all’orgasmo, che arrivò quasi all’improvviso e mi travolse…….cominciai a sussultare su quel tavolino mentre stringevo le gambe attorno alla schiena di Giorgio e lo spingevo sempre più dentro di me, tanto da farlo schizzare con ripetuti fiotti bollenti che sentii colpirmi il fondo della vagina……..urlai, aprii e chiusi la bocca…non lo so……fatto sta che Franco uscì dalla mia bocca mormorando tra sé uno “stronza…” che mi fece supporre che nella foga gli avevo magari tirato un morso al cazzo……. Giorgio era uscito dalla fica e tenendosi stretto il pisello si era avvicinato alla mia bocca mentre diceva “aprila…”. Io obbedii e lui lo appoggiò sulla mia lingua che tenevo leggermente in fuori…….mollò la presa e quindi la pressione sull’asta per cui un ennesimo schizzo di sborra si riversò nella mia gola con mio sommo piacere……presi a succhiarlo per spremere qualsiasi goccia residua, mi leccai le dita, me le infilai nella fica e la ritrassi con l’altra sborra che mi stava gocciolando e ancora me le misi in bocca……..il troione che ero stava dando spettacolo…..

                Franco si mise in mezzo alle mie gambe e cominciò a strofinare il cazzo lungo le pareti esterne della vagina, tra le grandi e le piccole labbra……la zona era molto scivolosa perché la sborra di Giorgio cominciava a gocciolare fuori e lubrificava la zona, per cui il suo pene facilmente penetrò dentro………cominciò a scoparmi soddisfatto…..”che bello caldo…. pieno di sborra…come si scivola……” si vedeva che gli piaceva molto mettere il cazzo dentro la sborra dell’altro e e sguazzarci……si eccitò talmente che venne subito e per la seconda volta le pareti della mia vagina furono ricoperte di schizzi caldi di sborra………io ero molto eccitata, sopratutto quando lo vidi estrarre il cazzo che era letteralmente ricoperto di crema viscida trasparente delle due sborre che si erano mescolate……..ormai ero il loro cesso umano e anche lui non ebbe il minimo dubbio nel farmelo succhiare in quello stato in cui si trovava. Lo sperma mi piaceva e anche i sapori diversi mi piacevano, ma non potevo essere la loro zoccola al punto di accettare supinamente tutto quello che facevano. Mi alzai in piedi e afferrai Franco per i capelli, lo accostai alla fica e gli ordinai di leccarla……lui ubbidì e lo fece con passione, mentre dal mio sesso gli si riversava sulla lingua e in bocca e in faccia tutta la sborra che lui e l’altro mi avevano schizzato dentro…….. Non fece una piega….era chiaramente bisex…..lo avrei messo alla prova……

                Ci prendemmo una pausa per degustare ancora un po’ di champagne e fare due chiacchiere…….. molto amabilmente e con fare scherzoso dissi loro che se fosse circolata una parola del nostro incontro si potevano scordare a vita di passare l’esame della mia materia, e se fosse venuta fuori la cosa dopo l’esame, non sarebbero riusciti a laurearsi in quella facoltà…………ci facemmo due risate anche se sapevano che parlavo seriamente…….del resto perché avrebbero dovuto precludersi altri incontri di questo genere?.

                Avevamo già finito la prima bottiglia di champagne e il liquido scalpitava per uscire…….a tutti e tre scappava e ci dirigemmo in bagno…….io mi sedetti sul water e li sfidai a farmi vedere chi faceva il getto più lungo……..ovviamente nella vasca. La lotta fu dura, ma alla fine vinsero tutti e due…non c’era alcuna differenza…….la competizione era stata divertente e intanto la avevo fatta anche io. “E il premio?” chiesero in coro…….Sempre da seduta li feci avvicinare, presi in mano il sacchetto dei loro testicoli e cominciai a succhiarli alternativamente, prima uno e poi l’altro……….potete immaginare che tipo di reazione ebbero…..non immaginavano che avrei succhiato i loro cazzi gocciolanti di piscio………in effetti era una cosa che mi piaceva……quel sapore acre mi eccitava e anche l’odore che restava sul glande….il mio compagno non ne voleva sapere, ma mi piaceva l’idea di farmi pisciare addosso o di pisciare sul suo cazzo e poi fargli un pompino………. Subito mi ricambiarono e presero a leccarmi la vagina gocciolante e anche loro non ebbero il minimo problema di odori o sapori sgradevoli…..quanto mi piaceva essere lì con due lingue che mi attraversavano la curva delle natiche, dalla fica al buco del culo, quando ebbi un idea e feci loro cenno di smettere…

                Presi il mio Smartphone e chiamai il mio uomo che era a casa….. “Ciao Ugo come va? Ti senti un certo prurito sulla fronte? Ti ricordi che mi dici sempre che vorresti condividermi con altri uomini, che ti ecciterebbe guardare come faccio sesso con altri……..hai la tua occasione, accendiamo skype sul cellulare e guardiamoci…….voglio vedere che ti seghi però.” Era eccitato, lo conosco bene, e in meno che non si dica aprì il collegamento.

                “Lella fatti vedere….chi c’è con te?”

                “Guarda che bei cazzi Ugo….che grossi…ti piacciono?”

                “Oh si, Lella….lo sai che mi piacciono……dai, dai….fatteli…fammi godere….”

                Quel maiale era già eccitato come un mandrillo all’idea…..vedeva quei cazzi e si leccava le labbra….. con chi mi toccava stare…….”Mettiti il telefono davanti a te, Ugo…..non smettere mai di segarti se no chiudo il collegamento……voglio vederti sborrare. Tu mi vedi bene? Ora sistemo meglio il mio di cellulare e lo posiziono affinchè tu possa vedere tutto……va bene?”

                “Dai, vedi che sono già nudo col cazzo in mano….fammi godere…” e prese a masturbarsi…..

                Basta, ora dovevo pensare a me……lasciai il cellulare in posizione per riprendere e misi sul letto a 4 zampe. Giorgio si posizionò sotto di me e cominciammo un lento e sensuale 69……..io ero a gambe larghe su di lui e mi abbassavo tanto di permettergli di leccarmela senza sforzo, mentre cominciavo un estenuante pompino su di lui sdraiato sulla schiena…..Franco si mise in piedi davanti a me col cazzo penzolante e alternavo il dono della mia bocca, un po’ a un cazzo, un po’ all’altro, sempre accertandomi che Ugo si stesse masturbando e così era……..poi Franco si girò,mise  le mani sulle sue natiche e le allargò.Si piegò in avanti e si avvicinò alla mia faccia che fece penetrare tra le sue chiappe……..voleva che gli leccassi l’ano e così feci. Cominciai a fare scivolare la lingua dal suo culo alla palle, su e giù instancabilmente, mentre lui si chinava sempre più mugulando dal piacere………cazzo, eccitava anche me farlo…… mentre con la mano mi appendevo al suo cazzo e glielo menavo e con l’altra mi stuzzicavo alternativamente i capezzoli e il clitoride, mentre Giorgio continuava  a leccarmi la figa……..Stavamo andando tutti e tre su di giri, per non parlare del povero cornuto da casa che vedevo come si masturbava all’impazzata……… Dopo un po’ Franco si mise inginocchiato dietro di me, con la testa di Giorgio tra le gambe, e prese a ricambiarmi il favore……..si mise lui ad allargarmi le chiappe e a leccarmi il buco del culo……..come era piacevole……quando si sollevava sentivo il fresco della sua saliva che si asciugava ed era una sensazione stupenda…… Ero inginocchiata con la testa chinata a ingollare il cazzo di Giorgio e avevo il culo in alto con la bocca di Franco attaccata al culo….. bellissimo……. Con la coda dell’occhio vedevo l’uccello di Franco che in quella posizione era molto vicino alla testa di Giorgio che mi stava leccando sempre la figa (gli stavo vomitando in bocca un ben di Dio di umori), ma allo stesso tempo aveva afferrato con un mano il pisello di Franco e lo muoveva avanti e indietro…… Vedevo anche Ugo su Skype che era vicino allo schermo e si masturbava selvaggiamente mentre ammirava tutta la scena.

                Quando il mio culo fu pieno di saliva, Franco cominciò con l’introdurre prima un dito,poi l’altro, poi due…….e l’ano si dilatava diventando sempre più elastico…. Non appena si asciugava lo riempiva nuovamente di abbondante saliva e ricominciava………avevo già capito dove si andava a parare……mi bagnai ulteriormente all’idea di ricevere nel culo quel tozzo cazzo largo….non vedevo l’ora…….non mi piaceva molto prenderlo nel culo….a Ugo non lo facevo fare quasi mai, ma l’idea del cazzo di Franco mi stimolava…… quello di Giorgio….era troppo lungo….me lo avrebbe sfondato. A proposito, Giorgio lo vedevo più silenzioso….che fosse succube di Franco? Non mi era piaciuta tantissimo l’improvvisata del secondo ospite….avrei preferito saperlo prima e ora Giorgio non lo vedevo più così interessante come all’inizio…….mi ero levata il capriccio e lo avevo ridimensionato….ero proprio un mignottone, con un uomo di sotto che mi leccava la fica e a cui facevo un pompino, un altro che se lo lubrificava con la saliva sul mio ano e si apprestava ad incularmi, mentre il terzo da casa se lo menava di brutto guardandomi su skype……..

                Mi stavo concentrando sul cazzo di Giorgio……….scendevo col capo fino ad introdurlo il più possibile nella mia gola….mi sentivo soffocare nello sforzo e ancora potevo tenerlo nella mano…..tanto per darvi un’idea di come lo aveva lungo……….normalmente quando lo facevo a Ugo arrivavo con le labbra fino alle palle e gli toccavo col naso il ventre…….la sensazione di averlo in bocca tutto quanto era impagabile…. Sentirsi solleticare la gola poi………..

                Franco cominciò a spingere….per aiutarlo spinsi anche io, come se dovessi andare in bagno, così l’ano si allargava e favoriva l’introduzione……..il glande mi entrò quasi subito…lentamente….cazzo, faceva male…era troppo grosso……ma lo sfintere piano piano avrebbe ceduto e sarebbe diventato elastico…..bastava insistere ancora un po’……saliva, saliva….metti saliva viscida a volontà, pensavo tra me e me…….e così lui faceva….era espertissimo e non aveva bisogno di consigli, ma aveva il cazzo che si allargava in fondo per cui anche io dovevo allargarmi sempre di più……andava a finire che mi avrebbe proprio spaccato il culo…….io cercavo di concentrarmi sul cazzo che avevo in bocca e sulla lingua che mi spazzolava la fica senza contare il segaiolo di Ugo che ora se lo menava con due mani da tanta eccitazione provava a vedermi così……….

                Franco era inesorabile….il cazzo procedeva piano ma procedeva ……il buco del culo mi si allargava sempre di più….non so avrei resistito ancora, ma ad un certo punto si fermò……era arrivato in fondo……..mi bruciava tutta la zona e lui si cominciò a ritrarre in parte, poi spinse di nuovo fino in fondo….andava meglio, andava molto meglio……cominciò ad andare su e giù e quel dentro e fuori diventò sempre più piacevole……..ormai la dilatazione si era completata e lo sfintere si era adattato alle misure di quel corpo che lo penetrava e non restava che godersela……….non ero molto lontana da un nuovo orgasmo….fica occupata, culo occupato, bocca occupata…….cosa volere di più……. Sentivo che quella bestia mi scavava il culo in profondità….mai provata una sensazione del genere……..

                “Ugo, voglio che ti sborri in mano…….hai capito?” E vidi sul telefonino che lui piegava il capo in cenno di assenso……era quasi arrivato…….il cazzo andavo dentro e fuori dal mio culo ed era a pochi centimetri dal viso di Giorgio, che guardava affascinato il cratere che era diventato il mio ano, mentre continuava a leccarmi la fica……. All’improvviso Franco si sfilò dal culo, chinò il cazzo verso il basso e lo piantò in bocca a Giorgio facendosi succhiare da lui……eccola lì…..erano bisex quei due…..a quella scena vidi Ugo che si sborrava in mano come gli avevo detto……..non è che  era potenzialmente bisex anche lui? Proprio in quel momento aveva sborrato…….la scena lo aveva eccitato particolarmente?

                “Leccati le mani, Ugo……..fallo per me” e il cagnolino ubbidì e si leccò tutta la sua sborra…… che potenza abbiamo noi donne……possiamo far fare tutto quello che vogliamo…..

                Intanto Franco aveva fatto a gustare a Giorgio a volontà il sapore del mio culo, aveva poi infilato un po’ il cazzo nella mia fica per lubrificarlo un po’, dando occasione a Giorgio di dare una leccata all’asta mentre scorreva, poi si era rivolto nuovamente al mio culo che aveva penetrato più facilmente ora……… Stavo arrivando….l’eccitazione era troppa…la bocca sapiente di Giorgio mi stava lavorando la fica e il clitoride a dovere e sentii l’orgasmo esplodermi nel cervello…presi a tremare e a sussultare mentre ondate di piacere si susseguivano….mi sentivo svenire e lo sfintere si stringeva e si allargava come ad afferrare quel cazzo che lo penetrava……..forse furono i miei movimenti, fatto sta che all’improvviso sentii uno schizzo bollente nelle viscere, seguito da altri schizzi in successione………..era la sensazione di un clistere…..un clistere di sborra ed ogni colpo sulle pareti del retto mi procurava sensazioni estreme……..ero rimasta ferma col cazzo in bocca e anche Giorgio era rimasto con la fica nella bocca, mentre ad ogni schizzo caldo mi sembrava di avere un altro orgasmo…….eravamo sudati e stanchi….non avevo la forza di muovermi…..il culo mi pulsava………

                Franco piano piano si ritirò e uscì dal culo definitivamente……venne davanti a me che avevo ancora l’altro cazzo in bocca e lo sostituì col suo………dovevo ripulirlo fradicio di sborra come era…….era un misto di sapori…….culo, sborra, cazzo, ma aveva un gusto straordinario……..Mentre mi occupavo di lui, il cratere che era ormai diventato il mio ano cominciò a fare uscire lo sperma che lui mi aveva scaricato e cominciò a gocciolare inesorabilmente sul viso di Giorgio……….il porco non si scansò, ma anzi aprì la bocca per riceverla e prese a leccarmi tutta infilando anche la lingua nell’ano per cercare di non perderne nemmeno una goccia.   Ugo a questo punto era di nuovo in tiro e vedevo che aveva ricominciato a segarsi……mi venne il sospetto che quei tre maschietti avrebbero fatto bene anche senza di me……che fossi solo un pretesto…..ma che mi fregava se erano bisex o gay……….mi avevano fatto godere di brutto.

                Franco era un vulcano sempre in tiro…..vidi che prendeva la bottiglia di champagne e ne beveva un altro sorso….mi si avvicinò e mi fece sdraiare, inclinò la bottiglia e mi versò un pò di contenuto sul corpo e  in particolare sulle tette…..tutti e due si avvicinarono e mi leccarono le bollicine che mi si spandevano sul ventre, senza trascurare di leccarmi i capezzoli………Nuovamente fu la mia fica sempre bagnata al centro dell’attenzione……..mentre mi succhiavano i capezzoli  quel porco all’improvviso mi infilò dentro il collo della bottiglia e prese a ruotarla…….era fredda e mi procurava strane sensazioni nel complesso piacevoli…… prese a infilarla dentro e fuori come un cazzo e ben presto quel collo verde fu ricoperto dalla  patina biancastra dei miei umori….presi in mano i loro cazzi che cominciai a menare mentre mi abbandonavo al piacere che mi dava quella bottiglia che entrava e usciva dalla mia fica sciacquettando per il liquido che ancora conteneva. Ad un certo punto Franco prese la bottiglia, la tappò col pollice e cominciò a sbatterla……. Avevo idea di cosa sarebbe successo ed ero pronta ed eccitata……..sempre agitandola si avvicinò alla fica e rapidamente la introdusse levando il dito che faceva da tappo……..fu l’effetto della lattina di Coca che viene aperta dopo essere stata agitata…….lo champagne esplose letteralmente dentro la mia fica e mi invase in pressione le pareti della vagina, mentre la bottiglia sempre inserita ne impediva la fuoriuscita. Giorgio mi si avvicinò, si mise in posizione tra le mie gambe e levò la bottiglia di colpo……..i mei umori misti allo champagne schizzarono fuori con una certa pressione, ma lui con la bocca incollata al mio sesso bevve tutto avidamente……..aveva una erezione colossale, quando finii di emettere liquido si alzò, mii fece sdraiare supina sul letto, si inginocchiò accanto al mio capo e cominciò a menarsi  il cazzo violentemente………era chiaro che voleva riempirmi di sborra il viso e la cosa non mi dispiaceva per niente…….. guardavo quel cazzo che si agitava davanti a miei occhi ed era molto eccitante……si avvicinava alla mia bocca ed era quasi appoggiato alle labbra.

“Troia, apri la bocca”, mi stava dicendo, “succhiacazzi vacca pompinara, strozzati di sborra…… e se lo menava  e anche Ugo infoiato sempre di più si masturbava con foga, cnche per via della scena della bottiglia a cui aveva assistito.  Aprii la bocca più che potevo e lui infilò solamente la parte superiore…. continuava a menarselo con il solo glande all’interno della bocca poggiato sulla mia lingua…..accelerò e chiuse gli occhi, emise un gemito e un getto prolungato mi attraversò la bocca e finì sulle labbra e sulla guancia fino all’orecchio e i capelli…….piegò leggermente in basso il cazzo e il secondo mi finì dritto in gola procurandomi quasi un conato. Involontariamente mi spostai perchè mi era andato per traverso così gli altri li ricevetti in faccia, sul naso, sugli occhi, in fronte…….. sembrava non finire mai….quanta era? Mi leccavo le labbra, me la spalmavo sul viso, mi leccavo le dita gocciolanti, la spalmavo sul seno…….era una maschera oscena di sborra. Intravidi sul telefono Ugo che in piedi schizzava da tutte le parti in preda all’orgasmo……non gli importava più nullla, non stava attento a nulla…..sborrava dove capitava…….aveva vista la compagna zoccola come non mai….non credeva fosse possibile…….e non aveva visto ancora niente, non sapeva ancora quanto potessi essere troia…….               

Ero pienamente soddisfatta, il cazzo di Giorgio lo avevo ripulito bene bene, lo stavo ancora succhiando per tirare fuori eventuali gocce…….era fuori combattimento, come lo era anche Franco e lo stesso Ugo che aveva partecipato indirettamente……Avevano sborrato tutti due volte in poco tempo e non si poteva pretendere di più. Anche io avevo avuto almeno due orgasmi, forse di più quando venivo inculata perché mi sembrava di avere avuto orgasmi multipli………..volevo ancora cazzo, ma mi dovevo accontentare, anche perché era molto tardi e dovevo fare un salto in istituto, non senza aver fatto prima una doccia ed essermi cambiata.

Avevo ancora intenzione di approfittare dei due ragazzi………avevamo detto che ci volevano alcune lezioni per finire la ripetizione e poi mi era venuto in mente di far partecipare pure Ugo……tre cazzi a disposizione era una cosa che non capitava tutti i giorni…….. Volevo provare una doppia penetrazione mentre succhiavo un terzo cazzo, volevo provare a farmi infilare due cazzi contemporaneamente nella fica e se ci riuscivo poi volevo provare la doppietta nel culo……..alle brutte i tre cazzi si dovevano alternare nei miei tre buchi (comprendo la bocca) per vedere le differenze tra uno e l’altro e avevo intenzione di provare anche il fisting………ci voleva uno che lo sapesse fare, ma credo che Franco fosse il più vispo di tutti e potevo certo contare su di lui……… Erano tutti e tre bisex e certo non ci saremmo annoiati nelle prossime sedute. Per il momento mi potevo accontentare….. 

 

               

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!