Senza via di scampo by M_Hyde [Vietato ai minori]




Senza via di scampo di M_Hyde New!
‘Ok, …anche questa è fatta!’ Daniela diede un’ultima scorsa veloce all’email e cliccò sul tasto Send.
Si guardò intorno: l’ufficio era inondato dalla luce pomeridiana di quella bellissima domenica primaverile. L’arrivo dell’ora legale aveva allungato all’improvviso le giornate e anche il tempo si era rasserenato: la primavera era esplosa in tutta la sua bellezza.
-“Non dovrei essere qui.” – Sospirò a voce alta. Al di là del vetro, le scrivanie e le sedie vuote erano spettatrici silenti delle sue domeniche lavorative.
Il lavoro era parecchio e il fatto di prepararsi per le ferie incombenti le dava la scusa per essere lì, a definire gli ultimi dettagli e a dare le linee guida per chi avrebbe gestito le varie attività in sua assenza, ma in realtà non c’era nessun valido motivo lavorativo per andare in ufficio la domenica, cosa invece a cui aveva ormai fatto l’abitudine. I locali vuoti le erano ormai familiari quasi come la loro versione settimanale, brulicanti di persone e con i classici rumori di sottofondo: ticchettii di tastiere, chiacchiericci sommessi, telefoni che trillavano e ronzio di stampanti.
Si appoggiò allo schienale della poltrona, guardano dalla finestra le cime delle montagne ancora innevate senza in realtà vederle. La sua vita era sempre più vuota e stava, come sempre, cercando di riempire quei vuoti con il lavoro. Non poteva più continuare a farlo e a mentire a se stessa: era arrivato il momento di fare i conti con la sua coscienza. Aveva trasformato l’azienda rilevata dal padre in era una realtà di successo, in grado di dare lavoro a tante persone e tranquillità economica alla sua famiglia, ma era proprio sul fronte familiare dove il contrasto appariva impietoso: la sua vita non poteva essere giudicata altro se non un triste e misero fallimento.
Aveva una madre, ricca abbastanza per passare gli anni della vecchiaia in giro per il mondo e che quasi non si ricordava di avere dei figli, un fratello sbandato che si ricordava di lei, sì, ma solo quando gli servivano soldi o aveva bisogno di aiuto per farsi tirare fuori da qualche guaio in cui puntualmente andava a cacciarsi e una figlia con cui aveva un buon rapporto, ma che aveva scelto una strada che la portava lontano dall’Italia. Molto lontano. C’era un tempo dove era stata felice e realizzata, con un marito di cui era veramente innamorata, una persona splendida, nota e con un buon lavoro e un’ottima posizione sociale… che aveva rivelato la sua vera personalità quando lo aveva scoperto a tradirla con un’infermiera mentre lei era incinta della loro figlia. A lui era crollato il palco, a lei il mondo intero. Aveva poi scoperto che non si trattava di una scappatella occasionale o di un momento di debolezza, ma di una pratica che portava avanti da quando erano ancora fidanzati senza che lei avesse mai sospettato di nulla. A questo punto, molti piccoli dettagli su cui in passato aveva sorvolato ma che suonavano strani, prendevano un nuovo, sinistro e terribile significato.
Non si era più ripresa realmente da quello shock. Da allora aveva avuto alcune relazioni, più o meno durature e felici, ma dentro di lei si era rotto qualcosa che non le consentiva più di fidarsi di un uomo e quindi di avere un compagno di vita come se lo era sempre immaginato fin da piccola.
Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla grande vetrata che dava sulla zona industriale. Di domenica era innaturalmente calma e deserta, i capannoni e le palazzine a vetri che vegliavano centinaia di parcheggi deserti che di lunedì troppe auto si sarebbero contesi nella frenesia dei giorni feriali che lasciava posto a weekend di incantato silenzio.
-“Daniela Venturi, imprenditrice di successo e donna infelice.” – Dichiarò alla sua immagine riflessa nel vetro.
-“Stasera però torna Arianna da Shangai e da domani, in Spagna, in cammino con lei verso Santiago de Compostela forse farà sentire me e mia figlia vicine come una vera famiglia e complici come due vere amiche.” –
Era una vacanza strana per lei, abituata a correre in tutti i sensi. Da quando si era separata dal marito, aveva cercato di dimostrare a se stessa che poteva essere per Arianna sia una madre che un padre, per questo forse aveva iniziato a comprare macchine sportive e a correre sempre. Aveva anche avuto un pauroso incidente, devastante per l’auto ma miracolosamente senza conseguenze per lei. Inoltre negli ultimi anni si era messa ad andare in palestra tutte le mattine, per combattere l’avvicinarsi del decadimento fisico dovuto all’età, anche se, a quarantotto anni, poteva definirsi una donna attraente ed in perfetta forma fisica.
Camminare un po’ e meditare le avrebbe fatto bene. Aveva la sensazione che i ritmi lavorativi e di vita la facessero correre, ma senza un reale scopo, un po’ come quelle icone con l’asino e la carota che gli penzola davanti attaccata ad un bastone. Non voleva finire sfiancata per rincorrere cose che non avrebbero dato veramente valore alla sua vita. Doveva ritrovare se stessa, partendo proprio dal rapporto con sua figlia.
Spense il computer portatile e lo mise nella borsa, raccolse le sue cose e uscì dalla stanza e dagli uffici, chiudendo alle sue spalle il portoncino blindato dopo aver digitato la combinazione che attivava l’allarme.
Scese le scale e si avviò verso l’auto. La zona era deserta, di notte un paio di discoteche in zona attiravano gente di ogni risma, ma di giorno non era una zona pericolosa. Non aveva comunque lasciato l’auto al solito posteggio, ma in un posto un po’ più appartato per evitare che qualche passante si facesse tentare da una bella macchina e magari le rompesse un finestrino o peggio, la rubasse. Girò l’angolo e fice scattare il telecomando. Le luci della sua Audi coupé si accesero. Aprì lo sportello e mise la borsa sui sedili posteriori.
Faceva caldo e si tolse l’impermeabile. Si stava benissimo anche solo con il tailleur.
Una piccola puntura sul fianco la fece trasalire, mosse la mano per scacciare l’insetto impertinente, ma le sue dita cozzarono contro qualcosa di metallico, si girò di scatto a bocca aperta e fece appena in tempo a vedere una lama quando qualcosa la colpì così violentemente in volto da farla prima barcollare sui tacchi alti e poi cadere seduta per terra tra lo sportelo aperto e l’abitacolo dell’Audi.
-“Zitta, troietta! Questo è stato solo un assaggio e se provi a fare il minimo rumore ti farò male davvero.”-
Ora il coltello premeva con la punta sotto il suo mento.
Daniela non capiva se era più stupefatta o terrorizzata. Davanti a lei la voce roca e decisa proveniva da sotto un cappello da baseball che non celava ma lasciava in ombra un viso dai capelli scuri e con un accenno di barba. Non lo aveva sentito o visto arrivare, come non aveva visto il ceffone che l’aveva colpita in pieno volto, ma quello lo aveva sentito, eccome. Aveva tutta la guancia che le pizzicava, anche se era probabilmente troppo agitata per provare dolore.
Cercò di farsi forza e riacquistare un minimo di lucidità. Pensare che qualcuno avesse assistito alla scena sarebbe stato chiedere troppo. Doveva cercare di guadagnare tempo.
-“Hai capito cosa ti ho detto, troietta?”- ringhiò l’uomo.
-“Sì…”- farfugliò lei. –“Stai calmo, ti darò tutto quello che vuoi. Non …non c’è bisogno di farmi male.”-
-“Questo lo vedremo.” – rispose minaccioso.
Forse voleva solo rapinarla. Se la sarebbe cavata con un po’ di soldi rubati, una denuncia e un po’ di mal di denti. Forse voleva salire in ufficio e farle disinserire l’allarme…doveva cercare una scusa per evitare che questo succedesse. Forse poteva dire che l’allarme lo controllava l’agenzia della sicurezza e che era temporizzato.
-“Sali in macchina.”-
Come in macchina? Daniela fu presa alla sprovvista.
-“Co…Cosa?”- Chiese con un filo di voce.
Il coltello premette più forte contro il suo mento. Faceva male a tal punto che Daniela pensò stesse incidendole la carne.
-“Allora, troietta, te lo spiego con calma perché oggi sono buono: il dolore parte dal basso e lo posso fare arrivare all’infinito. Il ceffone che ti sei presa era il primo gradino. Ogni volta che mi fai ripetere una cosa lo alzo di un livello. Ubbidiscimi e resterai viva. E’ chiaro?”-
Daniela aveva lo sguardo vitreo negli occhi sbarrati dal terrore e il cuore che sembrava trovasse insopportabile starle rinchiuso nel petto.
Si limitò a sibilare un sì tra i denti stretti per la paura di muovere la mandibola e sentire la punta del coltello affondare ancora di più.
Sempre con il coltello puntato, si puntellò con le mani sul cemento del parcheggio e poggiò il sedere sul sedile di guida. Non capiva se lo sconosciuto voleva che si mettesse al posto di guida o in quello del passeggero. Era frastornata e le girava la testa.
Click-click-click!
Prima che capisse cosa stava succedendo, nell’altra mano dell’uomo erano comparse delle manette, che ora erano saldamente chiuse intorno alle sue caviglie.
Daniela guardò l’uomo esterrefatta con aria interrogativa.
Lui si chinò a raccogliere le chiavi della macchina e i grandi occhiali neri alla moda che le erano caduti quando era stata colpita. Le mise gli occhiali da sole, infilandole le stanghette tra i boccoli biondi, poi le prese le caviglie per la corta catenella delle manette che luccicavano in contrasto con i collant neri e le scarpe alte e facendola ruotare su se stessa, la sistemò in posizione di guida, poi chiuse lo sportello.
Salì dall’altro lato, mise un borsone scuro che prima Daniela non aveva notato sul sedile posteriore e si sedette al posto del passeggero.
A quel punto estrasse un nuovo paio di manette e ne mise una al polso destro di lei, fisando l’altra ad una protuberanza sul retro del sedile, nella parte bassa. Poi mise la cintura di sicurezza a Daniela.
-“Bene, possiamo andare!”- Disse lui inserendo le chiavi nel cruscotto. –“Premi sul pedale del freno.”-
Daniela non capiva se era impazzita lei o lui. Dove poteva andare conciata così?
-“Non riesco a guidare così. E’ impossibile…”-
In tutta risposta l’uomo infilò la mano con il coltello nello spacco della gonna, lei cercò di contrastarlo con l’unica mano libera e contraendo al contempo le ginocchia verso il volante, ma lui le ricacciò indietro la mano con violenza, facendola sbattere contro il finestrino. Poi, facendosi prima strada con la mano allargandole le cosce, arrivò a puntarle la punta della lama contro le mutandine in pizzo.
Daniela cacciò un grido ma poi si zittì subito ricordando cosa le aveva detto prima lo sconosciuto. Le sue minacce sembravano assolutamente fondate.
-“Lo stenti, troietta?”-
Odiava quel termine. Era lontano mille miglia dal suo modo di essere. Avrebbe voluto urlargli che non era una troia.
-“Sì.”- disse piano.
-“Bene, questo è l’inizio della scala del dolore. Ubbidiscimi e questa lama rimarrà dov’è ora. Fai qualsiasi cosa che mi infastidisca e ti assicuro che prima che tu possa sperare di cavartela, il tuo sangue avrà imbrattato tutta questa bella macchina. Ora premi il cazzo di pedale del freno. Quest’auto ha il cambio automatico, quindi puoi guadarla con un piede e una mano, come sicuramente avrai già fatto mille altre volte.”-
Già… Era vero, pensò Daniela, ma non ero ammanettata con un coltello tra le cosce.
Premette il freno con il piede destro. Lui premette il pulsante di start e mise la leva del cambio sulla posizione D.
-“Dove devo andare?”- chiese titubante.
-“A casa. A casa tua.”- rispose lui.
Daniela capì improvvisamente che la cosa era molto più seria e drammatica di come se l’era immaginata…. E non aveva certo immaginato di fare una passeggiata.
Tolse il piede dal pedale e con orrore sentì l’Audi, ubbidiente, avanzare lentamente verso la strada. Probabilmente suo incubo era appena all’inizio.
Premette leggermente sull’acceleratore e, attraversato il cancello dello stabile, svoltò nelle vie deserte della zona industriale.
-“Sul serio.. non credo di riuscire ad arrivare a casa. Mi gira la testa e sono agitata, potrei sentirmi male e finire contro un palo o un’altra macchina.”- cercò di convincere il suo aguzzino.
-“Ce la farai, sei una donna forte e poi non abiti poi così lontano. Oggi poi on c’è traffico e tra 10-15 minuti al massimo saremo arrivati.”-
‘Mi conosce!’ Tutta questa storia stava prendendo una piega terribilmente sbagliata. Daniela iniziò a sbirciarlo cercando di non farsi vedere. Era sicura di non averlo mai visto prima. Il fatto che non si fosse preso la briga di mascherare il suo aspetto le faceva presagire conseguenze tragiche. Il solo pensarci le faceva perdere il senno e si costrinse a rimandare quel tipo di pensiero per non finire veramente fuori strada. Sentiva sempre il pungolo tra le gambe e era conscia che quel leggero fastidio poteva trasformarsi in un istante in una lacerazione fatale. Le sue cosce vivevano ad ogni istante la lotta tra il serrarsi a difesa delle sue parti intime e l’allargarsi per evitare ogni contatto con quell’intrusione così minacciosa.
Nel frattempo si stavano avvicinando a casa. Daniela aveva pensato più volte di cambiare strada e tergiversare cercando di incrociare una pattuglia della polizia, ma era chiaro che quell’uomo se ne sarebbe accorto. Di certo sapeva dove abitava, probabilmente l’aveva pedinata a sua insaputa per giorni, forse per settimane, per imparare le sue abitudini. Le sembrava di impazzire. Non trovava nessuna via d’uscita se non assecondare l’uomo che l’aveva rapita. E quella non le sembrava una via d’uscita.
-“Hai delle belle gambe.”- disse improvvisamente il suo rapitore rompendo un silenzio che durava da qualche minuto.
La sua voce aveva un tono neutro, non cattivo o lascivo. Incredibilmente, poteva passare per un normale e sincero complimento senza secondi fini. Daniela sapeva di avere delle belle gambe, ed era il tono dell’individuo più che il contenuto della frase che l’aveva sorpresa.
-“Grazie.”- rispose lei dopo qualche istante di silenzio riempito dal suo stesso imbarazzo. –“se stai pensando di corteggiarmi, devo avvisarti che non sei partito proprio con il piede giusto. Se ci tieni davvero possiamo ricominciare da capo e magari…”- provò a scherzare lei sperando che l’uomo avesse qualche ripensamento.
Lui rise forte e di gusto con quella sua voce roca che ormai Daniela aveva impresso nella mente e che non avrebbe più potuto dimenticare.
-“Lo avevo detto che sei una donna forte e, a quanto pare, anche con la battuta piuttosto pronta. Mi piace!”-
-“Vuoi dire che non mi farai del male?”- chiese lei speranzosa.
-“Non ho esattamente detto questo mi pare.”- rispose
Daniela provò a giocare un’altra carta.
-“Mi ucciderai. Lo so.”-
-“Perché e sei così convinta?”-
-“Perché…”- la voce le tremava, non riusciva a valutare lucidamente se rivelare i suoi pensieri avrebbe peggiorato la sua già drammatica situazione –“…perché non hai nascosto il tuo volto”- disse alla fine dopo una lunga e tragica pausa.
-“Stammi a sentire, troietta, se vivrai o morirai dipenderà dalle scelte che farai. Ti ho già detto come fare per restare viva, te lo sei già dimenticata?”-
-“No…”-
-“Bene, troietta, cosa ti ho detto che devi fare per restare viva?”-
-“Ubbidirti.”-
-“Brava, tienilo a mente sempre. Io mantengo sempre le mie promesse, sappilo, troietta.”-
-“D’accordo…. e…. tu però sappi che io non sono una troia.”- finalmente era riuscita a dirlo
-“Hahaha….lo so.”- le ultime parole le aveva pronunciate con un tono che fece capire a Daniela che doveva cercare disperatamente una via d’uscita prima di sprofondare nei meandri di un incubo da cui non avrebbe forse più potuto uscire.
Nel frattempo erano giunti nella via dove abitava e l’uomo stava pigiando i tasti del telecomando attaccato alle chiavi dell’auto finché un a luce gialla intermittente iniziò a lampeggiare sul cancello del palazzo dove abitava. Daniela fermò l’auto all’inizio della rampa di accesso ai garage.
-“Sul serio…. Cosa vuoi da me? Soldi? Vuoi quest’auto? Te la lascio. Finora è andata bene: fermati qui. Ti giuro che non sporgerò denuncia. Se oltrepassiamo questa soglia poi ti metterai davvero nei casini, pensaci.”-
-“Mia cara troietta….non voglio soldi o macchine. Voglio TUTTO.”- sussurrò minaccioso più che mai.
-“E ora, togli quel cazzo di piede dal freno e scendiamo giù per la rampa, verso questi casini in cui voglio che ci infiliamo.”-
L’auto scomparve, inghiottita dal buio dei garage.

La basculante che isolava il posto auto di Daniela dal resto del garage si abbassò lenta e inesorabile fino a quando, nell’abitacolo silenzioso della sua Audi sportiva fu veramente isolato dal resto del mondo. Era ancora con le caviglie ammanettate e con il polso destro agganciato a qualcosa dietro il suo sedile che la costringeva ad una posizione un po’ scomoda e innaturale.
Lo sconosciuto che l’aveva rapita di fronte al suo ufficio e costretta con la minaccia di un coltello a portarlo a casa sua aprì lo sportello, prese le chiavi da una tasca e liberò l’anello della manetta fissato al sedile.
-“Scendi!”- le intimò
Lentamente, come in stato catatonico, Daniela aprì lo sportello e scese dall’auto. Se lo trovò davanti, tutto sommato era anche un uomo di aspetto gradevole, riuscì assurdamente a pensare mentre lui la squadrava. Era moro, capelli non molto lunghi, abbastanza alto e sembrava muscoloso, i suoi occhi nella penombra sembravano grigi o qualcosa del genere, ma sebbene il suo sguardo vagasse tra il mefistofelico e l’angelico, il suo aspetto, se non proprio del bravo ragazzo, non richiamava affatto i tratti di un criminale o di un balordo. Tutt’altro. Era anche vestito con abiti sportivi ma ricercati, di certo anche piuttosto costosi.
-“Togliti le scarpe i collant.”- ordinò in tono asciutto.
Ecco andare in frantumi il quadretto di uomo non proprio balordo che lei stava a forza cercando di farsi entrare in testa per calmarsi.
-“Vuoi violentarmi?”- chiese lei mentre sentiva gli occhi gonfiarsi di lacrime.
Lui di tutto rimando sorrise.
-“No, voglio rallentarti. E farti stare zitta. Ora fai come ti ho detto, prima che cambi idea e la tua situazione peggiori”-
-“Non urlerò, hai la mia parola. E in quanto alla mia situazione… peggio di così!”- singhiozzò
Non voleva piangere, ma la tensione era al limite da troppo tempo e si trovava chiusa in un garage sottoterra in balia di un uomo che di certo aveva pessime intenzioni nei suoi confronti. Le sue agogniate ferie erano iniziate come peggio non si poteva.
Due lacrime le scesero lungo il volto e si affrettò ad asciugarle con la mano.
-“Avanti, non crollare adesso che siamo arrivati.”- la incitò lui
-“Arrivati dove?”- incalzò lei –“all’inferno…..”-
-“Sbrigati. La pazienza non è tra le mie doti migliori.”-
Questo era ovvio, pensò Daniela. Lui le passò una piccola chiave per aprire le manette che le bloccavano le caviglie e lei dovette armeggiare un bel po’ per riuscire ad aprirle. Incredibile come nel film sembrasse uno scherzo aprirle anche solo con una graffetta piegata.
Una volta libera si sedette sul sedile e si sfilò prima le scarpe e poi i collant. Notò che questi ultimi avevano patito il contatto con la punta dell’arma e presentavano un foro proprio in mezzo alle gambe.
-“Rimettiti le scarpe e alzati in piedi.”-
Ubbidì, come le era stato consigliato di fare in modo così convincente.
Una volta in piedi lui la fece girare e le ammanettò il polso sinistro dietro la schiena, insieme al destro da cui ancora pendevano le manette usate per bloccarlo durante il viaggio. Poi prese i collant e iniziò a fare una specie di palla molto stretta e compatta con la parte che di solito avvolge il sedere e i basso ventre. Una volta finito la prese per i capelli, facendole reclinare la testa all’indietro e le disse di spalancare la bocca.
Voleva infilarle quella cosa in bocca?!?! Nemmeno per sogno!
-“No! Ti prego! Giuro che non fiato! Non una parola, promesso!”-
Lui la prese per le spalle e la girò in modo da averla di fronte e le mollò un ceffone come il precedente. Stavolta lo sportello sorresse Daniela che non cadde. Per fortuna, perché con le mani ammanettate dietro la schiena avrebbe quasi certamente battuto la testa.
-“Non sei poi così intelligente come pensavo.”- disse acido mentre una lacrima di odio solcava la guancia arrossata di lei. –“Ora apri la bocca e non farmi incazzare o sperimenterai subito il secondo gradino sulla scala del dolore.”-
Intontita, Daniela aprì le labbra. Lui inizio a spingere quella matassa di Nylon e lei si trovò a dover veramente spalancare la bocca cercando di non opporre troppa resistenza, ma cercando allo stesso tempo di non soffocare. Alla fine lui con le dita riuscì a cacciarle tutto in bocca, poi, usando le gambe dei collant, fece una serie di giri intorno alla testa, fissandole il tutto in maniera certosina.
-“Groan…”- fu l’unico debole mugolio gutturale che Daniela riuscì a far uscire da quell’impiastro che una volta erano le sue calze.
La respirazione era un po’ affannosa e l’agitazione non aiutava.
L’uomo le sollevò improvvisamente la gonna sopra la vita. Lo guardò con gli occhi spalancati mentre lui afferrava le sue mutande di pizzo e le abbassava fin sopra le ginocchia.
-“Ga..gog..gg..gaga”- cercò di protestare. Voleva dirgli che aveva appena detto che non voleva violentarla lì in garage.
La gonna fu riabbassata. Ora copriva appena le mutande che erano stata fatte scendere fin poco sopra le ginocchia.
-“Shhh!!”- disse lui facendo il gesto del dito davanti alle labbra.
Prese il soprabito dall’auto e lo mise sulle spalle di Daniela, alzando il bavero. Poi prese dal suo borsone un foulard e lo mise all’interno del bavero, a coprire la bocca.
-“Bene. Ora saliamo in casa tua. Ogni cazzata che farai, ti assicuro che te la farò pagare carissima.”-
La basculante si alzò con la sua consueta calma. Iniziarono a camminare verso l’ascensore. Daniela si sentiva goffissima, ma probabilmente ad un passante distratto, poteva sfuggire la sua spaventosa situazione. Quello stronzo era piuttosto ardito e si stava prendendo dei bei rischi. Lei d’altro canto, era veramente sfortunata: in garage infatti non c’era anima viva.
Scappare era impossibile. Stava facendo fatica a camminare senza far scendere le mutande e se avesse provato a correre, sicuramente le sarebbero scese alle caviglie facendola cadere. Oltretutto con le mani dietro la schiena e la respirazione condizionata da quel bavagli ingombrante, anche se era in buona forma, non avrebbe fatto molta strada e se lui fosse riuscito a riprenderla, non dubitava che le avrebbe fatto male come aveva promesso.
Mentre si avvicinavano all’ascensore Daniela pensava a cosa poteva fare per uscire dal suo incubo a parte tentare la fuga. Aveva pesato di sbagliare piano e suonare a casa di un vicino o di fare finta di aprire con la chiave fino a quando questi non fossero venuti a vedere cosa succedeva davanti alla loro porta.
Ripassò mentalmente le possibilità: al piano terra abitavano una coppia di anziani male in arnese e una signora anche lei sull’ottantina. Non potevano essere d’aiuto, anzi, rischiava di farli ammazzare. Al piano primo c’era l’appartamento che aveva comprato e ristrutturato per Arianna, sperando che sua figlia si decidesse a rimanere a stare lì e che al momento era vuoto. Di fronte, sullo stesso pianerottolo c’era una coppia di ragazzi con due gemelli di un anno e non era il caso di metterli in pericolo, al secondo piano c’era il suo appartamento e quello occupato da uno studio di commercialisti che ovviamente, di domenica era deserto.
Arrivò all’ascensore rassegnata. Entrarono.
Appena le porte si chiusero dietro di loro, Daniela sentì qualcosa scivolare sulle gambe. Abbassò lo sguardo già sapendo che cosa avrebbe visto. Le mutande le erano scese alle caviglie. Non aveva il coraggio di guardare verso lo specchio per vederci la terribile e umiliante situazione in cui si trovava.
-“Beh, queste ormai hanno svolto il loro compito, ora sono diventate inutili.”- sentenziò l’individuo che era con lei, mentre senza troppi complimenti gliele sfilava del tutto.
‘Ah, fantastico..’ cercò di essere sarcastica tra se’ e se’ Daniela, che si sentiva già completamente nuda e inerme di fronte al suo rapitore.
Lui mise il dito sulla pulsantiera e la guardò beffardo con aria interrogativa. Passò la mano sul pulsante che chiudeva le porte. Poi indicò il numero 2. Daniela scosse la testa. Passò al piano successivo. Lei sospirò e fece un microscopico cenno di assenso. Non aveva ben chiaro cosa la stesse aspettando, ma era certa di essere fottuta su tutta la linea.

 

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Maria troia per amore by durex [Vietato ai minori]




Avevamo trascorso una serata fuori città divertendoci e, soprattutto, alimentando la nostra reciproca eccitazione.
Maria mi aveva sorpreso con la scelta dell’abbigliamento: un micro abito nero con calze 50denari autoreggenti e reggicalze a stento coperti dal vestito che, il più delle volte, a causa dei movimenti, scopriva gran parte della lingerie.
Chiudeva il quadro una più che generosa scollatura associata ad un’aderenza della parte superiore che lasciava immaginare tutto, ed un paio di scarpe nero con un classico decollete con un tacco a spillo di 14 cm.
Una bomba erotica pronta ad esplodere.
Durante la serata Maria aveva calamitato l’attenzione, i nostri sguardi, complici ed intimi, molte volte si erano incrociati, divertiti ed eccitati.
Lei si era prodigata nelle provocazioni, portando il tasso di eccitazione a livelli altissimi, senza mai oltrepassare la linea del puro erotismo, facendo vedere e non vedere le proprie intimità.
Io mi ero gustato una Maria del tutto nuova nella realtà, conosciuta solo nei nostri giochi.
Pregustavamo, entrambi, il prosieguo della serata, tra le lenzuola del nostro letto per continuare a giocare.
Andammo via verso mezzanotte. Un po’ brilli, ma coscienti, divertiti ed eccitati.
Ci mettemmo in macchina e ridemmo di molte scene provocate da lei e vissute da entrambi.
Avevo bisogno di un caffè ed entrai nell’autogrill a metà strada da casa.
Decidemmo di provare a continuare il nostro gioco.
Scendemmo entrambi. Maria lasciò in macchina il cappotto, entrando nel bar con il micro abito.

All’interno dell’autogrill c’erano due militari statunitensi di colore, evidentemente della vicina base aerea, che catturarono l’attenzione di Maria. Ben conoscendo il suo debole per la razza di origine africana, le palpai le chiappe e le sussurrai all’orecchio di non eccitarsi troppo. Maria mi sorrise con complicità. Ci saremmo divertiti.
Andò alla cassa facendo in modo da attirare gli sguardi dei due militari. Si piegò leggermente mostrando loro quel che li avrebbe eccitati. I due uomini si guardarono ed uno dei due si portò nell’immediate vicinanze di Maria. Le lasciò completare l’operazione alla cassa e la seguì sino al bancone del bar. Mi allontanai un poco per non inibire l’americano e godermi, comunque, la scena. Il nero le rivolse la parola in italiano. Maria rispose ed iniziarono a parlare in modo sempre più accattivante. Non sentivo il contenuto dei loro discorsi, ma vidi, ad un certo punto, il nero sorridere ed allungare una mano verso le cosce di Maria. Lei lo lasciò fare, continuando a guardarlo e sorridendo giulivamente. Il militare portò la mano fin sotto l’abito; le accarezzò i fianchi verificando ciò che aveva già avuto modo di vedere e le disse:
– Non si va in giro senza slip
Maria sorrise, inclinò la testa all’indietro e perdendo ogni residuo di inibizione, allungò la mano sulla patta del nero e rispose
– Perché tu li hai?
– Li ho per farmeli togliere da te, disse prontamente l’uomo.
La baciò sul collo afferrandole con forza entrambe le chiappe.
Non volevo che la situazione sfuggisse completamente di mano e mi avvicinai.
Il nero rimase sorpreso dalla mia presenza e lasciò immediatamente la presa.
Lo rasserenai con poche parole ed intanto si avvicinò anche l’altro militare.
Proposi di uscire dall’autogrill per continuare altrove la nostra nuova amicizia.

Scambiai uno sguardo d’intesa con Maria. Sembrava a suo agio in quel ruolo, ma intravidi nei suoi occhi un segno di indecisione e timore.
L’abbracciai per farla sentire, comunque, protetta, uscimmo dall’autogrill e ci avvicinammo alle rispettive auto che, casualmente, erano parcheggiate una di fianco all’altra.
Ci presentammo.
– Ciao sono George, disse il nero più audace, in un sicuro italiano
– Ciao, il mio nome è David, disse l’altro nero.
Presi il mio iphone e mi collegai ad un’applicazione di hotel trovandone uno nelle vicinanze. Sulla mappa era indicato a circa dieci km da dove eravamo.
Ci mettemmo in macchina, io e Maria nella nostra ed i due neri nella loro e ci dirigemmo verso l’hotel. Maria era un po’ tesa e mi confessò le sue indecisioni. Mi chiese se fossimo sicuri di ciò che stessimo per fare. Cercai di farla rilassare e le dissi che se non se la fosse sentita, avrei accostato ed avrei detto ai nostri due nuovi amici che non se ne faceva più nulla.
Guidai nel silenzio per un paio di minuti, aspettando la sua risposta, ma senza pressarla.
– Sono eccitatissima
Mi confessò, Maria. Sorrise e la sentii iniziare a sciogliesi
– Ti sorprenderò. Sarò la puttana che hai sempre desiderato. Lo farò solo ed esclusivamente per te. Dopo questa serata, la nostra coppia sarà ancora più perfetta.
Ci baciammo ed avvertii una maggiore tranquillità nell’aria.
Continuai a guidare e mi venne il cazzo durissimo. Le infilai una mano tra le cosce e la sentii bagnarsi.
– Ci divertiremo, le dissi sorridendole.
La tensione sembrò definitivamente sciogliersi.

Guidai verso l’hotel tenendo d’occhio lo specchietto retrovisore. La macchina dei nostri due nuovi amici non mi perdeva di vista. Provando a scherzarci su, le dissi:
– I nostri amici mi stanno attaccati. Temono che scappi.
– Saranno eccitati anche loro. Il cazzo di quel George sembra enorme. Quando l’ho sfiorato era già duro.
Mi baciò sul collo e mi sussurrò all’orecchio:
– Sarò così porca che stenterai a riconoscermi.
Lo disse per farsi coraggio, ma mi eccitò ugualmente.
Arrivammo davanti all’hotel, parcheggiammo e scendemmo.
Entrammo impazienti di salire in camera. Alla reception il portiere capí subito e non ci fece perdere tempo. Ci dette la chiave, i due militari si offrirono di pagare la stanza e prendemmo insieme l’ascensore.
Appena si chiusero le porto, la nostra avidità si presentó prepotente. Tutti e tre palpammo ogni parte del corpo di Maria che, da parte sua, si lasció toccare in maniera lasciva.

Arrivammo al piano e come se fosse stato dato un segnale, ci staccammo da lei.
La stanza era un po’ distante dall’ascensore. Maria camminava davanti, sculettando sui tacchi alti, facendo abilmente sollevare il vestito sin sopra le chiappe.
Uno spettacolo!
Arrivammo davanti alla camera. Maria prese la scheda per aprire, ma le risultò praticamente impossibile farlo perché le nostre mani non rimasero un istante ferme. La toccammo, l’accarezzammo e la masturbammo nella figa e nel culo senza ritegno. Maria rideva in maniera eccitata e ci pregava, scherzando, di smetterla.
Finalmente riuscì ad aprire ed entrammo. Circondammo immediatamente Maria, eravamo un po’ impacciati perché non sapevamo come iniziare. Lasciammo che tutto accadesse naturalmente.
Maria rimase in mezzo a noi tre. Le nostre mani vagavano lungo le sue cosce, sulle tette e sotto il microabito. Maria allargò le gambe per facilitare la ricerca delle sue intimità.
Poi ci fece sedere sul letto, cercó una radio nella stanza, la trovó e la sintonizzó su una stazione di musica latino americana, non il massimo, ma molto sensuale. Si mise a ballare, ancheggiando e piegandosi a ritmo di musica. Si spoglió lentamente facendoci letteralmente venire la bava alla bocca. Nuda, con indosso solo la lingerie e le scarpe, si inginocchió tra le mie gambe (ero il primo della fila). Mi palpò la patta dei pantaloni, slacció la cinta, abbassó la cerniera e caló i pantaloni. Mi tolse le scarpe e me li sfiló. Il mio cazzo, eccitatissimo, rigonfiava di desiderio il boxer. Simuló un pompino senza, peró, tirare la verga fuori dai boxer. Mi lasció in quello stato e passó al mio fianco.
David aspettava di essere spogliato, ma per lui Maria riservó un trattamento diverso.
Lasció che si togliesse da solo le scarpe ed i pantaloni, lo fece rimanere con indosso i boxer, lo cavalcó e strusció la figa bagnata sul suo cazzo che, anche se coperto dai boxer, si dimostrava di una dimensione importante.
Dopo aver fatto ingrossare ancora di più sia il proprio clitoride che il cazzo di David, Maria passó a George. Era già privo delle scarpe, provvide lei a levargli i pantaloni. Il boxer non riusciva a nascondere le dimensioni extra di quel cazzo. Maria rimase senza fiato, guardó l’uomo e gli disse:
– non ce la faró a prenderlo questo cazzo enorme
– lo prenderai dovunque, stai tranquilla, rispose George.
Maria rimase in piedi, gli dette le spalle, appoggió entrambe le mani alla scrivania difronte e gli porse il culo. George si alzó, la prese dai fianchi e strusció il proprio cazzo. Maria avvertí le dimensioni di quella verga al solo contatto ed immaginó cosa potesse significare averlo dentro.
Sentí il cuore batter forte, era arrivato il punto di fare sul serio. Se non se la fosse sentita, quello era il momento di andare via. Si giró, ci guardó e capí che era quello che voleva: per una sera comportarsi da porca, da insaziabile divoratrice di cazzi

Si avvicinò a noi tre. Muovendosi lentamente e sensualmente, si inginocchiò accarezzandoci. Le parammo davanti con le nostre verghe durissime.
Mi guardò, palpò il mio cazzo e mi liberò dei boxer. Lo divorò succhiandolo con passione.
Si staccò e passò a David. Era già nudo. Una verga di tutto rispetto reclamava la sua bocca. Aprì le labbra e se la fece. Intanto si divertiva a segarmi per non lasciarmi senza attenzioni.
Si stancò di David e, spinta da una incredibile curiosità, passò a George.
Vedeva il rigonfiamento del boxer. Il cazzo era enorme. Abbassò l’intimo e la verga nera proruppe in tutta la sua magnificenza. Maria non nascose lo stupore con un gemito di varia natura, dallo stupore, all’eccitazione, dal timore, alla curiosità.
Lo prese in mano, si aiutò con la seconda. Iniziò a masturbarlo e cercò di infilare la cappella in bocca. Si domandò come avrebbe potuto prenderlo da altre parti. Cercò di infilarlo quanto più possibile in bocca, ma più in là del glande non riuscì ad arrivare.
Lo sentì crescere nella propria bocca e rimase stupita di come ancora avesse possibilità di ingrossarsi. Immaginò il suo culo aperto da quel cazzo e per poco non ebbe l’impulso di scappare. Poi le venne un pensiero e sorrise, “chissà quanta sborra poteva schizzare fuori”. Sentì bagnarsi all’istante. Sì, era proprio quello che voleva. Essere una maiala a livelli importanti, almeno per quella sera.

Si staccò da quella verga dalle dimensioni improbabili, si alzò sugli alti tacchi. Ci guardò. Era lei a comandare, ma doveva dare l’impressione che fosse un giocattolo nelle nostre mani.
Si avvicinò a David, lo baciò sulle labbra e, intanto, si mise a segare me e George. Sentì sbattere la verga di David tra le cosce, le aprì e strusciò il clitoride. Si staccò dalla sua bocca e gli sussurrò che voleva la sua lingua sulla propria figa.
David si stese sul letto e Maria si mise carponi in posizione sessantanove. Sentì la lingua del nero slapparle la figa ed emise un gemito. George si avvicinò ed iniziò a leccarle il buco del culo. Maria strinse le lenzuola con le mani per il piacere intenso che stava provando. Mi guardò, si bagnò le labbra e mi disse:
– Voglio il tuo cazzo.
Mi avvicinai e lo infilai in bocca.
La presi per i capelli e gliela scopai. Maria sussultava. Reclamava cazzi dentro di sé ed intanto si impegnava nella pompa.

Ci staccammo dalle rispettive posizioni.
Maria rimase carponi sul letto. Il culo in mostra, avido e desideroso di essere aperto.
La figa calda ed accogliente, gonfia ed eccitata.
La bocca insaziabile di cazzo.
Presi un barattolino di nutella messo su un tavolino della stanza. Lo svitai, intinsi il dito indice e le scrissi sulle chiappe: “inculatemi”.
Scoppiammo a ridere. Fotografai l’opera, la feci vedere a Maria che sorrise e con la voce più calda che le potesse uscire, disse:
– Sono qui per questo. Inculatemi a turno, tutti e tre.
Girò la testa e si aggrappò con le mani alle lenzuola in attesa della prima sodomizzazione.

Iniziò David. Si avvicinò, le leccò per bene il buco del culo, sputò un abbondante quantità di saliva. Cercò di aprirlo con due dita. George si allontanò e trovò vicino al frigo bar una forma piccola di burro. La buttò verso l’amico, il quale la riscaldò un po’ tra le mani, la scartò e la passò sul piccolo e stretto orifizio di Maria.
Lo unse per bene ed avvicinò, finalmente, il proprio cazzo spingendolo dentro.
Maria sentì dolore, ma cercò di non darlo a vedere. Strinse le lenzuola con le mani mentre sentiva il cazzo del nero aprirsi la strada del proprio deretano.
Ad un tratto avvertì un dolore sordo, che le fece mancare il fiato. Come se si fosse rotto qualcosa. Subito dopo, però, fu pervasa da un piacere sconosciuto, intenso, che si propagò in ogni sua cellula.
Mi guardò. Voleva un cazzo in bocca. Questa volta si avvicinò George con la sua verga imponente. Lo spompinò. Presi il mio iphone e scattai delle foto. Maria interruppe il pompino, mi disse di prendere il suo iphone e di posizionarlo per fare un filmino.
– Voglio essere una porno diva, disse e sorrise.

Sistemato l’iphone in modo che riprendesse tutte le scene, mi avvicinai a David chiedendogli il cambio. Il militare sfilò delicatamente il cazzo dal culo di Maria e mi fece cenno di prendere il suo posto. La presi per i fianchi, le allargai le chiappe e notai che il buco del suo culo era notevolmente più aperto del solito. David doveva averglielo rotto definitivamente anche se, per fortuna, non c’era traccia di sangue. Il cazzo duro non incontrò ostacoli nell’incularla e Maria si godette la sodomizzazione restando concentrata a succhiare l’imponente verga di George.
David si sedette vicino, ammirando la scena e segando il proprio cazzo. Accarezzava Maria gustando la vista di quella femmina bellissima e porca.
Finché George la prese per i capelli e le chiese se si sentisse pronta a prendere il suo cazzo nel culo.
Maria deglutì prima di rispondere:
– Si, inculami

George mi guardò e sorridemmo. Gli lasciai il posto. Io e David andammo davanti alla bocca di Maria che se ne stava con gli occhi chiusi quasi timorosa della prossima inculata. Non voleva vedere l’immenso cazzo di George trapanarle il culo. Ma il nero fu molto accorto. Inumidì per alcuni minuti il culo di Maria. Lo allargò con le dita bagnate e, finalmente, provò ad entrare. La cappella di George era almeno di una metà più grande di quella mia e di David e dovette spingere con un po’ di forza per entrare. Quando fu dentro, però, iniziò a stantuffarla con gemiti sempre più intensi di Maria che, presa da un’euforia incontrollata per essere riuscita ad accogliere nel culo quella verga impressionante, si dimevana a succhiare il cazzo mio e di David.

George cercò di entrare il più possibile allargando le viscere di Maria.
Il dolore era ormai un ricordo e Maria si sentiva sconquassata da quell’inculata meravigliosa.
Sollevò lo sguardo verso me e David e disse:
– vi voglio tutti nella figa

George sfilò piano il proprio cazzo da quel culo reso ormai accessibile a chiunque.
Maria rimase ferma qualche momento a far passare quella strana sensazione di non avere più il culo occupato da quell’immensa verga.
Si alzò dal letto e rimase in precario equilibrio sui tacchi a spillo.
Camminò con un passo incerto dovuto dall’indolenzimento del culo, si sdraiò sul letto e divaricò oscenamente le gambe.
Prese a masturbarsi con foga, sfregando il clitoride e guardando noi tre con lussuria e desiderio.
David fu il primo ad avvicinarsi, si distese su Maria e afferrando la propria mazza, la penetrò.
Maria gemette, lo sentì scivolare dentro. Cercò con le mani il cazzo mio e di George e ci masturbò facendosi scopare da David.
Il nero la stantuffava nella figa e Maria, avidamente, girava la testa ora verso me ora verso George per spompinarci a turno.

George voleva scoparla. Fece cenno a David di lasciargli il posto. Maria, istintivamente, spalancò ancora di più le cosce per permettere una penetrazione più agevole alla mazza enorme del nero.
Lo sentì entrare. Sentì la figa dilatarsi come non aveva mai fatto per permettere quell’ingresso anomalo.
Lo ebbe dentro e si gustò quella scopata. George la trombò con foga sin quasi a farla venire.
Fu a quel punto che ci guardammo e decidemmo di prenderla insieme tutti e tre.
Mi distesi sul letto e lasciai che Maria mi cavalcasse.
Il mio cazzo scivolò lentamente nella sua figa sino a riempirla del tutto.
La presi per le chiappe e le allargai il culo, invitando tacitamente uno dei due neri a prenderla da dietro.
David fu più rapido dell’amico, andò dietro Maria, sputò sulla mano per inumidirle il culo, ma si accorse che George, con la sodomizzazione precedente, lo aveva completamente rotto ed aperto.
Infilò facilmente il cazzo e Maria si ritrovò, per la prima volta nella sua vita, al centro di un fantastico sandwich.
Non pensava potesse essere così eccitante. Iniziò a dimenarsi cercando di uniformare il ritmo della scopata con quello dell’inculata. Avevamo preso, tutti e tre, una sintonia perfetta quando George interruppe quella melodia godereccia cercando la bocca di Maria.
Il cazzo di George, in tutta la sua magnificenza, prese la bocca della donna e Maria lo spompinò senza trascurare né me né David.

La scena fu sorprendente ed eccitante. Maria con lo sguardo cercava il mio, per quanto il cazzo del nero lo permettesse. Si mise a slappare quella verga durissima ed intanto, nel farsi prendere a sandwich da me e David, ci scambiammo sguardi complici ed intensi.
Entrambi negli occhi avevamo una lussuria intensa ed una passione infinita.

D’un tratto Maria fu presa dalle pulsazioni del cazzo di George. Stava per godere sotto le sue sapienti pompate. Lo sentiva pulsare nella propria bocca ed il nero aveva iniziato ad ansimare ed a scoparle la bocca. Il gettito di sborra non fu improvviso, ma devastante nella sua quantità. Maria non credeva che qualcuno potesse sborrare così copiosamente. Fu brava, però, a raccogliere tutto in bocca e ad ingoiare man mano che l’uomo schizzava.
Deglutì a ripetizione sino a riempirsi di una lunga sborrata.
Sfilò la verga di George dalla bocca leccando la cappella dagli ultimi residui.
Prese gusto a leccargli la cappella perché, contrariamente a quanto pareva scontato, il cazzo del nero non perse consistenza. Si palesava ancora duro e bello grosso.
Maria lo prese in mano, lo segò e mi guardò ammiccando.
David sfilò il proprio cazzo dal culo di Maria, che si accasciò su di me facendosi scopare per qualche minuto.
Mentre noi scopavamo, allargai le chiappe di Maria e George le andò da dietro leccandole a fondo il buco del culo. Maria stava impazzendo. Avrebbe voluto godere, ma si trattenne perché comprese che volevamo ancora divertirci.
George la preparò a fondo, mi fermai nella scopata e gli permisi di incularla.
Maria di nuovo rimase senza fiato. Cercò di facilitare l’ingresso di quella mazza nel proprio culo ed una volta dentro, si uniformò al ritmo mio e di George.
Quel sandwich durò un tempo che ci parve breve per come ci piacque, ma che durò un bel po’ di minuti.

Ci separammo.
Mi alzai dal letto mentre Maria rimase carponi sul materasso.
David si inginocchiò davanti a lei e si fece spompinare, mentre George la prese per i fianchi poggiando la cappella del suo maestoso cazzo sul buco del culo riprendendo l’inculata poco prima interrotta.
Maria era ormai rilassata ed aiutò George ad incularla.
Si fermò nel pompino finché George non le fu dentro ed iniziò a stantuffarle il culo.
Riprese, quindi, a spompinare David.
L’immagine che avevo davanti era magnifica. Il cazzo scoppiava e la sacca dei testicoli continuava a produrre testosterone a mille.
La immortalai con il mio iphone, quindi ripresi a partecipare anche io.
David scivolò sul materasso, Maria si liberò per un attimo della verga di George e cavalcò l’altro nero.
Si fece scopare, quindi attese che George riprendesse il suo posto nel culo.
Io mi piazzai davanti e la lasciai spompinarmi.
Tutti e quattro cercammo di capire quando fosse il momento di godere.
Il primo a dare segnali di voler venire fu David; i suoi colpi nella figa di Maria divennero più profondi. Maria reagì con mugolii soffocati dal mio cazzo che stava per esplodere nella sua bocca.
Le scaricai in gola una consistente quantità di sborra mentre David le inondò la figa di nettare bianco e George le regalò un clistere di sperma.
Maria si tenne al lenzuolo per sfogare il proprio piacere, devastata da spasmi per tutto il corpo.
Rimanemmo per un tempo che parve infinito in quelle posizioni.
Maria iniziò a colare sperma dalla figa e dal culo, mentre concludeva l’ingoio della mia sborrata.
George le liberò delicatamente il culo e Maria si sollevò dalla posizione assunta.
Si mise in piedi un po’ traballante sui tacchi altissimi e lo sperma iniziò a colarle lungo le cosce.
Ci guardò con occhi maliziosi, raccolse lo sperma con le dita e le leccò sensualmente.

Andò in bagno a sciacquarsi mentre i due militari mi dettero il loro numero di telefono, convinti ci saremmo rivisti.
Maria usci dal bagno. Ci rivestimmo e scendemmo insieme. La palpammo nuovamente in ascensore infilandole a turno la lingua in bocca.
Uscimmo dall’hotel salutandoci calorosamente ed ognuno andò verso la propria macchina per riprendere la vita di tutti i giorni…

 

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