Una moglie puttana. by Stephan Zanzi [Vietato ai minori]




Una moglie puttana. di Stephan Zanzi New!

Note:

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Note dell’autore:

Ero solo un gioco.

Ricevetti un sms da Stefano. Mi chiedeva se mi ricordavo di quando eravamo fidanzati, e per divertirci ci eravamo inventati il gioco dei ruoli, cioè avevamo fatto finta di non conoscerci, e lui era venuto al centro commerciale e aveva cercato di rimorchiarmi. Era stato solo un gioco, tutto qui. Molto divertente, se devo dirla tutta, e anche molto eccitante. Fu molto bello essere rimorchiata, anche se ricordo che gliela feci sudare molto, povero Stefano. Però alla fine gli diedi ciò che voleva. Non ricordo se gli diedi anche il buco del culo, ma di sicuro la fighetta sì. E mi feci fottere praticamente da un estraneo, perché in quel momento Stefano stava fingendo di essere uno che si era invaghito di me e che voleva avermi a tutti i costi. Erano passati molti anni ormai.
Gli risposi con un sms di sì, e allora lui continuò chiedendomi se mi andava di rifarlo. Caspita, certo che mi andava di rifarlo. Già mi stavo bagnando al solo pensiero. Gli chiesi quando avremmo cominciato, e lui mi rispose che era una sorpresa, che il gioco sarebbe potuto cominciare in qualsiasi momento. Gli chiesi nel frattempo come avrei dovuto comportarmi, e lui mi rispose (sempre tramite sms) di comportarmi come se nulla fosse. Quindi il gioco poteva cominciare tra un’ora come tra una settimana. L’attesa rendeva le cose ancora più eccitanti. Che marito porco che avevo!
Gli mandai un sms dicendogli di vederci in via nazionale a tale ora e a tale posto.
La via nazionale era conosciuta per essere meta di prostitute e uomini in cerca di avventure. Un vero mercato del sesso. La mia idea era quella di fingermi appunto una puttana, e di essere abbordata da mio marito. Così quella sera cercai nel mio armadio i vestiti più osceni che avevo; misi degli hot pants neri di pelle, e sopra un top rosa a fascia da cui le tette mi scivolavano sempre fuori e io ero costretta a rimetterle dentro, e infine i tacchi a spillo e una borsetta. Ero pronta per farmi rimorchiare da mio marito.
Raggiunsi la via nazionale in macchina. Parcheggiai non molto distante e poi mi misi sulla strada. Le altre prostitute, la maggior parte moldave e nigeriane, mi guardarono stupite. Non mi avevano mai vista, ai loro occhi ero una nuova. C’era anche qualche trans; notai che gli uomini preferivano quelle. In effetti erano piazzate proprio bene, però comunque non riuscivo a capire. Perché preferire una trans ad una moldava bionda di diciotto anni? Per saperlo sarei dovuta entrare nella testa di un uomo e farmici un giro. D’altronde anche Stefano una volta aveva avuto una bella sbandata per una trans, cioè Tiffany. Ricordate? Tiffany era diventata la mia rivale in amore. Avevo avuto anche la sensazione che preferisse lei a me. Ma non riuscivo a capirne il motivo.
In ogni modo mi misi a passeggiare sulla via in attesa che venisse mio marito, ovvero il mio cliente. Nel frattempo venni fermata varie volte da altri uomini. La maggior parte erano uomini con la fede al dito. Uno di loro si fermò accanto a me e mi disse: “chissà che belle spagnole che fai con quelle” riferendosi alle mie tette che erano scivolate di nuovo fuori dal top a fascia che indossavo. “E secondo me fai anche dei gran pompini”. Non riuscivo a capire se il tizio voleva solo dirmi porcate oppure era effettivamente interessato ad avermi. In ogni caso dovevo fare in modo di farlo andare via, perché mio marito sarebbe potuto venire da un momento all’altro. Mi guardai intorno ma ancora non lo vedevo. Era in ritardo lo stronzo. Davvero voleva lasciarmi lì a passeggiare su via nazionale come una puttana?
“Quanto sei maiala” mi disse il tizio che mi si era accostato.
“Lo sa tua moglie che vai con le zoccole?” gli chiesi in tono severo. Ma cosa mi prendeva? Perché mi stavo mettendo a fare la morale a quello lì? Forse perché guardandolo negli occhi avevo avuto una visione, avevo visto la sua vita mediocre, la sua moglie annoiata e stanca, il suo lavoro d’ufficio snervante e ripetitivo. Avevo visto un uomo che si era arreso alla vita, e che trovava appagamento soltanto andando sui viali, in cerca di zoccole da scoparsi in auto. “Non c’è niente di peggio per una donna che avere un marito che va con le puttane”.
“Ma che cazzo dici?” mi disse. “Avresti proprio bisogno che qualcuno ti tappasse quella bocca con un bel cazzone duro”.
Decisi di smetterla, perché non sapevo con precisione a dove mi avrebbe portata quella discussione. Certamente a niente di buono. Quindi gli dissi il mio prezzo, e gli sparai una cifra assurda, in modo da farlo andare via. Gli dissi che per la bocca soltanto volevo cinquecento euro. Per tutto il resto invece ne volevo mille.
“Ma chi ti credi di essere? Pamela Anderson? Stronza di una puttana” e a quel punto partì sgommando alla ricerca di qualcosa di più economico.
Finalmente in lontananza vidi la macchina di Stefano. Mi vide anche lui e allora mise la freccia per accostarsi a me. Mi feci avanti ancheggiando e mi abbassai verso il finestrino. Le tette mi erano di nuovo scivolate fuori dal top, ma questa volta non feci niente per rimetterle a posto. Ma quando guardai dentro la macchina notai che mio marito non era solo, e allora diventai di pietra e non riuscivo neppure a parlare. Con lui c’era un uomo, aveva all’incirca la nostra età. Non lo avevo mai visto prima. Cosa c’entrava lui nel nostro gioco di ruoli?
“Perché ti sei fermato?” gli chiese.
“Che ne dici di farci una bella doppietta con questa zoccola?” gli domandò mio marito.
L’amico di Stefano, di cui ancora non conoscevo nulla, mi guardò da capo a piedi per valutarmi. Poi disse a mio marito che non ero niente male.
“Guarda che tette” disse Stefano. “Scommetto che muori dalla voglia di farti fare una spagnola”.
“In effetti non mi dispiacerebbe”.
Adesso cominciavo a capire. Stefano aveva deciso di coinvolgere un uomo nel nostro gioco, per renderlo ancora più eccitante. L’idea non mi dispiaceva affatto. Poi sentii mio marito che diceva al suo amico che montarmi sarebbe stato proprio quello che ci voleva per festeggiare il loro rapporto di collaborazione. Ma di cosa parlava? Perché quell’uomo avrebbe dovuto collaborare con Stefano?
“Quanto vuoi?” mi chiese Stefano.
“Cento per la bocca. Duecento tutto il resto” risposi.
“Mmh” rispose il suo amico, “economica, la zoccola”.
“Ok, monta su”.
L’amico di Stefano, che si chiamava Xavier, scese dalla macchina e mi aprì lo sportello di dietro e mi fece salire, poi salì anche lui, mettendosi accanto a me. Era chiaro che voleva fare con me un po’ di petting prima di giungere a destinazione. Non sapevo bene dov’è che mi avrebbero portata per montarmi. Una cosa era certa, io ero terribilmente disorientata. Non mi immaginavo che sarebbe andata così. Credevo che si sarebbe presentato mio marito e basta, e che avremmo fatto finta di essere una prostituta e il suo cliente. Questo nuovo scenario mi aveva letteralmente spiazzata.
Comunque Stefano fece partire la macchina e Xavier non perse tempo a mettermi le mani sulle tette, spremendomele una contro l’altra e succhiandomi i capezzoli.
“Ehi Stè, guarda che tette divine!” disse. “Sembrano fatte apposta per le spagnole”.
“Sì, proprio una bella gnocca. Come ti chiami?” mi chiese.
“Sabrina” risposi senza un filo di fantasia. Avrei potuto inventarmi un altro nome, e invece ero così spaesata che non riuscii neppure a mentire. E Stefano mi guardò dallo specchietto retrovisore, mentre Xavier mi succhiava i capezzoli, e mi sorrise. Era divertito dal fatto che non mi ero neppure presa la premura di inventarmi un nome.
“Sabrina” disse Xavier, “che nome da maiala”.
“È un nome come un altro” risposi.
“Dio, quanto sei porca” Xavier era affamato, mi voleva ardentemente, e allora avvicinò la sua bocca alla mia e mi infilò la sua lingua dentro, e nel frattempo mi accarezzava le gambe e me le palpava. Si stava letteralmente impossessando di me, e Stefano di tanto in tanto ci guardava dallo specchietto retrovisore, e io guardavo lui, quasi come a chiedergli: “ma cos’è questa storia?”.
“Ehi Xavier!” disse. “Vacci piano, non vorrai mica scopartela in auto?”.
Non avevo la più pallida idea di dove mi stavano portando e di dove avevano in mente di montarmi, ma a breve l’avrei scoperto.

(Continua…)

Link al racconto:
http://paradisodisteesabri.blogspot.it/2016/12/il-mercato-del-sesso.html

Note finali:

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Io e mia sorella parte 2a




Scritto da Ganimede69,
il 2015-09-25,
genere incesti

Ci svegliammo e nudi mangiammo qualcosa. La nostra unione era totale. Lei mi faceva vedere le cose che voleva io facessi, semplicemente indicandomele, e io mi muovevo. Lei quasi anticipava i miei desideri guardandomi solo negli occhi. L’attrazione fisica tra noi era una cosa sconvolgente, dolorosa. Io resistevo, solo poco più di lei. Se eravamo nella stessa stanza non potevamo non toccarci, non baciarci di continuo. Lei era visibilmente turbata dall’attrazione sessuale che aveva per me. Mi confessò che in mia presenza era costantemente bagnata, addirittura grondante. “L’altra sera sono venuta, e tu non te ne sei accorto… C’era mamma vicino a me, e ho dovuto farmi forza per non gridare. Tu eri seduto dall’altra parte e io ti guardavo. Ho stretto le gambe e ho sentito arrivare un orgasmo fortissimo, da dentro la mia pancia. Non mi era mai capitata una cosa simile… Ho paura”. La baciai teneramente, senza lussuria, perché vidi che era veramente preoccupata. Teneva lo sguardo basso. “Sto rifiutando diversi appuntamenti… Semplicemente non ho interesse nell’uscire con gli altri uomini. Voglio fare sesso solo con te. Voglio stare solo con te… Non riesco a pensare ad altro. Davvero, sono un po’ preoccupata da questa cosa”. Le baciai il collo, poi le spalle, e poi prendendole le tette tra le dita presi a leccarle i capezzoli. “Uuuuhhhmmm… Ecco, lo sapevo… Cazzo non capisco più niente quando fai così! Inizia a girarmi tutto, godo praticamente subito! Non ragiono più… perché?” Mi fermai. “Sei una donna stupenda, e credo che io e te siamo compatibili quasi al 100×100 in tutto. Tu vedi in me il maschio ideale perché io ti piaccio per come sono, ma tu sai di essere la mia padrona, sai di potermi dominare, dall’alto del tuo essermi maggiore. Quindi è un compromesso perfetto, e vale anche per me, al contrario: io sono dominante geneticamente su di te, ma riconosco la tua supremazia su di me, la accetto anzi, la voglio. Noi ci adoriamo perché sappiamo che c’è un legame indissolubile tra noi. Il sesso l’ha solo cementato, l’ha reso solido, ma c’è sempre stato”. Lei mi guardava sbalordita. Non si aspettava, non da una ragazzo così giovane suppongo, una spiegazione così logica e semplice. Eravamo seduti sul “nostro” divano. Senza dirmi una parola si alzò, venne davanti a me, e si inginocchiò. Allargai le gambe e le si appoggiò col suo viso sul mio uccello. “Io sono tua. Forse lo sono sempre stata, hai ragione. E penso che ormai sarò perduta per questo”. Chiuse gli occhi e cominciò a farmi un dolcissimo e lentissimo pompino. C’era uno specchio che rifletteva la nostra immagine. Fu come vedere un re sul trono e la sua schiava che lo adorava. Le accarezzavo le guance e le toccavo le orecchie come se fossero la sua figa. Lei rabbrividiva di piacere. Mi leccava il cazzo per tutta la sua lunghezza. Apriva gli occhi, sorrideva al mio uccello, soddisfatta del suo lavoro, li richiudeva e ricominciava a pompare. Mi stava letteralmente scopando con la bocca, e ne godeva anche lei. Respirava dal naso e ansimava di piacere. La avvertii che se continuava così sarei venuto, presto. Volevo darle anch’io tutto il piacere che potevo scopandomela. Lei continuò il suo su e giù con la bocca anzi, incrementò il ritmo. La presi per la coda dei capelli, sollevandola e togliendomela da sopra il cazzo “Fa piano, mi stai facendo sborrare” e la baciai mettendole la lingua in bocca. Per tutta risposta lei mi guardò sprezzante e mi tolse la mano dai suoi capelli, mi appoggiò le mani sulle cosce e mi spompinò con ancora maggior forza e ritmo. C’erano solo la sua bocca e il mio cazzo. Le dissi che stavo per venire: aumentò ancora il ritmo. Con un urlo le fiottai in bocca e in gola il mio seme. Lei pompò un paio di volte ancora e poi si fermò, con tutto il mio cazzo pulsante in bocca. Sentivo la sua lingua che si muoveva sotto e intorno la mia cappella. Succhiò ed emise un paio di ‘gurp, gurp’ gutturali e profondi. Io sussultai di piacere e di lussuria, tenendola sempre per la sua bellissima criniera. Si ritrasse, ed emise un lungo e soddisfatto ‘Aaahhhh’. Mi aveva svuotato completamente, facendomi godere in maniera fin scioccante. La guardai: era soddisfatta, compiaciuta del suo sforzo, del quale aveva appena bevuto il succo. Capii che aveva voluto sancire la sua devozione verso di me, la sua nuova posizione di sudditanza, e che ne era felice, consapevole che questo era giusto. Sapeva benissimo che non l’avrei mai tradita, che non le avrei mai fatto del male, che sarei sempre stato suo, anche se avessi avuto un milione di altre donne. Aveva ragione. Venne ad appoggiare la testa sul mio petto, rannicchiandosi in posizione fetale. Io le accarezzavo i capelli, facendomeli scivolare tra le dita. Attese con pazienza che io mi riprendessi, che tornassi pronto. Mi portò da bere, soddisfò ogni mio più piccolo desiderio o bisogno, davvero come una schiava adorante con il suo padrone, che sa benissimo essere poi il vero schiavo. Sentiva chiaramente l’adorazione che provavo per lei e ne era estasiata, soddisfatta, appagata. La feci sdraiare sul divano e la baciai letteralmente dalla testa ai piedi. Poi mi fermai sulla sua figa sgocciolante. La leccai fino a che lei mi chiese di fermarmi, perché l’avevo resa dolorante. Persi il conto degli orgasmi che le diedi. Non mi sentivo più la lingua e le mascelle mi dolevano. In bocca avevo tutto il suo sapore, acido e dolcissimo. Lei se ne accorse e si preoccupò “No! Non volevo che soffrissi! Povero tesoro mio…”. Venne il suo turno di baciarmi ovunque, e io sdraiato la lasciavo fare. Poi si fermò. “Prima, dico ‘prima prima’, è stato come entrare in un altro mondo. Non mi sono mai drogata, ma penso che sia così quello che si prova. Per un attimo mi è sembrato che il mio corpo esplodesse e si espandesse all’infinito. E’ stato al di là del piacere, del sesso, della lussuria… molto di più. Grazie”. L’armonia che si creava tra noi quando lei mi parlava così, era talmente profonda, totale, avvolgente, che poi tornare alla normalità era quasi doloroso, anche a livello fisico. Il cervello si rifiutava semplicemente di staccare la connessione tra noi, dato l’enorme piacere, il benessere totale che ne traeva. Era logico a pensarci. L’unica maniera per far calare la tensione emotiva e sentimentale tra noi era scopare, capimmo. L’orgasmo, soprattutto il mio, interrompeva per qualche tempo la fusione mentale e fisica che ci prendeva. Per un breve lasso di tempo il corpo, esausto, staccava la spina al cervello. Era l’unico modo. Ma poi tutto ricominciava. Ci cercavamo, come se avessimo fame, sete di noi, come appunto, se fossimo drogati l’uno dell’altra, totalmente dipendenti. Lei era davvero in preda a una sorta di panico: cercava di resistere ma poi, tremante, tornava a cercarmi, la mia bocca, le mie mani, il mio cazzo, il mio sperma. Era stupendo vederla prendermi le mani e passarsele sul suo corpo. Se non lo facevo di mia sponte, lei mi guardava con occhi rabbiosi e imploranti “Toccami subito, baciami… Chiavami! Subito, adesso!” E io eseguivo, come un cane fa con la sua stupenda e adorata padrona… un grosso e famelico cane. Dopo un breve pompino lei si impalò letteralmente sul mio cazzo, dandomi la schiena. Saltava su di me appoggiandosi sulle mie cosce con le mani. Si contorceva sul mio uccello, durissimo, incordato e dolorante e poi, quasi uscita, si lasciava ricadere. Mi lamentai del dolore e lei, terrorizzata, scese subito con la mano e cercarmi i coglioni, per accarezzarli, per lenirli “Scusami! Ti ho fatto male… Mi sembra di impazzire, non mi controllo… Godo come una cagna in calore!” Mi fece ancora male “Ti prego, fa piano… Mi stai facendo male”. Con un gesto rapidissimo si sfilò da sopra il mio cazzo e andò a prendermi i coglioni in bocca, delicatissima ma terrorizzante per me “Come sono duri, caldi e gonfi… Poverini” Mi sorrise, sensualissima “Adesso li svuotiamo tesoro, stai tranquillo” Come una gatta, si mise a pecorina appoggiando il viso sul bracciolo del divano “Vieni a fottermi, svelto”. Le puntai la cappella tra le labbra della figa “No. Vai su… Lo so che lo vuoi. Lo avverto da giorni che lo desideri. Vedo come mi guardi il culo, e come me lo tocchi… Quando ti scopo e tu me lo tieni, sento le tue dita che cercano il mio buco… Aspettavo che me lo chiedessi tu” “Non trovavo il coraggio di farlo” “Capisci perché ti adoro così tanto?” si allungò ad accarezzarmi il viso “Dai, fottimi… Bagnalo prima bene, però. Prima mettimi dentro un dito, ti dico io quando sono pronta, perché si deve dilatare da solo, rilassarsi, se no mi fai male, mi laceri”. La lavorai con cura e calma, bagnandola con tutta la saliva che avevo. “Va bene, prova adesso”. Le puntai il cazzo sul suo delizioso buco e le entrai dentro, con poco sforzo. A poco a poco le penetrai tutto nel retto. Lei si teneva con una mano al bracciolo e con l’altra si dilatava le natiche. Stava a testa bassa, e mi sembrò stesse soffrendo. “Ti faccio male?” D’istinto mi ritrassi e uscii. Il suo intestino si svuotò di aria come un mantice “Oddio! Piano tesoro, fai piano… No che non mi facevi male… ma è un piacere diverso, anche più intenso, ma diverso. Il piacere anale arriva da dentro, da non so dove. Mi stavo solo concentrando per trovarlo. E poi hai sentito quant’aria avevo dentro? Mi hai gonfiato come un otre” “Scusami” “Tesoro mio… Vieni, rimettimelo dentro. Scopami come vuoi, come ti fa piacere. Io sono tua ora, faccio ciò che vuoi. Vuoi scoparmi anche la figa? Fallo. Un po’ sopra e un po’ sotto. Solo poi non chiedermi di farti un pompino!” ridemmo insieme. Ripresi a chiavarle il culo, con calma e a fondo. “Dai tesoro, vieni, inondami la pancia”. Sapeva come eccitarmi “Monta, monta, spingi… Bravo, sborrami dentro”. Venni quasi con dolore. Le montai sopra, come per schiacciarla col mio corpo. Istintivamente la volevo dominare completamente. Lei mi lasciò fare, come una leonessa fa col suo leone. Crollai esausto. Il cazzo le uscì dalla pancia ancora rumorosamente. Mi prese per mano e andammo a lavarci. Mi tremavano le gambe e anche lei era stravolta dalla fatica. Ci sdraiammo insieme nudi, nel letto dei nostri genitori, cercandoci con le mani, anche nel sonno.

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Maria e il suo Rocky




Scritto da Ganimede,
il 2015-09-18,
genere zoofilia

Avevo conosciuto Maria in internet. Ero entrato in un sito di incontri, le nostre foto ci erano alquanto piaciute, avevamo chattato un po’, poi ci siamo sentiti al telefono, poi su Skype… Insomma tutto il giro. Decidemmo di incontrarci. Quando la vidi dal vivo rimasi alquanto deluso: aveva un bel viso, sì, ma era decisamente fuori forma. Lei notò il mio disappunto: non volevo offenderla ma non mi andava di perdere tempo. Credo che si giocò il jolly dicendomi: “Vieni a casa mia un attimo? Mi hai detto che sei un ex militare e volevo farti vedere la pistola che mi ha lasciato mio padre…”. Aveva toccato il tasto giusto. E poi un pompino me lo sarei fatto fare volentieri da lei: sentivo che era una chiavatrice e che era arrapatissima. Salimmo da lei. Subito sentii un cane abbaiare da dietro la porta.
“Aspetta che chiudo il cane in stanza”.
“Non c’è problema… non ho paura dei cani”.
“Eh, ma questo e geloso di me: sapessi…”.
Mi scattò come un campanello nella testa. Sentii il cane guaire appena la vide e agitarsi, slittando sulle piastrelle con le unghie. Lei lo prese e lo portò via, rivolgendoglisi come se fosse un ragazzino indisponente. Altro piccolo ‘ding’ nel cervello… Mi fece vedere la pistola: un catenaccio della 1a guerra mondiale.
“Se vuoi te la smonto e poi la butti via: non vale niente”.
“Ah, va beh grazie… Ti faccio un caffè, mentre la smonti?”.
“Ok”. Se ne andò in cucina. Il cane graffiava la porta e latrava chiuso nella stanza.
“Oh, ma sto cane è proprio geloso… Come mai?”.
“Ma sai, è un maschio…”.
“Ho capito, ma è un maschio di cane mica un cristiano”.
“Mi è molto affezionato, è protettivo”.
“Un po’ troppo mi pare: senti come piange”. Tornò con i caffè.
“Senti Maria, non ti andrebbe di correggerlo il tuo caffè?”.
“Scusami, ma non ho in casa alcolici…”.
“No Maria, con un po’ di panna, bella fresca, appena fatta…”.
“Ma non c’è l’ho, mi spiace…”.
“Ma te l’ha do io… Guarda”. Mi slacciai i pantaloni e tirai fuori l’uccello.
“Oh Madonna! Adesso ho capitooooo…”. Scoppiò a ridere.
“Ma dai, che sfacciato…”.
“Oh, l’importante è tirarlo fuori, diceva quel tale”. Mi alzai e le andai davanti alla faccia facendomi girare il cazzo nella mano.
“Non dirmi che non ti piace… Dai su”.
“No, no… Mi piace eccome”. Iniziò a succhiarmelo, massaggiandomi i coglioni. Sembrava stesse gustando un bel cono gelato.
“Che bel cazzo… Che duro”. Capii l’antifona al volo: non avevo la minima intenzione di scoparmela. La presi per la testa e iniziai a scoparle la bocca.
“Succhia, da brava, prendilo tutto… Fino in gola dai che sei capace…”. Ansimava, pompava e leccava. Le diedi da imboccare anche i coglioni.
“Che belli duri, gonfi… Sono belli pieni”.
“Dai che adesso li svuotiamo… Pompa, pompa… Dai che sborro”. Non volevo star lì troppo. Le bloccai la testa, diedi due begli affondo e le venni in gola. Mi svuotò bene, perché provai il gusto di vederla sottomessa.
“Toh, troia… Bevi tutto. Dai che ti fa bene”. Lei deglutì varie volte e poi mi spinse via.
“Cazzo quanto sperma… Dovevi proprio essere in astinenza”.
“Eh sì, hai ragione… Sei una brava pompinara, complimenti”.
“Che porco che sei…”. Intanto il cane guaiva e abbaiava.
“Senti, liberalo sto cazzo di cane…”.
“Ma dai povero… E’ l’unico che mi vuole bene lui, che mi è fedele”.
“Non dubito”. Andò ad aprirgli e lui corse nel salotto come a riprendersi il suo territorio. Il mio atteggiamento lo sconsigliò di venirmi vicino: credo che capì che ero pronto a farlo volare fuori dalla finestra.
“Guardalo poverino: è terrorizzato”.
“Dai tranquillo… Come si chiama?”.
“Rocky”.
“Tranquillo Rocky: la tua padrona è sempre tua”.
“Che stronzo… Vieni Rocky, vieni dalla mamma”. Si capiva chiaramente che il cane era eccitato, perché le frugava col muso tra le gambe. Maria non riusciva a scacciarlo.
“Sente il tuo brodo. Credo sia arrapato”.
“Certo che è arrapato… Lui sì, lui non si rifiuta mai”. Ding, grosso come una portaerei.
“Scusa, ma intendi che… Lo fai scopare… Con qualche cagna? O forse, la cagna sei tu?”. O la va o la spacca, pensai. Lei lo accarezzò sulla pancia, e il cane iniziò a scuotersi come se stesse montando, e gli apparve la punta del cazzo a punta dal pelo. Maria, lentamente era scesa giù e ora, indubbiamente, lo stava masturbando, scappellandolo.
“Certo mi scopa… Tu forse non hai idea di cosa è capace un cane come Rocky… Voi pensate di essere dei duri, dei veri maschi… Non siete niente rispetto ad un animale come il mio, ne fisicamente ne “umanamente”. Non dissi niente. La vidi togliersi le mutande e mettersi a pecorina sul tappeto.
“Vieni Rocky, su, monta la tua mammina…”. Il cane le saltò in groppa e con qualche colpo ben assestato le entrò in figa, con dei colpi violentissimi e velocissimi. Potevo credere a quello che mi aveva detto: era evidente che non c’era confronto. Maria prese a ululare come se anche lei fosse una cagna, sempre in calore. Adesso capivo la gelosia di quel maschio, che sebbene, di altra razza, era pur sempre un maschio ed era geloso della sua femmina. Adesso Rocky si era fermato e, con la lingua di fuori, ansimante, guaiva credo di piacere.
“Cazzo mi sta spaccando! Come gode! Mi sta gonfiando la pancia di sborra!”.
Il cane guaì ancora un poco e poi iniziò a tirarsi indietro. Non ne aveva più manco lui. Le uscì dalla figa con uno scatto, facendo esplodere dalla pancia della sua troia una fontana di sperma suo, e di umore di lei. Maria gridò di piacere e dolore. Il cane si mise a leccare il pavimento. Mi alzai e me ne andai. Avevo visto quello che volevo.

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