Le sensazioni della gita 3 – Silvia by mammamia [Vietato ai minori]




Lo guardo.

Sono stata a letto con diversi ragazzi nella mia vita, eppure non ricordo di avere mai visto un cazzo così grosso. Lo prendo con entrambe le mani. Inizio a segarlo. Su e giù. Piano piano. Non c’è fretta. Sono una professionista, io. Accompagno dei movimenti rotatori. Sembra gradire. Dalla mia posizione inginocchiata, alzo lo sguardo verso il suo volto. Mi sta osservando fargli la sega. Ha uno sguardo concentrato, ma so che dentro è felice come un bambino a Natale.

Noto per la sua faccia di bronzo, Paolo ci ha provato con quasi tutte le ragazze della scuola. Me compresa. Sarà contento di depennarmi dalla lista delle ragazze “non ancora” e di aggiungere il mio nome alla categoria “seghe”. Continuo a segarlo con entrambe le mani. Avvicino la bocca al suo membro. Rimango un po’ lì. Gli sfioro il glande con le labbra. Poi mi allontano, ridacchiando sadicamente.

Niente pompino, mio caro! Devi soffrire un po’!

Mi ci avvicino di nuovo. Mi lecco le labbra. Lo fisso negli occhi con aria di superiorità. Con la consapevolezza di essere io a dominare la situazione.

Non te lo faccio ancora un pompino, Paolino caro!

Lo massaggio. Palmo aperto, accarezzo tutta l’asta del pene fino alla cappella. In cima al membro, chiudo la mano a pugno e lo sego fino in fondo. Su. E poi giù. Avvicino nuovamente la bocca. Lo guardo negli occhi. Lecco la cappella.

Gli faccio segno di no con la testa. Spero stia impazzendo!

Riprendo a masturbarlo. Mi fermo un attimo.

Non deve venire subito!

Approfitto della pausa per sfilarmi la maglia. Non voglio mica essere l’ultima a spogliarmi! Sul letto della stanza, Davide e Valentina si dilettano ormai da parecchi minuti ad emulare i rapporti sessuali dei cani. Con movimenti profondi e regolari, Davide penetra da dietro Valentina, che emette dei silenziosi guaiti al ritmo delle spinte infertole. Allo stesso ritmo, le sue tette si muovono avanti ed indietro con movimento ipnotico. Ogni tanto un po’ invidio quel seno. Non che desideri avere una quinta misura… però non mi dispiacerebbe riuscire almeno a riempire a pieno una prima!

Slacciato il reggiseno, noto che Paolo mi guarda stupito. Non si aspettava che portassi reggiseni imbottiti. Molto imbottiti! Ci rido su: mi lecco l’indice della mano, che poi uso per massaggiare il capezzolo sinistro. Spero abbia recepito il messaggio: “ebbene sì, le tette offerte sono queste. Però le so usare bene!” E poi le tette non sono tutto. Anche se bisogna ammettere che la loro dimensione influisce molto sul giudizio che i maschietti attribuiscono ad una ragazza. Valentina, ad esempio, a parte un seno enorme, cosa può offrire? Non credo che naso storto, occhi piccoli e pelle cadaverica siano cose piacevoli da vedere in una ragazza. Inoltre, continua a tingersi i capelli di un nero corvino, facendo risaltare ancora di più il colore chiarissimo della sua pelle. Eppure… guarda come se la sta sbattendo, Davide! Quelle tette sono ipnotiche per i ragazzi.

A fianco del letto, Danilo sta filmando il documentario sulla riproduzione canina con il suo telefonino. Io pensavo fosse gay! Ma non credo che un gay si diverta a girare un video amatoriale mentre si masturba come un pazzo con l’altra mano. Avvicino il busto al grosso cazzo di Paolo. Lo guido verso il mio seno. Gli faccio scivolare la cappella sui miei capezzoli turgidi. Prima uno. Poi l’altro. Gli do un bacio sulla cappella e mi alzo. Mi guarda con sguardo implorante.

Non me ne vedo, caro, tranquillo.

Mi levo solo i pantaloni. Li abbasso un po’, poi li lascio scivolare da soli fino a terra. Guardandolo fisso negli occhi, mi inginocchio nuovamente. Continua la mia opera. Su e giù. A ritmo costante. Mi lecco la mano destra. Dal polso fino alla punta del dito medio. Poi lo masturbo con la manina umida. La lubrificatura non è ancora perfetta, però. Mi avvicino un po’ con il viso e lascio cadere un filo di saliva sul cazzo. Spalmo bene il lubrificante naturale lungo l’asta. Ancora su e giù. Su e giù. Ce ne vuole ancora un po’. Sputo sulla cappella. Ora si che le mani corrono su e giù senza problemi. Aumento un po’ il ritmo. Potrebbe essere il momento di un piccolo trucchetto. Mentre mi muovo lungo l’asta con la mano destra, uso la sinistra per solleticargli le palle. Chiude gli occhi. Gli piace. Piace a tutti!

Anche la Silvietta ha gli occhi chiusi. Ilaria da qualche minuto le sta leccando la micetta. Non mi sarei mai aspettata che Ilaria avesse simili gusti. Anche se ora capisco il perché non è in grado di indossare nulla di più femminile di una felpa. Avrei dovuto capirlo subito. Di femminile, quella ragazza ha ben poco. Spalla larghe da sportiva. Curve pressoché inesistenti. Avrebbe dovuto dirmelo, però. Le amiche si dicono tutto. Invece devo venire a scoprire una cosa del genere guardandola mentre fa ansimare la Silvietta, spalle al muro in balia dell’abilità della sua lingua.

Avvicino nuovamente la bocca al cazzo di Paolo. Tiro fuori la lingua e lecco l’asta. Tutta. Dallo scroto al glande. Giunta al termine, apro la bocca. Con un movimento di bacino, Paolo ci infila il cazzo dentro. Non riesce più ad aspettare. Non ce la fa più! Lo lascio fare. Non faccio più nulla. Tengo la bocca aperta e lo lascio penetrarla come meglio preferisce. Mi prende per i capelli. Ma non mi fa male. E’ un po’ come se mi grattasse la testa. Continua a penetrarmi la bocca. Divarico le gambe. Per quanto sia possibile farlo stando in ginocchio. Scosto leggermente le mutandine ed inizio a massaggiarmi. Paolo mi ha vista. La situazione lo eccita tantissimo. Gli afferro il cazzo ed inizio a segarlo a gran velocità. Con una mano mi prendo cura del suo membro, mentre mi prendo cura della mia micetta con l’altra. Inarca la testa all’indietro. Ha dei piccoli spasmi. Mi bagna tutto il seno. Poi, guardandolo fisso negli occhi, avvicino il suo cazzo ai miei capezzoli e ci spalmo per bene sopra quel poco di sperma che ancora il suo cazzo produce. Me lo infilo un ultima volta in bocca e lo ciuccio come fosse un calippo.

Mi alzo da terra. Non c’è più nulla da ciucciare! Mi pulisco un attimo con un fazzoletto. Non mi piace avere le mani appiccicose. Mi ricade l’occhio su due sul letto. Difficile non notarli. Il finemente depilato pube di Davide si appoggia a ritmo costante sull’ano di Valentina, mentre la penetra con esperienza da dietro. Mi eccitano! Dicono che sono una passione esclusivamente maschile, eppure a me i film porno piacciono molto. Mi sfilo il tanga e vado a sedermi sulla sedia di fronte al letto. Mi appoggio allo schienale, allargo le gambe ed inizio a massaggiarmi la fica guardando i due scopare sul letto. Guardo il sudore scendere dai lunghissimi capelli di Valentina fino alle sue mani, che stringono a pugno alcuni lembi delle lenzuola del letto. Mi piacerebbe essere al suo posto, in questo momento. Inoltre, il fatto che Danilo stia riprendendo il tutto contribuisce ad aumentare la mia eccitazione. Mi lecco la mano con cui mi sto masturbando. Aumento il ritmo dei massaggi sul clitoride. Piego la testa all’indietro e la appoggio sullo schienale della sedia.

Chiudo gli occhi.

Immagino di essere al posto di Valentina. Di essere sul letto, dominata da dietro da Davide. Di ricevere profonde penetrazioni regolari. Di sentire il sudore del suo pube bagnare il mio sedere. So che il mio sedere gli piace. Glielo ho sentito dire una volta. E non solo a lui. Piace a tutti! Sono fiera della scritta sul muro dei bagni dei maschi “te lo sbatterei in culo!” a fianco del mio nome!

Qualcuno ferma la mia mano. Riapro gli occhi. Ilaria è in ginocchio di fronte alla sedia. Scosta la mia mano e avvicina la testa alla mie grazie. Inizia a leccarmi. Piano piano. Quasi timidamente. Mi sento un po’ agitata. Per me sarebbe un’esperienza nuova. E poi non è una persona qualunque, ma una cara amica.

Guardo la Silvietta, seduta per terra, schiena appoggiata al muro, con l’aria rilassata. Decido che anche io voglio le stesse attenzioni. Prendo il gesto di Ilaria come il coraggio di confessarmi finalmente la sua omosessualità. Così mi metto comoda sulla sedia e la lascio fare. Ha capito che le lascio carta bianca. Dopo qualche leccata e dolce bacio sull’apertura della vagina, mi allarga le labbra e comincia a leccarmi il clitoride. A ritmo elevato, ma con estrema dolcezza. Si sta prendendo cura della mia fica con tenerezza. Come fosse la sua. Ora capisco non solo i suoi gusti sessuali, ma anche le scenate di gelosia quando mi sapeva in giro con altre persone. Pensavo volesse essere la mia migliore amica. Invece voleva di più. Prenditi ora tutto ciò che vuoi, amica mia! In quanto donna, conosce molto bene le esigenze femminili. Nessun fidanzato mi aveva mai leccata così bene là sotto! Le metto le gambe sulle forti spalle da sportiva. Sono tutta tua. Appoggio nuovamente la testa sullo schienale della sedia e chiudo gli occhi. Mi rilasso. Poi mi metto le mani sul seno ed inizio a massaggiarmi le tette. Mi stimolo i capezzoli. Ansimo. Mi sento. Ansimo ancora. Sempre di più. Il cuore batte sempre più forte. Ho delle contrazioni. Provo un forte piacere.

Riapro gli occhi. Ilaria mi guarda con uno sguardo soddisfatto. Continua, amica mia. Ti prego. Nota il mio sguardo. Un misto tra rilassato ed implorante. Ricomincia a prendersi cura di me.

Davide invece ha smesso di prendersi cura di Valentina. Lei lo guarda con sguardo interrogatorio: non gli ha chiesto di smetterla! La fa sdraiare di schiena, testa al limite del bordo del letto. Allarga le gambe. Ne vuole ancora. Davide non se lo fa ripetere: riprende a penetrarla. E io che pensavo che la scopasse da dietro per non vedere il suo viso. Obiettivamente, non è molto carina. Pensavo si potesse scopare con lei solo “mettendole un sacchetto sulla testa!” Dicono tutti così. Credo che Davide abbia voglia di vedere la quinta della Valentina andare su e giù al ritmo delle sue penetrazioni. Così le vede benissimo. Anche a lei piace la nuova situazione. Mi imita: tira su le gambe e le appoggia sulle spalle del “compagno”. La penetra più in profondità.

Paolo torna dal bagno. Aveva bisogna di una rinfrescata dopo il mio trattamento! Pene di nuovo in erezione alla mano, si avvicina al letto, dove appoggia il membro nei pressi della testa di Valentina. Inizia a masturbarsi davanti al viso eccitato di lei. Mentre viene scopata, prende il cazzo di Paolo con la mano destra ed inizia a masturbarlo. La vedo che prova a lavorare allo stesso ritmo delle spinte offertele da Davide. E’ facile. Lui la penetra con calma. Poi attira Paolo verso la sua bocca. Gli lecca la cappella. Sono contenta della scelta di Paolo. Se vuole un altro pompino, vuol dire che gli è piaciuto tanto il mio lavoro. Valentina prova a leccargli l’asta. Non ci riesce bene. Per quanto Davide la scopi con ritmo calmo, non è facile fare un pompino in quelle condizioni. La comprendo. E la invidio. Per quanto ammetto che le attenzioni di Ilaria sono così rilassanti. Tutti i massaggiatori dovrebbero imparare a fare quello che Ilaria mi sta facendo! Valentina decide di prendere in bocca il cazzo di Paolo. Al ritmo imposto da Davide, usa bocca e mano destra per prendersi cura di Paolo. In quanto cantante, sebbene dilettante, il senso del ritmo è proprio di Valentina. Danilo li sta ancora riprendendo. Solo che ora non si masturba più: ci pensa la Silvietta a farlo. Ogni tanto con una, a volte con entrambe le mani, la Silvietta corre su e giù lungo il pene di Danilo, che le tiene la lunga coda di cavallo bionda. Mi cade l’occhio sul seno della mia compagna. Devo smettere di guardare le tette delle altre. E’ deprimente per me! Trovo incredibile come una ragazza minuta come lei abbia un seno del genere. Gli lecca l’asta. Lo scroto. Poi prende in bocca il cazzo. Tira verso di sé Danilo facendo presa sui suoi glutei. Lo ha tutto in bocca! E io che pensavo che la Silvietta fosse una ragazza casta. Sta così qualche secondo, poi fa uscire il membro di Danilo per riprendere fiato. Lui smette di riprendere la Valentina ed i suoi compagni di avventure: ha altro da filmare. La Silvietta saluta la telecamera con un timido cenno della mano, poi ripete l’operazione. E’ fatale. Danilo esplode in un mare di sperma. Gli occhiali rosa della Silvietta sono da ripulire. Danilo si siede sulla sedia a fianco alla mia. Mi guarda con uno sguardo stupito e sconvolto. Deve essergli piaciuto molto.

Altri sussulti. La situazione, insieme alle attenzioni di Ilaria, mi sta facendo passare tutto lo stress accumulato durante l’anno scolastico. In fondo, non è anche a questo che serve la gita scolastica? Ilaria mi sta facendo sentire amata e protetta. Accarezzo il dubbio della bisessualità. E anche i capelli biondi della mia amica.

Qualcosa entra in me. L’indice della mano destra di Ilaria esplora la mia vagina in cerca di nascosti punti particolarmente stimolanti. Presto le dita diventano due.

Puliti gli occhiali, la Silvietta si siede sul bordo letto, a fianco del viso di Valentina, ed inizia a masturbarsi. Si masturba e si morde le labbra. Credo proprio di essermi sbagliata sulla castità della Silvietta! Paolo abbandona la bocca della Valentina e si avvicina alla nuova arrivata. Lei non vedeva l’ora. Le apre le gambe. Inizia a scoparla. Lui in piedi, lei sdraiata sul bordo del letto. Paolo non è pacato come Davide nella sua azione. Tiene un buon ritmo nelle sue penetrazioni. Aumenta la velocità. Le tette della Silvietta vanno avanti ed indietro. Le guardo. Continuo a fissarle. Che sia un altro sintomo della bisessualità? Mi concentro su Ilaria.

Chiudo gli occhi. Mi abbandono sempre di più.

Si ferma all’improvviso. Che le succede? Riapro gli occhi. Davide è dietro di lei, pene in mano. Ilaria si alza. Mi sorride e si allontana. Si avvicina a Danilo, seduto sulla sedia a fianco alla mia. Gli bacia il pene a riposo. Poi sale. Gli lecca il pube. L’ombelico. Sale fino ai pettorali. Gli lecca un capezzolo. Il pene di Danilo torna in erezione. Ilaria si siede su di lui. Gli prende il cazzo con la mano. Lo accompagna verso l’ingresso della sua vagina. Spinge il suo corpo verso di lui. Si fa penetrare. E’ lei a comandare. Con movimenti rotatori del bacino si fa penetrare da Danilo, che rimane immobile sulla sedia. Si rilassa. La lascia fare. Il comportamento di Ilaria non mi stupisce. Non sta mettendo nel rapporto con Danilo la stessa passione con cui ha fatto rilassare prima la Silvietta e poi me. Tratta il cazzo di Danilo come un semplice vibratore. Non sta scopando con lui; è come se si stesse masturbando. Non gli importa di avere un rapporto con lui. Vuole solo il suo pene per farsi penetrare.

Guardo Davide. Si trova ancora di fronte a me. Masturbandosi piano piano per mantenere l’erezione, attende che io decida cosa fare. Ho deciso. Mi alzo dalla sedia e con un cenno del dito gli dico di seguirmi. Passo a fianco del letto. Valentina è sdraiata nella stessa posizione in cui Davide l’ha lasciata. Occhi chiusi ed aria appagata, si massaggia dolcemente la vagina con una mano e il seno con l’altra. Davide ci sa fare, a quanto pare. Paolo fa appoggiare alla Silvietta le gambe sulle sue spalle. Ad una presa migliore, corrisponde una penetrazione migliore. La Silvietta geme. Le sue tette non si muovono più: se le massaggia in cerca di maggiore piacere.

Ho raggiunto il mio comodino. Apro il cassetto della biancheria. Rovisto un po’.

Trovato!

Mi giro e mostro il vasetto di lubrificante a Davide. Lo vedo piacevolmente sorpreso. Mi avvicino al suo pene e gliene verso una bella striscia lungo tutta l’asta. Lo masturbo. Deve essere ben lubrificato. Per quello che voglio fare la saliva non basta! Torno alla mia cara sedia. Mi piego in avanti e mi ci appoggio con una mano. Con l’altra verso un po’ di lubrificante sull’ano. Poggio il tubetto sulla sedia e mi spalmo per bene la sostanza appena versata. Faccio un test del risultato: mostro a Davide come due dita entrino nel mio ano senza incontrare resistenza. Mi piego totalmente in avanti, appoggiandomi sulla sedia con le mani. Testa volta indietro. Devo vedere ciò che Davide fa. Mi viene incontro. Accompagna con la mano il suo pene lubrificato fino all’ingresso dell’ano. Sento la sua cappella. Poi spinge piano piano il bacino in avanti. Sta entrando. Non so se la famosa scritta nei bagni della scuola riferita a me sia stata scritta da lui, ma sono certa che Davide sta esaudendo un suo grande desiderio. Guarda spesso il mio lato B. Lo noto. Non lo impedisco. Sono molto fiera del mio sedere. Uno dei miei fidanzati passati diceva che nemmeno il tempo lo avrebbe potuto logorare. Sono pratica di sesso anale. Lo propongo a tutti i ragazzi con cui vado a letto. Lo pratico anche nell’autoerotismo, a volte. Eppure il mio sedere rimane… perfetto. Niente può logorarlo.

Lo sta spingendo dentro. Con calma. Ci sa proprio fare, il ragazzo. Inizio a masturbarmi con una mano. Una volta ho letto che, durante questo tipo di rapporti, la stimolazione vaginale rilassa la muscolatura anale, favorendo la penetrazione. Poi ho provato. Funziona davvero. Lo ha messo tutto dentro. Emetto dei gemiti. L’esperienza rende la pratica sempre meno dolorosa e sempre più piacevole. Sento il cazzo di Davide tornare indietro. Poi di nuovo avanti. Ed indietro. Avanti. Indietro. Gemo sempre più. Amo essere dominata da dietro!

Ai miei mugolii si mescolano quelli della Silvietta. Paolo eiacula sulla sua magrissima pancia. Lui è molto stanco. Lo si vede. Però ridacchia soddisfatto. La Silvietta si alza e si dirige verso il bagno. Non basta un fazzolettino per pulirsi la pancia. Tuttavia, intuisco dal suo sguardo che vuole ancora attenzioni.

Le lente e profonde penetrazioni di Davide sono una vera goduria per me.

Alla mia destra, Ilaria si muove agilmente sul pene di Danilo arruffandosi i capelli con le mani. Sembra impazzita. Inizia ad ansimare. Muove il bacino sempre più velocemente. Per un attimo, spasima. Poi si placa. Abbandona Danilo, stravolto sulla sedia. E’ soddisfatta.

Davide si ferma per un attimo al massimo della penetrazione. Mi dà una rapida leccata al collo. Poi mi scosta la mano dalla fica ed inizia a stimolarmi lui. Riprende la penetrazione anale, condita di ditalino. Mi appoggio nuovamente alla sedia con entrambe le mani. Avanti ed indietro. Avanti. Lo sento in fondo. Indietro. Lo sento. Non solo il pene. Ecco l’orgasmo anale che cercavo! Poi, Davide estrae dolcemente il pene dall’ano e mi riempe il sedere di sperma. Sono contenta. Si merita un po’ di piacere anche lui. E’ stato molto bravo. In futuro troverò il modo di ringraziarlo. Spero di doverlo fare anche per altre esperienze. Magari con la partecipazione di Ilaria. Ora non ho più dubbi sulla mia bisessualità.

 

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Una pessima idea by Prooserpina [Vietato ai minori]




Sono le otto del mattino, e da dieci minuti mi guardo e mi riguardo di fronte allo specchio. Non so perché mi sono svegliata così presto, ho finito gli esami e il treno per tornare a casa è prenotato per il giorno dopo. Potevo approfittarne per dormire per ore (e io adoro dormire), ma niente. Sveglia come non mai.

A dire il vero un po’ lo so cosa mi ha svegliato: un calore famigliare lì sotto, provocato probabilmente dall’elastico delle mutande un po’ troppo piccole che, durante la notte, si era lentamente infilato tra le natiche. Una cosa che mi ha sempre fatto eccitare, e di cui spesso mi servo quando voglio masturbarmi.

In sintesi mi sono svegliata tutta bagnata, e con una strana voglia. E ora sono davanti allo specchio dell’armadio, vicino alla portafinestra del balcone completamente spalancata. Do un’occhiata fuori: in realtà nessuno dovrebbe riuscire a vedermi, anche se non ne sono del tutto certa. E questo lieve dubbio mi stuzzica, tanto che, senza pensarci troppo, decido di slacciarmi la camicia da uomo che uso come pigiama, per poi togliermela del tutto.

Rimango in biancheria intima, sempre intenta ad osservarmi. Il reggiseno è una prima, pizzo nero molto carino. Purtroppo, nonostante la taglia misera, le coppe non sono nemmeno completamente piene: ho un seno veramente minuscolo, a punta, da quattordicenne. Cerco di stringere le spalline, allaccio più stretto l’elastico, ma nulla. Alla fine mi stufo e lo levo. Mi strizzo i capezzoli con le dita fino a farli indurire: ecco, quando sono turgidi danno un’aria più tonda alle mie minuscole tette, e cominciano a piacermi di più.

Continuo a fissare la mia immagine, ormai praticamente nuda: chissà se qualcuno dal palazzo di fronte si affacciasse e guardasse direttamente nel mio appartamento. Beh, di sicuro non noterebbe il mio ridicolo seno, ma il culo magari sì. Lo adoro: è bello grande, sodo, sta su che è una meraviglia. Lo libero delle mutande, e mi giro per ammirarlo meglio: lui sì che non passa inosservato.

Il calore lì sotto continua ad aumentare, e io non mi sono mai sentita così vogliosa. Non mi va di masturbarmi e basta, voglio sentire qualche brivido.
Se uscissi sul balcone così, completamente nuda? Seh, al massimo scandalizzerei qualche vecchietta o una madre con figli.

Sono indecisa, voglio soddisfare un qualche impulso che non riesco a identificare bene. Apro il cassetto della biancheria e sceglo di mettermi un perizoma striminzito, troppo piccolo per me. Non mi copre nemmeno tutto il monte di venere, mentre dietro mi tira un casino. Perfetto.
Trovo anche il reggiseno più imbottito che ho, e decido di barare. Apro l’armadio e cerco un vestito nero attillato sul busto ma con la gonna svolazzante e cortissima. L’avevo comprato per andare a ballare qualche volta, ma non l’avevo mai messo perché si era rivelato ai limiti dell’indecenza.

Lo indosso e l’effetto con il reggiseno imbottito è ridicolo, ho un’aria quasi oscena. Trovo le scarpe con i tacchi buttate nell’angolo la sera prima, e ammiro l’effetto: probabilmente se fossi in una discoteca il sabato sera non darei nemmeno nell’occhio, ma non era davvero un abbigliamento adatto ad un mercoledì mattina.

Ora? Non potevo veramente uscire così. Oppure sì? Rimango sconvolta da me stessa: da quando ho queste voglie? Cosa spero di ottenere? Accorgersi di essere arrivate a 21 anni e di non conoscersi per niente fa quasi impressione.

Sorprendendomi da sola, mi stacco dallo specchio, prendo il cellulare e l’abbonamento dei mezzi, frugo nella borsa alla ricerca delle chiavi e esco.
Scendo le scale traballando sui tacchi, con la ferma decisione che, se avessi incontrato qualcuno del palazzo, sarei corsa in casa immediatamente.

Invece non vedo anima viva, attraverso il cortile ed esco dal portone. Qui uno dei turchi che lavora nella pizzeria di fronte mi squadra divertito e mi urla dietro qualcosa. Sto per fare dietro front, ma qualosa me lo impedisce. Scopro che mi è piaciuto farmi guardare così, e che voglio qualcosa di più. Che vacca, davvero.

Mi dirigo verso la stazione della metropolitana più vicina e scendo sul binario del treno che va verso la periferia della città. In questo momento la metro è piena di gente che va a lavorare, e il mio abbigliamento si nota decisamente.

Ho tutti gli sguardi addosso e comincio a sentirmi a disagio. Forse non sono così vacca come credevo, e mi sono spinta troppo oltre. Se incontro qualcuno che conosco? Oddio non riesco nemmeno ad immaginare che farei.
Rimango con tutti gli altri ad aspettare il treno, sempre sul punto di scappare. Eppure c’è qualcosa che mi tiene ferma lì, immobile, mentre impiegati e dirigenti mi fissano, chi ridacchiando, chi perplesso, chi con aria viscida.

Arriva la metro, si spalancano le porte e io vengo trascinata dentro dalla folla. Il mio vagone non è pienissimo, non siamo proprio schiacciati anche se la gente è parecchia.
Mi sistemo verso il fondo, indecisa sul da farsi. Alla fermata successiva entrano altre persone, ma ne escono poche: comincia a formarsi una certa ressa, e io vengo spinta verso un ragazzo allampanato, con zainetto e cuffie. Un fuorisede? Può essere.

Così vicina a questo tizio, il calore in mezzo alle gambe si fa sentire di più. Non so dove trovo il coraggio, ma mi schiaccio più vicina a lui, con il sedere che praticamente gli sfiora le parti basse. Una mossa ardita e ridicola, non giustificata perché davanti a me c’è comunque parecchio spazio. Una mossa, quindi, abbastanza inequivocabile. Mio dio, che idiota. Cosa penso di fare?

Lui all’inizio non fa nulla, sembra fregarsene. Io sto morendo dall’imbarazzo e faccio per spostarmi quando sento qualcosa che mi trattiene: la sua mano, posata sul mio basso ventre, che veloce mi riporta attaccata a lui. All’orecchio sento la sua voce che sussurra: “Eh no, ragazzina, adesso non ti muovi”. Comincia a strusciarsi dietro di me, mentre la sua mano scende e mi accarezza una coscia. “Quindi fammi capire, ti sei conciata così apposta per salire sulla metro e farti toccare dagli sconosciuti? Che hai nel cervello?”. Io divento rossa e, muta, cerco di divincolarmi per andarmene. Lui però mi tiene stretta e, pizzicanomi la pelle delle cosce mi incalza: “Allora? Deciditi, o sei troia o sei timida. Visto l’abbigliamento direi la prima, perciò tiratela meno e rispondimi. Non ci metto nulla a tirarti su questa gonna di fronte a tutti, sai”.

Che cretina. Dio che cretina. Mi sono messa in questa situazione da sola, e adesso ovviamente non sapevo come gestirla. Dio santo, che oca.
Decido di accontentarlo, non che avessi particolari scelte. Gli rispondo: “Sì, mi sono vestita così di proposito, ma non so per quale motivo. Non sono sicura di cosa voglio”.

Lo sento ridere, mi stringe ancora più vicino a sé e, senza tanti complimenti, mi infila una mano sotto il vestito. Trovando solo quello stupido perizoma striminzito, bisbiglia: “Lo so io cosa vuoi, troietta”. Lo scosta e comincia a palparmi le chiappe.
Siamo in fondo al vagone, ed è difficile che qualcuno noti cosa sta combinando. Alla fine potremmo anche sembrare due fidanzati abbracciati.
Ovviamente, come se mi leggesse nel pensiero, lui toglie la mano dal mio culo e la sposta sul mio pube. Io non ho nessuno davanti che mi possa coprire, chiunque si giri un attimo verso di noi capirebbe cosa sta cercando di fare. Allarmata, cerco di spostargliela, ma lui è più forte di me. L’unica cosa che ottengo è alzare di più la gonna e attirare l’attenzione di un uomo in piedi vicino a noi. Si volta di scatto e mi vede, vestita in modo indecente e appiccicata a questo tizio che ha una mano sulle mie mutande, ormai completamente visibili.

Sto morendo dalla vergogna, e non so più in che lingua maledirmi. Cerco di coprirmi il più possibile, ma non serve a molto. Il mio aguzzino invece ridacchia beffardo e, senza farsi troppi problemi, scosta le mie mutande e infila un dito nella mia vagina. Il tizio di fronte a noi ha l’aria sconvolta, ma non accenna a staccare lo sguardo.
Io cerco di divincolarmi ma non serve a nulla, se non ad irritare il ragazzo che mi sta tranquillamente umiliando di fronte al resto del vagone.
Mi strattona, con ancora un dito nel mio buco, e a voce nemmeno troppo bassa mi fa: “E se adesso te le levassi queste mutande, eh? Così vediamo dove cerchi di scappare”. Io cerco di voltarmi e guardarlo negli occhi, per provare a convincerlo a fermarsi, ma, come era prevedibile, il tutto è inutile.

Mi obbliga a girarmi di nuovo di fronte a me e, con un solo movimento, mi fa scivolare le mutande fino a metà coscia, sotto lo sguardo ora interessatissimo dell’uomo di fronte a noi.

E io ormai che non faccio che chiedermi: “Mio dio, quanto sono stupida?”

 

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Ricerche Frequenti:

Una scelta di vita




Era la prima volta che si erano fissati quell’appuntamento per una cena a due per lo meno, perché in realtà si frequentavano da qualche tempo, per mezzo della vita di quell’ufficio e per i mille avvenimenti che si fanno insieme, seppur non si considera né si pensa quando si lavora nella stessa azienda. Roberto era un giovane trentacinquenne in carriera, supplente nella direzione generale d’una grande banca ligure, viceversa Sandra era una delle donne più cortesi e più di belle maniere del piano dove lavorava anche lui.

A suo tempo si erano forse incontrati praticamente ignorandosi e trascurandosi, poi lei era stata assente per qualche mese a causa dell’arrivo del figlio. Al rientro, Sandra si era resa conto che il suo ufficio aveva fatto dei cambiamenti e aveva preferito essere dislocato, del resto per lei era semplice, giacché conosceva e frequentava molta gente in azienda, visto che riscuoteva ampie simpatie soprattutto tra i colleghi maschi, in questo modo si era ritrovata quasi per caso in un ufficio collegato a quello di Roberto e i rapporti di lavoro erano diventati più frequenti.

Lui era sposato, con i figli affidati soprattutto alla moglie e una vita di coppia altalenante limitata e regolata più che altro dai tempi lasciati liberi dall’azienda: nulla d’esclusivo né di particolare quindi, anche se nulla di glorificante né d’inneggiante. Lo spostamento di Sandra nel vicino ufficio gli piacque in modo molto superficiale, ma senza particolari interessi, giacché l’ultima cosa cui avrebbe pensato in quel momento sarebbe stata desiderare e ricercare un’altra donna, o peggio ancora una relazione extraconiugale. Lui del resto era un uomo che non aveva mai avuto doppie relazioni, in quanto era sposato e questo chiudeva in concreto la partita di caccia. Le belle donne le guardava, sì certamente, però era soltanto per il piacere armonioso ed estetico che provava nel farlo, più che pensare a desideri e ad ambizioni future di conquista non sentendosi oltretutto un cacciatore.

Sandra attraversava invece un periodo più complesso della propria vita coniugale, per il fatto che si sentiva non pienamente soddisfatta e pur avendo superato da poco i trent’anni sentiva realmente che la vita le poteva offrire e proporre qualcosa di più, ma non sapeva nemmeno lei bene esattamente che cosa: era tuttavia certa che i due figli che aveva avuto e ai quali era legatissima, non erano sufficienti per completare e per rifinire un vuoto che spesso la tormentava con l’arma sottile del dubbio e dell’incertezza sulla sua vita di coppia. Rimase quindi contenta in qualche modo di poter ritornare in quell’ufficio e di cambiare aria: c’erano nuovi colleghi e nuove esperienze da realizzare. Tra le poche presentazioni necessarie, lei conosceva già la gran parte delle persone dell’unità alla quale era stata assegnata, ci fu quella di Roberto, dato che lo classificò e lo distinse subito come interessante, però chiuso, dato che in seguito non se ne curò più di tanto.

La vicinanza degli uffici aveva sennonché moltiplicato gli incontri e gradualmente si era generata una cortese confidenza fondata sulla valutazione di Sandra per il criterio con cui Roberto affrontava e svolgeva qualsiasi cosa, dai grattacapi amministrativi ai colloqui individuali con i compagni di lavoro. Roberto squadrava Sandra, sebbene non fosse particolarmente attaccato né lasciava sfuggire apprezzamenti né consensi personali nei confronti di quest’avvenente collaboratrice, che oltretutto non sembrava nemmeno simile al tipo di donna che si sente smodatamente affascinante, per prestare considerazione, interesse e premura agli abituali mortali, tutt’altro, perché Roberto la riconosceva piacente e via via aveva pigliato maggiore confidenza e dimestichezza fino a prenderla in giro quando se ne presentava l’occasione.

Lui tuttavia stava attento a non superare mai i limiti consentiti da un rapporto di particolare delicatezza, evitando le scontate e purtroppo ricorrenti e ripetute frasi allusive e sottintese che s’apprendono e che si sentono in ogni ufficio con dei doppi sensi indirizzate per lo più sempre verso donne minimamente interessanti, perché nei fatti lui non voleva che si sentisse imbarazzata. Lei si era accorta di questo trattamento in qualche modo garbato e pure particolare, poiché le donne hanno nei rapporti con il mondo che le circonda un’acutezza e un intuito che i maschi non hanno mai posseduto, visto che le faceva piacere sentirsi trattare in un modo più protettivo di quello usuale per lui, solitamente molto sferzante nei riguardi del prossimo e la circostanza rendeva Roberto ancora più attraente e piacevole. Naturalmente lui lo faceva senza pensarci, dato che non suonò minimamente nel suo cervello quel leggero allarme che invece Sandra stava cercando d’avvertire.

Fu per queste ragioni, appena si presentò l’occasione d’organizzare un’importante assemblea della banca a Cannes per lanciare una nuova linea di prodotti finanziari, Roberto costituì un gruppo ristretto di lavoro nel quale fu inserita senza indugio pure Sandra. La questione le fece enorme piacere, non soltanto perché era un appuntamento che tutta la banca aspettava, giacché far parte del gruppo era molto gratificante, però anche per la possibilità di vivere qualche settimana immersa pienamente nel lavoro, distante dai problemi, ma anche per il piacere che le avrebbe dato offrire una mano a Roberto.

Non ci pensò due volte ad accettare, ma sentiva che stava suonando ancora e in forma meno criptata il suo personale campanello d’allarme: era così contenta per il riconoscimento insito nella chiamata, per il fatto d’aiutare Roberto in un’occasione così notevole anche per l’evenienza e per l’opportunità d’aver aumentato le circostanze per trovarsi più adiacente e più attorno possibile a lui. Naturalmente il lavoro divenne frenetico con l’avvicinarsi dell’assemblea, ma le diverse circostanze come all’organizzazione degli eventi in tal modo considerevoli e di gran peso, come per esempio alloggiare distante dalla propria residenza senza orari e in pratica sempre in gruppo, moltiplicarono e aumentarono le occasioni per stare insieme, per tirare un respiro tra un problema e l’altro e per rilassarsi, magari a ore impensabili, altrimenti parlando di tutto e anche di loro stessi. Ormai ogni volta che s’incontravano per una sosta, sovente con il favoreggiamento delle occasioni serali che agevolano le confidenze e estromettono i soci dal lavoro, in tal modo sviluppavano un processo conoscitivo vicendevole, che d’altronde si manifestava e si rifletteva oltremodo in maniera netta nei confronti d’una normale amicizia normalmente presente in un’azienda.

Sandra se n’era accorta e aveva in qualche modo deciso che per lei andava bene aspettare gli eventi, in quanto era più che altro indiscreta di che cosa sarebbe potuto succedere con un uomo che le piaceva e che stimava, ma che riteneva anche alquanto asserragliato, astruso e a chiusura stagna specialmente sui problemi di natura e di temperamento etico e morale; in effetti, lei si sentiva bene nello stare vicino a lui, però al contempo si sentiva incoraggiata e confortata dalla convinzione che sarebbero comunque rimasti nell’ambito d’una concreta e profonda amicizia, nulla di più. Lui non era consapevole, ciononostante si sentiva attratto, questo lo avvertiva da quella donna, pur non pensando minimamente di fare qualcosa di pericoloso per la sua e per la propria serenità familiare. Di certo non era particolarmente brillante nelle proprie intuizioni, eppure era convinto che si fosse trattato più che altro d’un gioco, visto che sarebbe terminato non appena sarebbero rientrati a Imperia. Sandra stava bene in sua presenza, ma era evidente a tutti che era solamente un’amica, perché del resto lui sapeva bene che non avrebbe avuto la baldanza né la spregiudicatezza di chiedere qualcosa, men che meno a una donna peraltro sposata.

Le attività in realtà cancellarono oltretutto qualsiasi momento di stare accanto, la possibilità di fermarsi per pensare che cosa stesse succedendo tra di loro: andavano avanti quasi non accorgendosi che le cose erano cambiate, o stavano per cambiare. Una prima forte avvisaglia però, lui la ebbe concretamente il giorno prima del rientro a Imperia, in quanto erano giunti al termine d’una cena con tutta l’editoria economica autorizzata, quando Sandra che gli sedeva molto lontana uscì dalla sala accaldata del ristorante per fumarsi una sigaretta sulla terrazza in riva al mare: era una serata magnifica di settembre e lei indossava un leggero abito di seta scura, convinta che avrebbe ben messo in luce i suoi lunghi capelli biondi e un fisico molto spesso ammirato e invidiato dalle altre donne.

Roberto uscì anche lui per fumare un attimo distante dagli impegni, la squadrò sulla terrazza e s’accostò per conversare sul positivo esito della cena e mentre lei stava guardando il mare, lui con naturalezza le appoggiò la mano sulla spalla cogliendo il piacere di sentire la seta sulla sua pelle: in un attimo s’accorse che mancava la spallina del reggiseno e che la spalla era piacevolmente liscia sotto la seta, molto piacevolmente delicata. La sentì anche tremare un attimo, lui capì che aveva un leggero brivido e le chiese se sentisse freddo: Sandra lo guardò, rispose che stava benissimo e non sentiva per niente freddo, ma rispose con uno sguardo e una voce che gli fecero scattare come una scarica elettrica nel cervello un’improvvisa voglia di baciare quelle labbra che sembravano voler annullare l’esigua distanza che ancora li divideva.

Roberto ritirò la mano e abituato com’era e come faceva sempre si controllò: poiché era avvezzo a pensare prima di fare, cosicché ebbe timore d’aver capito male e di sbagliare, o forse, come succede a tanti uomini nei loro rapporti con le donne, ebbe soltanto un po’ d’incertezza e di timore, giacché fu la prima volta che lui quasi stupito si chiese che cosa stesse succedendo. Dopo aver fumato sulla terrazza rientrarono per cenare, Sandra aveva ripreso il suo tono abituale, giacché si erano salutati normalmente anche se Roberto, mentre lei gli dava il bacio sulla guancia, come faceva ormai con i soci della comitiva, aveva visto che il suo sguardo in quel momento era più concentrato e profondo. Quel brivido coperto dalla seta, quella voce e quello sguardo lo accompagnarono a lungo nel letto prima che prendesse sonno, affaticato e indebolito dalla giornata.

Lui non si sentiva di poterlo affermare con convinzione, ciononostante aveva intuito momenti che avrebbe rammentato per lungo tempo, in quanto lo eccitavano e lo facevano riflettere: lui sapeva benissimo d’essere monogamo poiché era erudito ugualmente bene, del resto era stato un attimo, in quanto si stava inoltrando in una strada sconosciuta e piena di pericoli, per non parlare di lei, sposata e con dei figli. Quella fu la prima volta che nel vortice di quei mille pensieri confusi nel sonno che stava giungendo, sentì che ormai Sandra rischiava di non essere più solamente un’amica. La mattina successiva sembrava che tutto fosse tornato a posto dopo il riposo notturno, tuttavia da quella sera non fu più così semplice stare insieme per lavorare. Da ultimo torniamo a Imperia, pensò lui, che cominciava a preoccuparsi di sé stesso: da quando si era sposato non gli era mai capitato di sentire una scossa tanto forte dentro di sé con quel desiderio così imperioso di baciare una donna, oltretutto non libera e forse non desiderosa del tutto d’essere l’obbiettivo e l’oggetto delle sue attenzioni.

Sandra sembrava tornata l’amica affettuosa e tenera di sempre, anche se nascondeva una certa delusione, per quello che poteva accadere e che non era accaduto, e che forse non sarebbe mai più accaduto, visto che il momento magico era passato e a Imperia non sarebbe mai più capitata un’occasione così. Se fosse stato per lei la sera prima, lo avrebbe baciato perché si sentiva pronta, per altro, lo voleva fare, però era abituata da sempre a pensare che in queste cose l’iniziativa e la spinta dev’essere dell’uomo, e che non può, anzi, non dev’essere la donna a fare il primo passo, dal momento che lui non lo aveva fatto.

Passarono la giornata a curare le faccende di riassetto prima del ritorno in direzione, e a parte un rapido pranzo con tutto il gruppo, in sostanza non si videro la sera solamente al momento del rientro. Roberto era giunto con l’automobile e al momento di scegliere con chi andare si ritrovò con Sandra a fianco e i due colleghi nei sedili posteriori. Fatto sta che partirono nella tarda serata, mentre la stanchezza di fine giornata iniziava a impadronirsi e a prendere la supremazia, fino a che si esaurirono e furono sostituite dal monotono sottofondo del viaggio in autostrada. Roberto non accese la radio, circostanza che faceva sempre quando era da solo in auto per non disturbare gli altri e soprattutto perché aveva bisogno di pensare, cullato dalla macchina e a quello che sentiva dentro di sé.

Lui era ansioso, incerto e anche spaventato da quei sentimenti che percepiva, in quanto stavano crescendo prepotentemente e non riusciva a controllarli e questo non era mai capitato, non sarebbe dovuto accadere. Il mondo che aveva intravvisto in un attimo, la pelle e la seta che aveva avvertito, quel palpito e quell’occhiata, quelle splendida bocca di quella femmina lo aizzavano da morire e determinavano un desiderio di scoprire di più, troppo forte per essere riordinato e in qualche modo ricondotto nell’alveo delle cose consentite, lecite e permesse, certamente le più sicure, ma non sempre le più appaganti né gratificanti. Sandra del resto, era anche lei tutta concentrata sui propri sentimenti e la malinconia di dover tornare al quotidiano dopo un periodo breve ma intenso di lavoro, di soddisfazioni e di sensazioni personali nuove e forti, come il desiderio d’essere baciata e toccata da un uomo che forse stava già amando da qualche tempo, ma che non aveva avuto il coraggio d’avventurarsi né d’esporsi la sera prima, visto che erano sopraggiunte determinate, incalcolate e inattese a bussarle dentro.

Lei guardava con attenzione il fascio dei fari nella notte, fino quando si sentì toccare quasi per distrazione un ginocchio dalla mano di Roberto, malgrado ciò quel tocco seppur delicato e timido sulla gamba la sorprese e la preoccupò. Onestamente non se lo aspettava da lui, tenuto conto che la sera prima non l’aveva neanche baciata e quindi forse non pensava a lei proprio nello stesso modo in cui lei pensava a lui e oltretutto aveva paura che la faccenda fosse stata notata dagli altri. Lei sentì il cuore in gola, conscia della scelta che doveva fare in un attimo, giacché era più che bastante levare quella mano con un sorriso appena accennato e tutto sarebbe finito lì senza dubbi né problemi. Oppure no, giacché si dovevano correre dei rischi per quello che avrebbe potuto fare quella mano, in un mondo diventato a quel punto privo di certezze, per quello che significava per lei quel tocco sulla gamba e per il terremoto che avrebbe potuto produrre e provocare nella sua vita.

Quello slancio che l’aveva portata la sera prima in pratica a offrirgli le sue labbra, non solamente quelle se lui glielo avesse domandato, era adesso sostituito dall’osservare e dall’accertare che non si era sbagliata e dalla preoccupazione per le conseguenze d’un gioco che rischiava di non essere più tale. Al momento stavano rientrando verso casa, la festa era finita e quello che sarebbe successo dopo a Imperia diventava una faccenda immensamente seria. La macchina, i chilometri, lei tutta concentrata in questi pensieri, dato che non si girò a guardare Roberto, però nemmeno se la sentì di sottrarsi a quella mano. In qualche modo nella tempesta di quei pensieri e di quei sentimenti che la stava scuotendo, le piaceva sentire il suo calore salire dal ginocchio sin dentro di lei, tra le sue gambe fino nel suo cervello, dal momento che fu tormentata tra la speranza che la mano si muovesse per accarezzarla un poco di più, giacché sorrise al pensiero di non aver messo i pantaloni per il viaggio, e contrastata dalla paura che lo facesse veramente con il rischio d’essere vista dagli altri.

Lei non si defalcò, all’opposto, sempre concentrata sulle proprie sensazioni e con il cuore che batteva veloce cercò di rilassare il corpo e quasi distrattamente si dispose più agevolmente sul sedile, attualmente le sue gambe erano rivolte verso di lui leggermente dischiuse. Roberto sentì che s’assestava e la mano tornò subito al volante, però nel buio della notte illuminata dalla strada davanti a loro osservò il suo spostamento, visto che non gli parve che si trattasse d’incomodo né di seccatura, tutt’altro. L’andatura dell’automobile era fluida e non dovendo utilizzare il cambio per lunghi periodi, lui s’appoggiava al mobiletto centrale tra i due sedili, in tal modo sempre per caso o per sbaglio nel buio la sua mano destra si ritrovò a palpeggiare la gamba di Sandra, anche questa volta sul ginocchio sinistro, ma leggermente più all’interno, poiché lei prima si era leggermente girata. Questa volta la sensazione fu in qualche modo ancora più coinvolgente, perché le dita non toccavano solamente la parte superiore del ginocchio, ma anche il suo interno molto liscio e fresco come la seta. Lui avvertì inoltre, che al suo tocco la gamba di Sandra inizialmente era irrigidita, in seguito si stava rilassando con una sensazione che percepì come una resa molto soave, a quel punto cercò di non cambiare marcia a lungo per prolungare quel contatto, costringendosi con la fermezza per non osare di più, ma stando fermo e assaporando quell’intimità inattesa che si era creata e stabilita nella notte. Giunti a Imperia si separarono in fretta, quasi incerti e timorosi d’approfondire quello che sentivano o che temevano che potesse accadere.

Nei giorni appresso rovistarono cercando di ricondurre ogni cosa verso la tradizione, anche se Roberto notò che ammirava Sandra in un atteggiamento differente da poco tempo prima, per il fatto che continuava a proteggerla e a scherzarci superficialmente, eppure si sentiva felice quando lei era nella stessa stanza, giacché era diventato piacevole entrare in azienda soltanto al pensiero di rincontrarla. Aveva cambiato persino la propria strada per recarsi in ufficio, del resto abitavano abbastanza vicini, in modo tale d’avere qualche possibilità di vedere seppur da distanza la sua automobile: di frequente lei era con il marito e questo lo faceva sentire insulsamente geloso e risentito. Lui nei momenti di lucidità capiva che era folle essere astioso della femmina d’un altro, in quanto erano ambedue sposati e con dei figli, sicché non poteva sentire quel morso nello stomaco quando la vedeva accompagnata, dato che non era la donna sua, ma questi momenti razionali e rigorosi erano sempre più rari e si rendeva conto che le cose non potevano essere sempre così coerenti né logiche, per il fatto che talvolta occorre fare delle scelte avventate e folli pur di non sentirsi morire dentro, e senza la presenza di quella donna lui non si sentiva vivo.

Sandra, al contrario, era pragmatica e razionale come unicamente le donne sanno essere, visto che aveva infine focalizzato la situazione e oltre alle ovvie preoccupazioni connaturate e insite in una scelta che in fondo si sentiva d’aver già compiuto, provava un sentimento d’attesa, di bizzarria e di curiosità che le era nuovo: la sua vita era arrivata a un bivio importante e Roberto più che la molla era stato lo stimolo irresistibile e travolgente d’una circostanza avviata, dato che le serviva soltanto la spinta decisiva, visto che l’attrazione e il richiamo che provava per Roberto al di là di ogni previsione di come si sarebbe svolta la vicenda, stava imprimendo realmente quell’appoggio, quell’incitamento. C’era anche d’aggiungere oltre a ciò, che il suo percorso di donna sposata fosse in crisi, poiché questo lo sentiva da qualche tempo e che si meritava di più come donna, perché questo lo percepiva dentro in ogni sua fibra, per il fatto che c’era il grosso problema di come avrebbero reagito i bambini, ma non si sentiva disposta a fare di questo l’altare su cui bruciare e rammaricare il proprio futuro, dato che in fondo era certa che anche loro avrebbero trovato giovamento e tornaconto da una situazione familiare la cui tensione stava crescendo ogni mese di più.

Lei di conseguenza, come solamente le donne sanno mettere in atto, aveva scelto per quanto concerneva Roberto nondimeno indubbio che non spetta in nessun caso alle dame effettuare il primo passo, lei pazientava avendo compreso che lui era intralciato, osteggiato e tormentato tra le proprie certezze e persuasioni di morale borghese e i sentimenti che a questo punto chiaramente sperimentava: non c’era che da aspettare chi avrebbe vinto, anche se lei sentiva d’avere non poche probabilità. I giorni passavano lenti come quando s’attende, però Roberto non trovava l’occasione né il coraggio di fare il primo passo: lui era certo tuttavia che così non si poteva andare avanti, immersi nell’incertezza e nell’indecisione, perché era diventato sempre più dubbioso man mano che Cannes s’allontanava: con lui Sandra era la solita, ma anche non lo era o forse era lui che era diverso.

Lui doveva fare qualcosa senza avere idea di che cosa fosse, doveva trovare l’animo e il coraggio d’esporsi in qualche modo, malgrado ciò rimandava per la paura d’aver frainteso e di rovinare un rapporto cui teneva sopra ogni cosa; non era la paura di mandare all’aria la propria famiglia che lo tratteneva, a questo non ci aveva ancora pensato, ma la disperazione e l’inquietudine d’un rigetto che paventava ogni volta di più. Fu Sandra a rompere quell’equilibrio nella consueta pausa caffè d’un venerdì mattina. Era presente Roberto con altri due colleghi, quando come stirandosi per rilassare i muscoli del collo gli annunciò con una naturale e semplice indifferenza, che in conclusione la settimana entrante avrebbe avuto tre giorni tutti per sé, in quanto per diverse circostanze tra un viaggio del marito e una gita dei bambini lei rimaneva da sola a Imperia. Seguirono le battute d’invidia e di malevolenza dei presenti e il discorso passò ad altri argomenti. Il cuore di Roberto invece si fermò un attimo e dovette fare un notevole sforzo d’autocontrollo per inseguire il dialogo degli altri ormai impegnati con Sandra in un’altra discussione.

Lui era stato colto di sorpresa da un messaggio chiaro e lampante che lo obbligava a fare qualcosa, capiva, infatti, che lei aveva buttato la rete senza esporsi e che se lui non l’avesse colta avrebbe comunque risposto con un rifiuto che non era nemmeno pensabile. A quel punto trascorse tutta la settimana a riflettere quale fosse il modo migliore per proporle qualcosa che tuttavia le lasciasse una via d’uscita in caso lei non avesse voluto impegnarsi troppo: era talmente fuori dalla realtà che aveva ancora qualche incertezza, a tal punto che il lunedì successivo in un momento in cui si ritrovarono da soli, fu lui a chiederle con noncuranza se avesse poi organizzato i giorni di libertà ai quali aveva accennato, Sandra rispose di no e che ci stava ancora pensando.

Roberto a quel punto le disse che proprio in uno di quei giorni avrebbe incontrato a casa sua vari amici per festeggiare il compleanno di suo figlio, dato che gli avrebbe fatto molto piacere che lei fosse stata presente, così avrebbero potuto incontrarsi da soli per la cena. In tal modo lui le avrebbe concesso una possibilità d’uscita, nel caso non avesse gradito un incontro a cena con lui: se fosse venuta a casa sua, avrebbe comunicato ovviamente che lui s’era creato un film tutto suo, ma che ne sarebbe uscito senza danni apparenti. Lui vedeva tuttavia che Sandra era rimasta un po’ sconcertata dalla scelta, evidentemente non se l’aspettava, giacché quello sconcerto gli apparve quasi come un fastidio e in un attimo si sentì precariamente ritto sull’orlo d’una voragine e rimase in attesa del verdetto che avrebbe potuto uccidere tutto il mondo di fantasie che si era via via creato nella mente. La risposta gli fece invece tirare un soffio di liberazione, Sandra confermò che si voleva rilassare e che quindi preferiva non vedere gente, ma una cena più tranquilla.

L’appuntamento era in centro, lei avrebbe lasciato la sua macchina a metà strada e poi sarebbero andati insieme al ristorante con la macchina di Roberto, visto che lui aveva prenotato in un locale molto intimo e discreto in una traversa di via Donizetti. Lo aveva scelto perché lo conosceva e sapeva che per il modo stesso in cui era strutturato con alcune piccole salette con due o tre tavoli ciascuno, poi era discreto e non favoriva incontri indesiderati. L’ultima cosa che voleva in quel momento era che Sandra si sentisse in imbarazzo incontrando qualcuno, perché in ogni caso anche in una città non molto grande come Imperia è un rischio che si corre sempre, soprattutto nei locali del centro storico.

In quell’occasione Sandra andò via dall’ufficio con considerevole anticipo, giustificando l’accaduto che un obbligo inatteso si era presentato, giacché voleva essere a casa per rivolgere del tempo a sé stessa per prepararsi al meglio senza fretta e senza dover guardare l’orologio. Si rilassò e si preparò con cura, scegliendo un abitino nero leggero, visto che lasciava ben osservare scoperte le spalle con un ampio scollo, il tutto ben accortamente tenuto su da due leggere bretelle; lei sapeva che le stava bene, perché metteva in risalto i capelli biondi e la carnagione dorata del seno. Faceva ancora caldo, quindi non servivano le calze, dato che sotto avrebbe portato solamente delle leggere mutandine: si era sentita leggermente arrossire, mentre raccolta davanti al cassetto della biancheria intima le aveva scelte con una cura che aveva quasi dimenticato negli ultimi tempi, tastando con le dita quei piccoli pezzetti di tessuto per paragonarli pressapoco all’idoneità di coprire o magari di sedurre o ancor meglio di calamitare il tocco o lo sguardo d’un uomo.

Lei era arrossita per il pudore o forse per l’eccitazione o per l’incertezza di che cosa sarebbe successo con Roberto, ma poi era ritornata alla scelta resa precaria dal volere sentirsi bella anche lì, però senza apparire troppo provocante. Quando uscì da casa il cuore le pulsava forte, quasi lo sentiva, ma si sentiva bella e questo la calmò un poco. Lui invece era rimasto in ufficio a lavorare, ma non era riuscito a concludere niente riflettendo unicamente che tra non molto tempo l’avrebbe rivista da solo e non per ragioni d’ufficio: la circostanza quasi lo spaventava, in quanto non si era mai sentito un rubacuori e si riteneva molto inesperto nel campo del corteggiamento e della seduzione.

A dire il vero, se ci fosse stato un manuale del primo appuntamento lo avrebbe letto tutto d’un fiato, visto che il suo cervello era troppo coinvolto del resto in questi ragionamenti e nell’ansia d’essere banale o inadeguato per pensare invece alle conseguenze che sarebbero scaturite da quell’appuntamento, questo era un tema che al momento il suo cervello rifiutava. Quando s’incontrarono il sole era già calato sulla città, rendendola più accogliente e più discreta, lei salì sulla sua macchina e si salutarono in modo piuttosto formale. Sembrava che ambedue volessero in quel momento sminuire e ridurre la portata di quello che stavano facendo, riconducendolo a un incontro tra amici cui piace ritrovarsi in un ambiente diverso da quello di lavoro. La conversazione fu dunque molto superficiale, poiché era evidente tuttavia che ambedue erano tesi come non lo erano mai stati da quando si conoscevano.

Ben presto trovarono una sistemazione per caso in via Donizetti, passeggiando arrivarono fino al locale selezionato da Roberto con un nomignolo e un mobilio influenzato simile a un club londinese, dato che per entrare bisognava persino suonare e fare verificare la prenotazione, mentre il loro tavolo si trovava in una saletta molto piccola e capace da sola a creare una maggiore intimità. Non appena si era seduta, Sandra aveva cominciato a perdere quel tono leggero che avevano ambedue quasi concordato fino ad allora, in quanto appariva più concentrata e rapita. Si vedeva che cominciava a provare una certa emozione, favorita anche dalla situazione in cui si trovava e dalla musica tenue che li circondava, lasciando tuttavia la possibilità di sentire anche le parole più sussurrate dell’altro.

Dopo aver ordinato dei piatti molto leggeri s’accorsero entrambi che avevano poco appetito e che la conversazione era l’ultima cosa la quale prestare attenzione; del resto si stavano già parlando con gli occhi e aggiungere parole era superfluo, era un sovrappiù. Quando Roberto toccò il suo bicchiere per brindare con il Prosecco che aveva ordinato, gli occhi di Sandra brillavano come due fari e le tremava leggermente la mano. Anche lui era emozionato e vederla così teneramente sopraffatta dalle sue sensazioni, dalla cognizione di gustarsi una situazione assai notevole lo portò a cercare la sua mano posata sulla tavola, per percepirla e farle avvertire che lui era ben presente e che sulla sua mano ci poteva contare. Le chiese anche stringendo quella mano, che adesso sembrava tanto piccola e guardandola negli occhi si chiedeva come facesse a essere così incantevole.

Era una domanda insulsa e scialba alla quale non c’era una risposta, ma era il primo complimento personale che lui le avesse mai fatto e la prima volta che pur con il discorso sprofondava nel suo “essere” intimo di donna, privandolo e spogliandolo d’ogni protezione e d’ogni rifugio, quello precisamente dentro il quale non c’è collocazione né sede per due individui. Era la fine di un’amicizia, la fine d’un rapporto tra colleghi, era il termine della loro vita di prima e forse l’inizio di quella successiva, ma sapevano che avevano oltrepassato un difficoltoso ostacolo e che tra di loro ormai nulla sarebbe mai più tornato come prima.

Lei rispose alla stretta della sua mano non lasciando mai lo sguardo dai suoi occhi, giacché furono talmente presi da queste sensazioni finché decisero d’uscire fuori all’aria fresca della notte lasciando una cena che entrambi non erano più in grado di consumare. Uscirono dal locale tenendosi per mano come due ragazzi che vogliono sentirsi anche mentre camminano. Non riuscivano a parlare, eppure il loro appariva un silenzio che non li disturbava, all’opposto, serviva a fare assaporare a entrambi l’energia e l’intensità d’un momento che sapevano sarebbe stato non ripetibile, non riproponibile. In silenzio andarono alla macchina in via Donizetti e non appena salirono si guardarono ancora negli occhi, infine si baciarono appassionatamente all’ombra discreta della vecchia strada. Lui la baciava e lei rispondeva con ardore, mentre una bretella del vestito cadeva sul braccio, lasciando scoperto un seno che lui cominciò ad accarezzare e a baciare con delicatezza.

Tutta l’ansia, la concitazione e la tensione dell’ultimo periodo si stavano sciogliendo tra di loro, mentre lui la toccava e l’accarezzava leggermente per il timore di sciupare una realtà tanto bella. Con la mano percorreva il corpo ricoperto dal vestito leggero, sentendo a un certo punto la trama delle mutandine, l’unico indumento che la copriva di sotto. La mano non poteva accontentarsi di questo e baciandola ancora cominciò ad accarezzare le sue gambe lisce spingendosi sempre più su, fino a toccarla e a seguire con le dita il contorno degli slip. La toccò, anzi, la sfiorò appena sul triangolo coperto dal pizzo leggero e non volle andare oltre, anche e forse proprio perché sentiva che poteva farlo e che lo avrebbe fatto, ma non voleva che il tempo corresse troppo veloce.

Per lui tenere Sandra stretta e mezza nuda tra le braccia con la consapevolezza che quel corpo non gli avrebbe negato nulla di sé, era anche troppo per quella sera, così mentre cercavano di ricomporsi all’incerta luce della strada, Sandra guardando intensamente fuori dal finestrino appena appannato gli disse con la voce leggermente roca, che come avrebbe scoperto in seguito, le veniva dopo aver fatto l’amore, e un tono appena debole che non le era mai interessato un diversivo per movimentare la vita quotidiana non era cosa per lei. Lui per lei era una scelta di vita, giacché voleva soltanto sapere se anche per lui sarebbe stato così, lui le rispose con un abbraccio e baciandola con tanto affetto e tenerezza lei capì che era molto più d’una promessa.

In quel preciso istante stavano iniziando quella sera una nuova vita, poiché il loro futuro insieme era iniziato, si era tracciato e si era definitivamente e irrevocabilmente incanalato in via Donizetti.

{Idraulico anno 1999}

 

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