Spensieratezze che si dissolvono




Ci sono ambienti e luoghi dove il tempo si sfilaccia e si sfrange veloce nella tranquillità incontrastata dell’attesa inspiegabile d’una campanella, in quelle mattine fresche e colorate dove i profumi invadono e contagiano i cortili pieni di ghiaia assieme alla brezza che soffia tra quel folto fogliame. La camicetta s’appiccica nel frattempo al torso intirizzito tracciando il fascino di quella magrezza puerile, i seni s’innalzano accalorati da un incontro azzardato, mentre l’estremo d’una gonna con le curvature ne spoglia la carnalità levigata e fiorente di quelle ginocchia.

I calzettoni traforati, invece, strizzano leggermente le rotondità dei polpacci, schivando la visione integrale della gamba, tenuto conto in quanto sono un lembo di polpa affabile e compassionevole di ragazza, piegati più volte sopra quella rovinata gradinata di quel vecchio collegio scolastico in un mondo brioso e decomposto in aggrovigliate e da indefinite ignare gioie. La sigaretta salta da una mano all’altra, poiché è ancora spenta, lei la squadra attentamente, lei immaginerà e supporrà tra l’altro di sentirsi come una donna considerevole e matura esibendo quel rossetto sfacciato e pure sgargiante, razziato peraltro in sordina dall’astuccio personale della mamma, di quelli che si recuperano da quei rotocalchi ogni volta mediocri e grossolani.

L’estate successivamente s’avventerà gioviale e spassosa entrando con forza nella sua esistenza tra meno di quindici giorni, senza cartelle né borse né libri vari né raccoglitori, espropriata e libera da interrogazioni, quesiti e richieste d’ogni sorta con gli incarichi e le mansioni già assegnate con quella malinconia e con quel malcontento di salutare le più care amiche e per di più, la notizia sicura di non vedere più lui con quel suo giubbetto di pelle nera, che lotta e che sfida peraltro il freddo del nord e il sole dei caldi brevi e improvvisi. Il casco sollevato sul capo per non rovinare il capello, quel piercing a forma di freccia d’acciaio per traforare l’orecchio, perché il solo pensiero d’ammirarlo frangere le acque metaforiche di sassolini la fa talmente emozionare, la fa avvampare d’un color amaranto infervorato. Il vento fresco la fa sobbalzare nel gioco dell’altalena termica, mentre quei venti centimetri di pelle si sollevano in rilievi offuscati e ubriachi di passione e di tremore, a quel punto si guarda i mocassini blu e in quel preciso istante desidera sprofondare per la vergogna.

Il mese precedente lei aveva festeggiato il suo compleanno spegnendo diciannove candele infilate sennonché all’interno di fiori di plastica. In quell’occasione lei si era sentita affaticarsi inutilmente da vicino, mentre sua mamma gesticolava e si sbracciava tra le fette di quella torta con le fragole farcite con la panna, intanto che le sezionava con cura affannosa e indisponente, quasi come se una porzione fosse stata più grande di un’altra avrebbe di certo causato il distacco e la scissione parentale. In conclusione poi quella ripartizione avveduta, inflessibile e rigorosa di quel dolciume come un militare incaricato alla distribuzione del pasto dei soldati, ulteriormente gli zii, i nonni e i cugini tutti nell’immergere i loro artigli in quel dolciume, macchiandosi con la panna della sua maggiore età gli angoli delle loro bocche e cospargendosi di granelli dovuti alla presenza di quelle fragole che i loro denti posticci non potevano trattenere.

Lo stomaco in quell’attimo si chiude in una morsa amara, dolorosa e spiacevole, mentre gli occhi si srotolano lungo le calze, lei comprende molto bene che non potrà mai aggradare al belloccio seduto più in là, a quell’attraente, incontrastato e indubbio ragazzo del liceo, il manigoldo, il furfante sciagurato della combriccola, sì, proprio lui, che fa montare abitualmente sul sellino del suo motociclo diverse cavallerizze furiose, con quei jeans strappati sul sedere e il tacco affilato, dato che al momento lei si ripiega su sé stessa accomodandosi sulla gradinata in una trascuratezza quasi commovente e pietosa all’interno di quel chiostro abbattuta e sconfortata. Lei che arriva dal circondario si mescola tra la folla della città dentro una corriera carica e ingombra d’essenze odorose e di schiamazzi imbiancati, giungendo in timido anticipo nell’eremo incantato della superiora e osando con soltanto venti centimetri di pelle nuda e due mele scarlatte al posto delle guance. Lei attende ogni mattina esclusivamente per vederlo un istante. E’ un batticuore, un fremito, un organo che vibra in quest’attimo che anticipa l’arrivo come nel giorno precedente la festa, dove i preparativi concitano e riscaldano a dovere gli animi degli affaccendati.

Un frastuono rumoroso e disorientante rumoreggia, giacché dalla marmitta del motociclo fuoriescono folate di fumo scuro. Lei si volta d’impeto in direzione dell’arrampicata intricata che sfocia in direzione di quell’inferriata arrugginita della sede scolastica. Una ruota gommata fende lo spazio antistante seguita da una carrozzeria color giallo e lui senza casco, con il volto mascherato da lenti scure disarma e smobilita quel torpore mattiniero. Lui sgasa con un risolino astuto e furfante, smuovendo la polvere e facendo rimbalzare la ghiaia. Lei avverte il cuore guizzarle fuori dal petto in un tamburellare ininterrotto e frenetico, la sigaretta le sfugge, la sudorazione le scorre lungo le pieghe del ventre. Adesso lui parcheggia sotto il maestoso faggio, domando quella bestia motorizzata con abile e navigata maestria, mentre la sigaretta prosegue a precipitare su quella gradinata brumosa e cupa, il vento importuna esultante i ramoscelli della vegetazione decorante di quei cespugli.

Il silenzio domina, impera, scavando una voragine avvilente, deprimente e desolante fra i due, giacché resta solamente un’esigua distanza per acciuffarlo e per ottenerlo, un girarsi svagato per congiungersi con il suo sguardo, mentre poi ripensa ai suoi calzettoni, alla sottana arricciata e pieghettata e complessivamente a quello che non potrebbe mai diventare né trasformarsi. Lei sente di deprecare gli abiti che sua madre le prepara all’imbrunire sullo sgabello, le locandine e i burattini che ricoprono la sua camera da letto in una dolorosa e rattristante chiusura dovuta a un’irrefrenabile irrigidimento di quell’infanzia, perché lei si sente aggredita e assalita da quei diciannove anni compiuti solamente per l’anagrafe e da quel marchio ineliminabile e insopprimibile di studiosa e di scansafatiche.

In quel momento lui è decisamente accaldato, dato che si denuda del giubbetto da velista paninaro. La definitiva giornata di scuola è esclusiva e straordinaria per qualunque circostanza, persino per lo sfoggio dei nuovi acquisti. A ogni addio, d’altronde, ci s’abbellisce e ci si decora come per necessità. Il vento soffia sferzante, invade il vuoto separatorio senza alcuna eleganza, lei è travolta dall’alito della natura, visto che le pieghe della gonna si gonfiano smodatamente, fino a rivoltarsi indietro investendole il viso, dal momento che un grido irriguardoso e sfrontato le sboccia dalle labbra dipinte.

Lui si volta e la osserva squadrando con ammirazione quelle lunghe e smaliziate cosce. Una meraviglia illibata e intoccabile subentra però a quelle fenditure impertinenti e irriguardose all’esposizione di quelle chiappe, visto che un profondo desiderio d’accarezzare tali segretezze lo invade e lo accende in modo smanioso. Le distensioni e le spensieratezze sono sfuggite per strada in compagnia di quelle sigaretta e di quegli esami di maturità. Lui indossa di continuo i giubbotti di cuoio, si diverte a fare il motociclista collocando sopra la sua moto femmine con le natiche in bella vista, lei non ha più chi le scelga i vestiti o le sezioni né le torte di compleanno, perché attualmente la gonna con le pieghe l’ha consegnata in beneficenza e adesso indossa dei jeans strappati con i tacchi a spillo.

Loro due nel frattempo hanno trascorso insieme un anno di vita e proseguono attualmente in discontinuità, a intermittenza, seguendo per l’appunto questa illogica, incoerente e irregolare danza amorosa. Se siano felici oppure no, non è dato però sapersi.

{Idraulico anno 1999}

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