Sofferenza tenera e premurosa




Quella mattina tirava parecchio vento e faceva persino freddo, nonostante la nitida lucentezza dell’aria bastava a sé stessa. Era difatti l’unione precisa, direi completa: la depurazione e la purezza divulgata e rivelata nell’impenetrabilità della sua sbirciata confusa, intenerita e afflitta. La ragazza si trovava sdraiata sul letto come una dama dolcissima e mansueta in apprensione. Si chiamava Sabrina, lei era la nostra stanza privata all’interno di quella clinica dispersa e isolata, tenuta al di là degli sguardi impiccioni tra l’altro ben nascosta tra il verde della collina.

Appoggiata su due cuscini e attorniata da vari peluche, lei eccelleva e spiccava di un’avvenenza incomparabile con quei capelli paglierini paragonabili a dei gambi brillanti, giacché le contornavano l’espressione, l’epidermide richiamava alla memoria l’odore d’arcaici e di sorpassati ricordi già assopiti e ben sedati. Gli occhi erano d’un colore ultraterreno, la sbirciata discola e disinvolta, le labbra erano di fattezze e di lineamenti tali, in quanto un grande pittore avrebbe potuto addossare e affibbiare alla sua indossatrice prediletta.

Lei era stata accompagnata da un’amica e m’aveva intimamente colpito all’istante per la sua affabile e gentile bellezza: le gambe sottili e ben formate, lo sguardo fiero, ruvido e finanche mordace e tagliente, il tono della voce irriflessivo e precipitoso, eppure nelle esigue parole che c’eravamo scambiati m’avevano immediatamente svelato un carattere e una personalità ben più adulta, accorta, giudiziosa e ponderata in relazione alla sua età.

Io sapevo molto bene perché lei si trovasse al momento lì e quella tale avvedutezza e quell’intenzionalità a dire il vero m’intimoriva un poco, perché in fin dei conti era solamente una ragazzina appena più che ventenne, quasi certamente ancora vergine e pertanto gli uomini con tutta la loro illogicità e la loro sconclusionatezza le avrebbero impedito e negato l’uso della ragione. Probabilmente io mi confondevo, siccome me ne accorsi e lo indovinai unicamente quando entrò il dottore. Lui non avrebbe mai pensato di scoprirla e di rivederla in quel luogo, in quella comunità alloggio una sera in cui il vento sembrava brandire e impugnare con ampie folate la remota campagna agitando le ultime foglie secche di quei salici quasi decapitati.

“Io reclamo e rivendico da questo momento, che sia soltanto tu ad analizzarmi e a soppesarmi” – pronunciò lei, con un evanescente cenno d’emozione e d’esplicito disagio.

L’orazione lambiva la stanza con un sussurro languido e suadente. Lei era molto più donna di quanto io potessi fantasticare, giacché mi sentii ritmare nel petto mentre il paravento era sistemato tra i nostri letti. La mia civiltà, la mia costumatezza, in ugual modo il mio autocontrollo si dileguò in un attimo, in quanto io mi sentivo prossima madrina all’interno di un’incantevole romanza d’amore. Loro due non ebbero bisogno di chiudere la porta a chiave, perché in realtà Sabrina voleva unicamente che le mani che l’avevano toccata e curata in passato, tornassero a posarsi su di lei, questa volta non con l’atteggiamento d’un medico, bensì come può essere un uomo, ovverosia chi le aveva in precedenza dedicato e offerto la sua passione in nessun caso mai placata. Lei si tolse la blusa e le braccia calarono verso il basso, però s’intuiva che aveva poca dimestichezza con la propria pelle, giacché ansimava e sussurrava frasi che non potevo ben ascoltare.

Il calore aumentava a ogni secondo, visto che fu come la precipitosa caduta d’un globo di fuoco. In quel momento m’appassionò e mi stuzzicò parecchio il consistente subbuglio dei suoi capezzoli orientati verso di lui. Sabrina afferrò la mano del suo maestro e se l’appoggiò prima sul ventre poi tra le gambe, mentre con l’altra si succhiava bramosamente il dito. Lui non poté dominarsi né trattenersi dal guardare quel boschetto aperto e grondante ben schiuso e allargato davanti a lui. Lei si rimpicciolì, si fece piccola nel lettino in un religioso silenzio quasi di raccoglimento, mentre i suoi occhi si rivolsero su di un brutale utensile, per l’appunto un valido e vero congegno per poter applicare e imporre la sofferenza. Lui la consolava, la rincuorava, le ricercava la bocca, visto che si scambiavano baci lunghissimi, acquosi e rumorosi, poco dopo lei emise un lieve ammonimento dal tono piagnucoloso per supplicarlo di continuare e d’avvicinarsi di più.

Tutto ciò avvenne in un tempo lunghissimo, lui s’accomodò sopra il busto e s’accinse ad assaporare la polpa dall’inguine. A lei piaceva e si vedeva, perché si contorceva come un’anguilla, visto che s’inarcava nel letto e con la lingua lo cercava. Tutti e due stavano compiendo e mettendo in atto quello che Dio aveva ordinato, regolato e strutturato: allearsi, fondersi e unirsi con le membra, smuovere e risvegliare la carne, finché entrambi precipitarono boccheggiando, lei con il faccia al sicuro da quel groviglio sugoso, lui ammirandola nel modo più veemente possibile, dato che quella era l’armatura del loro ardente e passionale tormento.

In quell’occasione lui fece il suo inopportuno, scurrile e sozzo incarico con una professionalità e una serietà a dir poco edificante e lodevole, giacché ambiva che quella parte bella potesse avventurarsi, esporsi e ripresentarsi alla vita con una funzione di candore e d’illibatezza illusoria, per assecondare e per professare il cammino doveroso e ripetitivo, per il fatto che lei si scoprisse lì per il completo adempimento e infine per il successivo compimento e per l’espletazione di quell’inviolabile e venerata congregazione. Lui aveva analizzato e studiato per essere principalmente un guaritore, un ricostruttore di fragilità e d’insicurezze alcune volte distrutte, altre ancora fracassate solamente in parte. A quel punto maneggiò, tracannò e ingerì, da ultimo si sfogò con un frastuono antipatico, esecrabile e persino indisponente, affiancato in seguito da una serie di condanne, di critiche e di maledizioni prive di pause.

Con la mano appoggiata sulle sue cosce Sabrina dava retta distendendosi in un desolato e malinconico sorriso. Lo splendore e la ferocia della sua bellezza inducevano al desiderio e ne assorbivano tutto l’avvilimento e la disperazione. L’ansia insorse di nuovo in lui come un demone invasato dall’astio e dall’ostilità: fantasie sfrenate e smodate si ridestarono e si dibatterono urlando tutte insieme. Lui avrebbe sacrificato la vita per poterla avere, la sua stessa anima per morire steso contro il suo grembo: un sentimento infinitamente compassionevole e tenero, distorto e stravolto in un’accanita e feroce pazzia dalle circostanze, acutizzato e alla fine sfociato verso una passione incatenata a una cruenta e inumana realtà.

Lui desiderava ardentemente ed entusiasticamente stendersi al suo fianco se fosse stato possibile, o ancora annientarla, fustigarla fino a farla svenire e risucchiarle le porzioni interiori, rasentare e poi spezzettare la sua bellezza, alleggerirle e moltiplicarle i patimenti, percepire le sue estremità sulle spalle, circondarle la gola e lacerarla con i denti. Lui bramava e spasimava di sottometterle l’anima e il corpo, appagare e deliziare in lei ogni capriccio disperato del suo desiderio immenso e smisurato.

Durante quel lesto colloquio, io ebbi altre interpretazioni, versioni e avvenimenti attendibili e credibili, giacché osservai l’espandersi e il rasserenarsi infine delle percezioni e dei sensi. Trovandosi a corpo a corpo due creature splendide e innamorate annoveravano un’espressione e un’implorazione di scongiuro quasi audace, persino come un appello sconsiderato e spavaldo, poiché si sorridevano con gli stessi occhi privati in ondate di puro e di schietto favoreggiamento. Il medico uscì dalla stanza e Sabrina si lasciò sfuggire dalla gola un intenso affanno, orientando in conclusione la sbirciata verso di me.

Nella sua solitudine così intimamente violata, quel dolore e quello strazio miserevole e malleabile non avrebbe sgualcito né sciupato quei lineamenti genuini e innocenti, porgendole un fascino e una grazia smisurata da preservare e da sorreggere. C’era un forte odore di benevolo e d’indulgente in quell’angolo del suo letto, io m’accovacciai su quel lenzuolo inzuppato e allungai la mano. Era realmente un immenso campo magnetico, perché quel benigno tuono scuoteva e squassava le antiche mura del palazzo e sbatteva le persiane delle finestre fino a farle spalancare nella luce bianca d’una pallidezza arcana, incomprensibile e indecifrabile.

Il guscio inconsistente, infondato e vuoto dell’apparenza e del lustro la stava aspettando, malgrado ciò io ridevo a fior di labbra, in quanto sapevo molto bene che là di fuori ci sarebbe stato lui ad aspettarla, con tanto batticuore e con una grande commozione.

{Idraulico anno 1999}

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