Senza via di scampo by M_Hyde [Vietato ai minori]




Senza via di scampo di M_Hyde New!
‘Ok, …anche questa è fatta!’ Daniela diede un’ultima scorsa veloce all’email e cliccò sul tasto Send.
Si guardò intorno: l’ufficio era inondato dalla luce pomeridiana di quella bellissima domenica primaverile. L’arrivo dell’ora legale aveva allungato all’improvviso le giornate e anche il tempo si era rasserenato: la primavera era esplosa in tutta la sua bellezza.
-“Non dovrei essere qui.” – Sospirò a voce alta. Al di là del vetro, le scrivanie e le sedie vuote erano spettatrici silenti delle sue domeniche lavorative.
Il lavoro era parecchio e il fatto di prepararsi per le ferie incombenti le dava la scusa per essere lì, a definire gli ultimi dettagli e a dare le linee guida per chi avrebbe gestito le varie attività in sua assenza, ma in realtà non c’era nessun valido motivo lavorativo per andare in ufficio la domenica, cosa invece a cui aveva ormai fatto l’abitudine. I locali vuoti le erano ormai familiari quasi come la loro versione settimanale, brulicanti di persone e con i classici rumori di sottofondo: ticchettii di tastiere, chiacchiericci sommessi, telefoni che trillavano e ronzio di stampanti.
Si appoggiò allo schienale della poltrona, guardano dalla finestra le cime delle montagne ancora innevate senza in realtà vederle. La sua vita era sempre più vuota e stava, come sempre, cercando di riempire quei vuoti con il lavoro. Non poteva più continuare a farlo e a mentire a se stessa: era arrivato il momento di fare i conti con la sua coscienza. Aveva trasformato l’azienda rilevata dal padre in era una realtà di successo, in grado di dare lavoro a tante persone e tranquillità economica alla sua famiglia, ma era proprio sul fronte familiare dove il contrasto appariva impietoso: la sua vita non poteva essere giudicata altro se non un triste e misero fallimento.
Aveva una madre, ricca abbastanza per passare gli anni della vecchiaia in giro per il mondo e che quasi non si ricordava di avere dei figli, un fratello sbandato che si ricordava di lei, sì, ma solo quando gli servivano soldi o aveva bisogno di aiuto per farsi tirare fuori da qualche guaio in cui puntualmente andava a cacciarsi e una figlia con cui aveva un buon rapporto, ma che aveva scelto una strada che la portava lontano dall’Italia. Molto lontano. C’era un tempo dove era stata felice e realizzata, con un marito di cui era veramente innamorata, una persona splendida, nota e con un buon lavoro e un’ottima posizione sociale… che aveva rivelato la sua vera personalità quando lo aveva scoperto a tradirla con un’infermiera mentre lei era incinta della loro figlia. A lui era crollato il palco, a lei il mondo intero. Aveva poi scoperto che non si trattava di una scappatella occasionale o di un momento di debolezza, ma di una pratica che portava avanti da quando erano ancora fidanzati senza che lei avesse mai sospettato di nulla. A questo punto, molti piccoli dettagli su cui in passato aveva sorvolato ma che suonavano strani, prendevano un nuovo, sinistro e terribile significato.
Non si era più ripresa realmente da quello shock. Da allora aveva avuto alcune relazioni, più o meno durature e felici, ma dentro di lei si era rotto qualcosa che non le consentiva più di fidarsi di un uomo e quindi di avere un compagno di vita come se lo era sempre immaginato fin da piccola.
Si alzò dalla scrivania e si avvicinò alla grande vetrata che dava sulla zona industriale. Di domenica era innaturalmente calma e deserta, i capannoni e le palazzine a vetri che vegliavano centinaia di parcheggi deserti che di lunedì troppe auto si sarebbero contesi nella frenesia dei giorni feriali che lasciava posto a weekend di incantato silenzio.
-“Daniela Venturi, imprenditrice di successo e donna infelice.” – Dichiarò alla sua immagine riflessa nel vetro.
-“Stasera però torna Arianna da Shangai e da domani, in Spagna, in cammino con lei verso Santiago de Compostela forse farà sentire me e mia figlia vicine come una vera famiglia e complici come due vere amiche.” –
Era una vacanza strana per lei, abituata a correre in tutti i sensi. Da quando si era separata dal marito, aveva cercato di dimostrare a se stessa che poteva essere per Arianna sia una madre che un padre, per questo forse aveva iniziato a comprare macchine sportive e a correre sempre. Aveva anche avuto un pauroso incidente, devastante per l’auto ma miracolosamente senza conseguenze per lei. Inoltre negli ultimi anni si era messa ad andare in palestra tutte le mattine, per combattere l’avvicinarsi del decadimento fisico dovuto all’età, anche se, a quarantotto anni, poteva definirsi una donna attraente ed in perfetta forma fisica.
Camminare un po’ e meditare le avrebbe fatto bene. Aveva la sensazione che i ritmi lavorativi e di vita la facessero correre, ma senza un reale scopo, un po’ come quelle icone con l’asino e la carota che gli penzola davanti attaccata ad un bastone. Non voleva finire sfiancata per rincorrere cose che non avrebbero dato veramente valore alla sua vita. Doveva ritrovare se stessa, partendo proprio dal rapporto con sua figlia.
Spense il computer portatile e lo mise nella borsa, raccolse le sue cose e uscì dalla stanza e dagli uffici, chiudendo alle sue spalle il portoncino blindato dopo aver digitato la combinazione che attivava l’allarme.
Scese le scale e si avviò verso l’auto. La zona era deserta, di notte un paio di discoteche in zona attiravano gente di ogni risma, ma di giorno non era una zona pericolosa. Non aveva comunque lasciato l’auto al solito posteggio, ma in un posto un po’ più appartato per evitare che qualche passante si facesse tentare da una bella macchina e magari le rompesse un finestrino o peggio, la rubasse. Girò l’angolo e fice scattare il telecomando. Le luci della sua Audi coupé si accesero. Aprì lo sportello e mise la borsa sui sedili posteriori.
Faceva caldo e si tolse l’impermeabile. Si stava benissimo anche solo con il tailleur.
Una piccola puntura sul fianco la fece trasalire, mosse la mano per scacciare l’insetto impertinente, ma le sue dita cozzarono contro qualcosa di metallico, si girò di scatto a bocca aperta e fece appena in tempo a vedere una lama quando qualcosa la colpì così violentemente in volto da farla prima barcollare sui tacchi alti e poi cadere seduta per terra tra lo sportelo aperto e l’abitacolo dell’Audi.
-“Zitta, troietta! Questo è stato solo un assaggio e se provi a fare il minimo rumore ti farò male davvero.”-
Ora il coltello premeva con la punta sotto il suo mento.
Daniela non capiva se era più stupefatta o terrorizzata. Davanti a lei la voce roca e decisa proveniva da sotto un cappello da baseball che non celava ma lasciava in ombra un viso dai capelli scuri e con un accenno di barba. Non lo aveva sentito o visto arrivare, come non aveva visto il ceffone che l’aveva colpita in pieno volto, ma quello lo aveva sentito, eccome. Aveva tutta la guancia che le pizzicava, anche se era probabilmente troppo agitata per provare dolore.
Cercò di farsi forza e riacquistare un minimo di lucidità. Pensare che qualcuno avesse assistito alla scena sarebbe stato chiedere troppo. Doveva cercare di guadagnare tempo.
-“Hai capito cosa ti ho detto, troietta?”- ringhiò l’uomo.
-“Sì…”- farfugliò lei. –“Stai calmo, ti darò tutto quello che vuoi. Non …non c’è bisogno di farmi male.”-
-“Questo lo vedremo.” – rispose minaccioso.
Forse voleva solo rapinarla. Se la sarebbe cavata con un po’ di soldi rubati, una denuncia e un po’ di mal di denti. Forse voleva salire in ufficio e farle disinserire l’allarme…doveva cercare una scusa per evitare che questo succedesse. Forse poteva dire che l’allarme lo controllava l’agenzia della sicurezza e che era temporizzato.
-“Sali in macchina.”-
Come in macchina? Daniela fu presa alla sprovvista.
-“Co…Cosa?”- Chiese con un filo di voce.
Il coltello premette più forte contro il suo mento. Faceva male a tal punto che Daniela pensò stesse incidendole la carne.
-“Allora, troietta, te lo spiego con calma perché oggi sono buono: il dolore parte dal basso e lo posso fare arrivare all’infinito. Il ceffone che ti sei presa era il primo gradino. Ogni volta che mi fai ripetere una cosa lo alzo di un livello. Ubbidiscimi e resterai viva. E’ chiaro?”-
Daniela aveva lo sguardo vitreo negli occhi sbarrati dal terrore e il cuore che sembrava trovasse insopportabile starle rinchiuso nel petto.
Si limitò a sibilare un sì tra i denti stretti per la paura di muovere la mandibola e sentire la punta del coltello affondare ancora di più.
Sempre con il coltello puntato, si puntellò con le mani sul cemento del parcheggio e poggiò il sedere sul sedile di guida. Non capiva se lo sconosciuto voleva che si mettesse al posto di guida o in quello del passeggero. Era frastornata e le girava la testa.
Click-click-click!
Prima che capisse cosa stava succedendo, nell’altra mano dell’uomo erano comparse delle manette, che ora erano saldamente chiuse intorno alle sue caviglie.
Daniela guardò l’uomo esterrefatta con aria interrogativa.
Lui si chinò a raccogliere le chiavi della macchina e i grandi occhiali neri alla moda che le erano caduti quando era stata colpita. Le mise gli occhiali da sole, infilandole le stanghette tra i boccoli biondi, poi le prese le caviglie per la corta catenella delle manette che luccicavano in contrasto con i collant neri e le scarpe alte e facendola ruotare su se stessa, la sistemò in posizione di guida, poi chiuse lo sportello.
Salì dall’altro lato, mise un borsone scuro che prima Daniela non aveva notato sul sedile posteriore e si sedette al posto del passeggero.
A quel punto estrasse un nuovo paio di manette e ne mise una al polso destro di lei, fisando l’altra ad una protuberanza sul retro del sedile, nella parte bassa. Poi mise la cintura di sicurezza a Daniela.
-“Bene, possiamo andare!”- Disse lui inserendo le chiavi nel cruscotto. –“Premi sul pedale del freno.”-
Daniela non capiva se era impazzita lei o lui. Dove poteva andare conciata così?
-“Non riesco a guidare così. E’ impossibile…”-
In tutta risposta l’uomo infilò la mano con il coltello nello spacco della gonna, lei cercò di contrastarlo con l’unica mano libera e contraendo al contempo le ginocchia verso il volante, ma lui le ricacciò indietro la mano con violenza, facendola sbattere contro il finestrino. Poi, facendosi prima strada con la mano allargandole le cosce, arrivò a puntarle la punta della lama contro le mutandine in pizzo.
Daniela cacciò un grido ma poi si zittì subito ricordando cosa le aveva detto prima lo sconosciuto. Le sue minacce sembravano assolutamente fondate.
-“Lo stenti, troietta?”-
Odiava quel termine. Era lontano mille miglia dal suo modo di essere. Avrebbe voluto urlargli che non era una troia.
-“Sì.”- disse piano.
-“Bene, questo è l’inizio della scala del dolore. Ubbidiscimi e questa lama rimarrà dov’è ora. Fai qualsiasi cosa che mi infastidisca e ti assicuro che prima che tu possa sperare di cavartela, il tuo sangue avrà imbrattato tutta questa bella macchina. Ora premi il cazzo di pedale del freno. Quest’auto ha il cambio automatico, quindi puoi guadarla con un piede e una mano, come sicuramente avrai già fatto mille altre volte.”-
Già… Era vero, pensò Daniela, ma non ero ammanettata con un coltello tra le cosce.
Premette il freno con il piede destro. Lui premette il pulsante di start e mise la leva del cambio sulla posizione D.
-“Dove devo andare?”- chiese titubante.
-“A casa. A casa tua.”- rispose lui.
Daniela capì improvvisamente che la cosa era molto più seria e drammatica di come se l’era immaginata…. E non aveva certo immaginato di fare una passeggiata.
Tolse il piede dal pedale e con orrore sentì l’Audi, ubbidiente, avanzare lentamente verso la strada. Probabilmente suo incubo era appena all’inizio.
Premette leggermente sull’acceleratore e, attraversato il cancello dello stabile, svoltò nelle vie deserte della zona industriale.
-“Sul serio.. non credo di riuscire ad arrivare a casa. Mi gira la testa e sono agitata, potrei sentirmi male e finire contro un palo o un’altra macchina.”- cercò di convincere il suo aguzzino.
-“Ce la farai, sei una donna forte e poi non abiti poi così lontano. Oggi poi on c’è traffico e tra 10-15 minuti al massimo saremo arrivati.”-
‘Mi conosce!’ Tutta questa storia stava prendendo una piega terribilmente sbagliata. Daniela iniziò a sbirciarlo cercando di non farsi vedere. Era sicura di non averlo mai visto prima. Il fatto che non si fosse preso la briga di mascherare il suo aspetto le faceva presagire conseguenze tragiche. Il solo pensarci le faceva perdere il senno e si costrinse a rimandare quel tipo di pensiero per non finire veramente fuori strada. Sentiva sempre il pungolo tra le gambe e era conscia che quel leggero fastidio poteva trasformarsi in un istante in una lacerazione fatale. Le sue cosce vivevano ad ogni istante la lotta tra il serrarsi a difesa delle sue parti intime e l’allargarsi per evitare ogni contatto con quell’intrusione così minacciosa.
Nel frattempo si stavano avvicinando a casa. Daniela aveva pensato più volte di cambiare strada e tergiversare cercando di incrociare una pattuglia della polizia, ma era chiaro che quell’uomo se ne sarebbe accorto. Di certo sapeva dove abitava, probabilmente l’aveva pedinata a sua insaputa per giorni, forse per settimane, per imparare le sue abitudini. Le sembrava di impazzire. Non trovava nessuna via d’uscita se non assecondare l’uomo che l’aveva rapita. E quella non le sembrava una via d’uscita.
-“Hai delle belle gambe.”- disse improvvisamente il suo rapitore rompendo un silenzio che durava da qualche minuto.
La sua voce aveva un tono neutro, non cattivo o lascivo. Incredibilmente, poteva passare per un normale e sincero complimento senza secondi fini. Daniela sapeva di avere delle belle gambe, ed era il tono dell’individuo più che il contenuto della frase che l’aveva sorpresa.
-“Grazie.”- rispose lei dopo qualche istante di silenzio riempito dal suo stesso imbarazzo. –“se stai pensando di corteggiarmi, devo avvisarti che non sei partito proprio con il piede giusto. Se ci tieni davvero possiamo ricominciare da capo e magari…”- provò a scherzare lei sperando che l’uomo avesse qualche ripensamento.
Lui rise forte e di gusto con quella sua voce roca che ormai Daniela aveva impresso nella mente e che non avrebbe più potuto dimenticare.
-“Lo avevo detto che sei una donna forte e, a quanto pare, anche con la battuta piuttosto pronta. Mi piace!”-
-“Vuoi dire che non mi farai del male?”- chiese lei speranzosa.
-“Non ho esattamente detto questo mi pare.”- rispose
Daniela provò a giocare un’altra carta.
-“Mi ucciderai. Lo so.”-
-“Perché e sei così convinta?”-
-“Perché…”- la voce le tremava, non riusciva a valutare lucidamente se rivelare i suoi pensieri avrebbe peggiorato la sua già drammatica situazione –“…perché non hai nascosto il tuo volto”- disse alla fine dopo una lunga e tragica pausa.
-“Stammi a sentire, troietta, se vivrai o morirai dipenderà dalle scelte che farai. Ti ho già detto come fare per restare viva, te lo sei già dimenticata?”-
-“No…”-
-“Bene, troietta, cosa ti ho detto che devi fare per restare viva?”-
-“Ubbidirti.”-
-“Brava, tienilo a mente sempre. Io mantengo sempre le mie promesse, sappilo, troietta.”-
-“D’accordo…. e…. tu però sappi che io non sono una troia.”- finalmente era riuscita a dirlo
-“Hahaha….lo so.”- le ultime parole le aveva pronunciate con un tono che fece capire a Daniela che doveva cercare disperatamente una via d’uscita prima di sprofondare nei meandri di un incubo da cui non avrebbe forse più potuto uscire.
Nel frattempo erano giunti nella via dove abitava e l’uomo stava pigiando i tasti del telecomando attaccato alle chiavi dell’auto finché un a luce gialla intermittente iniziò a lampeggiare sul cancello del palazzo dove abitava. Daniela fermò l’auto all’inizio della rampa di accesso ai garage.
-“Sul serio…. Cosa vuoi da me? Soldi? Vuoi quest’auto? Te la lascio. Finora è andata bene: fermati qui. Ti giuro che non sporgerò denuncia. Se oltrepassiamo questa soglia poi ti metterai davvero nei casini, pensaci.”-
-“Mia cara troietta….non voglio soldi o macchine. Voglio TUTTO.”- sussurrò minaccioso più che mai.
-“E ora, togli quel cazzo di piede dal freno e scendiamo giù per la rampa, verso questi casini in cui voglio che ci infiliamo.”-
L’auto scomparve, inghiottita dal buio dei garage.

La basculante che isolava il posto auto di Daniela dal resto del garage si abbassò lenta e inesorabile fino a quando, nell’abitacolo silenzioso della sua Audi sportiva fu veramente isolato dal resto del mondo. Era ancora con le caviglie ammanettate e con il polso destro agganciato a qualcosa dietro il suo sedile che la costringeva ad una posizione un po’ scomoda e innaturale.
Lo sconosciuto che l’aveva rapita di fronte al suo ufficio e costretta con la minaccia di un coltello a portarlo a casa sua aprì lo sportello, prese le chiavi da una tasca e liberò l’anello della manetta fissato al sedile.
-“Scendi!”- le intimò
Lentamente, come in stato catatonico, Daniela aprì lo sportello e scese dall’auto. Se lo trovò davanti, tutto sommato era anche un uomo di aspetto gradevole, riuscì assurdamente a pensare mentre lui la squadrava. Era moro, capelli non molto lunghi, abbastanza alto e sembrava muscoloso, i suoi occhi nella penombra sembravano grigi o qualcosa del genere, ma sebbene il suo sguardo vagasse tra il mefistofelico e l’angelico, il suo aspetto, se non proprio del bravo ragazzo, non richiamava affatto i tratti di un criminale o di un balordo. Tutt’altro. Era anche vestito con abiti sportivi ma ricercati, di certo anche piuttosto costosi.
-“Togliti le scarpe i collant.”- ordinò in tono asciutto.
Ecco andare in frantumi il quadretto di uomo non proprio balordo che lei stava a forza cercando di farsi entrare in testa per calmarsi.
-“Vuoi violentarmi?”- chiese lei mentre sentiva gli occhi gonfiarsi di lacrime.
Lui di tutto rimando sorrise.
-“No, voglio rallentarti. E farti stare zitta. Ora fai come ti ho detto, prima che cambi idea e la tua situazione peggiori”-
-“Non urlerò, hai la mia parola. E in quanto alla mia situazione… peggio di così!”- singhiozzò
Non voleva piangere, ma la tensione era al limite da troppo tempo e si trovava chiusa in un garage sottoterra in balia di un uomo che di certo aveva pessime intenzioni nei suoi confronti. Le sue agogniate ferie erano iniziate come peggio non si poteva.
Due lacrime le scesero lungo il volto e si affrettò ad asciugarle con la mano.
-“Avanti, non crollare adesso che siamo arrivati.”- la incitò lui
-“Arrivati dove?”- incalzò lei –“all’inferno…..”-
-“Sbrigati. La pazienza non è tra le mie doti migliori.”-
Questo era ovvio, pensò Daniela. Lui le passò una piccola chiave per aprire le manette che le bloccavano le caviglie e lei dovette armeggiare un bel po’ per riuscire ad aprirle. Incredibile come nel film sembrasse uno scherzo aprirle anche solo con una graffetta piegata.
Una volta libera si sedette sul sedile e si sfilò prima le scarpe e poi i collant. Notò che questi ultimi avevano patito il contatto con la punta dell’arma e presentavano un foro proprio in mezzo alle gambe.
-“Rimettiti le scarpe e alzati in piedi.”-
Ubbidì, come le era stato consigliato di fare in modo così convincente.
Una volta in piedi lui la fece girare e le ammanettò il polso sinistro dietro la schiena, insieme al destro da cui ancora pendevano le manette usate per bloccarlo durante il viaggio. Poi prese i collant e iniziò a fare una specie di palla molto stretta e compatta con la parte che di solito avvolge il sedere e i basso ventre. Una volta finito la prese per i capelli, facendole reclinare la testa all’indietro e le disse di spalancare la bocca.
Voleva infilarle quella cosa in bocca?!?! Nemmeno per sogno!
-“No! Ti prego! Giuro che non fiato! Non una parola, promesso!”-
Lui la prese per le spalle e la girò in modo da averla di fronte e le mollò un ceffone come il precedente. Stavolta lo sportello sorresse Daniela che non cadde. Per fortuna, perché con le mani ammanettate dietro la schiena avrebbe quasi certamente battuto la testa.
-“Non sei poi così intelligente come pensavo.”- disse acido mentre una lacrima di odio solcava la guancia arrossata di lei. –“Ora apri la bocca e non farmi incazzare o sperimenterai subito il secondo gradino sulla scala del dolore.”-
Intontita, Daniela aprì le labbra. Lui inizio a spingere quella matassa di Nylon e lei si trovò a dover veramente spalancare la bocca cercando di non opporre troppa resistenza, ma cercando allo stesso tempo di non soffocare. Alla fine lui con le dita riuscì a cacciarle tutto in bocca, poi, usando le gambe dei collant, fece una serie di giri intorno alla testa, fissandole il tutto in maniera certosina.
-“Groan…”- fu l’unico debole mugolio gutturale che Daniela riuscì a far uscire da quell’impiastro che una volta erano le sue calze.
La respirazione era un po’ affannosa e l’agitazione non aiutava.
L’uomo le sollevò improvvisamente la gonna sopra la vita. Lo guardò con gli occhi spalancati mentre lui afferrava le sue mutande di pizzo e le abbassava fin sopra le ginocchia.
-“Ga..gog..gg..gaga”- cercò di protestare. Voleva dirgli che aveva appena detto che non voleva violentarla lì in garage.
La gonna fu riabbassata. Ora copriva appena le mutande che erano stata fatte scendere fin poco sopra le ginocchia.
-“Shhh!!”- disse lui facendo il gesto del dito davanti alle labbra.
Prese il soprabito dall’auto e lo mise sulle spalle di Daniela, alzando il bavero. Poi prese dal suo borsone un foulard e lo mise all’interno del bavero, a coprire la bocca.
-“Bene. Ora saliamo in casa tua. Ogni cazzata che farai, ti assicuro che te la farò pagare carissima.”-
La basculante si alzò con la sua consueta calma. Iniziarono a camminare verso l’ascensore. Daniela si sentiva goffissima, ma probabilmente ad un passante distratto, poteva sfuggire la sua spaventosa situazione. Quello stronzo era piuttosto ardito e si stava prendendo dei bei rischi. Lei d’altro canto, era veramente sfortunata: in garage infatti non c’era anima viva.
Scappare era impossibile. Stava facendo fatica a camminare senza far scendere le mutande e se avesse provato a correre, sicuramente le sarebbero scese alle caviglie facendola cadere. Oltretutto con le mani dietro la schiena e la respirazione condizionata da quel bavagli ingombrante, anche se era in buona forma, non avrebbe fatto molta strada e se lui fosse riuscito a riprenderla, non dubitava che le avrebbe fatto male come aveva promesso.
Mentre si avvicinavano all’ascensore Daniela pensava a cosa poteva fare per uscire dal suo incubo a parte tentare la fuga. Aveva pesato di sbagliare piano e suonare a casa di un vicino o di fare finta di aprire con la chiave fino a quando questi non fossero venuti a vedere cosa succedeva davanti alla loro porta.
Ripassò mentalmente le possibilità: al piano terra abitavano una coppia di anziani male in arnese e una signora anche lei sull’ottantina. Non potevano essere d’aiuto, anzi, rischiava di farli ammazzare. Al piano primo c’era l’appartamento che aveva comprato e ristrutturato per Arianna, sperando che sua figlia si decidesse a rimanere a stare lì e che al momento era vuoto. Di fronte, sullo stesso pianerottolo c’era una coppia di ragazzi con due gemelli di un anno e non era il caso di metterli in pericolo, al secondo piano c’era il suo appartamento e quello occupato da uno studio di commercialisti che ovviamente, di domenica era deserto.
Arrivò all’ascensore rassegnata. Entrarono.
Appena le porte si chiusero dietro di loro, Daniela sentì qualcosa scivolare sulle gambe. Abbassò lo sguardo già sapendo che cosa avrebbe visto. Le mutande le erano scese alle caviglie. Non aveva il coraggio di guardare verso lo specchio per vederci la terribile e umiliante situazione in cui si trovava.
-“Beh, queste ormai hanno svolto il loro compito, ora sono diventate inutili.”- sentenziò l’individuo che era con lei, mentre senza troppi complimenti gliele sfilava del tutto.
‘Ah, fantastico..’ cercò di essere sarcastica tra se’ e se’ Daniela, che si sentiva già completamente nuda e inerme di fronte al suo rapitore.
Lui mise il dito sulla pulsantiera e la guardò beffardo con aria interrogativa. Passò la mano sul pulsante che chiudeva le porte. Poi indicò il numero 2. Daniela scosse la testa. Passò al piano successivo. Lei sospirò e fece un microscopico cenno di assenso. Non aveva ben chiaro cosa la stesse aspettando, ma era certa di essere fottuta su tutta la linea.

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