Senza dibattere né polemizzare




Non era una brutta stagione come le precedenti, effettivamente poteva trarre e condurre benissimo in inganno. Gli atteggiamenti a dire il vero erano quelli identici, gli orari altrettanto e anche le varie sghignazzate. Lei s’affannava e tribolava nel riconoscersi udendo la sua voce personale divulgare definizioni che non aveva peraltro meditato. Quei termini erano là da qualche parte nella sua mente come dei sedimenti ammassati e in ultimo dimenticati, giacché sgorgavano leggeri e vuoti, perché soltanto gli altri parevano riconoscerle, forse le aspettavano oppure erano dovute, tutto qui.

Le ore scivolavano rapidamente, visto che per poco non se ne accorgeva. Il suo pensiero galleggiava altrove in una dimensione ancora a venire. Non il futuro, che ormai non le importava, neanche il domani che non aveva più senso, ma era un tempo imprecisato quello che le interessava, articolato nei suoni gutturali d’una voce che poteva arrivare in qualunque momento del giorno o della notte, cosicché lei si ritrovava a essere sé stessa. In realtà poteva essere come un animale ingordo che sbrana brandelli di vita senza curarsi di niente e di nessuno. Tutto questo era già successo, visto che sapeva che sarebbe di nuovo accaduto così come e quando avrebbe voluto lui, dal momento che neanche lo squillo del telefono le provocava il batticuore, tenuto conto che era un anestetico puro.

Era sufficiente però un scampanellio, dato che i filamenti nervosi saltellavano irrequieti e troncavano immediatamente le congiunzioni e i legami. Quelle che non erano utili si mantenevano inalterate, solamente quelle fondamentali, quegli avanzi primordiali appropriati per l’appunto per la barbara e per la spietata salvezza. In quel momento lei si rizzava con tranquillità e si meravigliava notando di non aver nessun fremito, mentre rispondeva con il tono coerente d’una parte esteriore che avere sopraggiungere dall’intimo il ribollire della tempesta. A volte credeva di sognare, visto che chiudeva gli occhi ascoltando quella voce arrivare da lontano da un imprecisato posto, ma lei non voleva un sogno, allora riapriva gli occhi e rispondeva, tentava una domanda per una risposta che non avrebbe avuto:

“Sta’ zitta e ascolta”.

Lei taceva registrando mentalmente mozziconi di frasi storpiate apposta. Oppure no, ma anche questo non aveva alcun peso, perché finalmente buttava all’aria tutto ciò che non le apparteneva, tutto ciò che rappresentava la sua vita fino a quel momento, o meglio, fino all’attimo in cui udì quell’inatteso ammonimento:

“Che cosa ci fai qui? Sai che sei nel mio territorio?”.

Lei si era spinta più lontano del solito nel parco che imbruniva, perché aveva bisogno di correre e le pareva di non toccare terra con le scarpe da corsa, fasciata dentro quella tuta morbida e colorata. Rallentando e girandosi a indovinare i tratti di un’ombra appoggiata a un albero, la sua mano afferrava il cellulare e il polpastrello individuava il tasto di soccorso. Che cosa l’aveva fermata? Lo stesso motivo che la spingeva ancora adesso a rispondere con un sì, a chi non faceva che aggiungere una tacca dietro l’altra a ogni conquista. Una tacca, ecco precisamente che cos’era, visto che in nessun caso si era sentito più d’un segno sulla terra.

Ogni volta che lui la prendeva, quell’incisione andava più a fondo come un solco, così come se il suo sesso erodesse e scavasse in lei un un baratro, una voragine da cui non avrebbe saputo risalire oppure non avrebbe voluto. Era bello inabissarsi e sprofondare, considerato che lei se lo ripeteva a sé stessa con gli occhi chiusi nuotando nel buio delle palpebre. Il fatto è che non lo puoi esattamente esporre né illustrare né spiegare a nessuno come e perché inizia. D’altra parte l’aveva mai spiegato a sé stessa? Perché si era fermata, perché aveva deciso di mordere la paura, perché lo aveva lasciato avvicinare.

Lei non aveva risposte se non la più ovvia, per il fatto che rivedeva ancora quel sorriso strafottente con quella mano che flemmatica arrivava accanto a lei e saliva sul viso per scostarle una ciocca dalla fronte. Nemmeno un passo indietro, neanche accennare una fuga, dato che c’è un momento per ogni cosa. Da troppo tempo discuteva e ragionava sul destino, vittime o artefici, una questione mai risolta, eppure di colpo si era trovata nella situazione giusta, perché attualmente poteva scegliere. Al momento era autonoma e libera di scappare, di gridare, di divincolarsi, persino di farsi uccidere. Lei aveva scelto apertamente e continuava a portare avanti la sua scelta, senza riflessioni né ripensamenti.

Lo scenario del parco allacciato dal fiume, una strada d’abbandonare in fretta, mettendo distanza tra la vita di sempre e la propria, poi nient’altro se non dei tonfi leggeri della corsa sul viale, l’aria che entra nei polmoni e le immagini confuse degli alberi e delle persone. Fino a un nuovo evento, di volta in volta a sorpresa, ma sempre al medesimo posto: il suo territorio. Senza discutere, con il suo ciao improvviso come un segnale che delimita uno spazio, quel fruscio nel sentiero con l’erba secca, lo spezzarsi di piccoli rami, il rotolare di pietre ai suoi calci, il cuore che dilata nel vuoto della mente, le labbra che disegnano la gioia d’esistere lì in quel momento, infine il freddo.

Il gelido, un velo che avvolge e che accappona la pelle, scioglie i nodi e fa scivolare la tuta ingombrante. A quel punto il pensiero libero volteggia nella scia del destino come una sfumatura diversa nella foschia del cielo, perché dopo soltanto l’incrocio di braccia e di gambe avvinghiate, la ricerca di pelle e la certezza d’essere il gioco di qualcuno abile ed esperto per divertirsi.

Qualcuno che imprime e che segna la sua proprietà, il suo possesso con uno schizzo bianco tiepido dentro di lei, mescolandolo a ciò che lei dice, quel sì, unicamente e sempre quel sì.

Ogni volta lei lo osserva voltarsi e andarsene, qualunque volta lo insegue sapendo che non lo raggiungerà e lo vedrà già lontano sfregiare con la punta di una lama il tronco d’un albero, per ricordarle che cos’è per lui. Una tacca, e niente di più.

{Idraulico anno 1999}

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