Samanta by Ronin Terzo [Vietato ai minori]




Samanta di Ronin Terzo New!

Note:

Ripubblico questo racconto che, per sbaglio, mi sono reso conto di averlo cancellato.

Note dell’autore:

Presentazione di Samanta, della sua vita ed della festa che portò alla rottura con il fratello. Inizia così la sua nuova vita a Milano con un episodio ambiguo che avrà lunghe conseguenze…

Samanta non aveva mai avuto molta stima di se stessa e ne era consapevole.
Alta circa un metro e sessanta, aveva occhi e lunghi capelli castani, con una spolverata di lentiggini sul viso e sulle spalle. Il suo fisico era pieno, in carne ed in salute. Con le curve giuste al posto giusto, direbbe qualcuno. A causa di quella sua scarsa autostima, tuttavia, la giovane Sam si riteneva grassa, sovrappeso. La qual cosa era assolutamente non vera, ma era tale a fornirle lo stimolo e la voglia necessari per andare a correre o per perdersi in lunghe passeggiate ogni giorno in cui non piovesse. Non era, quindi, una ragazza grassa, ma semplicemente una fanciulla in salute e in carne, con un accenno sensuale di pancina, con due cosce ben tornite e due seni pieni e tondi. Di certo Samanta non era una di quelle giovani ragazzine secche e magre che par debbano essere portate via da un momento all’altro al primo soffio di vento.
E così, vuoi per le sue curve invitanti, vuoi per il suo carattere solare ed espansivo, non erano pochi gli sguardi che si soffermavano sulla sua figura e non era affatto raro che giovani aitanti cercassero la seppur più banale scusa per attaccare bottone con lei.
Bisogna sapere, ora, che Samanta non era affatto una ragazza snob, di quelle con la puzza sotto al naso, che prima di rispondere all’invito del maschio di turno controllano il conto in banca. No, Samanta era molto più alla mano e per lei, i soldi, avevano un’importanza relativa. Tuttavia, per quanto le piacesse divertirsi ed avere i propri momenti di svago e relax e perché no, anche di semplice sesso, non era certo disposta a concedersi a tutti.
Di carattere gentile e socievole, amava ridere e scherzare con gli amici. Forse, fin troppo buona, non tirandosi mai indietro quando qualcuno di sua conoscenza si trovava ad aver bisogno d’aiuto. Talvolta, però, erano nati equivoci, quando il bisognoso scambiava questa generosità con un altro tipo di disponibilità da parte della ragazza. A tutto ciò va aggiunto che, per quanto non fosse mai stata particolarmente attratta dall’alcol, non disdegnava un bicchiere di vino, di quello buono si capisce, e di certo non si tirava indietro se c’era da far baracca tutti assieme.
Samanta aveva un fratello. Enrico, di pochi anni più grande, vegliava sempre su di lei, quasi fosse un angelo. Non succedeva spesso, ma era capitato che avesse interrotto le proprie serate con gli amici e fosse andato in soccorso della sorella, quelle rare volte in cui non si era fermata ad un solo bicchiere di vinello buono. Lui, per lei, c’era sempre, non si era mai nascosto dietro un filo d’erba ed un profondo affetto li legava. Enrico c’era per confortarla dopo i litigi con il padre, c’era per aiutarla a superare gli screzi con la madre e c’era per le delusioni d’amore. Non si era nemmeno tirato indietro quando, più piccoli, in seguito ad un brutto sogno, lei era corsa da lui, svegliandolo nel cuore della notte. Con lui, la piccola Sam divideva anche le sue gioie e i suoi entusiasmi. A lui raccontava i suoi segreti, come il suo primo bacio o la prima volta che si era concessa ad uomo. Enrico c’era sempre. Per Samanta, lui era una costante, un punto fermo: difficile immaginare una vita senza quella figura. Qualche malalingua, di nascosto, non mancava d’insinuare che Enrico avesse un debole per la sorella e qualche malvagio invidioso non mancava di sostenere, sempre di nascosto s’intende, che i due fratelli avessero già (e continuassero a farlo) commesso atti incestuosi.
Una volta, un poco di tempo fa, dopo una festa di Halloween particolarmente vivace, tra lei e lui erano volati insulti prima, pugni poi ed infine il rapporto s’incrinò. Successe quella volta in cui il fratello, preoccupato per non aver ottenuto alcuna risposta al telefono, passò a trovarla e la trovò in circostanze a dir poco “scomode”. La festa in questione si svolgeva in una vecchia cascina di campagna di proprietà del padre di un ben noto amico del branco. Quando Enrico arrivò, Samanta non si trovava da nessuna parte, come fosse sparita. Qualcuno disse al fratello che la fanciulla si era appartata con uno degli invitati, qualcun altro sostenne di averla vista ubriaca appoggiata ad un palo, qualcun altro ancora riferì di avere visto la ragazza giocarsi le mutande al gioco della bottiglia, altri infine sostennero che fosse addormentata sui sedili posteriori di una qualche non precisata auto. Era già notte inoltrata ed era assai difficile far il conto di chi fosse ancora alla festa, di chi fosse crollato addormentato in una delle stanze della cascina, di chi fosse realmente andato via e di chi si fosse appartato per davvero. Enrico, però, conosceva parecchi dei ragazzi della compagnia in cui girava la sorella e riconobbe le loro auto ancora posteggiate nei dintorni della cascina. Da qui nacque la sua certezza che la sorella dovesse essere ancora presente alla festa. Eppure qualcosa non tornava. La voce che egli fosse arrivato alla cascina si era già sparsa per la festa; perché lei non era ancora venuta a salutarlo? Girò per tutta la casa, esplorò ogni singola stanza. Niente. Uscì fuori, inoltrandosi, al buio, nei boschi lì attorno, seguendo voci e mormorii sparsi nelle tenebre. Niente. Infine, preoccupato, con il timore che fosse accaduto qualcosa di grave, tornò verso la cascina. La luce che filtrava da sotto la porta della tavernetta, un tempo fienili, colpì la sua attenzione. E allora, di colpo, quasi come per magia, capì dove fosse Samanta. E qualcosa, in cuor suo, gli disse che non gli sarebbe piaciuto ciò che avrebbe trovato.
Con il cuore pesante, si avvicinò lentamente a quella porta.
Temendo il peggio, la aprì lentamente.
Samanta era proprio lì.
In ginocchio, in mezzo a sei ragazzi in circolo attorno a lei. La camicetta sbottonata, un seno scoperto, un capezzolo turgido che svettava orgoglioso. Le mani dietro le schiena, intenta a dar piacere, con la sola bocca, ad uno dei ragazzi, mentre gli altri si masturbavano aspettando il proprio turno. Nessuno si era accorto dell’aprirsi della porta.
Enrico, attonito, rimase in silenzio a guardare. Quella visione così oscena e scomposta di sua sorella gli provocò una violenta e subitanea erezione, bloccandolo sulla soglia della tavernetta. Scacciò quel pensiero osceno e si fece avanti con un grido rabbioso, rovinando l’atmosfera. Tutti si girarono verso di lui e calò il silenzio. Un attimo dopo, spaventati, colti con il fallo in mano, si lasciarono andare ad un fuggi-fuggi generale finché Enrico rimase solo, in piedi davanti alla sorella, in ginocchio davanti a lui. Seguì un lungo, imbarazzante, silenzio. Era sperma quello che aveva tra i capelli?! Di sicuro lo era quello che le colava dal mento fin sul seno scoperto.
Senza pronunciare una parola, Enrico l’afferrò per un braccio, la sollevò da terra e la spinse sgarbatamente verso la porta. Una calza, autoreggente come piaceva a lei (e a molti amici suoi), le era scesa poco sopra il ginocchio, scoprendo la coscia intera. Samanta, così scomposta, era terribilmente eccitante. Enrico sentì il membro pulsargli vigoroso dentro ai boxer. Scacciare l’impulso, il desiderio, di prenderla, di possederla in quel preciso momento, richiese al ragazzo un notevole sforzo di volontà. Il suo sangue ribolliva. Era furente, arrabbiato con lei per il suo comportamento osceno ed inopportuno. Ma al tempo stesso, Enrico se ne rese conto fin troppo in fretta, era eccitato terribilmente.
Davanti a fin troppi occhi indiscreti e a qualche gesto poco educato da parte di chi, fino a poco prima, era dentro la tavernetta, Enrico trascinò la sorella nella macchina, mise in moto e si allontanò dalla cascina e dalla festa. Per tutto il tempo che fu necessario a tornare alla propria dimora, nell’abitacolo, non si sentì che il rombo del motore. Nessuno dei due parlava. Nemmeno la radio suonava. Enrico ero troppo furioso. Ed eccitato. Era dannatamente consapevole che se lei avesse provato a dire qualcosa, la sua rabbia sarebbe esplosa, senza sapere dove e quando si sarebbe fermata. O forse, lo sapeva fin troppo bene e non voleva ammetterlo. Samanta, dal canto suo, era troppo imbarazzata e troppo piena di vergogna per trovar il coraggio di parlare. Rimase ferma immobile fino a quando il fratello non spense l’auto sotto casa. Solo allora si diede una sistemata ai capelli aggiustò la calza e scese dall’auto. Sempre in silenzio, Enrico la trascinò su per le scale, dentro casa, davanti allo specchio. Discussero e litigarono per il resto della notte. Samanta si era arrabbiata e aveva pianto. Sapeva che, in parte, Enrico, aveva ragione. Ma riteneva di avere anche lei le proprie ragioni, che lui non ascoltava minimamente. Infine, furioso, Enrico non riuscii più a trattenersi e la colpì con uno schiaffo che risuonò in tutta la casa. Si era poi chiuso in camera sua, lasciandola distrutta, fisicamente e mentalmente, davanti allo specchio. Lei (e anche lui, anche se l’ammise solo molto, molto tempo dopo) aveva sofferto da morire quella notte, ma ora era grande anche lei e lui non aveva il diritto di immischiarsi così nella sua vita privata.
Passarono due lunghe ed interminabili settimane prima che la piccola Sam chinasse il capo e tornasse da lui. In quel tempo, i loro genitori, in ferie lontano da casa quella famosa notte, notarono il cambiamento nel rapporto tra i fratelli, ma decisero di non intromettersi, sicuri che avrebbero appianato le loro divergenze da soli. Per quanto avessero fatto pace, tuttavia, Sam avvertiva chiaramente che il rapporto con il fratello si fosse, in qualche modo, guastato, incrinato ed Enrico si era allontanato.
Quella famosa notte, nei giorni seguenti, come Samanta scoprì ben presto, le creò diversi disagi ed i più ipocriti, forse invidiosi per non essere stati presenti in taverna, trovarono divertente additarla e affibbiarle nomignoli assai poco educati ed ancor meno gentili. Per fortuna sua, l’ultimo anno del liceo era agli sgoccioli. In capo a pochi mesi, la ragazza iniziò l’università a Milano, trovandosi da sola in una città nuova e sconosciuta, lasciandosi quella spiacevole notte alle spalle.
Enrico, dal canto suo, ricevette un’allettante proposta per un master all’estero, allontanandosi così ancor di più dalla sorella e mettendo molti, molti chilometri in quella crepa che si era creata nel loro rapporto.
Quello che fin qui non è stato ancora ed è utile a comprendere meglio tutta la storia un poco contorta che verrà, è che i due fratelli, economicamente, non se la passavano affatto male. Il padre, Lamberto, era un avvocato di notevole successo e la madre, Marianna, un’abile commercialista. I due fratelli erano cresciuti bene, senza che mancasse loro nulla. I genitori, nonostante i loro gravosi impegni lavorativi, avevano fatto di tutto per allevarli con cura ed insegnare ai figli il rispetto, l’educazione e il giusto peso delle cose. Fu anche per questo motivo che, all’arrivo di Samanta, la madre si ritirò dalla professione per dedicarsi unicamente ai figli ed alle faccende domestiche, collaborando solo occasionalmente con lo studio che aveva contribuito a fondare.
In verità Samanta non era del tutto da sola. Un paio di sue amiche avevano scelto, anch’esse, la grande città per studiare. Ma loro erano costrette a lavorare e a condividere l’appartamento, a differenza di Samanta che, finanziata dal padre, che si poteva permettere di vivere sola. Questa differenza contribuì a creare un leggero muro tra la ragazza e le sue amiche.
I primi mesi furono durissimi per lei. Abituata bene, alla presenza di suo fratello e a sapere di aver sempre qualcuno pronto ad aiutarla qualora lei avesse avuto bisogno, trovarsi da sola quasi di colpo le gettò addosso uno sconforto e una malinconia dei tempi passati che non le fecero passare un bel quarto d’ora. Fu costretta ad imparare in fretta ad arrangiarsi, nonostante il notevole aiuto economico della sua famiglia.
Si può dire, per molti aspetti, che per Samanta iniziò una nuova vita.
Grazie al suo carattere solare e all’essere considerata un “buon partito”, per fortuna, Samanta riuscì a crearsi un nuovo giro di amici in poco tempo. In parte compagni di studi, in parte amici di amici che, ben presto, iniziarono a ronzarle intorno come api sul miele, Samanta riuscì presto ad abbandonare i tristi pensieri e a tornare a sorridere. La ragazza sapeva bene come stavano le cose e cosa muovesse lo spirito dei maschi e non voleva che si ripetesse una situazione simile a quella che l’aveva portata a rompere con il fratello in quella maledetta festa in campagna. Ecco perché cercava di contenere la sua natura sbarazzina. Ma la cosa le risultava tutt’altro che facile e, quei momenti in cui si lasciava andare ed era se stessa, erano i “peggiori”. Essere se stessa voleva dire essere circondata da ragazzi che ci provavano senza pietà, senza ritegno, dove ogni scusa era buona per metterle le mani addosso, per sfiorarla, per toccarla, per palparla.
Quello che non voleva ammettere ma che sapeva essere vero, era quanto quelle attenzioni avessero su di lei un effetto… provocante ed eccitante, innescando un meccanismo pericolosissimo nella sua testa. Che Samanta aveva imparato a riconoscere e se ne teneva ben lontana. Quando ci riusciva…
Non ultimo, un episodio che lasciò Samanta perplessa e pensierosa.
Quella sera, una sera come tante altre, aveva indossato una camicetta nera e una gonna di jeans plissettata che le scendeva fin poco sopra il ginocchio. Non l’affascinava particolarmente, ma le piaceva l’abbinamento della camicia e con quelle scarpette con il tacco. Il tutto era completato da un paio di normalissime calze autoreggenti ed un intimo (Samanta era appassionata di intimo, quasi una collezionista, l’aveva definita una sua amica) nero con la zona del pube a retina semitrasparente, di cui andava molto fiera e contenta, per quanto non molti avessero avuto l’occasione di vederlo da vicino. Specialmente indossato. Come molte altre sere, dopo le lezioni, si era ritrovata con il gruppo al solito bar, da dove poi sarebbe iniziata la serata. Quella sera, tuttavia, l’aperitivo si stava rivelando decisamente più impegnativo del solito, dal punto di vista alcolico s’intende. Per quanto Samanta cercasse di contenersi, c’era sempre qualcuno pronto a riempirle il bicchiere.
Nel gruppo c’era un certo Marco, un omone per lei, alto più di un metro e ottanta, con due spalle enormi, manone ancor più grandi e un volto pieno e rotondo. Un vero gigante, insomma. Dopo l’ennesimo giro di spritz (si era ormai perso il conto di quanti se ne fossero bevuti) uno dei ragazzi si fece un po’ troppo vicino e audace, provocando la ragazza e cercando di farle mostrare l’intimo. O a confessare, quanto meno, se indossasse collant o autoreggenti. Samanta riuscì a gestire il giovanotto con disinvoltura fino a quando, stanca del suddetto gioco, volle allontanarsi, girando le spalle a tutti e pronta ad uscire dal bar per prendere una boccata d’aria fresca. Il suddetto ragazzo, con una percentuale di alcol nel sangue assai notevole, decise di approfittare dell’attimo di distrazione della ragazza, avvicinandosi da dietro e sollevandole la gonna. Samanta se ne accorse, quasi, per tempo. Se ne prese a male e gli lanciò contro la sua immancabile bottiglietta d’acqua semi vuota.
Se non che, il galantuomo riuscì a spostarsi per tempo e, ad essere bagnato, fu proprio l’innocente gigante, Marco. Quest’ultimo, seppur di spirito bonaccione, dapprima la mise sul ridere, poi afferrò la ben più piccola Sam per i polsi, la fece girar su se stessa come se fosse stata un fuscello e le diede due sonore sculacciate, proprio lì, davanti a tutti, in mezzo al bar. Forse, anche a causa dell’alcol, o forse no, le due sculacciate furono più forti di quanto ci si aspettasse e furono accompagnate da due provocanti urletti della ragazza che svegliarono l’animo dei presenti. Samanta sentì un’ondata di vergogna salirle dentro che le infiammò le guance, più forte del dolore provocato dei colpi. Liberata dalla presa, cercò di ribellarsi e di rendere due schiaffi al gigante. Finì che Marco, per niente sobrio ed anch’egli interessato alla fanciulla, se la prese ancor di più con la malcapitata, caricandosela in spalla e divertendosi a girare con la preda come se fosse un sacco di patate, per tutto il bar, tra le risate generali. E non pochi furono i fortunati che poterono deliziarsi di una interessante vista delle gambe e di un provocante scorcio dell’intimo della fanciulla. Per non parlare della panoramica sui suoi seni! Per quanto tempestasse la schiena di Marco di pugni e schiaffi, nella speranza che la lasciasse andare, Samanta era del tutto impotente. Nessuno lesinò complimenti, fischi o commenti. A trovarsi così esposta e così immobilizzata, Samanta sentì, nonostante l’enorme vergogna, un certo calore iniziare a scaldarle il ventre. Fu grazie all’intervento di una sua amica, che comunque non perse l’occasione per farsi qualche risata alle spalle di Samanta, che finalmente, venne messa a terra e lasciata andare. Forse un po’ troppo bruscamente. E all’alcol si aggiunse la sfortuna, che fece sì che la povera Samanta mise un piede proprio sull’acqua che lei stessa aveva lanciato poco prima, perdendo l’equilibrio.
In un attimo Samanta scivolò indietro, capitombolando a terra come in un cartone animato. Nessuno poté esimersi dal ridere e dal guardare la ragazza a terra, a gambe larghe, con la gonna che la copriva solo parzialmente l’orlo delle calze autoreggenti, ora chiaramente in vista. A qualcuno, le risate morirono in gola nel vedere l’eccitante posa così scomposta della ragazza.
Il momento sembrò durare in eterno.
Fu Alberto, questa volta, a farsi avanti per aiutare la ragazza a rialzarsi. Costui faceva parte della compagnia da molto tempo. Non era particolarmente bello, ma non lo si poteva neppur definire un brutto ragazzo. Faceva ridere, qualche volta, con le sue freddure, ma a Samanta non ispirava fiducia e sembrava sempre avere un doppio fine in tutto quello che faceva. Fu così che Sam allungò la mano per accettare l’aiuto che le veniva gentilmente offerto. Ma un attimo prima che le mani si stringessero, prima ancora che lei si rendesse conto di cosa stesse succedendo, Alberto deviò “la corsa” del proprio aiuto, chinando il busto in avanti. In breve, riuscì ad infilare la mano esattamente tra le gambe della ragazza, proprio sul suo sesso, ed a sollevarla di forza. Samantha urlò, per lo spavento e l’ennesima umiliazione della serata, ma si ritrovò finalmente sui propri piedi.
Se, a tutto questo, aggiungiamo che quella sera era presente pure Samuele, il ragazzo che piaceva tanto a Samanta, ma che nei giorni di questa vicenda era felicemente fidanzato, si può forse immaginare lo stato confusionale in cui la povera fanciulla si trovò a continuare la serata, che si chiuse in mesto silenzio.
Serata che, fortunatamente per lei, si calmò parecchio dopo quel peculiare episodio, per lei così imbarazzante. Per tutto il tempo Samanta rimase con il sospetto che Alberto si fosse accorto di quanto lei, e le sue mutande, fossero bagnate. Un sospetto che le venne confermato più tardi, poco prima di andare a dormire, da un SMS. Recitava pressa poco così:
«Prima, al bar, ho sentito quanto eri bagnata. Si, eri decisamente eccitata a farti vedere da tutti. Piccola esibizionista! Non finisce qui.»

Quella notte, Samanta non dormì troppo bene.

Note finali:

http://palemoonlight.altervista.org/samanta-1/

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