Rosa




Scritto da Pierre,
il 2015-09-11,
genere etero

Adoro le donne grasse. Ne sono piacevolmente ossessionato. Quintali di carne che si muovono lenti ed impacciati; che cadono pesanti, fiaccati dalla forza di gravità, ballonzolando ad ogni movimento.
Rosa ne era un magnifico esemplare. Bassa e larga, aveva l’aspetto di una botte e le cosce enormi come prosciutti.
L’ho sempre vista passare davanti lo studio di montaggio dove lavoravo, per andare a fare la spesa. Mi accostavo alla finestra senza farmi vedere e mi soffermavo su quel culo immenso che ad ogni passo si gonfiava come un canotto. Cazzo!, pensavo con la mano sulla patta, chissà che goduria averlo davanti…
E davanti lo ebbi davvero, non molto tempo dopo.
L’aiutai ad abbassarsi la tuta elastica e la massa flaccida si rovesciò fuori. Associai quella fuoriuscita abbondante di pelle grassa ad un impasto lievitato, poi vi tuffai le mani. Come un fornaio intento a lavorare il pane palpavo e massaggiavo quel culo incredibilmente enorme.
Era alta poco più di un metro e sessanta, e larga quasi altrettanto. Da quando la vidi per la prima volta non potei non giurare a me stesso che l’avrei avuta, prima o poi.
Non fu un’impresa difficile. Non certo per me che ero solito confrontarmi con prede assai più pregiate e che richiedevano un confronto, a volte serrato, con la concorrenza.
Iniziai a frequentare l’alimentare nello stesso orario in cui era solita andarvi. I panini finivano puntualmente nel cestino della spazzatura ancora avvolti nel cellophane, mentre il faccione rotondo di Rosa si illuminava e rosseggiava ad ogni mio complimento. Notai con un celato patetismo quanto anche i più banali e scontati facessero un incredibile presa su di lei.
Una donna semplice, di bassa cultura -non glielo chiesi mai ma sono convinto che non andò oltre la licenza media. Quarantaquattro anni, sposata con un muratore e con un figlio adolescente avviato, lo affermava amaramente, a seguire il padre nei cantieri. Contribuiva alla non certo florida economia domestica andando, per qualche ora la settimana, a fare i servizi negli appartamenti o pulire le scale di un condominio. Questo per racimolare un duecento euro al mese, quando le andava bene e veniva chiamata. Altrimenti faceva la casalinga. E da buona casalinga era solita farsi accompagnare, nello svolgere le faccende, dalla TV. In particolare da quelle emittenti private che riempiono i palinsesti con televendite truffaldine, cartomanti altrettanto fasulle e… tante, tante telenovelas. Di quelle che la facevano sognare, immedesimandosi nei panni dell’eroina e vivendo appieno gli spasmi struggenti verso il bellone, romantico e tenebroso, di turno.
Le dita affondavano sulle chiappe a buccia d’arancia lasciando un’impronta rossa sul pallido cadente. Sprofondavo su un divano fatto a sacco di pelle plastificata. Il bugigattolo dietro lo studio, usato per sviluppare pellicole, era immerso in una soffusa luce giallognola ed in un silenzio ovattato in cui nitidi spiccavano i sospiri, simili a singhiozzi, di Rosa.
Stava leggermente piegata con l’elastico della tuta stretto tra le mani e muoveva il grosso sedere offrendomelo come un enorme frutto esotico, bianco e molliccio. Lo spingeva verso di me per invitarmi a trastullarglielo con più foga. Mi lasciai scivolare sulla poltrona, ritrovandomi con quelle
chiappe a pochi centimetri dal muso ed avidamente vi sprofondai il viso, strusciandolo contro quella massa adiposa, morbida e solcata da striature cutanee.
Le allargai quella massa quasi pastosa scoprendo per bene lo sfintere. Lo osservai per qualche istante, eccitato e nell’atto di riprendere fiato dopo l’apnea tra le sue natiche. Fu una sorta di adorazione quella rivolta al suo ano. Era la parte del corpo che, da qualche tempo, più stuzzicava le mie fantasie sessuali. Ed era la parte che le donne mi negavano più tenacemente, tant’è che ammirai quello, scuro e stretto, di Rosa come fosse un traguardo a lungo agognato. Quando, timidamente, iniziai a segnarne i contorni, sfiorandoli con la lingua, lei liberò i mugolii sommessi in un urletto orgasmico. Mi sentivo come un giocatore di football in corsa verso la meta, sostenuto dal suo incitamento. E, grato per avermi concesso tale meta, non esitai ad infilarvi la lingua. Inumidii meglio l’antro nero sputandoci dentro, poi vi infilai il medio che, dopo essersi aperto la strada, si mosse agevolmente avanti e indietro. Lo ritirai e attaccai le labbra a ventosa succhiando. Naturalmente non aspirai nulla se non la saliva stessa, e non volevo certo fosse altrimenti! Era solo il gesto che mi eccitava. Succhiare il culone di quella donna.
Lei emetteva gemiti mentre la mia faccia seguiva il movimento circolare che la lingua svolgeva infilata nel buchino. Le dita affondate nel tessuto grasso a divaricare il più possibile i glutei, il buco aperto al limite della rottura, Rosa iniziava ad averne dolore. Allontanai il capo per un’ultima occhiata a quel discutibile spettacolo poi tornai ad infilarci la lingua ed a succhiarne a bocca spalancata la depravata goduria.
Si portò le mani all’altezza delle reni e mi disse di non farcela piu’ a mantenersi così curva. Staccai la bocca e mi misi in piedi. Si tirò su con fatica ed io la baciai prendendole il faccione rotondo tra le mani ed infilando la lingua tra le sue labbra. Un sapore stantio si mescolava a quello fastidioso delle mentine. Doveva averne ciucciate un bel po’ prima di presentarsi all’appuntamento.
Iniziarla ad un rapporto extraconiugale presentò le stesse difficoltà che può trovare la lama calda d’un coltello a penetrare nel burro. Per me la storia aveva il valore di un’avventuretta, uno sfizio da togliermi. Lei invece vi ci si scioglieva, tormentata dal pensiero dell’adulterio che stavamo consumando ed allo stesso tempo inebriata e sognante all’idea che fossimo due amanti appassionati, costretti a portare avanti, nel nascondimento, un sentimento nobile ostacolato da un destino avverso. Mi bastò sorbirmi, in segreto, un paio di quelle cazzate sudamericane e snocciolarle qualche frase ad hoc per conquistarmela.
Cazzo, possibile sia tanto stupida! Ogni tanto mi saltava in mente quell’esclamazione, la esternavo traducendola in un sorrisino sghembo, un leggero cenno di scuotimento con la testa ed uno sbuffo nasale, come una risata bloccata in gola e defluita dalle narici. E se capitava quando mi trovavo con i colleghi, immersi nel silenzio vermigliante della camera oscura, o comunque in presenza di qualcuno, mi giustificavo accennando ad un buffo ricordo spuntato fuori all’improvviso.
La feci sedere su quell’odioso ammasso di finta pelle e polistirolo, e tra lei e la poltrona era difficile dire chi assomigliasse di più ad un sacco. Le infilai l’uccello in bocca e lo sentii avviluppato dal movimento di lingua e guance. L’afferrai per i ricci e, lento ma inesorabile, presi a cadenzare colpi di sesso.
Cercavo di ficcarglielo in fondo il piu’ possibile e mi accorsi ben presto che fiotti di saliva le colavano lungo il muso. Dopo un conato, simile al brontolio di un mostro, tirai via il membro bagnato. Penzolanti fili di bava si allungavano verso il basso. L’accarezzai sulla chioma, nera, riccia ed irsuta.
La smorfia le contraeva i lineamenti in una sembianza da donna delle caverne. Normalmente non era bellissima, Rosa. In quella situazione però rasentava l’orrore. Quello spasmo facciale metteva in risalto la scura peluria, affiorante da sopra le labbra, e l’incresparsi della fronte dava più volume alle già folte sopracciglia, il tutto rendendola simile alle facce corrugate che si vedevano in quelle donne del profondo Sud, fotografate in bianco e nero avvolte negli scialli e con alle spalle scorci brulli e pietrosi.
Tirai su col naso, arcuai le labbra in cenno di sfida accettata e gli detti dentro. Potevo sentirmi come un Don Chisciotte che, in atto sacrificale, si lanciava contro pingui mulini a vento. Posai le mani sulle sue spalle e la sospinsi facendola poggiare con la schiena sul saccopoltrona, le divaricai le gambe. Restarono a mezz’aria tremolanti per il peso e la precarietà dell’equilibrio. L’aiutai ad allungarle e me le sistemai sulle spalle, sembrava che avessi due prosciutti a tracolla. Il sesso puntava dritto e vigoroso, come la lancia dell’eroe spagnolo. Lo guidai attraverso una selva di pelo nero ed all’imboccatura delle grandi labbra, poi iniziai a ritmare colpi via via piu’ decisi. Quegli enormi strati di pelle grassa presero a sussultare ed i seni ballonzolavano divaricati e pendenti.
Abbassai lo sguardo. Vedere il mio sesso entrare ed uscire da quel cespuglio irsuto mi eccitò ancora di piu’. Grasse e pelose, non ho mai scisso queste due caratteristiche. Per godere davvero di una donna in carne era indispensabile che nascondesse tanto pelo tra le gambe.
In un baleno trovai il perché non arrivai mai a provare, con una che mi feci per cinque mesi quando abitavo a Ferrara, la stessa euforica passione che mi stava dando questa napoletana, verace come un pomodoro annerito dal sole e dalla forma di damigiana. La ‘ferrarese’, che poi non era che un’altra napoletana emigrata, si depilava regolarmente, si truccava e profumava di Chanel, levando del tutto il sapore di una scopata rustica e selvaggia. L’unico rammarico consisteva nel non poterla fare in aperta campagna. Per viverne appieno il gusto. Su un prato chiazzato di margherite; lei a cosce spalancate e con la pesante gonna di panno ruvido, rattoppata in piu’ punti, sollevata e stretta in grembo. Con cespugli di sanguinella e querce sparse all’orizzonte ed il tintinnio lontano dei campanacci delle bestie al pascolo.
Continuai a penetrarla fino a sentire prossimo il culmine. Mi chinai in avanti affondando i pugni sul tessuto imbottito e plastificato ed impressi più forza ai successivi colpi. Dei gemiti più accentuati indicarono il suo gradimento. Avvertii una colata bagnata irrorarmi il sesso ed un rilassamento delle pareti vaginali che lo avvolgevano, era venuta. Sfilai la verga e mi spostai; l’asta si ergeva imponente sopra la sua faccia. I testicoli le ondeggiavano davanti il muso. Pochi colpi di polso ed i fiotti di sperma schizzarono. Arricciò le labbra ed increspò il muso in un grugno. Quel che feci non era certo ciò che ci si aspetterebbe dall’incarnazione di una star delle telenovelas, e la sua reazione disgustata ne fu un’eloquente conferma.
Svuotai la passione di quell’incontro tra la faccia ed i seni della grassona sfiancata. Mi rilassai accarezzando l’uccello, come per ringraziarlo del lavoro svolto poi mi tirai su i pantaloni.
Lei giaceva sfatta e rilasciata sulla poltrona, credo in attesa di un gesto di affetto. Si aspettava qualche carezza? che l’abbracciassi guardandola negli occhi, sorridendole e sussurrandole paroline dolci? Ci pensai un attimo poi emisi lo sbuffo, camuffandolo in un colpo di tosse. Sì, sentenziai, è proprio stupida.
Diedi un’occhiata per terra, trovai i suoi indumenti, li raccolsi. Lei, affossata, dibatteva per tirarsi su; lasciai cadere la tuta e la maglietta di cotone sulla pancia a tre rotoli di grasso morbido e le afferrai un braccio. Una volta in piedi, con ancora i vestiti ammassati in grembo, la invitai a ricomporsi in fretta ed andarsene.
Non vedevo l’ora che si togliesse da lì; che sparisse, tornasse nella sua piatta e patetica vita da casalinga. Il divertimento era stato enorme, la scopata fantastica. Ora non volevo saperne di lei, di quella botte tutta strati di lardo e sciocche romanticherie. Per quelle avevo Monica, la mia ragazza. Non mancavano con lei i momenti tanto agognati da tutte le donne, e deprecati da chi li avrebbe saltati volentieri. Passaggio obbligato per giungere a farsela dare. Da Rosa l’avevo avuta. Sporca, pelosa, il cespuglio nero e folto stagliato sul pallido grasso dove non aveva mai fatto prendere il sole. Mi bastava così, per ora. Potevo scaricarla e frantumarle i sogni da teleromanzo, o, ci pensai su un attimo, un pensiero balenato in testa, un’immagine. Inginocchiata a strofinare mattonelle. Una serva, perché non la mia?
Strinsi tra le dita le guance piene e le baciai le labbra divenute sporgenti. Un ”grazie amore, è stato fantastico” mi fuoriuscì senza controllo. Stentavo a credere a quel che dicevo negli istanti stessi in cui pronunciavo le parole, ”ti devo rivedere al piu’ presto”. Provai quasi disgusto, e fastidio; come se qualcun altro parlasse per me. Poi lasciai fare. Doveva evidentemente seguire un suo percorso, quel pensiero. E cominciò ad intrigarmi.
Mi accarezzai il mento mentre la guardavo rivestirsi. Aveva un sorriso stupido stampato in faccia. Studiavo un giocattolo verso cui provavo un’odiosa attrazione. Immaginai in quanti modi potevo divertirmi fino a gettarlo via, distrutto. Poco prima che uscisse la fermai abbracciandola e le diedi un lungo bacio, le sussurrai che mi sarei fatto sentire presto.
FINE
per commenti: pensieriosceni@yahoo.it

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