Quella dolce follia by Idraulico [Vietato ai minori]




E’ un venerdì notte, mi trovo sul convoglio Torino-Trieste, lo stesso vagone, io e questa sconosciuta salita appena cinque minuti fa. Guardo fuori dall’oblò, ma esternamente appare solamente la notte e qualche piccola luce bianca, con il riflesso della città ormai lontana dipinta con la punta d’un pennello sottilissimo sul fondale blu di questo cielo. Io mi perdo lontano con lo sguardo seguendo questa misteriosa scia oltre le colline.

Io volevo restare in disparte per riflettere, appartata e staccata per scrivere i miei racconti, solitaria per sognare e per leggere il mio libro, invece questa presenza estranea con il suo profumo un po’ asprigno e stridente mi disturba e m’interferisce nell’occupare il posto in questa cuccetta troppo stretta. Io l’ho guardata solamente per un attimo appena lei è comparsa, unicamente per replicare al suo educato saluto, con quell’inflessione approssimativamente settentrionale e con il suo accennato sorriso.

Lei avrà suppergiù la mia età, i capelli sono di color rosso mogano, la pelle è molto chiara, è vestita in modo sobrio però con gusto con un’ampia maglia nera con due spacchetti laterali, una camicia color crema e la lunga gonna nera. Io riabbasso gli occhi e prendo il mio libro, perché c’è ancora tanto tempo prima d’arrivare, in quell’istante sennonché squilla il telefonino e rispondo immediatamente:

“Sì, ciao mia ricchezza, qua nel complesso tutto in ordine. Il treno è in perfetto orario, dunque m’aspetterai al binario? Va bene, ci risentiamo quando sarò in stazione”.

Io concludo la telefonata e quando rialzo gli occhi i suoi sono lì, ben piantati nei miei, lei li abbassa, ma io colgo un leggero sorriso:

“Che cosa sta leggendo d’interessante?” – mi chiede lei, con un tono accennato ma sostanzioso.

“Un genere poliziesco di Patricia Highsmith. La conosce per caso?”.

“Mi piace decifrare un bel giallo quando viaggio in treno, in quanto mi lascio avviluppare e imprigionare dall’argomento e dalla struttura della vicenda, in tal modo il viaggio passa velocemente senza rendermi conto. In varie occasioni m’infastidisce persino giungere all’arrivo, per il fatto che non sono ancora giunta alla rivelazione dell’omicida”.

Lei ride e i suoi occhi per un attimo scintillano, giacché sono neri e profondi come le caverne, vellutati come la notte che sfugge al di là di quest’oblò.

“Lei piuttosto, dove va d’importante?” – le chiedo io con aria distratta, più per essere cortese e per farle compagnia, dato che non mi va realmente d’inserirmi nel discorso né di socializzare.

“Io vado a Padova per un lavoro, domani avrò un seminario. Lei, invece?”.

“Io devo presentarmi a Verona, però per motivi puramente personali. E’ un viaggio di piacere, nel vero senso della parola”.

Lei sogghigna un’altra volta e un ciuffetto della sua stupenda chioma di colore rosso, così come le foglie d’autunno gli casca sulla faccia, l’agguanta, si svaga per un istante, poi lo rispedisce all’indietro, da ultimo incrocia le gambe e inizia a scartabellare sbadatamente un periodico. Io l’esamino con una meticolosità raffinata, dato che dall’orientamento dei suoi arti inferiori incrociati ne rincorro quelle fattezze e mi smarrisco in quei cantucci non rivelati, alla fine sguscio per un istante fuori dalla cabina. Il silenzio là fuori nella corsia mi meraviglia, in quanto più avanti addossato di spalle al cristallo dell’oblò si trova unicamente un giovane che trasmette concitatamente un avviso con il telefonino, dato che lo vedo digitare veloce sui piccoli tasti con l’altra mano dentro la tasca. Il treno sfreccia lesto, io giungo nella carrozza riservata ai fumatori con l’intenzione di fumare; più volte, quando mi trovo sul treno sciupo e spreco il sapere dei miei trasferimenti, dal momento che mi sento autonoma e sciolta di proseguire più in là della località attesa e calcolata, di non trattenermi, d’ignorare e di trascurare ogni cosa che ho abbandonato nella mia dimora.

Al presente sto fumando lasciando uscire dalle mie labbra piccoli cerchi di fumo grigio, quando rientro, squadro la sconosciuta dai capelli rossi che rialza lo sguardo e lo lascia qualche secondo di troppo dentro di me, io m’accomodo e mi piego in direzione dell’oblò per contemplare all’esterno il buio della notte che si snoda rapido, mentre m’appoggio nel frattempo di fianco sul sedile. In quell’attimo vorrei togliermi le scarpe e tirare su le gambe e piegarle, in quanto non reggo né sopporto rimanere seduta nella stessa posizione per lungo tempo.

“Per cortesia, può sorvegliare la mia borsetta, perché devo assentarmi un istante, devo andare alla toilette” – m’invoca lei senza attendere il parere.

Io faccio un cenno d’approvazione con la testa, però non mi muovo dal vetro visto che funge da specchio, perché la vedo ravvivarsi i capelli, coordinare con un’azione lesta la maglietta e andare fuori. Attualmente nella corsia l’illuminazione si è attenuata, un uomo d’età avanzata conversa al telefonino e passeggia, qua c’è unicamente lui e il giovane di prima, che al momento è concentrato su d’un quotidiano sportivo. Adesso inizia a sentirsi la calura, per l’occasione ho solamente un pullover dal filato delicato con la cerniera con la mia abituale blusa di colore blu scuro. Lei nel frattempo riappare, giacché preannuncia il suo arrivo la marcata scia del suo profumo, ascolto che richiude la porta, poi avverto un attimo lunghissimo e d’irreale silenzio.

Io continuo a guardare fuori appoggiata con tutto il corpo di lato al sedile, le spalle al resto del vagone rivolte alla porta, al resto del mondo, con l’espressione dilatata ed estesa come una macula nell’oscurità per aspettarmi e per aspirare alcune cose che non so esattamente nemmeno io. Quello che colgo all’improvviso da non capire, è la scia sfumata di profumo, poi il suo corpo che è dietro di me, vicinissimo, da non permettermi quasi di voltarmi, perché io resto di spalle fissa nel silenzio che attualmente batte violentemente sulle mie tempie.

Io mi smuovo assai poco, ciononostante quello sguardo resta agganciato a quella notte, la sua mano s’infila sotto la mia maglia e poi sotto la camicia, io rimango ferma ad avvertire il fresco delle sue dita sulla mia pelle. Lei non dice niente, si muove nel silenzio del nostro respiro accelerato, però si percepiscono perfettamente il senso, l’arte del potere e del vigore in quei tocchi personali, che sanno dirigersi con una fermezza e con una rigorosità che non ha cedimenti. Lei m’avvicina verso di sé agguantandomi per i miei fianchi, mi sposta leggermente più vicina, più attaccata al suo corpo, io avverto chiaramente il sangue veloce che corre dentro di lei.

“Non hai l’angoscia né il panico che ci controllino, vero?” – è l’unica cosa che mi chiede, sorridendo appena.

Io non rispondo, non importa, in ogni caso non si fermerebbe, in qualunque eventualità non potrei liberarmi né sottrarmi a questo potere che è un’onda magnetica travolgente. Le sue mani sono sui miei seni, li tiene come se fossero due piccoli trofei, la sua bocca che s’avvicina al mio collo, dal momento che sento il suo respiro sulla mia nuca, allora piego leggermente la testa all’indietro e per un istante assisto il rifulgere del suo sguardo penetrante. Io rimango immobile anche se osservo chiaramente rispecchiata la sembianza del giovane che leggeva il quotidiano nella corsia, forse ci vede, probabilmente sta guardando qui dentro, io assisto e sostengo il suo sguardo sopra di noi, addosso a noi, però non m’importa più niente. Lei è sopra il mio corpo, sfrega il suo pullover contro il mio, mentre io sono catturata da questa sua forza che m’immobilizza, poi avverto la sua mano che scende piano per tastare le strade del mio corpo.

“Tira su la gonna, sì così, adesso”.

Io espleto prontamente quanto un’onesta e retta fanciulla, ubbidiente e ipnotizzata dal tono della sua voce mi muovo lentamente, sottostò e tiro su la gonna.

“Adesso vieni un po’ più vicino a me, sì così”.

Io indietreggio nella sua direzione, lei mi raggiunge, adesso sono intrappolata in questa meravigliosa fusione, lei mi tiene stretta, lei mi manipola con un’accurata maestria in quel piccolo e meraviglioso lago che ho tra le gambe.

“Ti dà fastidio o hai dei problemi che ci stiano guardando? Io colgo e sento gli occhi di quel giovane su di noi. Dimmi, vuoi che smetta?”.

Io le rispondo silenziosamente, giacché il mio corpo è un piccolo tremito, sono sempre più bagnata, lei mi stringe di più, dato che io non controllo il suo sguardo, non tengo d’occhio suo viso, non so che cosa prova, che cosa vuole, che cosa farà tra un istante, mi muovo su questa sua mano aperta, le dita che m’accarezzano, che s’introducono, che mi catturano, mi muovo e m’apro sempre di più e adesso sento bene la sua voce, leggermente rauca che m’informa:

“Alzati appena, brava, sì così”.

Quando riscendo, io avverto le sue dita che entrano piano dentro di me, poiché è su quelle dita che voglio sciogliermi, sguinzagliarmi e sparire, perché voglio che conquistino e che raggiungano con tutta la forza che hanno questo senso acuto e intenso d’inappagato e d’insaziabile desiderio, che lo spengano e lo soddisfino completamente. Attualmente mi muovo come mi chiede lei, visto che io le chiedo di non interrompere né di smettere in nessun caso. Io percepisco il sudore, mi tiene forte da dietro, mi smarrisco totalmente dal nostro desiderio che attualmente è diventato tutto sovrannaturale, sublime. Infine io dilago, straripo come un piccolo fiume che ha divelto gli argini, lei mi stringe a sé e finalmente mi rigira. Adesso le sono davanti e la vedo, esamino il suo sguardo determinato e dritto scivolarmi nel cervello, mentre percepisco ancora il suo profumo:

“Non ho ancora finito, tesoro” – m’annuncia, perché sussurrando con un un’infinita lentezza spinge le mie spalle sul sedile.

In questo momento io osservo il suo corpo avvicinarsi al mio, lei è tutta vestita con la sua maglia nera che cade su di me, io sono con la camicia completamente aperta, abbandonata alla sua bocca che assaggia, scende e prende ogni più piccola parte di me, io mi muovo piano e assecondo con il corpo il suo modo lentissimo d’esplorarmi. Lei mi tiene le braccia e le mani bloccate, con la lingua assapora ogni curva, ogni spazio, ogni discesa e ogni salita della mia pelle, poi finalmente arriva lì. Ormai voglio la sua lingua, la voglio subito, però lei continua a giocare con le mie attese, le mie inquietudini, con il desiderio che sale come una lunga e travolgente onda dentro e fuori di me e ripete:

“Aspetta, piccola, c’è ancora tempo”.

Quando finalmente la sento risalire m’allargo ancora di più, perché voglio che mi veda, che mi prenda, senza aspettare oltremodo, perché adesso la sua lingua caldissima è finalmente tra le mie cosce, cosicché io l’imprigiono dentro di me, libero le mie braccia e stringo la sua testa, visto che non le permetto d’allontanarsi né di staccarsi mai più. La sua lingua entra, trova, assapora e arriva fino in fondo, io adocchio i suoi bellissimi capelli rossi sparpagliati su di me come le alghe, vedo la sua testa che si muove con un ritmo estenuante e lentissimo, poi più veloce.

Io sono nella sua bocca, io mi trovo sotto le grinfie di questa stupefacente femmina, di questa persona eccezionale peraltro senza identità, io che mi muovo, ondeggio e precipito in qualche punto morbido, oscuro e profondissimo, come dentro un oceano che m’accoglie e m’inghiotte. Successivamente solleva il viso e mi squadra con quel significato d’affermazione e di riuscita solenne ormai raggiunta. Attualmente la osservo, il sua corporatura è al momento completamente su di me, si muove contro di me:

“Mi vuoi ancora, non è vero?” – nel momento in cui io non posso fare altro che attestare e proferire un sì.

“Dillo più forte, dai”.

Sì, ancora più forte, visto che le sue dita che entrano ancora una volta dentro di me, due dita che cercano, che si muovono, che spingono e lei che danza sul mio corpo con i suoi capelli da sirena marina. Io la squadro, in quanto mi sento ancora una volta annullarmi e squagliarmi per questo suo potere deciso e perentorio, in ultimo vengo, un’altra volta ancora, con una forza e uno scioglimento che mi fa tremare, che mi sfinisce totalmente.

Questa volta, però posso entrare nei suoi occhi, vedere il suo eccitamento nel suo sguardo che adesso è tutto mio, sì, tutto per me, perché non mi sta a cuore se fuori è quasi l’alba, se il giovane è ancora lì e probabilmente ha presenziato a tutta quell’irripetibile esibizione, eppure non m’importa se stiamo per arrivare a Verona, tenuto conto che dovrò scendere da questo treno, adesso non m’interessa più niente, sennonché questa volta mi posso stringere contro di lei e farmi accerchiare dalle sue braccia e poi esaminarla eccitata, seduta, stanca e abbandonata sul sedile accanto a me, senza più quello sguardo d’autorità e di potere ammaliatore e magnetico.

Allora io la bacio mentre i miei occhi sono dentro dei suoi, il mio respiro accelera, la mia mano slaccia lentamente i bottoni della sua camicia, la mia bocca succhia il suo seno, si nutre dai suoi capezzoli e non m’importa se sentiamo il convoglio che decelera. Io la squadro in tutto il suo fascino, infilo la mia mano ansiosa sotto la sua blusa, abbasso giù l’intimo e l’accarezzo intollerante, dopo m’insinuo dentro fino a raggiungere il suo germoglio più occultato, quel piccolo ripostiglio privato che ormai ho per sempre violato e la sento piagnucolare, trepidare tra le mie braccia, gioire, perché introducono il mio desiderio per sempre dentro di lei fino a rimanere per un lungo e interminabile attimo una dentro l’altra. Il treno adesso si è fermato, ci guardiamo ancora per un attimo, io mi sistemo velocemente i vestiti, prendo la mia valigia mentre il telefonino squilla:

“Sì, amore, sto arrivando. Ci vediamo fra cinque minuti giù al binario”.

Io le sfioro i capelli, lei mi guarda per un solo lunghissimo istante con quella sua solita aria di duello, quasi di sfida, io le sorrido ed esco dallo scompartimento. Il giovane mi scruta e ridacchia impacciato, io vado avanti senza voltarmi, scendo dal treno, m’allontano e m’avvio al binario numero uno.

Nel frattempo sento il treno dietro di me ripartire con quel suono cigolante e stridente di ferro, acciuffo una sigaretta, poi nella tasca cerco l’accendisigari e trovo un foglietto:

“Domenica prossima, treno da Trieste per Torino alle ore ventuno. Sii puntuale, t’aspetterò”.

{Idraulico anno 1999}

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