Quel giovedì mattina by taycio [Vietato ai minori]




Avevo cambiato lavoro da pochi mesi. La nuova azienda era ben più piccola della precedente, ma grazie alla lungimiranza del vecchio proprietario aveva quello che si dice un respiro internazionale. Respiro che era capacemente sostenuto dagli eredi, Massimo ed Eleonora. Lui ingegnere elettronico sulla cinquantina, si occupava dei reparti tecnici e produttivi, lei, di cinque o sei anni più giovane, laureata in economia gestiva amministrativi e commerciali. I due reparti erano piuttosto separati: difficilmente un commerciale aveva idea di cosa succedesse giù in linea e, parimenti, in fabbrica non c’era idea della realtà dei piani superiori. Uniche rare deroghe erano concesse a noi dell’ufficio tecnico che, in fase di progettazione, dovevamo sapere esattamente cosa volesse il cliente. Nelle mie saltuarie visite “ai piani alti” ebbi occasione di stringere una simpatica amicizia con Michela. Non furono tanto i capelli lunghi e mori, o gli occhioni intensi che mi fecero interessare a lei, ma piuttosto il suo sorriso e la sua lingua, tanto tagliente da farle sempre avere la battuta pronta, senza contare la naturale affinità che concedevano le nostre età, distanti solo di un anno. Da qualche battuta lì per lì, entrammo più in confidenza fino a qualche chattata sullo Skype aziendale e qualche messaggino ogni tanto. Forse non era mai capitato di telefonarsi sui cellulari personali, mai fino al quel giovedì mattina.

Mi sentii squillare il telefono. Michela era coi titolari in compagnia di un cliente asiatico che stava discutendo di un macchinario di cui avevo seguito grossa parte del progetto. Stava avanzando delle domande molto di dettaglio e neppure Massimo era in grado di esaudirlo a pieno, così pensarono a chiedere a me.
Li raggiunsi nell’ufficio della padrona, un ampio spazio luminoso con una bellissima edera che scendeva dalla libreria e due stampe naif che adornavano le pareti insieme a qualche targa delle varie associazioni industriali. Di là dalla scrivania sedeva maestosa e fasciata da un elegante tubino Eleonora: due occhi glaciali, vispi, incorniciati da una folta cascata di boccoli biondi, una femme fatale da far ribollire il sangue nelle vene. Accanto a lei un impacciato fratello e ancora di fianco Michela, più sportiva, in jeans e giacca. Davanti un cinese vestito di tutto punto che snocciolava un perfetto inglese. Mi sedetti di fianco a lui e, badando minuziosamente al non mancargli mai di rispetto, mi proposi di rispondere a qualsiasi sua domanda. Superai in grande scioltezza l’esame: conoscevo quel macchinario come le mie tasche. Fu naturale conseguenza che io mi aggregassi a loro per il pranzo.

A tavola Eleonora mi fissò negli occhi e si complimentò con me per la bella figura che avevamo fatto col cliente: raramente vedeva tecnici così capaci di affrontare situazioni colloquiali. “Abbiamo scelto bene con te! Non trovi, Michela?! Ed è pure molto molto carino” esclamò con uno sguardo colmo di malizia. Michela rispose a tono: “Non potevate scegliere di meglio!” Mi sentii al contempo in imbarazzo e orgoglioso di me. Sentii il cuore accelerare e fui avvolto da una vampata di calore. Riuscii solo a sdrammatizzare con un “beh, tutto un trucco per farmi invitare a pranzo…” e tirai giù una sorsata d’acqua fresca. Fu un’occasione molto costruttiva e il cliente si congedò dicendo che entro un paio di giorni avrebbe dato una risposta definitiva.

Il lunedì successivo Eleonora mi chiamò nel suo ufficio. Michela era già lì ad attendermi. “Ragazzi miei, complimenti! Davvero! Il cinese ha confermato l’ordine, ma ha richiesto esplicitamente te come capo tecnico per l’installazione. Manderò voi due come supporto e direzione degli installatori.” Accettammo di buon grado: era un’ottima occasione per la carriera. E poi, si sa, certi viaggi possono diventare divertenti. Bastò davvero poco per farmi fantasticare… Eleonora proseguì: “E in ogni caso mi piacerebbe potervi invitare a cena questo mercoledì per festeggiare. Massimo non ci sarà tutta la settimana: la ex moglie si fa sbattere dal maestro di tennis e i figli toccano a lui, ma mi farebbe piacere se andassimo almeno noi tre…”

M’incamminai nel luminoso corridoio. Complice il tono selvaggio con cui Eleonora aveva esploso quello “sbattere”, riuscivano a venirmi in mente solo fantasie piccanti su Michela. Pensavo all’occasione intima che ci stava offrendo quel viaggio di lavoro. M’immaginai con lei a cena in un lussuoso ristorante, serviti e riveriti. Io in giacca e camicia, lei con un vestitino morbido rosso. Immaginai di fissarla negli occhi, di prenderla per mano, accompagnarla in ascensore alla volta del suo giaciglio, di fissarla, di percepire il suo respiro caldo ed eccitato. Fantasticai di sfiorarle le labbra col pollice, poi di afferrarle il volto e baciarla, dapprima lento e curioso, poi con foga, con passione. Pensai alla mia lingua lottare con la sua, guizzare nella sua bocca, i miei denti serrati dolcemente sul suo labbro. Poi la porta di camera spalancarsi di colpo. Lei tirarmi a sé, dentro, obbligandomi a seguirla, le nostre lingue ancora incrociate. Le mie labbra sul suo collo, le mie mani forti sulle cosce, per salire tirandole su il vestitino fino a brandire quelle sue dolci e sode chiappette. Immaginai di sollevarla di peso, le sue gambe cinte attorno ai miei fianchi, le mie mani comode sotto i sui glutei, le nostre lingue ancora in acceso combattimento. Quindi con foga scaraventarla sul letto, chinarmi ai suoi piedi, toglierle con un morso il delicato tanga di pizzo, tuffare la lingua nella sua calda caverna. Leccarle la vagina, percepirne l’odore, vederla gemere e contorcersi ad ogni mia passata, ad ogni mio affondo di lingua. Immaginavo i suoi occhi profondi in preda a chissà quale spirito di estasi. Poi il rumore delle macchine della fabbrica. Senza neppure accorgermene ero già arrivato in produzione. Ci volle il mio bloc-notes per nascondere la vistosa erezione che invadeva i miei boxer.

Arrivò mercoledì sera. Mi lavai con cura, non trascurai alcun dettaglio: barba fatta, profumato, esplorai ogni orifizio del mio corpo. Indossai una morbida e al contempo ruvida camicia di lino sopra un jeans chiaro che mi regalavano un aspetto libero e selvaggio. Avevo in mente solo Michela. Avrei cercato di stuzzicarla durante l’arco della cena, senza però mancare di attenzione per Eleonora…il capo è pur sempre il capo. Era un compito arduo, una sfida di alto livello: mi piaceva! Dopo l’avrei invitata a bere un paio di drink. “Ottima tattica”, pensai. Mi presentai con lieve anticipo al ristorante. Di lì a poco arrivò Michela, truccata di tutto punto e stuzzicante come non mai. Unica nota dissonante, una velata tristezza negli occhi ed un broncetto di sottofondo. “Ehi, cos’è quel muso?! Siamo qui per rilassarci!”. “Non ci badare…è colpa di Giorgio. È da lunedì sera che litighiamo per la storia della Cina. Mi vuole un gran bene, ma soffre tremendamente un po’ di gelosia e un po’ d’inferiorità.” Mi raccontò che il suo compagno Giorgio, del quale parlava poco o nulla sul lavoro, le faceva storie per il viaggio. Lui non poteva capire l’importanza di una trasferta: nel suo mestiere non capitava mai di viaggiare, se non per qualche breve e vicino corso di aggiornamento.

Ci distolse il rumore cadenzato di un tacco dodici sul marciapiede. Avvolta in un elegantissimo vestito da sera, coi boccoli composti e sinuosi, si stava avvicinando Eleonora. Che splendido spettacolo. Aprì le braccia che, sinuose, reggevano una pochette brillantinata. Salutò e ci baciò affettuosa. Ci sedemmo.

La cena proseguì serena. Non parlammo granché di lavoro, ma piuttosto delle nostre passioni, dei nostri viaggi e delle inclinazioni personali. Facevo fatica a rispettare i miei propositi. Eleonora mi stava stregando: un po’ per il rispetto del ruolo e un po’ per l’aspetto decisamente intrigante, non riuscivo a trovare lo spazio immaginato per Michela. Ma nonostante ciò la conversazione fu piacevole e disinvolta.

Uscimmo. Eleonora si congedò. Io e Michela restammo un paio di minuti a parlare, ma sul momento di proporle una bevuta, le trillò il cellulare. Lesse il messaggio e non riuscì a trattenere un sorriso compiaciuto. “Dimmi se non è un’offerta di pace questa!” esclamò puntandomi lo schermo in faccia. Giorgio le aveva inviato una foto di fragole e di una bottiglia di prosecco adagiata in una glacette scintillante. “Corro ad accettarla” concluse. Mi baciò sulla guancia e scappò alla volta del suo uomo.

Mi sentii gelare. I piani per la serata erano clamorosamente saltati, infranti senza pietà da uno sprazzo d’inventiva del deludente compagno.

Mi accesi una Chesterfield, mi appoggiai contro il muro e rimasi a pensare che era andata male, cercando di consolarmi all’idea che, forse, in Cina mi sarei potuto rifare…ma ad ogni tirata ci credevo sempre meno. Non mi restava che tornarmene a casa, da solo come un cane, e tirarmi una ricca sega fantasticando su come sarebbe potuta evolvere la serata. Avrei immaginato le sue chiappette nude provocarmi e la sua bocca vogliosa avvolgere il mio cazzo…ma sarebbe solo rimasto un piacevole esercizio mentale.

Assorto tra i miei peccaminosi e delusi pensieri vidi accostare una bellissima Mercedes nera, un favoloso cupè di quelli su cui noi maschietti facciamo sognare le natiche quando visitiamo gli autosaloni. Ne uscirono due eleganti cosce accompagnate da un composto e sensuale movimento del capo: era Eleonora. “Chi non ha testa abbia gambe!” esclamò decisa “mi sono dimenticata il coprispalle…ci tengo un casino…” e la vidi sparire nel ristorante.

Ricomparve dopo neppure un minuto con in mano il suo trofeo “e te che ci fai ancora qui? T’hanno lasciato solo?” chiese strizzando l’occhiolino. Le dissi che semplicemente mi ero trattenuto per fumare l’ultima sigaretta per poi fiondarmi a letto. Non credo di averla convinta fino in fondo: aveva due occhi troppo furbi per farsi raccontare mezze verità del genere. “Offrimene una…ti faccio compagnia!” perentoria!

Le detti una cicca e me ne accesi un’altra.

“T’ha lasciato solo soletto, eh?!” Chiese impertinente. “No…è solo tornata a casa dal suo uomo…” risposi timidamente. “Beh, puoi dirlo: sei andato in bianco… ma non temere. Ti capisco, capita anche a me!” Risposi che mi restava difficile crederlo: aveva l’aria di una donna che poteva avere tutto. Mi chiese se mi fossi fatto un pensierino su Michela e concluse esclamando “Con l’amica o la parente per una volta non è niente!” Ridemmo e proseguimmo a conversare per qualche minuto. Continuavo a fissare la sua auto. Lo notò e, dal nulla, mi chiese se mi avrebbe fatto piacere provarla. Accettai titubante ma felice.

Mi sedetti al volante di quel bolide con Eleonora accanto che m’incoraggiava a schiacciare l’acceleratore. Quei pochi minuti di guida furono un orgasmo, un totale piacere. “Ehi, visto che te la cavi bene e io sono un po’ brilla, mi accompagni a casa? Poi ti tieni la macchina e domattina passi da qui prima del lavoro, andiamo a recuperare la tua e andiamo in ufficio. Per il ritardo ti autorizzo io.” La sua autorevolezza e pacatezza mi agitarono ma al contempo m’impedirono di dirle di no. Aveva un fortissimo ascendente su di me. Respirai forte e riuscii solo a proferire un “dove stai?”.

In pochi minuti fummo sotto casa sua. Mi disse di parcheggiare in una corte privata. “Dai, sali che ci beviamo una grappa, ho una barricata spettacolare. Mi sembra il minimo per sdebitarmi del servizio taxi!” e si lasciò andare in una grassa risata. Ipnotizzato, decisi di salire. Nell’ascensore non riuscivo che a guardarla negli occhi, fissarle i fianchi e fantasticare. Era tutto così surreale. A tratti s’affacciava il mio grillo parlante e mi richiamava alla realtà, ricordandomi che era una venditrice e ammaliare era il suo lavoro. Entrammo. Prese il coprispalle e lo poggiò su una sedia. Poi mi fissò dritto negli occhi. Sorrise lentamente e caricò le pupille di malizia: “Sono cosciente dei ruoli e ancor più che non farai mai il primo passo, ma allo stesso tempo so esattamente che anche tu lo vuoi…quindi lasciati andare: ci penso io!” Neppure il tempo di reagire e mi sentii afferrare le spalle, un caldo contatto di labbra, poi la lingua delicata ma potente forzare la mia bocca. L’assecondai a pieno, le detti il permesso di dominare anche quella parte di me. Ci abbandonammo ad una sensuale pomiciata. Slinguazzata dopo slinguazzata il respiro si fece sempre più forte e le mani, sempre più audaci, andavano a cercare zone più intime e più erogene sul corpo dell’altro. Dalle spalle passò al petto, aprì la camicia, mi afferrò per i pettorali. Le avvolsi i fianchi, poi scesi fino alle gambe. Coi polpastrelli le sfioravo le cosce cercando di regalarle dei piccoli brividi.

Mi afferrò la cervicale, mi tirò a sé e mi morse il labbro inferiore. Per reazione le strizzai le chiappe con vigore. Le sollevai il vestito. Forzai l’elastico del tanga e infilai la mano sul davanti. Le dita scivolarono sicure sul pube liscio e morbido. Iniziai a massaggiarle il basso ventre e con movimenti rotatori le sfioravo il clitoride, quasi per solleticarlo e renderlo partecipe dei nostri giochi.

Con decisione mi tolse la camicia, mi slacciò la cintura e fece calare fino alle caviglie jeans e boxer. Il pisello uscì svettante dall’elastico, con la punta già umida, pronta a nuove esplorazioni. Eleonora s’inginocchiò al mio cospetto. Sfruttai la discesa per sfilarle completamente il vestito, quindi le sganciai deciso il reggiseno che avvolgeva due belle e voluttuose tette adornate da due vigili capezzoli porpora.

Afferrò decisa le mie natiche e fece sparire il mio amichetto tra le sue labbra. Dette inizio ad un sapiente pompino. Dapprima accoglieva tutto il pene nelle fauci, poi si dedicava all’asta, quindi sondava la cappella con la lingua per poi scendere a succhiare e mordicchiare i testicoli. Mi stava regalando delle sensazioni talmente intense da crederle surreali. Per un lungo istante persi cognizione della realtà, tanto da non capire se fossi desto o sognante.

In un attimo di lucidità la osservai, le presi il volto tra le mani, la sollevai delicatamente e la invitai a sedersi sul divano. Fu il mio turno in ginocchio. Le tolsi con foga le mutande e affondai la lingua in lei. I sapori, i profumi, il calore, quella dolce vulva schiusa al mio cospetto, i gemiti che ritmavano quell’atto deliziavano tutti i cinque sensi e mi spingevano a continuare più deciso. La mia lingua stava limonando quella vagina, ora dal basso verso l’alto, ora la penetrava, ora roteava, per poi scendere al perineo e andare ad insinuarsi in un soffice e voglioso buco del culo. Iniziai ad assaporarle l’ano mentre con le dita tenevo compagnia alla passera e al seno. Eleonora era in preda all’estasi.

Si alzò, mi fece allungare sul divano e si piazzò sopra di me a formare un elegante sessantanove. Le nostre bocche continuarono a deliziarci l’un l’altra. Ad un tratto sentii la sua lingua tintillare il mio buchino, quindi il medio affondare nelle mie viscere…non riuscii a trattenere un soddisfatto gemito. “Ah…guarda guarda, un maschietto cui piace che giochino con il suo culetto!” esclamò Eleonora, soddisfatta e maliziosa. Si alzò, mi prese per mano e mi condusse in camera sua. Mi fece stendere sul comodo matrimoniale. Dal cassetto estrasse un anal plug, mi fissò negli occhi cercando di capire quale sarebbe stata la mia reazione, ma riuscì a leggere solo libido. Ciucciò con golosità il giocattolo, poi mi alzò le gambe, mi leccò bene tra le chiappe e m’infilzò con perizia. La mia erezione prese vigore. Eleonora si sedette su di me, guidò il pisello dentro di lei ed iniziò una lunga cavalcata. Si agitava e io le strizzavo le tette e insinuavo medio ed indice nel suo culetto. Lo sguardo tradiva un grosso piacere da parte sua.

I suoi gemiti crebbero rapidamente. Le strizzai le tette, affondò le sue unghie nel mio pettorale e urlò di godimento per una manciata indefinibile di secondi: era venuta.

La girai a pecora, estrassi il dildo dalle mie viscere e iniziai a cavalcarla. Pian piano adagiai il mio busto sulla sua schiena ed iniziai a dominarla con vigorose stantuffate. Le affondai i denti sul collo, come un predatore. Estrassi il cazzo dalla vagina e lo puntai sul buchino del culo. Con un colpo di reni lo accolse dentro di sé. Ripartii con lenti affondi, poi sempre più veloci. La sentii opporre resistenza e stringere. Il piacere salì alle stelle e non riuscii a trattenermi oltre: capitolai nel suo accogliente intestino.

Mi sfilai, ci sdraiammo di fianco e ci lasciammo andare ad un lungo ed intenso bacio… “Mi sa che in Cina ci vengo anch’io…” sussurrò Eleonora.

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