Perversioni masochiste di una rispettabile signora




Sono una rispettabile signora della media borghesia, di quelle che quando si recano a fare acquisti non c’è un negoziante che non si prodighi ad accoglierla con ossequi. Chi mi vede camminare per strada, con il mio incedere sicuro, la mia eleganza nel vestire, la fede al dito, le maniere signorili del mio portamento, non immagina quanto siano perverse le mie pulsioni sessuali e che abbia accettato (tuttora le accetto) di sottomettermi a sessioni sadomaso in cui subisco prove di resistenza al dolore e ai più abietti atti scurrili, durante le quali raggiungo orgasmi tanto intensi da trasformare il mio corpo in un violino dalle mille tonalità.
Sebbene il mio aspetto non sia di una ventenne, e che da allora il tempo passato è misurabile in quasi tre lustri, sono ancora una bella donna che attira lo sguardo degli uomini. Ho un corpo prosperoso, simile a quello delle attrici maggiorate. I miei capelli sono scuri e mi calano sulla schiena ad ampi boccoli. Il mio seno è contenuto da una quinta misura, ho fianchi sinuosi e le mie gambe, dieci anni fa, si classificarono al terzo posto nel concorso SUPERCOSCIA indetto dai gestori dei bagni di una località balneare. Rammento che a concorrere eravamo in 193, perciò essere giunta a piazzarmi sul podio, fu un risultato di tutto rispetto.
Il mio viso è di un’ovale quasi perfetto, valorizzato da occhi grandi, bruni e profondi, nei quali i maschi, più attenti ai particolari, possono scorgere un’intensa sensualità. Ho un sorriso cordiale, valorizzato da labbra ben disegnate e da denti regolari e bianchissimi perché li curo tantissimo e non ho mai fumato una sigaretta. Ho anche qualche difettuccio: la parte posteriore delle mie cosce e i miei glutei iniziano ad avere tracce di adipe (che tengo a bada facendo molta cyclette da camera) e un accenno di maniglie dell’amore, che sono però la delizia di mio marito. I miei seni, sebbene siano ancora sodi, incominciano a perdere quei portentosi ancoraggi che, quando avevo vent’anni, li tenevano così sostenuti da farli sembrare archi a ogiva gotica, e sui quali le grandi aureole di colore rosa antico e i carnosi capezzoli, rappresentavano l’ultimo tocco di una naturale opera d’arte.

Sono passati otto anni da quando mi sono sposata e l’intesa sessuale con mio marito è stata ottima perché gli ho sempre donato con passione ogni mio orifizio e non mi sono mai tirata indietro quando mi ha chiesto di inghiottirgli lo sperma dopo avergli praticato lenti pompini col risucchio.
Il mio consorte, giunto ormai oltre la boa dei quarant’anni, è un amante alquanto attivo e aperto di vedute al punto di essere stato tollerante quando, quattro anni fa, scoprì che avevo una relazione non col suo migliore amico, come spesso capita, ma con sua cugina Elisa. Lo scopri perché era tornato a casa in un’ora inconsueta dal lavoro. Ci vide sdraiate e capovolte nel nostro letto matrimoniale che ci leccavamo la fica vicendevolmente. Eravamo talmente prese che non ci accorgemmo della sua presenza e lui, da uno spiraglio della porta che dava sulla nostra camera, ci poté osservare proprio mentre i nostri gemiti nasali di piacere coronavano il risultato di un’appassionata leccata: vi domanderete perché abbia definito i nostri gemiti nasali! È ovvio che siano stati gemiti nasali perché avevi la bocca e la lingua impegnate a leccarcela fino all’ultimo mugolio.

A parte il tremendo imbarazzo che provai quando mi rivelò di averci spiate e il suo sconcerto iniziale (mai avrebbe sospettato che avessi inclinazioni lesbiche e, addirittura, me la intendessi con sua cugina) la nostra vita di coppia non ne risentì. al contrario lui si sentì compiaciuto e intrigato di avere una moglie bisex. Quando infine glielo chiesi, me ne spiegò il motivo: non riteneva la mia relazione, con un’altra donna, un vero e proprio adulterio e le mie tendenze lesbiche mi avrebbero tenuto lontano dalle tentazioni di tradirlo con un altro maschio, non solo ma avrebbe reso più pepato il nostro rapporto. Mi suggerì perfino di seguitare ad avere quella relazione, senza rivelare a mia cugina che le avevo scoperte. Dovevo fargli sapere quando ci incontravamo, ma desiderava lo informassi in modo non detto, che lui riteneva essere molto più intrigante. Volete sapere come facevo a rivelarglielo? Ebbene gli dovevo mettere il bicchiere, in cui beveva dell’acqua dopo avere fatto colazione, capovolto sopra il tovagliolo. Su esso dovevo lasciare un biglietto su cui scrivevo soltanto l’orario durante il quale sarebbe avvenuto il nostro incontro. E lui si masturbava nel bagno del suo ufficio, consapevole che io e sua cugina facevamo l’amore.

Dal comportamento di mio marito, uomo ligio ai doveri lavorativi e sociali, cominciai a scoprire quanto possano essere bizzarri i meandri della libido.
La mia relazione con sua cugina Elisa durò quasi due anni, poi lei si sposò e andò ad abitare in un’altra città.
Nel frattempo mio marito fu promosso, dall’azienda in cui lavora, a responsabilità superiori. Ebbe lo stipendio raddoppiato ma sovente si doveva assentare per settimane. Così cominciai a dedicarmi all’autoerotismo e lui conoscendo la mia indole carnale, preoccupato che non ci fosse più sua cugina ad alleviare i miei pruriti erotici, mi acquistò in un sexi-shop alcuni oggetti di autoerotismo (peni di gomma di varie dimensioni, simpatici vibratori per titillare il clitoride e un pacchetto che conteneva una quindicina di filmati Hard. Questi filmati includevano (almeno così gli aveva assicurato il commesso del sexi-shop) molte scene amatoriali di alta qualità erotica, sia etero sia omosessuali. Infatti, quando, iniziai a visionarli, mi fecero impennare la libido. Il primo film che vidi era intitolato “SAMANTHA, FABIOLA E IL DUPLICE BIG TOYS”. Mi spogliai davanti al monitor televisivo di cinquanta pollici, e alle prime scene presi a titillarmi il clitoride.
Narrava di due donne sposate con il viso mezzo coperto da mascherine nere bordate di pizzo (qualche scena insisteva a inquadrare le fedi nuziali sull’anulare sinistro) che si sodomizzavano contemporaneamente con un fallo in lattice. L’oggetto era diviso, in due parti uguali, da una sorta di anello largo una ventina di centimetri delimitante due sporgenze che imitavano, anche nei dettagli di vene e glandi, la forma dei cazzi umani. Quando lo tolsero da un cassetto, rimasi stupita dalle sue dimensioni che sfioravano sicuramente il mezzo metro di estensione complessiva e almeno sei o sette centimetri di diametro. La domanda che mi chiesi fu: “Riusciranno a penetrarsi con quel grosso arnese?” Ci riuscirono ma prima scaldarono il toys immergendolo nell’acqua calda, versata nella vasca da bagno, perché raggiungesse la temperatura del corpo umano, poi si misero carponi, una dietro l’altra, su un letto matrimoniale e si possederono dopo essersi lubrificate abbondantemente con una sorta di gel biancastro. Vedevo il cazzo doppio di lattice entrare completamente nei loro intestini fino al punto di scorgere soltanto, stretto tra i loro glutei accostati, il grosso anello divisorio. A quel punto cominciai a bagnarmi e titillarmi il clitoride con lentezza, perché non volevo raggiungere l’orgasmo troppo in fretta. L’inculata fu intervallata con pause durante le quali, le signore, gemendo e mugolando, premevano e strofinavano i glutei sul cerchio divisorio come per fare intendere quanto bramassero infilarsi nel culo mazze ancora più grosse e lunghe. Quando si sfilarono l’oggetto dall’ano, mostrarono alla videocamera, quanto il loro sfintere fosse rimasto slargato, quindi si dedicarono a un bacio profondo. Vedevo le loro lingue comparire dalle labbra aperte per leccarsi a turno il viso lasciandolo bagnato da scie di saliva. Poi le loro bocche spalancate si saldavano facendo intendere quanto le loro lingue frugassero alla ricerca spasmodica dei più reconditi angoli delle loro mucose. Quella scena mi faceva pensare a Elisa, la mia amante perduta, e al gioco erotico che ci piaceva fare dopo esserci baciate a lungo. Ci facevamo colare a turno la saliva in bocca: un atto intimo per sancire l’amore che sentivamo l’una per l’altra. La mia Elisa aveva la fica dal sapore delizioso e due tettine che mi entravano completamente in bocca, tanto sensibili che la facevano giungere spesso all’orgasmo mentre gliele succhiavo.

Dopo avere esaminato alcuni video etero, mi capitò di visionare un film che conteneva scene sadomaso i cui protagonisti erano un uomo e una donna, anch’essi col volto mezzo coperto da una maschera. Entrambi dovevano avere almeno quarant’anni, perché si notava che il tempo incominciava a segnarne il collo, d’iniziali rughe. I seni della donna erano ancora più voluminosi dei miei e la loro naturale pesantezza li rendeva cadenti, inoltre era tanto formosa da rasentare l’obesità e teneva i capelli legati a chignon. Aveva la fica rasata dalla quale fuoriuscivano esageratamente le piccole labbra, al punto che mi suscitarono una sensazione di oscenità.
Lui era un tipo alto, robusto, panciuto, mezzo calvo, le sue labbra erano sempre arricciate in un ghigno duro e il suo cazzo, sebbene non fosse particolarmente grosso, era bislungo, storto e aveva un glande sporgente dall’asta che dava l’idea di un fungo con il gambo sottile. Che non fossero professionisti lo supposi dal loro aspetto, anzi forse erano addirittura marito e moglie, o forse amanti, perché anche questa coppia portava la fede. Ecco come iniziò il filmato:
I due, vestiti elegantemente, entrarono in una villa ottocentesca e un maggiordomo li condusse nella stanza di una soffitta.
Congedato il servitore, l’espressione dell’uomo divenne subito dura e comandò in malo modo alla signora di denudarsi completamente. Lei ubbidì umilmente e rimase in piedi, davanti all’uomo, come attendesse ancora ordini. E gli ordini le giunsero. Doveva mettersi carponi, raggiungere un grosso tavolo al cui centro erano poste una fruttiera, un quotidiano e una bacchetta di legno. La donna procedette a quattro zampe mentre lui, con un tono disprezzante la sua indecente nudità e denigrante la sua eccessiva formosità, la umiliava dicendole che il suo corpo gli rammentava quelle bagasce che ormai si potevano permettere di essere chiavate soltanto dai settantenni e oltre con il cazzo tanto moscio che soltanto col viagra potevano permettersi una semierezione. E che i maschi giovani, potevano sollazzarsi con un solo in un modo: penetrando la sua ficaccia slabbrata con carote, zucchine, cetrioli e infilarle una mano nel suo culo sfondato solo per il piacere tenerla al caldo.
Non so perché ma il trattamento che quell’energumeno riservava alla donna, iniziò a eccitarmi in modo strano. La pelle delle mie braccia si accapponava, avevo brividi lungo la schiena, uno strano languore mi saliva alla gola e la mia fica colava tanti di quegli umori che dovetti mettere in pausa il video per andare a prendere un asciugamano di spugna e proteggere la poltrona sulla quale mi ero seduta.
«Com’è possibile» mi chiesi «che un filmato sadomaso mi ecciti tanto?»
Che la mia eterogenea carnalità celasse anche un’indole sottomissiva? Tolsi la pausa e seguitai a guardare il video con le gote incediate dalla libidine.
L’uomo si sedette presso il tavolo, ordinò alla donna di inginocchiarsi accanto a lui quindi prese una mela dalla fruttiera, la addentò, masticò la polpa, ingerì il succo, ingiunse alla donna di aprire la bocca, poi le sputò dentro quel che rimaneva del frutto.
– La tua schiava vuole altra mela, padrone – gli chiese con voce supplichevole la donna. – Ti prego Padrone, dammene ancora. –
L’uomo le sputò in bocca altri bocconi masticati. Poi le ordinò di tirargli fuori il cazzo dai calzoni e succhiarglielo lentamente per non farlo eiaculare perché si sarebbe dedicato alla lettura del quotidiano. Fu a quel punto che mi resi conto quanto quel cazzo, non solo aveva una forma bizzarra ma anche testicoli fuori del comune perché erano grossi forse più delle uova di tacchino.
A un tratto la signora si accorse, da un vigoroso impulso erettile avuto dal pene, di avere provocato al suo possessore uno stimolo orgasmico eccessivo. Cessò di leccare e chiese umilmente perdono al suo padrone, dicendogli:
– Invoco le tue scuse, mio Signore. – L’uomo le ordinò di rimettersi carponi, prese il quotidiano, ne arrotolò le pagine e la schiaffeggiò in faccia dicendole:
– Io non perdono lurida sgualdrina! Non riesco ancora a capire come abbia lo stomaco di averti ancora come schiava. Forse ti abbandonerò per trovarmene una meno grassa.»
– No mio signore e padrone, non lasciarmi, ti scongiuro! – esclamò lei con la voce prossima al pianto. – fammi ciò che vuoi ma non abbandonarmi. –
– Invece è proprio quello che farò – replicò lui. Non vedi come sono flaccidi i tuoi seni? Tra qualche anno saranno talmente mollicci che ti giungeranno all’ombelico. Adesso muoviti avanti e indietro, perché li voglio vedere dondolare. –
– Ubbidisco mio signore, ma tu sei ingrassato. –
– Come ti permetti schiava, di dare giudizi sul mio aspetto fisico? –
– Hai ragione, padrone, ho sbagliato. Battimi, me lo merito. –
– Forse non lo farò, ancora, ma adesso spogliami! –
La signora gli ubbidì senza fiatare.
Fu lì che vidi, finalmente, l’uomo in tutta la sua possente pinguedine. Aveva un torace massiccio, ricoperto da folta peluria, braccia muscolose e un addome molto prominente.
– Sfilami la cinghia dei pantaloni dai passanti, troia! – ordinò l’uomo alla signora.
– Sì padrone… –
– Ti punirò frustandoti le natiche e la schiena con questa, poi ti prederò la bacchetta e con quella ti accarezzerò le mammelle. E non voglio sentire i tuoi stupidi lamenti mentre ti flagello altrimenti raddoppierò le cinghiate. –
– Sì padrone… sferzami la carne.»
– Devi supplicarmi che lo faccia disgustosa grassona. –
– Ti supplico, mio Signore e Padrone, flagellami la carne, fammi lacrimare. –
Il possente uomo sollevò la cinghia e la donna si mise in posizione per essere fustigata. Le cinghiate, a onor del vero, battevano la carne della donna in modo misurato, ma sufficienti per arrossarle glutei e schiena. L’uomo cessò di cinghiarla per darle tempo di cambiare posizione e sporgere il busto in avanti per meglio esporre i suoi seni alle bacchettate.
La signora, chiuse gli occhi e strinse i denti per sopportare il dolore. E la prima bacchettata colpì il suo seno destro.
Sul volto della signora apparve un’espressione delusa, come si fosse aspettata qualcosa di più deciso. L’uomo l’aveva colpita con moderazione per non rischiare di lacerarle la carne. La signora, sporgendo ancora di più i seni, disse al suo aguzzino di batterla più forte. Chiuse gli occhi e lui lo fece.
La canna si abbatté su entrambe le mammelle con più forza e sulla pelle apparve un segno rossastro.
L’uomo la fustigò ancora e ancora, dosando i colpi. Gli disse di aprire gli occhi perché vedesse il risultato della fustigazione.
Lei lo fece. Sul suo volto si accese una forte eccitazione nel vedere le striature rosate che le marcavano la pelle. La sua mano si abbassò verso la fica e prese a masturbarsi mugolando e gemendo.
Pure io, presa dalla scena, aumentai il ritmo della masturbazione, fino a raggiungere una sorta di sincronia con lei. Assieme a lei iniziai a gemere e mugolare più forte. I nostri godimenti stavano per esplodere assieme. La sentii gridare, la bocca aperta in uno spasmo di godimento impossibile da controllare. Più capivo che quello della donna era un godimento vero, più la mia voglia di lasciarmi andare a uno strillo di goduria aumentava. Infine l’orgasmo fisico mi esplose nel corpo e nella mente. Per timore che gli effetti del mio orgasmo trapassassero le pareti divisorie del mio appartamento, contenni il grido strozzandolo in gola.
Mi accorsi che la mia mano era bagnata di un liquido trasparente leggermente più opaco e denso dell’urina. Pure sull’asciugamano era colato. Mi resi conto di avere eiaculato. Era la prima volta che mi capitava. Francamente non pensavo fosse possibile che una donna potesse realmente eiaculare se non scambiando una perdita incontrollata di urina durante un orgasmo intenso. Mi sentivo talmente frastornata che decisi di interrompere il filmato. Rimasi meditare su ciò che mi era accaduto.

Tre giorni dopo vidi il resto del film. L’uomo fece inginocchiare la signora sopra il tavolo, prese da un vasetto del gel lubrificante trasparente e lo spalmò accuratamente nell’ano della signora. Poi le infilò in culo un cazzo finto collegato, attraverso un tubicino, a una pompetta molto simile a quella che i medici usano per misurare la pressione. Ma la pompetta non aveva la funzione di stringere la fascia al braccio del paziente, bensì di ingrossare il cazzo di lattice per dilatare lo sfintere della donna.
– Adesso ti romperò il culo – le disse iniziando a pompare aria nel cazzo finto.
– Sì mio padrone, sì – rispose lei in un sussurro anelante – dilatami il culo, fammi sentire impalata, sfondata, profanata! –
L’uomo seguitò a premere la pompetta ed essa aumentava le dimensioni del cazzo finto. Vedevo lo sfintere della donna allargarsi e adeguarsi alla grandezza di ciò che lo penetrava. Chi manovrava la videocamera doveva essere esperto di filmati porno, perché riprendeva, in egual misura, ora il ghigno sadico dell’uomo che manovrava la pompetta per dilatare il cazzo, ora il primo piano del toys che s’ingrossava nel ventre della signora.
Leggevo, nell’espressione alterata di quel volto femminile, ancora bello, viziosità, morbosità, ricerca avida del piacere dissoluto attraverso la sofferenza fisica, mentale e il bramato oltraggio della propria carne. Cominciai a domandarmi se la vera conduttrice del gioco non fosse lei e che il sadico punitore altri non fosse che un esecutore delle sue voglie perverse.
La mia fica era fradicia. Iniziai a sfiorarmi il clitoride, lentamente, perché volevo tenermi sulla cresta dell’orgasmo mentre scorrevano le sequenze. Incominciai a vedere sul volto della donna un’espressione di sofferenza. Mi domandai quanto si sarebbe fatta dilatare ancora. Evidentemente era molto tempo che si faceva profanare l’ano, altrimenti non avrebbe azzardato tanto. Mi venne di pensare a mio marito mentre mi sodomizzava con il solo aiuto lubrificante dello sputo. Accoglievo il suo cazzo negli intestini senza avvertire alcun dolore ma quell’oggetto che stava allargando l’ano alla donna era di tutt’altre dimensioni. Per effetto di quel che guardavo, il mio sfintere si contraeva e si rilassava in continuazione. A un tratto la donna pronunciò la parola “basta”.
Il bruto cessò immediatamente di pompare aria sul fallo di lattice ma lasciò il grosso arnese infilato tra i maestosi glutei della signora, poi riprese la cinghia e tornò a colpire la donna sulla schiena urlandole frasi lubriche.
L’uomo seguitò a fustigarla anche quando sgorgarono dalla gola della donna gemiti che presto si trasformarono in grida acute. Tra esse udii due parole di senso compiuto dimostrative dell’acme orgasmica che provava:
-AHHH….VENGOOO! –
L’uomo sgonfiò il cazzo finto e lo trasse fuori dal retto della signora. La videocamera inquadrò lo sfintere dilatato della donna e lei che si allargava i glutei con le mani per mettere ancora più in evidenza il risultato di quella sodomizzazione progressiva: un buco tanto largo da poterci infilare una mano, e l’uomo lo fece. Lubrificò abbondantemente il buco della signora strinse il pugno della mano destra e, a rilento, lo ficcò nello sfintere della donna fino a infilarle negli intestini quasi mezzo avambraccio. Quando l’uomo le tolse la mano dal culo, lo sfintere della donna rimase così dilatato che potevo scorgerne le rosee interiora.
Ansimante la signora si mise bocconi sul tavolo. Il suo volto era finalmente rilassato come provasse un intenso appagamento interiore: una sorta di sublimazione. Rimase in quella posizione forse per mezzo minuto, poi s’inginocchiò rimanendo con il capo appoggiato al ripiano del tavolo, si allargò i glutei con entrambe le mani
per dare modo alla videocamera di riprendere in primo piano il suo orifizio anale dilatato. Poi si mise supina e richiuse gli occhi come se attendesse che l’energumeno infierisse ancora su di lei.

L’uomo balzò sul tavolo, si mise in piedi su esso e iniziò a masturbarsi. Non ci mise molto a raggiungere l’orgasmo. Diresse gli zampilli sulle striature rosse che segnavano le mammelle della donna e sul suo bel volto rilassato. Terminato che ebbe di scolare le ultime gocce di sperma, spremendosi l’uccello, rimase in piedi, con il cazzo semieretto in mano, come se ancora non avesse terminato il trattamento. Infatti dal suo cazzo incominciò a sgorgare un fiotto di urina che “irrorò” la donna. Il mio orgasmo raggiunse l’acme nel momento in cui il getto del piscio si riversò sul viso della signora facendo un leggero rumore di rimbalzo e rompendosi in cento gocce dorate. Pure la mia fica zampillò.

La scena si dissolse trasformandosi nello spiazzo antistante a una grande villa ottocentesca circondata da prati e tigli. Una berlina, color piombo, di grossa cilindrata e tirata a lucido, sostava nei pressi di un robusto portone con tanto di leonini batacchi. Accanto alla macchina attendeva un uomo dalla corporatura massiccia: il medesimo che schiavizzava la donna. Mi domandai quale significato dare a quella scena e venne la spiegazione.
Un signore distinto, sulla cinquantina, che indossava un gessato grigio chiaro, uscì dal portone accompagnato da una signora formosa dall’aspetto signorrile: la stessa che si sottometteva ai maltrattamenti.
– Cara – le disse l’uomo – la riunione del consiglio di amministrazione si protrarrà anche nel pomeriggio perciò non attendermi per il pranzo. –
– Amore – rispose lei facendogli una carezza sul viso – non sai quanto mi dispiaccia. Domani, promettimi che ci sarai. –
– Certo che ci sarò, tesoro. – Solo adesso capivo che il torturatore non era suo marito ma l’autista del suo vero consorte.
L’uomo stava per raggiungere la berlina, quando la signora lo richiamò dicendole se avesse preso un particolare incartamento.
– Certo che l’ho preso – rispose l’uomo. – Perché tesoro, me lo hai chiesto? –
– Sulla tua scrivania ho scorto una cartella sul cui contenuto lavoravi ieri sera. –
– È una cartella di colore blu scuro? – chiese lui.
– La signora annuì. –
– Alla malora! – esclamò l’uomo. Contiene documenti importantissimi per la riunione di stamattina. – Sei un tesoro amore mio! Vengo a prenderli. –
– Vado io, signore non stia a scomodarsi – si prestò il massiccio autista. – Intanto si accomodi in macchina. –
– Grazie – rispose l’uomo aprendo lo sportello posteriore della limousine.
L’autista raggiunse il portone, lo accostò alle sue spalle e si diresse, preceduto dalla signora, verso lo studio di suo marito. Giunti alla spaziosa scrivania dello studio, la donna si rivolse all’autista dicendogli:
– Ho tolto di proposito a mio marito una cartella dalla borsa sperando che mandasse te a prenderla – disse porgendogli l’incartamento. Poi aggiunse:
– Quando pensi di ritornare? –
– Tra un’ora – disse l’autista fissandola con uno sguardo crudele.
– Ti attenderò con ansia, mio Padrone – rispose la signora inginocchiandosi di fronte a lui. – La cuoca è dovuta andare all’ospedale ad assistere sua madre che si è operata di calcoli biliari e ho dato una giornata libera alla domestica. Del giardiniere non me ne preoccupo. Lo sai pure tu che non viene mai in casa per timore di sporcare di fango i pavimenti. Sarò la tua schiava per molte ore e mi aspetto che tu mi punisca duramente. –
Lui la guardò con piglio severo e gli disse:
– Signora mia, sei la donna più perversa che un uomo possa incontrare. Ti castigherò molto duramente. Farò in modo che i tuoi capezzoli ti diano molte soddisfazioni dolorose, poi eiaculerò nel calice di cristallo, dove spesso tuo marito beve lo champagne, e tu sorseggerai la mia sborra ancora calda. Voglio sentirti schioccare la lingua per il gusto che provi nel sorseggiarla. –
– Sì, mio padrone – rispose lei. Attenderò con ansia il tuo ritorno e voglio che tu mi punisca qui, nello studio di quell’impotente di mio marito. Adesso pisciami addosso. – si sbottonò la camicetta, tolse il reggiseno poi s’inginocchiò di fronte a lui e attese a occhi socchiusi lo zampillo dorato.
Lui abbassò la cerniera dei pantaloni, trasse fuori il suo bizzarro cazzo semieretto e iniziò a urinare sulle mammelle della moglie del suo datore di lavoro. Fece un ghigno di maliziosa soddisfazione nel pensare al consorte della sua padrona schiava che attendeva in macchina, ignaro di sapere quanto fosse libidinosa la sua bella e formosa consorte.

Mentre l’autista scrollava l’uccello sul bel volto patrizio della donna, raggiunsi l’orgasmo. Seguitai a vedere e ascoltare il protagonista che, mentre si risistemava l’uccello nei pantaloni, diceva alla padrona di casa di essere rammaricato per non averle urinato sui seni a lungo perché era passata poco più di un’ora da quando aveva svuotato la vescica.
Lei rimase a seni scoperti, gocciolanti di pioggia dorata, e con parte della camicetta bagnata, poi disse all’autista di affrettarsi a raggiungere l’auto.

– Ezio – dove accidenti ti eri cacciato? –
– Mi scusi signore – rispose l’autista – è squillato il telefono fisso mentre stavamo per entrare nel suo studio e la signora è dovuta andare a rispondere. –
– Che sia stato quel bell’imbusto che le ha fatto la corte per tutto il tempo che siamo stati al party organizzato dal circolo del mio club? –
– Non credo signore. Ho sentito che dall’altro capo del telefono c’era una voce femminile e la sua signora si è messa a parlare di abiti. –
– Allora era certamente quella rompiscatole della sua amica Adele. In ogni caso tieni d’occhio mia moglie, perché quel tipo del party se la mangiava con gli occhi e dubito che non si siano scambiati il numero del cellulare. Fidarsi è bene ma non fidarsi, è meglio. –
– Certamente, signore, provvederò alla sua richiesta per quanto mi sarà possibile. –
– Bene, Ezio! Adesso, parti perché siamo in ritardo. –

SECONDA PARTE
I giorni successivi, riguardai il filmato molte volte e quando tornò mio marito, facemmo l’amore molte volte in quelle due settimane che rimase a casa. Ci eccitammo a visionare alcuni dei filmati hard ma feci in modo che evitasse di visionare il video sadomaso. Lui si eccitò molto nel vedere un film che narrava del classico trio (una donna e due uomini) e dove il marito della donna, invaghitosi di un ventiduenne bello come un apollo, propose al ragazzo di farsi inculare, in cambio gli avrebbe concesso di chiavare sua moglie. Il giovane accettò solo dopo avere conosciuto di persona quella splendida gnocca che era la consorte del suo innamorato, che aveva viso e corpo somiglianti a quelli di una nota attrice maggiorata.
Quando mio marito si assentò di nuovo, riguardai più volte il video sadomaso avvertendo sempre un intenso languore salirmi dallo stomaco alla gola. Che avessi un’indole a quella della signora altolocata che si faceva soggiogare dall’autista di suo marito? Quel pensiero seguitava ad assillarmi, infine, come fossi spinta da una necessità interiore, iniziai a navigare in internet per visitare siti sadomaso sui quali molte donne adulte si proponevano a singoli, coppie o gruppi per essere sottoposte a trattanti di sottomissione. Volevo conoscere quale forma lessicale avessero tali messaggi:

– Signora quarantenne, mora, snella e piacente, incuriosita dallo strano mondo del sadomaso, cerca maestro e maestra esperti per essere avviata con gradualità a trarre piacere dal dolore. Vaglierò attentamente le proposte che mi giungeranno. Non posso ospitare ma viaggiare.

Ragazza venticinquenne, libera da legami sentimentali, cerca l’amicizia di una signora matura che la tratti come una sguattera e la punisca facendole baciare le sue parti intime.

Trentaduenne, vedova da cinque anni, cerca vero maschio molto dotato, che riempia il vuoto lasciato dal suo consorte e che la tratti come un’umile serva.
Non posso ospitare ma viaggiare.

Sono una trentanovenne sottomissiva, con una soglia del dolore molto alta, addestrata alle pratiche di schiavitù da un maestro esperto, che purtroppo mi ha lasciato. Adesso cerco un vero maschio dai trenta ai cinquanta anni, che sappia sostituirlo. Lo voglio esperto nelle tecniche sadomaso, che abbia un locale attrezzato e che sappia farmi soffrire senza lasciare segni permanenti sul corpo.
Astenersi principianti, perditempo e soggetti più giovani dell’età che ho indicato.
Sono mora con gli occhi chiari, ho un bel viso e forme snelle. Sono addestrata a subire dilatazioni, cera, frustino, bondage, pinzette e pioggia dorata anche in bocca. Shitting soltanto sulla schiena.

Questi sono alcuni esempi dei tanti annunci di schiave che trovai e rimasi meravigliata del fatto che ci fossero tante donne disposte ad avere relazioni sottomissive.
Quest’ultimo, dettagliato annuncio, attrasse particolarmente la mia attenzione perché era minuzioso e chiariva quali e quanti trattamenti accettasse la donna. Fui incuriosita dal termine “shitting” perché, mentre degli altri desideri potevo capirne il significato, la parola “shitting” mi era sconosciuta. Scrissi sul mio motore di ricerca preferito quel termine ed entrai in un mondo in cui la depravazione raggiungeva l’acme. Ciò che vidi mi parve disgustoso e mi domandai se quel messaggio fosse stato scritto non da una donna ma da qualche grafomane dedito all’autoerotismo, che si masturbava leggendo le risposte che gli sarebbero giunte. Stentavo a credere che una donna potesse desiderare di subire un atto tanto degradante, che aveva il significato di un’assoluta sottomissione.
Tuttavia quel mondo m’intrigava sempre più e mi affascinò al punto che fui tentata di mettere un annuncio. Mi riproposi di farlo solo per la curiosità di leggere le risposte che mi sarebbero giunte. Aprii il programma di scrittura e iniziai a buttare giù qualcosa che facesse intendere quanto fossi attratta dal fascino del mondo sadomaso, ma che mai avevo avuto esperienze di quel genere. Scrissi molti messaggi, cancellandoli poi per il timore di pubblicarli. Tentennai molti giorni, scrivendo e riscrivendo. Finalmente, un lunedì mattina, dopo avere salutato mio marito, che si sarebbe assentato per qualche giorno, mi decisi a pubblicare il seguente messaggio, falsando un po’ sulla mia vera età, tanto avrei letto le risposte soltanto per curiosità.

Sono una signora ventottenne, di bell’aspetto, prosperosa ma non obesa attratta dal mondo sadomaso. Desidero conoscere un maestro esperto, di età compresa tra i trenta e i quarantacinque anni, che m’istruisca alla sottomissione e mi prepari, gradualmente, a trarre piacere dal dolore. Non ho esperienze dirette perciò non so come potrei reagire alla realtà dei fatti, quindi si astengano precipitosi e brutali. Aggiungo tuttavia che quando osservo i video sadomaso, sono eccitata da tutto ciò che subiscono consensualmente le schiave; mi riferisco ai trattamenti più servili o prove fisiche dolorose e triviali, ma non sono sicura di sopportale in realtà o se in esse scarico soltanto le mie fantasie erotiche. Mi risponda soltanto chi sia certo di avere i requisiti che ho chiesto.
Tassativa è la riservatezza che chiedo. Non posso ospitare ma viaggiare per un raggio di cinquanta chilometri da ……. Necessaria previa conoscenza via mail.

Ebbene, ricevetti decine di risposte nel tempo di una settimana. Leggendole non vi nascondo che mi masturbai più di una volta. Una, in particolare, attrasse la mia attenzione. Si trattava di una coppia di coniugi (quantomeno sostenevano di esserlo) rispettivamente di trentaquattro e trentanove anni, dedita al sadomaso, che cercavano una femmina con le mie caratteristiche da poter addestrare, perché la loro schiava, dopo essersi laureata, si era trasferita all’estero per uno stage. Così era scritto nella loro risposta:

Cortese signora, siamo una coppia di coniugi di bell’aspetto, entrambi longilinei, con un fisico palestrato, rispettivamente di trentaquattro anni lei e trentanove lui. Cerchiamo una femmina con i suoi requisiti. La nostra schiava, ventiquattrenne, “istruita” da noi per quasi due anni, si è trasferita all’estero dopo essersi laureata. Abbiamo molta esperienza “istruttiva” e un locale attrezzato per trattamenti particolari rivolti a donare sofferenza ma che non lascino segni permanenti sul corpo. L’istruzione avverrà gradualmente, quantomeno compatibilmente con l’accettazione della nostra partner nei confronti delle nostre “lezioni”. Consapevoli che lei avrà ricevuto molte proposte, attendiamo speranzosi che scelga noi. Riguardo alla distanza non si preoccupi: abitiamo nella stessa, grande città.

Titubavo a rispondere loro, ma compresi quanta eccitazione provasse chi metteva fittizi messaggi per leggerne le risposte e masturbarsi: lo feci pure io. Poi mi decisi a scrivere, perché la presenza di una donna pensai fosse una valvola di sicurezza che mi avrebbe potuto evitare di cadere nelle mani di un maniaco ma li avvisai loro che mi sarei riservata di incontrarli dopo cautelativa corrispondenza e alle condizioni che la donna esistesse veramente.
Ci scambiammo una fitta corrispondenza mail per una decina di giorni. Loro mi assicurano che erano veramente una coppia stabile. Decisi di incontrarli quando mio marito dovette partire per l’America del sud. Si sarebbe trattenuto là per un paio di settimane perciò mi si presentava un’occasione d’oro per fare la loro conoscenza. Convenimmo di incontrarci per prendere un tè nel bar X sul Viale Y, il venerdì pomeriggio alle sedici. Si sarebbero fatti riconoscere perché lei avrebbe indossato una giacca nera di taglio maschile e una camicetta bianca sulla quale avrebbe appuntato un cammeo. Io mi sarei dovuta lisciare il sopracciglio sinistro, guardandoli.

Non mi fu difficile trovare il posto con il navigatore satellitare. Giunsi alle sedici esatte, ma decisi di parcheggiare a qualche centinaio di metri dal bar. Procedetti verso il caffè col cuore che temevo mi uscisse dal petto e avevo un tale tremore alle gambe che mi sembrava di non avvertire il suolo del marciapiede.
Respirai profondo molte volte per attenuare la tensione. Quello in cui ero giunta mi appariva un quartiere piuttosto ordinato, su cui sorgevano palazzine ben tenute, attorniate da giardini curati. Quando giunsi a una decina di metri dal bar, mi bloccai. Mi ero dimenticata di togliermi la fede. Me la sfilai dal dito e la riposi in taschino a cerniera della borsa. Feci qualche altro passo. Pensai di tornare indietro. Un signore si fermò per chiedermi se mi sentissi bene, talmente mi vedeva incerta nei movimenti. Gli risposi che soffrivo di pressione bassa e che avevo avuto un leggero capogiro ma che adesso stavo bene. Attesi che si allontanasse e guardai che ore fossero. Erano le sedici e diciassette. Percorsi gli ultimi metri che mi dividevano dal bar. Un ragazzo aprì la porta a vetri del locale nel momento in cui entravo e mi diede gentilmente la precedenza.
Nel bar un paio di avventori era seduto su quei trespoli da banco e sorseggiano bevande. Notai un uomo e una donna seduti a un tavolo in un angolo del locale. Lei aveva i capelli biondi, legati a chignon, un bel volto, sebbene avesse fattezze triangolari mascoline, sul quale era disegnata un’espressione dura e spigolosa che mi fece pensare al viso della regina matrigna del vecchio film a disegni animati “BIANCANEVE”. Indossava una giacca nera sulla quale spiccava una camicetta bianca impreziosita da un cammeo. Capii che quella era la coppia dell’appuntamento. Che lei fosse di statura alta lo capii perché, sebbene si trovasse seduta, la linea della sua fronte superava in altezza quella dell’uomo che le sedeva accanto. Mi guardarono. Fui presa dal timore di non reggere l’inizio della conversazione se mi fossi seduta al loro tavolo. Rimasi titubante al centro del locale, forse per pochi secondi ma mi sembrarono ore. Poi decisi di sfiorarmi il sopracciglio come avevamo convenuto. Accennarono a sorridermi entrambi, segno che, forse, apprezzavano la mia figura. Mi approssimai al loro tavolo. Sebbene mi sentissi imbarazzata e col viso in fiamme, fui la prima ad allungare la mano per stringere la loro ma la coppia seguitò a sorseggiare il tè senza ricambiare. Scostai allora una sedia per accomodarmi, ma lei mi disse con un tono severo:
– Chi ti ha ordinato di sederti? –
– Io pensavo che… –
Tu non devi pensare! Soltanto ubbidire! –
– Vorrei almeno presentarmi – provai a dire. – Mi chia… –
– Non ci interessa come ti chiami – tagliò corto la donna. – D’ora in poi, se deciderai di uscire da questo bar assieme a noi – disse sottovoce – significherà che avrai accettato volontariamente di divenire la nostra schiava. Sarai, in ogni caso, libera di andartene in qualsiasi momento. –
Il mio amor proprio mi fece avvertire l’impulso di andarmene, ma quella donna aveva gli occhi talmente penetranti che rimasi lì, in piedi, senza dire una parola. Domandai a me stessa come avessi potuto inviare quell’annuncio e accettare l‘appuntamento con quei due ma qualcosa, nel mio intimo, m’impediva di andarmene.
– Allora? – disse la donna fissandomi in un modo tagliente.
– Rimango – dissi. Vidi l’uomo indirizzarmi un leggero sorriso, ma lei rimase muta, gli occhi neri come pece, fissi sui miei a scavarmi l’animo.
– Adesso – mi disse con un tono impositivo – vai al bar, ordina qualcosa da bere poi esci e riprendi la stessa direzione dalla quale sei venuta. Ti seguiremo. Non fermarti fino a che non te lo ordineremo. –
Così feci. Presi un caffè, uscii dal locale e tornai sui miei passi. Stavo già distinguendo la parte posteriore della mia auto, quando mi sentii ordinare di fermarmi. Mi voltai. Finalmente potei vedere quanto imponente fosse la statura della donna. Con i tacchi, alti una decina di centimetri, doveva superare il metro e novanta. Le sue siluette erano longilinee e aveva le mammelle prosperose almeno quanto le mie ma che sotto la giacca apparivano più sostenute. La gonna attillata, corta una quindicina di centimetri sul ginocchio, mi fece capire quanto belle e lunghe fossero le sue cosce; insomma una femmina da super calendario sexi, ma con lo sguardo freddo. Lui era un tipo palestrato con il collo taurino e i lineamenti squadrati.

L’uomo fece scattare la serratura di un cancello automatico e percorsi (tallonata da loro) un vialetto in porfido che conduceva verso il portoncino di una palazzina circondata da un giardino arricchito con numerose piante di rose. Solo adesso mi resi conto di avere casualmente parcheggiato la mia auto distante solo pochi metri dal cancello della loro abitazione, anzi ancora oggi non sono riuscita a capire se quella era la loro casa abitativa o prestata da conoscenti. Ero giunta presso la porta d’ingresso quando la donna mi disse con un tono tagliente:
– Dopo che avrai varcato quel portone, non sarai più autorizzata a dire una sola parola che non sia “SI PADRONA E SI’ PADRONE” e alle nostre domande risponderai soltanto con cenni della testa oppure movimenti delle dita se non ti lasceremo altro modo di esprimerti. La tua personalità, il tuo orgoglio e la tua dignità cesseranno di esistere. Sarai assoggettata ai nostri voleri e usata per i nostri piaceri che diverranno anche i tuoi se scoprirai di essere veramente masochista.
– Sì Signora Padrona – le risposi, con un tono tremolante. L’uomo mi precedette per aprire il portone ed io mi chiesi che cosa mi sarebbe capitato.

Entrai in un ingresso che dava su un ampio soggiorno, arredato con gusto. Al centro di un tavolo circolare c’era un vaso di cristallo che conteneva rose rosse. Altri vasi erano stati sistemati sulla mobilia contenenti molte rose, sempre rosse. Supposi che la signora amasse quei fiori e ciò mi fece pensare che sotto quella maschera dispotica battesse un cuore romantico. La Signora, invece, riuscì a trasformare quegli splendidi fiori in strumenti di supplizio. Non acceleriamo però gli eventi. Dirò soltanto che quella coppia si dimostrò geniale nel provocarmi dolore e mettermi nella condizione mentale perché traessi, pure io, un intenso piacere fisico dalle sofferenze. La prima cosa che fecero fu quella di attaccarsi a due bottiglie di acqua minerale da un litro e mezzo e berne quasi metà, a piccoli sorsi. Ciò lo fecero non perché avessero molta sete, bensì… seguitate a leggere e lo scoprirete.

UNA CENA SERVITA SU UNA CIOTOLA PER CANI

Mi fu ordinato di spogliarmi completamente e rimanere soltanto con le autoreggenti. Esitai a farlo ma una sferzata che avvertii sulle mie spalle mi convinse a ubbidire. Mi tolsi gli abiti tranne le autoreggenti. Mi voltai. Vidi che l’uomo mi aveva colpito con un’assicella di legno, piatta. Istintivamente portai il braccio sinistro a coprirmi i seni e la mano destra a nascondermi il pube ma avvertii una sferzata sui glutei.
– Abbassa le braccia lungo i fianchi, bagascia adiposa e metti in mostra le tue sconcezze altrimenti assaggerai ancora la mia assicella ancora più forte. –
Gli ubbidii senza esitare.
– Elga – disse rivolgendosi alla sua donna – questa puttana ha la fica pelosissima, proprio come piace a te! – Mi prese una mammella in mano e la fece ballonzolare, poi si rivolse ancora alla donna. – Questa troia avrebbe due seni favolosi se rimanessero eretti così. – Mi sollevò la mammella perché la sua compagna desse il suo parere e lei rispose:
– Mi piacciono anche così, Ulrico, grossi un po’ cadenti ma naturali e mi piaceranno ancora di più quando la monterai alla pecorina ed io mi masturberò mentre li vedrò dondolare.
L’uomo, flesse le estremità dell’assicella per farmi notare quanto fosse resistente e flessibile. Cercai di spiegargli che mi ero coperta le parti più intime perché non ero abituata a denudarmi davanti ad estranei, ma dovetti subire un altro colpo sulla bocca dello stomaco. Emisi un grido strozzato e sulla mia pelle sbocciò una striscia rosea larga alcuni centimetri. Ebbi la sensazione di essermi calata sulla parte della ricca signora che sul film sadomaso si faceva maltrattare dall’autista di suo marito. Udii la voce dell’uomo. M’intimava di tenere lo sguardo basso, tacere e sopportare il dolore in assoluto silenzio. Poi mi disse:
– Puoi andartene, se vuoi, ma se decidi di rimanere sappi che ti attenderanno trattamenti dolorosi e umilianti. Dovrai dimenticarti di avere una personalità e sottometterti alle nostre più abiette voglie. – Detto questo, il muscoloso uomo mi batté ancora, stavolta sulla schiena. Fu un colpo più forte delle altri, che mi fece stringere i denti, però mi accorsi che la mia fica si bagnava.
– Ti autorizzo a dirmi se vuoi rimanere o andartene – ripeté l’uomo sollevando l’asse.
– Vog… voglio rimanere – dissi con un tono tremolante. Lui sferzandomi ancora sulla schiena, mi ordinò di mettermi carponi e di dirglielo con un tono di voce più alto.
– Voglio rimanere – dissi alzando il tono della voce.
– Che cosa hai detto? – ripeté l’uomo battendomi ancora.
– Strinsi i denti per il dolore e ripetei a voce ancora più alta:
– Voglio rimanere! –
– Elga – chiese lui rivolgendosi alla sua donna, che osservava la scena con uno sguardo carico di malvagio piacere mentale – hai capito che cosa abbia detto questa lurida cagna? –
– No! – rispose lei con un sorriso cinico.
Fui colpita ancora e solo evitando di respirare riuscii a trattenere un gemito, poi gridai:
– Potete fare di me ciò che volete! – Vi chiedo soltanto di non procurarmi segni troppo permanenti sulla pelle. Sono sposata e non voglio che mio marito s’insospettisca. –
L’uomo fece un ghigno perfido e disse che usava un’assicella piatta e con gli spigoli tondi perché non lacerasse la pelle, poi tornò a rivolgersi alla sua donna dicendole:
– Evidentemente questa puttana si è tolta la fede prima di entrare nel bar. Elga credi che debba rimetterla? –
Tenevo ancora lo sguardo basso quando lei assentì. L’uomo si rivolse ancora a me chiedendomi dove l’avessi messa.
– Sulla borsetta – sospirai.
– Spero sia la verità, schiava – ribatté lui con un tono malvagio – perché se hai mentito, ti porteremo anzitempo nella “camera delle delizie” ti legheremo per i polsi alle fasce di cuoio delle catene che pendono dal soffitto e solleveremo il tuo schifoso corpo grassoccio, nudo come un verme, fino a che non toccherai terra soltanto con gli alluci. – poi aggiunse, facendomi una perfida carezza:
– La punizione non lascerà alcun segno sulla tua pelle, se non un rossore momentaneo, perché le cinture cui ti legheremo sono imbottite, ma ti assicuro che sarà molto doloroso, per te, rimanere in quella posizione: troppo per una principiante. –
– Frugai nella borsetta. Trovai la fede e me la infilai sull’anulare sinistro. Lui mi disse che sarebbe stato più avvilente, per me, sapere di avere l’anello nuziale al dito e consentire a due estranei di soggiogarmi: e fonte di eccitazione per loro. Incominciavo a capire quanto la loro carica sadica fosse perversa ma raffinata.
– Tra poco – mi disse lui, chinandosi accanto a me, ti ordinerò di avanzare carponi fino al tavolo, poi procedere in cerchio attorno ad esso fino a che non ti diremo di fermarti. –
Vidi che aveva una sigaretta accesa tra le labbra. Fece un lungo tiro. La punta della sigaretta aumentò la sua parte rovente. Fissai l’incandescenza con muto terrore, lui se ne accorse, avvicinò la parte rovente della sigaretta alla mammella sinistra fino a una distanza di una ventina di centimetri dall’aureola di un capezzolo. Con la coda dell’occhio vidi che sogghignava, come se non attendesse altro che farmi gemere per il terrore. Trassi un sospiro quando iniziò, lentamente, ad allontanare l’incandescenza dalla mia pelle ma il rilassamento della tensione mi fece urinare. Sentii un rivolo colarmi lungo le cosce e bagnare le piastrelle del pavimento.
– Elga – chiese Ulrico – sollevandosi in piedi – non riesco a capire il motivo per cui questa sozza fedifraga abbia urinato perché non facevo altro che fumare una sigaretta. –
Lei si approssimò, avvicinò le sue labbra al mio orecchio per sibilarmi:
– Sudicia schiava, hai trasformato la stanza casa in un cesso! –
Signora Padrona – dissi con un filo di voce – ho pensato che il padrone volesse… –
– Non siamo seviziatori – mi assicurò lei, ma sadici con un perfetto autocontrollo! – Poi aggiunse: – Ti avevamo ordinato di non pronunciare una sola vocale senza il nostro permesso e assicurato più di una volta che le nostre “terapie” di sottomissione, mai includono trattamenti tali da lasciare segni permanenti. Siamo raffinati educatori alla sottomissione e vogliamo che le nostre schiave imparino a trarre piacere dal dolore e giungano alla sublimazione dell’orgasmo fisico attraverso un tormento raffinatissimo e misurato. –
Detto questo, lei si spogliò completamente mi fece ammirare, rotando su se stessa, il suo corpo scultorio. Vidi i suoi seni procaci, incredibilmente eretti, i suoi glutei sodi, e le sue lunghe cosce dalla pelle liscia e compatta, senza un filo di cellulite.
– Adesso guardami bene, schiava: noti nel mio corpo qualche segno che possa far pensare alla più piccola traccia di cicatrice? Rispondi! –
– No… – dissi con un tono incerto e servile. –
– Eppure – aggiunse lei – sono stata la schiava preferita di Ulrico per anni ed ho subito moltissime sessioni dolorose; adesso pure io sono divenuta una maestra dell’assoggettamento mentale e fisico. Il tuo comportamento, però, ci induce a pensare che tu sia molto predisposta ad accettare i nostri insegnamenti e non indugeremo a perdere tempo in lunghe premesse. –
Per un attimo vidi accendersi sulle sue labbra un sorriso disteso, quasi affettuoso. Mi disse che ero una bella signora, anche se un po’ troppo in carne, che le piacevo moltissimo e apprezzava soprattutto il mio viso dall’espressione dolce che mi faceva sembrare una sposa affettuosa, fedelissima e morigerata, mille miglia lontano dai sordidi desideri di una lussuria masochista che covavano in me. Ed era la mia doppia “natura” ad affascinarla. Mi ordinò di rimettermi carponi, poi si mise seduta dietro di me, distendendo le sue lunghe cosce in modo da imprigionare le mie tra esse. Con le mani mi allargò i glutei. Sentii esposte le mie parti intime al suo sguardo critico. Poi disse al suo Ulrico:
– Non ti sembra che somiglino alle vacche le femmine umane se le guardiamo da questa posizione? –
Lui schiacciò il mozzicone della sigaretta su un portacenere e annuì.
Lei, con mia sorpresa, allargò ancora di più i miei glutei. Sentii qualcosa di morbido e umido poggiarsi sul mio buco del culo. Capii che era la sua lingua. Incominciò a leccarmelo con sapiente lentezza, infilandomi la punta nello sfintere. Avvertii lo stimolo dell’orgasmo, che sino a quel momento era come fosse rimasto imprigionato dietro un drappo di ansiosa tensione, rompere il velo ed affacciarsi sul mio clitoride. La donna abbassò la lingua e prese a leccarmi la fica bagnata di urina e umori lubrificanti. Che le piacesse leccare i miei orifizi lo capii da come emetteva mugolii nasali. Lo stimolo dell’orgasmo, mi stava assediando il clitoride e tra qualche istante sarebbe esploso. La donna capendo, dai miei gemiti, che stavo per venire, allontanò la faccia dai miei orifizi, si alzò in piedi e disse al suo uomo:
– Ulrico – quante vergate devo dare a questa bagascia, per averci pisciato sul pavimento? –
– Dieci possono bastare – rispose lui ma prima dovresti farle leccare il suo piscio. –
– Buona idea – convenne lei tornando a sorridere con un tono duro. Poi aggiunse:
– Hai sentito cosa vogliamo che tu faccia? – mi disse.
– Sì… – risposi. –
– Allora incomincia leccare la tua urina, cesso di donna. –
– Sì signora… – Avvertii una vergata sulle natiche, che mi fece stringere i denti.
– Devi chiamarmi Signora Padrona, schifosa cagna irrispettosa. –
– Sì, Signora Padrona. – Abbassai il viso verso il pavimento e presi a leccare la mia urina. Era la prima volta che assaggiavo il sapore del piscio. Era aspro, un pò salato e sapeva d’ammoniaca ma non lo trovai ributtante. Incominciai a leccare il mio liquido vescicale con sempre maggiore voglia di farlo. Sentii un ordine secco della Signora Padrona.
– Noto che incominci a leccare con il piacere di farlo. Brava schiava! Adesso dimmi come ti senti di essere. –
– Non capisco Signora Padrona. Che cosa vuoi che dica? –
– Che ti senti di essere come un vespasiano maleodorante di urina, troia! –
Diedi una lunga alla mia urina e dissi: – Mi sento una latrina pubblica. –
– Brava – rispose lei. – Continua. –
– Sono un pisciatoio – dissi ancora dopo avere dato un’altra leccata. Mi stupivo delle oscenità che mi uscivano dalla bocca come se la mia mente si appagasse di quel che affermavo. –
– Bravissima – commentò lei – stai dimostrando di essere un’allieva ubbidente, ma adesso devi accettare la mia pioggia dorata in bocca, poi quella di Ulrico. In fin dei conti adesso ti sottoporremo a una prova non dolorosa. –
Ripensai all’eccitazione provata quando, nel video sadomaso che avevo visionato, la ricca signora aveva sbottonato la camicetta e si era fatta pisciare sulle mammelle dall’autista di suo marito, e all’orgasmo intenso che avevo provato, masturbandomi. Compresi che sottoporre uno schiavo o una schiava, allo zampillo della pioggia dorata, magari pisciandogli direttamente in bocca, era una pratica molto usata nei rapporti sadomaso perché rappresentava uno dei modi più avvilenti di asservimento.
– Sdraiati supina – mi ordinò la Padrona.
Le ubbidii. Mi venne sopra sistemandosi in modo che la sua fica fosse a una trentina di centimetri dalla mia bocca.
– Apri la bocca – mi ordinò – ecco, brava, così.
– Vedevo il vello nero della sua fica sopra di me, le piccole labbra che sporgevano come attraenti valve di un’ostrica; ne sentivo l’odore pungente. Feci l’istintivo gesto di sollevare la testa per leccare quell’affascinante orifizio, ma lei me lo impedì trattenendomi per i capelli. Come osi, lercia schiava, tentare di fare ciò che non ti ho richiesto. –
– Perdonami Padrona – le dissi la ma tua fica è bellissima. –
– Terrò conto di questo complimento – rispose lei, poi mi domandò se avessi avuto esperienze lesbiche. –
– Sì – gli risposi. –
– Bene – replicò lei – ma oggi dovrai accontentarti che ti pisci in bocca. Aprila e taci latrina! – Allargò le piccole labbra della fica e dal suo orifizio uretrale iniziò a fuoriuscire uno zampillo dorato che presto mi riempì la bocca gorgogliando, per poi di tracimarmi dalle labbra. Adesso avevo capito perché i Padroni avevano bevuto molta acqua: per non terminare troppo in fretta di zampillare La Padrona interruppe la pisciata e prese a masturbarsi. Mi ordinò di rimanere a bocca aperta e non espellere l’urina perché voleva ammirare quanto oscena fosse la mia bocca colma del suo piscio. Tornò a scaricarmi in bocca un altro breve fiotto. S’interruppe ancora e riprese a masturbarsi. Seguitò in quel modo fino a che incominciai a sentirla gemere, sempre più forte. Il dito col quale si titillava il clitoride aumentò il ritmo ed anche il suo gemito crebbe di tono.
– Ahhh… godooo! –
Veniva stringendo gli occhi per l’intensa goduria, poi tornò a pisciarmi in bocca.
La mia Padrona pisciava e godeva allo stesso tempo. Che il suo orgasmo fosse molto intenso, lo capii dal fatto che non riusciva più a centrarmi la bocca con il fiotto di urina perché era scossa da tremiti. Chiusi gli occhi per evitare che l’urina me li facesse bruciare. Il mio volto sgocciolava ancora quando la Padrona cessò di gemere e urinare. –
– Adesso – mi disse – puoi svuotare il tuo cesso di bocca. –
Le ubbidii. L’urina mi grondò dalla bocca e si aggiunse all’altra che già bagnava il pavimento.
– Torna a inginocchiarti – mi ordinò fissandomi con quegli occhi penetranti e magnetici, le cui palpebre sembravano non battere mai.
L’assecondai come se l’assoggettamento che subivo lo avvertissi sempre più come un dovere-piacere.
Vidi il padrone approssimarsi a me. La semierezione del suo cazzo era sufficiente per farmi capire quanto fosse enorme se avesse raggiunto la massima durezza.
– Spalanca quella tua latrina di bocca – mi ordinò sogghignando.
La dilatai più che potevo. Lo vidi inginocchiarsi su di me e chinare la schiena verso la mia bocca. La grossa cappella era giunta a pochi centimetri dalle mie labbra. Mi ordinò di tenergli il cazzo in modo che fossi io a indirizzare il getto del piscio. Vidi l’urina uscire dal forellino dell’uretra posto in cima al glande, poi il liquido dorato dell’uomo m’inondò la bocca. Ingurgitai la prima sorsata, poi serrai la gola e lasciai che il piscio mi colasse sul collo. Incominciai a sentirmi troia veramente. La mia mente era come fosse riarsa dal desiderio di masturbarmi. La mia mano sinistra scese tra le pieghe della mia fica. Presi a titillarmi il clitoride ma lui diede uno strattone al braccio obbligandomi a desistere. Quell’impedimento lo avvertii più doloroso delle bacchettate. Era tremendo sentire un gran desiderio avere un orgasmo e non poter fare nulla per giungere a esso.
– Hai bevuto la mia urina, lercia disgustosa – mi disse lui, dopo essersi scrollato il cazzo. –
– Sì padrone! – gli risposi.
– Adesso dovrai inghiottire qualcosa di più sostanzioso, più cremoso, più denso. – Poi mi chiese se avessi mai bevuto lo sperma di mio marito.
– Sì gli risposi. –
– Di altri? – mi chiese.
– Di un mio ex fidanzato, prima che mi sposassi. – gli rivelai.
– Bene – disse lui – così, dopo, potrai paragonare il mio ai loro e dirmi quale ti è parso il più gustoso. –
Feci la mossa di prendergli la cappella in bocca, ma lui, come aveva fatto la sua donna con la fica, si ritrasse, poi mi diede un tale schiaffone da farmi bruciare la faccia.
– Lurida pompinara schifosa – non ti ho ordinato di succhiarmi l’uccello! –
– Perdonami padrone… –
Detto questo, incominciò a masturbarsi tenendo il cazzo a pochi centimetri dalle mie labbra spalancate, e anche quello era una sorta di supplizio mentale che mi cagionava. La Padrona, intanto, era tornata a masturbarsi osservandoci. Intuivo, dall’espressione della sua faccia, che stava per eiaculare. La sua masturbazione si fece frenetica. Il primo, violento schizzo, non mi centrò la bocca ma il labbro superiore; gli altri mi sommersero gola e lingua. Mi giunsero i gemiti della padrona: stava venendo ancora.
– Disgustosa pompinara, adesso rimani così – mi disse il padrone. Pio si rivolse alla sua donna chiedendole di portarle uno specchietto. Poco dopo Il padrone mi pose lo specchio davanti alla mia faccia, affinché mi rendessi conto di quanto il mio bel viso si fosse trasformato in un’oscena maschera bagnate di urina e colante sborra appena munta. Il trucco degli occhi mi era colato sulle guance, il rossetto si era sparso tutt’attorno alle labbra, il fondotinta si era deteriorato. Lo sperma che mi aveva colpito il labbro superiore, era colato sul collo e la mia bocca aperta mi rimandava uno spettacolo tanto scurrile da fare la gioia di qualsiasi lussurioso voyeur. Quell’indecente spettacolo diffondeva, però, nelle mie viscere, un irrefrenabile desiderio di sfogarmi. Guardandomi sempre in faccia, attraverso lo specchio, tornai a cercarmi il clitoride. Presi a titillarlo, rimanendo con gli occhi incollati alla visione sconcia del mio viso riflesso dallo specchietto. Già avvertivo lo stimolo dell’orgasmo scendere dal mio cervello al clitoride. Tra qualche istante il mio corpo sarebbe stato scosso da un piacere intensissimo. Pensavo mentre fissavo affascinata l’immagine che mi rimandava lo specchio:
“Sì, sono una troia, un vacca, una puttana, una degenerata una… – la mano del Padrone mi sollevò il braccio qualche secondo prima che avessi l’orgasmo.
Sentii lo stimolo del piacere fisico rientrami nella testa e spegnersi, come una ventata avrebbe spento una candela. Quale tortura psicologica era non poter eiaculare! Il padrone allontanò lo specchietto e mi disse:
– Adesso puoi inghiottire lo sperma, troia! –
Gli ubbidii inghiottendo il suo seme in una sola sorsata, poi non ressi più all’umiliazione e le lacrime mi rigarono il viso.
– Alzati! – esclamò il Padrone con un tono imperioso – ma rimani a testa china e tieni con le braccia distese lungo i fianchi. –
Mi sollevai in piedi. Rimasi come lui mi aveva ordinato, immobile, umiliata fin dentro l’animo. Avevo i piedi che sguazzavano sulla pozzanghera di piscio.
– Elga – disse il padrone – guarda che orinatoio di schiava che abbiamo trovato. Non ti fa schifo? –
– È disgustosa – rispose lei. – Adesso le farò pulire il pavimento. –
Poco dopo, nuda come un verme e con le sole autoreggenti sulle cosce, maneggiavo l’attrezzatura per dare lo straccio. Mentre mi muovevo, sentivo i loro giudizi e gli scherni.
– Elga – guarda come dondolano le mammelle della nostra schiava. Sembrano campane a festa. Sai che ti dico? Forse hai ragione tu a sostenere che le mammelle grosse e un po’ cadenti, sono più erotiche di quelle sode.
– Sì, Ulrico, e le sue sono belle grosse, con capezzoli polposi, molto sporgenti e attorniati da grandi aureole scure. Non ti fanno desiderare di sottoporli a un trattamento speciale? –
– Già – rispose lui – la tua è un’idea magnifica. –
– Credi che ritornerà questa baldracca dopo che avremo finito di impartirle la prima lezione? –
– Ne sono convinto e la volta prossima la ospiteremo nella camera delle delizie. Pensi che se lo meriti Elga? –
– Sì, Ulrico. Sono convinta che diverrà una docile schiava, pronta a tutto. –
Parlavano ad alta voce perché sentissi la loro conversazione.
– Basta così, puttana – mi ordinò il padrone. – Adesso attendi che si asciughi il pavimento, poi ti rimetterai gli abiti, andrai in bagno a rifarti il trucco e potrai andartene. –
Mezzora dopo fui condotta all’ingresso. La padrona mi sorrise, quasi dolcemente, mi diede un leggero bacio sulla bocca, come temesse di guastarmi il trucco, poi avvicinò le labbra al mio orecchio e mi sussurrò:
-Mi piaci moltissimo. Arrivederci. Ti aspetto. –
Il suo uomo mi volle stringere addirittura la mano. Ero stupita dal loro mutato contegno. Raggiunsi la mia auto, pensando che lui potesse essere il capo settore dell’ufficio di qualche grossa azienda e lei la scrupolosa segretaria di un qualsiasi professionista: una coppia della media borghesia che mascherava la loro segreta personalità sotto le sembianze di una moralità irreprensibile.

Intanto era calato l’imbrunire. Accesi i fari e mi diressi verso casa con l’ardore di un orgasmo frenato che mi friggeva tra le cosce. Più ripensavo a ciò che avevo subito, più avvertivo il viso bruciare per il desiderio di scaricarmi. Mi misi una mano tra le cosce ma subito capii quanto fosse rischioso masturbarmi mentre guidavo. Giunsi su un viale fiancheggiato da un parcheggio alberato, imboccai uno degli accessi, scelsi un angolo seminascosto da un grosso furgone, mi trassi in alto la gonna, spostai le mutande e immersi le dita nella mia fica. Bastò che titillassi il clitoride alcuni istanti per venire. Strozzai i gemiti in gola, per timore di attirare l’attenzione di qualche passante. Mai mi era capitato di provare un orgasmo tanto prolungato. Il piacere fisico mi diede un istante di tregua, poi montò ancora e ancora. Cessai di titillarmi il clitoride quando incominciò a farmi provare sensazioni simili alle scosse elettriche. Ritrassi le dita dalla fica. Erano talmente bagnate di umori che tra l’indice e il medio si erano formati filamenti viscosi. Dovetti asciugarmi con un paio di fazzolettini di carta talmente mi ero infradiciata.
Scaricata che ebbi la tensione della libido, una profonda vergogna s’impossessò del mio animo. Come avevo potuto sottopormi a un’esperienza tanto spregevole? Cadere così in basso? Permettere a quelle persone di trasformarmi in un oggetto e consentire loro di ridurmi a una latrina? Vagai lungo le strade della periferia cittadina per più di un’ora, prima di rincasare. Corsi in bagno a fare la doccia. Mi stavo asciugando quando sentii squillare il telefono fisso. Sentendo la voce di mio marito, mi salì alla gola un acuto rammarico.
– Sonia, ti ho telefonato al fisso un’ora fa ma non rispondevi, poi ho provato al cellulare ma lo tenevi spento. Ti ho persino inviato un messaggino per sollecitarti a chiamarmi. Ero preoccupato. –
– Ah, sì – risposi. Scusami, lo sai che quando vado a fare spesa al supermercato lo tengo spento. –
– Ma sono quasi le nove e mezza – perché sei rincasata così in ritardo? Occorrono soltanto venti minuti per tornare a casa se sei andata al solito market. –
Le risposi con la prima scusa che mi venne in mente. – C’è stato un incidente stradale con feriti. Il traffico è rimasto bloccato per un bel po’. – Fortunatamente avevo trovato una motivazione plausibile. Avvertii la sua voce farsi più rilassata.
– Volevo avvisarti che torno a casa tre giorni in anticipo – mi disse. Starò a casa una settimana poi ripartirò.
– Questa sì che è una bella notizia! – gli risposi con un tono che mi sforzai di fargli sembrare gioioso. In realtà la preoccupazione mi calò addosso come un velo nero. Le striature rossastre provocate dalle vergate sarebbero scomparse in così poco tempo dalla mia pelle?
Ascoltai le sue solite raccomandazioni, di tenere sempre attivo l’allarme, mettere il catenaccio alla porta e guardare dallo spioncino ogni qualvolta sentissi suonare il campanello dell’ingresso. Poi gli mandai un bacione sussurrandogli che la mia farfallina attendeva di volare sopra le nuvole e che avrei mandato il suo scarabeo in orbita. Nel nostro codice significava:
“ La mia fica attende la tua lingua e la mia bocca, il tuo cazzo.”
Abbassai la cornetta e mi guardai il seno. Notai che le striature rossastre erano già divenute meno visibili e con un po’ di crema contro gli arrossamenti cutanei avevo buone speranze di farle scomparire.

Le mie speranze si avverarono perché la crema anti rossore anticipò la scomparsa dei segni sui seni, ma non pensavo più che fossi stata fustigata anche sulla schiena, infatti, mentre mio marito si accingeva a chiavarmi, prendendomi da dietro, mi disse:
– Hai qualche lieve stratura rosa sulla pelle, Sonia. –
Mi sentii gelare il sangue, poi mi ripresi quando aggiunse:
– Credo che l’elastico del reggiseno e il gancetto ti provochino un po’ d’allergia. Dovresti cambiarlo.
– Grazie, amore – gli risposi. Ecco perché avvertivo un po’ di prurito, ma adesso non pensarci e fammelo sentire nel buchetto stretto. – Sapevo che andava in orbita quando la proposta di possedermi nel secondo canale glie la facevo io. Mi tolse il cazzo dalla fica e me lo ficcò in culo. Era talmente eccitato che raggiunse l’orgasmo dopo una decina di affondi. Io, pur titillandomi il clitoride, mentre mi sodomizzava, dovetti fingere l’orgasmo talmente ero rimasta tesa perché lui avesse notato le striature delle vergate. Ripromisi a me stessa, che mai e poi mai avrei accettato di tornare a incontrare quella coppia. Troppi erano gli azzardi cui andavo incontro e troppa era la degradazione e fisica che subivo.
Il mattino dopo, destai mio marito facendogli un pompino. Gli succhiai uccello e testicoli a lungo prima di accogliere in bocca il suo sperma e inghiottirlo. Poi gli servii la colazione a letto. Così attenuai i miei sensi di colpa.

Mio marito tornò a fare il suo lavoro di manager responsabile del settore estero. Durante le sue assenze rivedevo i filmati hard e mi masturbavo nel silenzio ovattato del mio salotto, evitando volutamente di rivedere quello sadomaso. Incominciai, però, a chiedermi se lo evitassi per il timore di desiderare un altro incontro con Elga e Ulrico. Infine non ressi alla tentazione e decisi di rivederlo. Fu come se dentro di me qualcosa si sciogliesse in languore e quando vidi la scena della ricca signora, che si faceva urinare addosso dall’autista di suo marito, mentre l’inconsapevole coniuge attendeva in macchina, il mio stomaco parve liquefarsi e raggiunsi un orgasmo tanto intenso che mi avvolse la vagina al punto da provocarmi un copioso schizzo di eiaculato.
La settimana successiva, mio marito si recò all’estero ed io tre ore dopo che era partito, inviai una mail alla coppia.

– Cortese coppia, sono passati quasi due mesi da quando ci siamo incontrati e voglio essere sincera: mi eri proposta di non volere più saperne di avere esperienze masochiste ma adesso incomincio a provare sensazioni strane, come se avvertissi la vostra mancanza. Che cosa devo fare? –

Alle ventuno della stessa sera ricevetti la risposta.

Ciao, schiava! Pensavano di averti perduto, invece eccoti, in pieno luglio, a implorare un altro incontro, perché è questo che vuoi, altrimenti non ci avresti scritto. Ti proponiamo di passare il fine settimana nella nostra casa di campagna, dove abbiamo realizzato “LA CAMERA DELLE DELIZIE”. Partiremo venerdì pomeriggio alle diciassette in punto e torneremo domenica sera verso le ventuno. Se deciderai di farci compagnia ne saremo lietissimi. Ti riserveremo un trattamento speciale. Non è necessario che tu ci risponda. Dovrai farti trovare a camminare speditamente sul marciapiede, presso la palazzina in cui ti abbiamo ospitato, come fossi una passante qualunque, che si reca in fretta da qualche parte. Saremo ad attenderti nel nostro SUV, pronti per partire. Sarà emozionante, per noi, stare nell’incertezza che tu possa ripensarci e non venire, in caso contrario ti raccomandiamo la puntualità.

Avevo due giorni per decidermi. Passai quasi tutta notte in bianco pensando a quali trattamenti sarei stata sottoposta in quella che loro chiamavano, CAMERA DELLE DELIZIE. Certamente mi avrebbero riservato trattamenti più spinti rispetto a quelli che mi avevano inflitto la volta precedente. Cercai di immaginarmi come potessero essere quelle prove che non lasciavano segni permanenti sulla pelle. E dovevano essere tanti visto che avrei trascorso con loro due giorni. Avvertivo inquietudine ed eccitazione allo stesso tempo. Mi chiesi se paura ed eccitazione altro non fossero, che le due facce della stessa medaglia in questi frangenti. Dovetti alzarmi da letto e andare a masturbarmi in bagno per far calare la tensione. Mi addormentai alle prime luci dell’alba. Avevo sognato di essere stata portata in un bosco. Lì la coppia mi aveva legato come un salsicciotto a un albero, con la faccia rivolta verso il tronco e le mammelle che premevano contro la rugosa corteccia. Il Padrone si era seduto sull’erba, dall’altra parte del tronco e aveva allungato le braccia per giungere ai miei glutei. Me li aveva allargati in modo che il mio orifizio anale fosse esposto e la padrona aveva iniziato a battermi tra i glutei con la bacchetta flessibile. E mentre lei mi vergava con l’assicella, si erano messi a ridere entrambi, risate secche e perfide, compiacimenti perverssi perversi per il dolore che mi provocavano. A un tratto la Padrona aveva cessato di colpirmi; con la coda dell’occhio l’avevo vista maneggiare un grosso fallo di gomma. Aveva avvicinato le labbra al mio orecchio per bisbigliarmi che aveva intenzione di infilarmelo tutto nel culo, usando come lubrificante soltanto lo sputo.

Il sogno mi aveva fatto secernere una tale quantità di umori che il secreto aveva trapassato le mutandine e bagnato il lenzuolo.
Feci colazione seguitando a pensare alle forti emozioni che la coppia di sadici sarebbe stata capace di procurarmi. Cercai di allontanare il pensiero recandomi a fare acquisti. Le persone che conoscevo e i negozianti mi salutavano gentilmente, rivolgendomi sorrisi cortesi ignorando quali torbidi pensieri passassero nella mente di colei che era stata sempre giudicata una distinta signora, con modi garbati di colloquiare, atteggiamenti misurati e portamento signorile.
Tornata a casa, cercai di convincermi di non andare all’appuntamento, ma fui presa da una strana agitazione che si quietò soltanto quando, in modo definitivo, presi la decisione di tornare da loro.
Telefonai a mio marito il giorno dopo, prima di recarmi all’appuntamento.
– Tesoro mi rispose – avevamo convenuto che ti avrei chiamato io stasera. Perché mi hai anticipato? –
– Amore, ho voluto farti una sorpresa. Non ti ha fatto piacere perché sei in dolce compagnia di qualche bella manager? –
– Sciocca, lo sai che non ti tradirei per nessun’altra al mondo. –
– Chissà? – replicai – maliziosa.
– Dormi si due guanciali tesoro – Domani sera ti telefonerò io. D’accordo? –
– D’accordo amore – Sentii che mi schioccava un bacio attraverso il cellulare, ignaro che la sua amata sposa stava per andare a farsi “torturare”.
Amavo profondamente mio marito ma la smania di sentirmi soggiogata, asservita e schiavizzata, mi faceva ardere la fica.

Giunsi presso la palazzina con qualche minuto di ritardo: nella nostra città il traffico è terribile. Vidi che la coppia nel SUV parcheggiato, poco distante. Trovai l spazio per posteggiare l’auto, lontano una cinquantina di metri. Afferrai la borsetta, la piccola ventiquattrore e mi affrettai a raggiungere i miei padroni.
– Lui abbassò il vetro del finestrino per dirmi con un’espressione biasimante:
– Accomodati nel sedile posteriore, schifosa infedele. –
Viaggiammo verso la periferia, ci inoltrammo in aperta campagna e risalimmo per qualche chilometro una strada secondaria in leggera salita. Giungemmo in una zona nella quale una vasta pineta si alternava a spazi occupati da villini. Ci fermammo presso un grazioso chalet. Quella villetta sembrava la residenza di campagna di una coppia benestante con prole, piuttosto che il luogo in cui si consumavamo giochi sadomaso. Un giardinetto presentava necessità di essere curato. L’erba si era fatta alta e in un angolo cresceva l’ortica. Piante di rose, ormai senza fiori attorniavano il giardino.
I volti dei miei aguzzini erano astiosi quando salimmo i quattro gradini che conducevano al portoncino coperto da una tettoia in coppi. Lui aprì la porta e mi spinse dentro. Richiuse la porta rabbiosamente e mi diede un tale schiaffo da farmi indietreggiare.
– Come hai osato – disse guardando l’orologio – ritardare di sette minuti? –
– Ho trovato i semafori rossi e molto traffico. –
– Dovevi tenere conto di questi inconvenienti, fetida scrofa. –
– Ho chiamato mio marito, prima di partire, così lui non mi chiamerà fino a domani.-
– Elga – disse lui alla sua donna – hai sentito che cosa ha fatto, questa spudorata fedifraga? –
Lei annuì, rivolgendomi un sorriso gelido come una lastra di ghiaccio, poi gli suggerì di punirmi.
– Hai sentito che cosa ha detto la tua padrona? – ringhiò lui fissandomi torvo.
– Che devi punirmi Padrone. –
– Mi giunse un secondo schiaffo. Istintivamente portai la mano a coprirmi la guancia colpita.
– Ripeti la frase baldracca. –
– Che devi punirmi Padrone. –
– Così va meglio, ma abbassa la mano dalla guancia, subito! –
Lo feci e lui mi colpì con un terzo schiaffo.
– Inginocchiati, repellente puttana – mi ordinò – e leccami i mocassini, fino a che non ti dirò di alzarti. Poi chiedimi perdono. –
– Sì Padrone… – Presi a leccargli le scarpe e quando la mia fica cominciò a bagnarsi ebbi la consapevolezza di essere, non solo masochista ma anche dissoluta. Che cosa avrei ancora accettato che mi facesse quella coppia di sadici? Quante prove dolorose e umilianti mi avrebbero fatto subire? Leccavo e mugolavo, passavo da una scarpa all’altra e tornavo a leccare.
– Elga – disse il padrone rivolgendosi alla sua donna – senti come mugola – questa schifosa troia. –
– La sto sentendo – rispose lei – credo che questa vacca ci farà passare uno dei fine settimana più libidinosi che ci sia mai capitato. Questa ributtante troia sembra nata con l’istinto di essere soggiogata. Credo che ti leccherebbe anche il buco del culo se glielo chiedessi.
– Buona idea – commentò lui – ridacchiando – ma prima dovrà farmi un’accurata toletta ai piedi. – Si rivolse a me chiedendomi se avessi sentito ciò che aveva detto alla sua donna.
– Si Padrone – gli risposi umilmente.
– Bene! – esclamò lui. Levami le scarpe, i calzini, inizia a leccare e non azzardarti a sollevare la testa fino a che non ti giungerà il mio ordine di smettere. –
– Come vuoi Padrone – risposi chinandomi.
– Puttana, succhia cazzi – disse lui alzando il tono della voce – d’ora in poi, quando darai risposta a un mio ordine, dovrai dire: Sì mio Padrone e Signore. –
– Sì mio Padrone e Signore – risposi iniziando a levargli scarpe e calze.
Lui si fece portare una sedia dalla sua donna, si mise comodo ed io cominciai a leccargli i piedi che emanavano un acuto fetore di sudore.
– Vuoi sapere una cosa, sozza schiava? – non me li lavo da quando abbiamo ricevuto la tua mail. Adesso lecca anche tra le dita, immonda puttana. Lì c’è più sapore. Ecco, così bravissima! Oh che bello! Hai una lingua favolosa, troia infedele. È gustoso il sapore dei miei piedi? –
– Sì mio Signore e Padrone, molto gustoso. –
– Bugiarda! Ti fa schifo invece, ma tu sei una tale pervertita che godi per lo stesso disgusto che provi. Non è così troia? –
– Sì, mio Padrone e Signore, è così. –
– Allora seguita a leccare ributtante femmina. –
Rimasi china a leccargli i piedi fino a che lui non mi disse di smettere e sollevare la testa.
Vidi che aveva tirato in basso la cerniera dei pantaloni. Il suo cazzo svettava tra la stoffa, grosso e gonfio di sangue.
– Leccami la cappella, schifosa baldracca. Poi succhialo come fosse un gelato.
Ubbidii ai suoi ordini.
– Adesso prendimelo tutto in bocca, lurida succhia cazzi! Le tue labbra dovranno toccarmi le palle.
– Tentai di farlo e ci riuscii, ma ficcarsi in gola un cazzo che non misurava meno di venti centimetri, non fu facile e quando giunsi a toccargli con le labbra i testicoli mi sentivo gli occhi fuori dalle orbite. Tornai a leccargli il glande rigirando la lingua su esso come quando si lecca il gelato per impedire che coli. Con la coda dell’occhio vidi che la sua donna si era denudata. Il suo fisico statuario era esaltato da una marcata abbronzatura. Nella mano sinistra aveva una sigaretta accesa e con le dita della destra si trastullava la fica.
A un tratto il padrone mi spinse indietro malamente e mi disse:
– Stavi per farmi venire, schifosa succhia cazzi ed io non ho nessuna intenzione di incominciare a scaricare la mia libido, proprio adesso che ti ho a disposizione per due giorni. –
Detto questo il Padrone si sollevò in piedi, poi s’inginocchiò sulla sedia e trasse in basso pantaloni e mutande. Alla mia vista apparvero glutei muscolosi e torniti.
– Adesso allargami le chiappe – disse divaricando un po’ le gambe -poi incomincia fare quello che la tua mente sozza ti suggerisce. –
Gli allagai i glutei. Vidi il suo buco del culo pelosissimo e lo sfintere che si rilassava e si stringeva negli spasmi dell’attesa. Ciò che mi accingevo a eseguire non lo avevo mai fatto, nemmeno con mio marito, ma quell’orifizio raggrinzito e peloso, suscitava in me un’attrazione quasi magnetica. Gli potevo vedere la parte posteriore dello scroto e i grossi testicoli che ciondolavano. C’era meno peluria in quella parte dei genitali. Davanti a quello spettacolo la mia inclinazione alla lussuria prese a galoppare al ritmo delle palpitazioni cardiache che avvertivo. Avvicinai il viso ai glutei ma, invece di toccare con la lingua il buco del culo, la mia bocca scorse un po’ più in basso. Un istante dopo la mia bocca era piena di un testicolo del Padrone, caldo e morbido. Lo sentii mugolare di goduria, dirmi che dovevo succhiarglielo, avvolgerglielo con la lingua, poi strofinargliela tra lo sfintere e l’attaccatura dello scroto, proprio nel punto in cui s’ipotizza ci sia il punto G maschile. Che quello corrisponda al punto G dei maschi non lo so ma mio marito, spesso, mi chiede di strofinargli un dito proprio lì mentre gli faccio un pompino e vi assicuro che avverte un orgasmo più intenso. Evidentemente quella è una zona in cui passano molti terminali nervosi.
– Hai le qualità per divenire un’ottima schiava – mi disse il padrone – ma non hai ubbidito al mio ordine, pertanto, questa sera, a cena, dovrai mangiare INSALATA CONDITA CON LA CREMA PALLIDA. Adesso inizia a leccarmi il culo, lercia bagascia!- – Come vuoi Padrone e Signore. Vorrei soltanto sapere – mi azzardai a chiedergli – se ti abbia fatto piacere sentire che ti strofinavo la lingua sul perineo. –
– Tu non puoi chiedere – sudicia baldracca, ma soltanto obbedire e per questa tua incauta domanda subirai, domani, il – TRATTAMENTO DELLE FOGLIE VERDI – Adesso obbedisci: voglio sentire le tue labbra aperte tra le mie chiappe e premute contro lo sfintere perché voglio sentire la tua lingua entrare nel buco dal quale mi esce la merda, anzi mi è venuta un’idea. – Si rivolse alla sua compagna e le chiese di andare a prendere il vasetto della cioccolata spalmabile, le disse di spalmargliela abbondantemente tra le natiche, poi si rivolse a me dicendomi:
– Stavolta sarò magnanimo e desidero che il tuo primo viaggio con la lingua nel mio buco del culo sia dolce ma non sperare che di marrone assaggerai sempre la crema al cioccolato e nocciole. Adesso incomincia leccare bagascia schifosa, lurida sozza.
Eccitata e col cuore in gola, gli allargai i glutei, aprii la bocca, premetti le labbra attorno al suo orifizio anale, trassi fuori la lingua e ne spinsi la punta contro lo sfintere perché si allargasse.
– Premi di più troia – m’incitava lui – schifosa lercia vacca, spingi di più, di più ….sì, sì così! –
Indurendone la punta, ero riuscita a infilargliela nel culo qualche centimetro. Lui seguitava a impormi di ficcargliela ancora più a fondo ma essendo obbligata, dalla posizione che avevo assunto, a premere il naso tra i suoi glutei, respiravo a fatica.
– Ficcamela ancora più giù quella tua lingua lecca cazzi e buchi del culo, troia schifosa, ributtante maiala! –
Feci del mio meglio per accontentare il Padrone. Non potevo accertare quanta lingua le avessi infilato nell’orifizio anale, sicuramente tre o quattro centimetri, e a parte la difficoltà di respirazione le mie papille linguali non mi rimandavano sensazioni disgustose, bensì di morbidezza e tepore al punto che cominciai a esserne affascinata. A un tratto dovetti ritrarmi per riprendere fiato. Ritrassi la lingua in bocca e avvertii il sapore della cioccolata da spalmare. Immaginai quanto il mio viso si fosse macchiato di quella crema al cioccolato.
– Perché ti sei ritratta puttana indegna dell’anello che hai al dito! – esclamò lui con un tono rabbioso. Si voltò a guardarmi, scoppiò in una fragorosa risata e mi disse:
– Sembra che tu abbia leccato la sostanza marrone che defechiamo invece che la cioccolata spalmabile –
Pure la sua compagna, vedendomi la faccia sporca di cioccolata, rise ad alta voce. Poi disse:
– Ulrico, mi è venuta un’idea: se gliela facessimo assaggiare davvero? –
– Che cosa? – le chiese lui, ben sapendo a che cosa si riferisse la padrona ma volendo giocare col piacere mentale di parlarne ad alta voce.
– Hai capito che cosa intendo, Ulrico – disse lei
– Dovremmo domandare alla nostra schiava se accetta, non ti pare, Elga?- Commentò lui, poi aggiunse:
– Questa è una richiesta particolarmente estrema, la più abietta di tutte. Bruceremmo le tappe se glielo proponessimo stasera e lei accettasse. E poi dovremmo avere lo stimolo enterico, non è facile come pisciarle in bocca. Che ne dici, Elga, se le rivolgessimo la proposta domenica mattina e domani sera mangiassimo legumi per essere certi di svuotarci? – E poi dobbiamo ancora addestrarla a subire molte prove. –
Sentii che la Padrona gli rispose:
– Saggezza di sadico in progressione, amore mio – gli disse, poi mi ordinò di spogliarmi completamente tranne le autoreggenti, di rimanere con la faccia sporca di cioccolata e raggiungere, spostandomi carponi, l’angolo del locale che m’indicava con un braccio teso, come si fa con un cane per mandarlo a cuccia. –
– Adesso è tua – disse al suo compagno – La vidi entrare in una stanza. Poco dopo cominciai ad avvertire odore di carne che stava cuocendo alla griglia. Pure il padrone scomparve dietro un’altra porta.

IL GIOCO DELLE PINZETTE

Qualche minuto dopo, vidi tornare il padrone con un largo collare di cuoio sul quale era attaccata una lunga catena; me lo allacciò al collo, legò l’estremità a un termosifone e mi ordinò aprire la bocca e trarre fuori la lingua. Pensai mi avrebbe fatto leccare il suo cazzo un’altra volta, ma lui si frugò in tasca e ne trasse una molletta da bucato di legno. All’inizio non riuscivo a capire che cosa ne avrebbe fatto. Me la mise sulla lingua, sia per impedirmi di chiudere bocca, che per ammirare sadicamente lo spettacolo che gli offrivo ovvero legata a una catena, nuda, con la faccia sporca di cioccolata spalmabile, la bocca aperta e la molletta applicata alla lingua. Quello’oggetto, non mi provocava un dolore eccessivo, probabilmente perché la molla non stringeva troppo, ma sicuramente contribuiva a dare un’immagine di me sottomessa e umiliata.
– Ti fa male? – mi chiese.
Feci un cenno negativo con la testa.
– Non hai che da farmelo capire, sollevando gli occhi al cielo e interromperò il trattamento. –
Lo vidi frugarsi ancora in tasca, trarne una seconda molletta e applicarmela anch’essa sulla lingua. L’aumentato stringimento iniziò a provocarmi un po’ dolore ma godevo per l’umiliazione che ero obbligata a subire.
Lui mi disse di allagare le cosce, poi m’insinuò le dita tra i peli della fica. Sul suo volto vidi apparire un’espressione stupita.
– Sei fradicia! – esclamò
Trasse dalla tasca dei pantaloni altre due mollette e, con un ghigno sadico, me le applicò sulla carne tenera che formava le piccole labbra della fica. Gemetti per l’acuto dolore che provai. Lui, pur con un ghigno malvagio, mi chiese se volevo che me le togliesse ma avvertivo una forte smania di resistere. Godimento e dolore si diffondevano nel mio corpo come onde alternate. Gli feci cenno di no. Dopo pochi istanti avvertii il dolore attenuarsi come se da acuto dovesse cronicizzarsi, ma lui volle seguitare il trattamento accrescendo la pressione delle mollette. Prese altre due mollette dalla tasca, ne aprì una e me la applicò sulla parte esterna di una delle due che già premevano sulla pelle delicata delle mie piccole labbra. Rimasi per un istante senza respiro, però resistei al dolore. La molletta che il padrone mi aveva applicato alla lingua, m’impediva di stringere i denti. Sollevai gli occhi al cielo, per dire “BASTA”. Avvertii le lacrime rigarmi il viso.
Il padrone liberò per prime le mie piccole labbra da quei caserecci ma efficaci strumenti di tortura e quando mi liberò anche la lingua, trassi un profondo sospiro, ma avvertii anche una sensazione di vuoto fisico, come se il dolore fosse divenuto una parte importante delle mie pulsioni sessuali e lo agognassi ancora.
Il Padrone mi disse di andare in bagno, portandomi dietro abiti e borsetta, lavarmi farmi degli sciacqui di acqua fresca alle piccole labbra, vestirmi e truccarmi.
– Tra poco la cena sarà pronta – mi disse con un tono quasi cortese – e la tua Padrona ci tiene che ti presenti a tavola, vestita e ben truccata. –

L’INSALATA CONDITA CON CREMA PALLIDA

Ce la misi tutta per rimettermi in ordine e quando mi ripresentai, lo feci a testa bassa, attendendo che i Padroni mi concedessero il permesso di guardarli.
– Alza lo sguardo, schiava – mi ordinò la padrona.
– Sì signora Padrona. – Mi osservò con occhio critico poi mi disse:
– Sei molto brava a truccarti, in modo sobrio e misurato. Complimenti schiava! Hai proprio l’aspetto di una bella signora della media borghesia, distinta e cortese, alla quale la gente del quartiere non lesina ossequi e mai immaginerebbe quanto tu sia depravata, non è così? –
Rimasi in silenzio a rimuginare quanto lei avesse colto nel segno.
– Troia! – disse la padrona come mi avesse letto nella mente – stai pensando alla tua doppia personalità, eh? Tu sei capace di godere mentalmente pensando alla gente che ti crede una signora decorosa e ignora la tua lercia natura, le tue sozze voglie di femmina perversa che gode nel farsi urinare in bocca. –
– Sì Signora Padrona. –
La Padrona fece un sogghigno soddisfatto, poi mi ordinò di apparecchiare.
Poco dopo ero a tavola con loro. Per cena la Padrona aveva preparato tagliata di vitello e insalata, messe in due ciotole diverse. Fu lei stessa a servirmi e mentre lo faceva mi sorrise pure, ma quando mi accinsi a prendere l’oliera per condire l’insalata, mi bloccò la mano dicendomi che per me era riservato un condimento particolare.
A quel punto il padrone si alzò in piedi mi venne accanto, poi mi disse di trargli in basso pantaloni e mutande. Lo feci. Il suo cazzo, svettò grosso, duro e con asta contornata da vene gonfie di sangue.
– Succhialo schifosa pompinara! – esclamò.
Presi a succhiarglielo con foga ma la sua brama di eiaculare era stata fino a quel punto tanto repressa, che me lo tolse di bocca dopo nemmeno un minuto. Poi seguitò a masturbarsi da solo. Quando eiaculò, indirizzò i primi getti di sperma sull’insalata, poi sopra la tagliata che avevo sul piatto. Non rammento che mio marito avesse eiaculato tanto abbondantemente quanto lui. L’insalata era striata in superficie della sua sborra densa e biancastra; la carne lo stesso. Credo non avesse voluto eiaculare durante i miei precedenti trattamenti, per riservare tutto il suo carico di sperma a quel condimento.
M’imposero di miscelare bene sperma e pietanze, poi mi ordinarono di iniziare a mangiare. Sebbene avessi fame, mangiai avvertendo una sensazione di disgusto, al punto che un paio di volte mi toccò reprimere il senso del vomito. Però com’era successo con le precedenti prove dolorose, ebbi la sensazione di appagare la mia parte inconscia e credo sia stato quella pulsione sottomissiva a impedirmi di vomitare.
La padrona aprì una bottiglia di vino DOCG e ne versò il contenuto sul mio calice da vino ma quando feci per portarmelo alla bocca, lei me lo impedì. Lo prese in mano, si alzò in piedi, disse al suo uomo di tenerle sollevata la gonna, avvicinò il calice alla sua fica e ci pisciò dentro due zampilli dorati. Mi ordinò di mescolare i liquidi e di bere il cocktail, suggerendomi, con un risolino malizioso, di sorseggiarlo per meglio degustarlo. Bevvi senza dare loro la sensazione di provare repulsione.

LA CAMERA DELLE DELIZIE

Mi fecero sparecchiare e lavare i piatti.
Verso le ventidue il Signore Padrone propose alla sua compagna di condurmi nella CAMERA DELLE DELIZIE.
– Ok disse lei – spingendomi in malo modo verso una porta che fino a quel momento era rimasta chiusa.
– È tutta tua – rispose lui dicendole che sarebbe uscito in giardino a cogliere le foglie e i rametti, senza specificare di quali foglie rametti si trattasse. – Lo vidi infilare sulle mani guanti da giardinaggio e uscire. Mi venne spontaneo chiedermi che cosa fosse andato a raccogliere.
La padrona aprì la porta del misterioso locale e accese la luce. Ciò che vidi mi fece provare un brivido e fremere allo stesso tempo. C’erano molti strumenti disposti ordinatamente sulle varie zone dell’ampia stanza. Al suo centro dominava un tavolo lungo almeno due metri. Il ripiano era coperto con ampio drappo chi giungeva a toccare il pavimento e impediva di vedere che cosa ci fosse sotto. Due catene, che avevano grosse fasce di cuoio alle estremità inferiori, erano applicate al soffitto con uno strano congegno. In un altro lato del locale c’era una semplice sedia di legno. Accanto ad essa uno strano sedile di legno massello, alto forse più di mezzo metro e largo altrettanto, attirò la mia attenzione perché, al suo centro c’era un’apertura ovoidale simile a quella del water. Su un’angoliera erano disposti cazzi di gomma con la forma anatomica di quelli veri, cunei di tutte le dimensioni e colori. Uno in particolare attirò la mia attenzione. Si trattava di un cuneo a cinque grandezze variabili lungo una ventina di centimetri.

APPESA A TESTA IN GIÙ

La Padrona mi condusse presso le catene che ciondolavano dal soffitto, mi ordinò di spogliarmi completamente ad eccezione delle autoreggenti; mi disse di sdraiarmi sotto di esse, quindi premette un bottone. Evidentemente le catene erano attivate da un congegno elettrico perché sentii un ronzio, poi le vidi abbassarsi. La padrona mi legò entrambi i piedi, ognuno a una fascia di cuoio, quindi attivò il congegno che sollevava le catene. Fermò il meccanismo quando avevo le gambe sollevate. Mi chiese se dovesse seguitare a sollevarmi. Tremavo per l’emozione e mi sentivo la bocca riarsa per la tensione nervosa. Non sapevo se dirgli di seguitare ad alzare le catene o a sciogliermi.
– Deciditi, lercia bagascia, o ti slego e ti riaccompagneremo in città.
– Signora Padrona, lo faccia ma lentamente. –
– Beh questo te lo posso concedere – rispose lei. – Il meccanismo elettrico che solleva le catene è regolabile. –
– Grazie Signora padrona. – avvertii il ronzio, poi le catene presero elevarsi e il mio corpo incominciò a distendersi verso l’alto, capovolto. Anche il bacino incominciò a staccarsi da terra. Il ronzio cessò e con esso il sollevamento del mio corpo. Adesso toccavo il pavimento soltanto con le spalle e la testa. La padrona mi chiese se dovesse seguitare a sollevarmi. Le diedi il consenso. Tornai ad avvertire il ronzio e il mio corpo riprese a sollevarsi, prima le spalle, poi la testa; quindi anche le braccia si staccarono dal pavimento. Mi trovai appesa a testa in giù con le mani che annaspavano a qualche decina di centimetri dal pavimento. Mi giunse un ronzio leggermente diverso dall’altro. I miei piedi incominciarono ad allontanarsi. Fui colta dal panico. La padrona se ne accorse e mi volle rassicurare dicendomi che le guide non consentivano al meccanismo di allargarsi più sessanta centimetri. Mi domandai come potessi sopportare trattamenti tanto umilianti, eppure scoprivo sempre più che li accettavo e ne godevo, perché la mia fica seguitava a colare umori.
Vidi la porta esterna aprirsi e il Padrone rientrare. Sebbene guardassi il mondo capovolto, notai che teneva tra le mani, guatante, un fascio di foglie e quelle che mi parvero rametti di un qualche tipo di pianta. Posò ciò che aveva raccolto sul ripiano della cassettiera, mi fissò sogghignando, tolse uno strano oggetto da un cassetto, si approssimò a me, poi rivolgendosi alla sua donna disse sogghignando:
– Vedo che stai già cuocendo nel suo brodo questa baldracca adiposa. –
– Non esagerare Ulrico, ha solo qualche filo di grasso in più. Non puoi pretendere che le donne abbiano tutte un corpo atletico come il mio. Lei è una bellezza naturale. A me piace, non ha cellulite ed è soda.
– È tutta tua Elga. – rispose lui. Si chinò per osservare da vicino i miei seni che ciondolavano verso il mio viso, in modo innaturale e soggiunse con un ghigno di disprezzo. Guarda, Elga, che mammelle flaccide presenta la troia maritata in questa posizione. –
Il Padrone mi girò attorno e mi squadrò attentamente, quindi commentò:
– Le cosce e glutei di questa porca migliorerebbero molto se dimagrisse una decina di chili. – Si rivolse a me chiedendomi:
– Quanto sei alta, schiava! –
– Un metro e settanta – risposi.
– Quanti chili pesi? –
– Settantantasei – risposi tremante.
– Dovresti dimagrire almeno una decina di chili. – disse il Padrone ad alta voce. Mi prese un seno in mano e me lo sbatacchiò per fare notare alla Padrona come dondolasse.
– A me piacciono proprio così le mammelle – disse la padrona – grosse e un po’ cascanti per il loro peso. E poi questa maiala, ha dei begli occhi, una bella chioma, un gran bel viso ed è masochista fino al midollo. Si avvicinò, m’infilò due dita nella fica e, sentendola fradicia di umori disse:
– Potrei anche invaghirmene. – Si leccò le dita facendo schioccare la lingua.
– Come puoi innamorarti di una bagascia che avrà dieci anni più di te Elga! Ti meriti una schiavetta ventenne. –
– Mi piacciono le femmine un po’ più mature – gli rispose lei.
– Come vuoi! Sarà davvero tutta tua, dopo il trattamento, perché sono convinto che ritornerà da noi come un cagnolino in cerca del padrone perduto. –
Detto questo, il Padrone mi piazzò davanti al viso lo strano oggetto che aveva tolto dalla cassettiera e disse che mi avrebbe percosso con quello.
Era una specie di mestolo di legno che non terminava col solito cucchiaione, ma con una specie di largo quadrifoglio piatto. Si piazzò alle mie spalle e fece dondolare il mio corpo come si trattasse di un’altalena ma senza esagerare. Sentii una bruciante mestolata nel momento in cui il mio corpo raggiungeva il punto più prossimo a lui. Mi diede un’altra spinta, poi mi batté ancora. Seguitò così per una decina di volte. In seguito capii perché usava quella specie di mestolo che terminava con un largo quadrifoglio: picchiando di piatto, colpiva una vasta area della mia pelle. In quel modo otteneva due effetti, quello di cagionarmi molto dolore e non ferire profondamente l’epidermide, lesioni che sarebbero potute essere cagionate da sottili verghe.
Quando il Padrone terminò di battermi, i glutei mi bruciavano come li avessero messi vicino a carboni ardenti.
Abbassarono le catene, mi slegarono i polsi e mi lasciarono lì per terra, a soffrire per i colpi che avevo subito.
Entrambi i Padroni sorridevano maliziosamente. Avevo una sete tanto tremenda che mi azzardai a chiedere:
– Signori Padroni, posso avere un bicchiere d’acqua? –
– Mi giunse uno schiaffo in pieno viso, dato dal Padrone. Mi negò l’acqua, in compenso mi disse che potevo attaccarmi alla fonte del suo cazzo, se avessi voluto bere ma che mi sarei dovuto accontentare di poco liquido perché non avvertiva lo stimolo di pisciare. La Padrona fu invece più compassionevole. Si recò a prendermi da bere e ne portò un grosso calice pieno d’acqua più della metà. Si accovacciò e vi pisciò dentro fin quasi all’orlo. L’urina spumeggiò sull’acqua e la fece divenire di colore paglierino. Mi porse il calice dicendomi che in quel modo aveva trasformato l’acqua in birra alla spina. Bevvi avidamente.

I padroni mi lasciarono sola per una ventina di minuti e quando rientrarono nella STANZA DELLE DELIZIE, lei sorreggeva un vassoio sul quale erano posate tre tazzine dalle quali si espandeva un buon aroma di caffè espresso. La padrona prese una tazzina e si chinò per porgermela, sorridendomi. Andò a prendere l’altra, tornò a sedersi accanto a me e disse:
– Bevi, è buono. L’ho addolcito con un cucchiaino e mezzo di zucchero. Sperò che sia di tuo gradimento. –
Mi fissò con occhi quasi dolci, poi si mise a elogiare i miei occhi, sussurrandomi quanto fossero profondi e belli, a lodare il taglio delle mie labbra, e dirmi quanto avessi i capelli setosi. Mi chiese se avessi mai avuto un rapporto amoroso lesbico di quelli durante i quali c’era solo tenerezza e languore. Annuii.
– È stato un rapporto fuggevole il tuo, oppure duraturo? – mi chiese.
– Duraturo – risposi. Ci siamo frequentate per quasi due anni, sebbene lei fosse fidanzata. Poi si è sposata e si è trasferita in un’altra città. –
Lei annuì e mi sorrise con dolcezza. Sorseggiammo il caffè assieme fissandoci negli occhi. Il suo sguardo divenne talmente dolce da farmi quasi dimenticare quanto ancora mi bruciassero i glutei. Quant’era strana l’indole umana. Quella donna era sì una sadica, ma sapeva anche avere momenti di tenerezza.
– Ti voglio baciare! – mi disse.
– Puoi fare di me ciò che vuoi Signora Padrona – le dissi come se le parole mi fossero uscite da dentro spontaneamente.
Avvicinò le labbra alle mie lentamente, poi le nostre bocche si unirono: scambio di salive che sapevano ancora di caffè, lingue che si toccavano languidamente, poi il suo modo di baciare divenne via, più aggressivo. Mi presi il labbro inferiore tra i denti e me lo strinse fino a farmi gemere. Si alzò di scatto, disse al padrone di scoprire il tavolo. Poi mi ordinò di alzarmi in piedi e portarmi accanto ad esso.

IL TAVOLO DEI SUPPLIZI

Finalmente vedevo l’oggetto misterioso che dominava la parte centrale della stanza. Il pianale era fatto di un robusto materiale trasparente come vetro. Notai che poteva essere allungato, ma solo mentre lo “sperimentavo” ne compresi il perché. Sul pianale c’erano due fori circolari larghi una quindicina di centimetri, e con gli spigoli smussati. Sotto di esso era piazzato uno specchio largo quanto il pianale. La padrona mi ordinò di sdraiarmi bocconi sul pianale e introdurre le mammelle sui due fori, poi fece scorrere il secondo pianale per fare in modo che un terzo foro, combaciasse con il mio viso. Mi ordinò di infilarcelo dentro. Lo feci introducendolo fino a che le orecchie non mi impedirono di andare oltre. Adesso il mio viso trapassava per metà il terzo foro. Lo specchio piazzato sul pavimento rimandava la mia faccia intimorita per quello che poteva ancora accadermi. Vedevo dal basso i miei seni sporgere dai due fori, e un po’ più offuscato dallo spessore del materiale trasparente, il resto del mio corpo nudo. Iniziai a tremare quando i padroni m’immobilizzarono le braccia con una cordicella da scalatori sistemandomele distese lungo il corpo, poi mi legarono i piedi appaiati. Avevo il cuore in gola e avvertivo la mia fronte sudare freddo. Ero immobilizzata in balia delle loro stranezze sadiche e quel tavolo si rivelava come uno strumento minaccioso. Li sentivo parlottare sottovoce senza riuscire a vedere che cosa facessero perché la mia testa rimaneva bloccata dalla strettoia del foro. Potevo solo arguire, dalla direzione delle voci, che si trovavano accanto a quella specie di canterano. Sentii i loro passi approssimarsi. Vidi il padrone chino, su un lato del tavolo, poi mi apparve la sua faccia ghignante. Mi disse sottovoce che stava per cagionarmi del bruciore con una delle cose più banali che si potessero trovare in campagna. Allungò un braccio, all’altezza delle mie mammelle che sporgevano dai fori. La sua mano guantata stringeva un ciuffo di qualcosa che mi fece accapponare la pelle: ORTICA.
Ecco che cosa era andato a prendere. Sgranai gli occhi nel vedere il ciuffo di foglie avvicinarsi lentamente ma implacabilmente ai miei seni. Lui ci godeva ad avvicinare le foglie urticanti alla mia pelle con sadica lentezza. Le foglie più alte del ciuffo erano ormai a qualche centimetro dalle mammelle quando fermò l’avanzata chiedendomi:
– Puttana schifosa, vuoi che accarezzi le tue mollicce mammelle con queste delicate foglie? –
Era come se la voce rimanesse paralizzata nella mia gola. Il buon senso mi suggeriva di dire al Padrone di allontanare le foglie, togliermi da quell’orribile immobilità, dalla sensazione di totale impotenza e consapevolezza di essere alla mercé di quei due perfidi sadici, tanto perversi quanto rispettosi delle regole che ci eravamo dati. Ero certa che non avrebbe mai dato inizio all’irritante carezza se non glielo avessi permesso, ma qualcosa di perverso mi suggeriva di ridurmi a mera carne dominata e tormentata, momento dell’altrui crudele piacere che nello stesso istante in cui lo provavano, sublimava anche il mio.
– Che tu sia una pervertita ce ne hai già dato più che una prova, perciò voglio una risposta subito o ti tolgo da quella posizione, ti carico in auto e ti riporto indietro! – Dammi il tuo consenso vacca dissoluta! –
Dissi un sì sospirato.
– Non ti ho sentito – disse lui.
– Alzai il tono della voce . – Sì! – Vedevo la parte più alta del ciuffo di foglie quasi lambirmi la delicata pelle delle mammelle.
– Dillo più forte, squallida baldracca, lurida troia, ficaccia rotta! –
– Sì, accarezzami le mammelle con l’ortica – Urlai. Una schifosa pervertita come me non si merita altr…. Ahhh! – Non potei trattenere un grido. Il padrone mi strusciava delicatamente l’erba di fuoco sui seni, senza risparmiare aureole e capezzoli. L’irritazione che mi cagionava lo strusciamento dell’ortica sulla pelle delicata delle mammelle diveniva sempre più cocente. Vedevo la mia faccia riflessa dallo specchio piazzato sotto il tavolo. Ero stravolta dalla sofferenza ma anche indotta dall’insano desiderio di resistere a quella raffinata, perversa tortura. – Ancora, ancora! – gridai in un tormentato spasmo di piacere-dolore. Ebbi un improvviso orgasmo con emissione di liquido che mi fece emettere un prolungato mugolio.
Vidi la mano del Padrone muoversi con più decisione. Il tocco leggero delle foglie si trasformò in uno strofinamento più deciso e i peli urticanti della tremenda pianta trasformarono le mie mammelle in ardenti focolai di acuto patimento. Le lacrime mi gocciolavano copiose sullo specchio sottostante ed esso mi rimandava i tratti del mio volto deformati dalla sofferenza e il braccio del padrone che stringeva il mazzo di ortica e seguitava a strofinarmelo sui seni. Resistei ancora, forse per mezzo minuto prima di emettere una parola gemuta e smozzicata: bas… basta!| Ti prego Signore e Padrone: basta!-
Vidi il fascio di foglie allontanarsi dalla mia pelle e il braccio ritrarsi. Poco dopo sentii più di due mani slegarmi e togliermi da quell’umiliante posizione. Sollevai il busto dal tavolo e mi aiutarono a scendere. Il mio cervello era in fiamme come la mia pelle. Guardai i miei seni arrossati. Mi tramavano le gambe, un brivido faceva tremolare le mie membra, però mi sentivo profondamente appagata. Il Padrone mi stava sostenendo per aiutarmi a reggermi in piedi, quando udii la Padrona gridare:
– Ulrico, questa troia ha eiaculato sul tavolo! –
Subito dopo la Padrona mi prese per i capelli e premendomi una mano sulla nuca mi obbligò ad abbassare la testa sul tavolo e mi disse:
– Pulisci la tua sborra con la lingua, lurida vacca. Adesso lecca. – Mi tenne il viso accostato al tavolo e mi obbligò a leccare il mio umore dal tavolo. Poi ordinò di mettermi supina sul pavimento, mi raccolse i capelli in una sola grossa ciocca e con una delle cordicelle adoperate per legarmi al tavolo, la annodò a una estremità di essa, poi stringendo l’altro capo con entrambe le mani, prese a trascinarmi sul pavimento, fino a che non raggiungemmo una porta. La aprì e mi strascinò dentro una stanza arredata con un letto matrimoniale e un armadio a muro. Mi slegò i capelli, mi ordinò di sdraiarmi sul letto, poi uscì dalla stanza dicendomi che sarebbe ritornata.
I seni mi bruciavano, avevo le membra indolenzite per essere rimasta sul tavolo in quella strana posizione. Supposi che quella seviziatrice tornasse per sottopormi a chissà quale altro fantasioso supplizio e che le degradazioni mentali e carnali sarebbero seguitate almeno fino alla luce dell’alba. Attesi fissando la porta con gli occhi sgranati ma quando la padrona tornò reggeva un vassoio sul quale era posata un una piccola bacinella ed un bicchiere di latte fumante. Si sedette su un lato del letto e posò il vassoio sul comodino. Mi sorrise con estrema dolcezza, mi disse di sollevare il busto e mi porse il bicchiere di latte caldo. Sul palmo dell’altra mano la scatola delle aspirine.
– Prendine una – mi disse – ti farà passare il bruciore più rapidamente. Poi bevi il latte. –
Bevvi avidamente, poi lei mi fece ritornare supina, prese un largo panno bianco dalla bacinella, strizzò l’acqua in eccesso, e con esso mi coprì le mammelle. Ebbi un’immediata sensazione di sollievo.
La Padrona si sdraiò di fianco a me e il suo sorriso divenne ancora più mansueto. Accettai il suo bacio in bocca come prova che pure lei potesse avere sentimenti teneri. Mi succhiò la lingua delicatamente. Capivo che voleva fare il maschio e glielo permisi assoggettandomi alle sue carezze. Ricambiai suggendole i capezzoli. Mi chiese di stringerglieli tra i denti fino a farle male. Lo feci. La vidi contorcersi e la sentii mugolare come una gatta in calore. Ci baciammo ancora. Quella femmina era una creatura malvagia che racchiudeva in se un’indole appassionata e sentimentale. Mi leccò la faccia, il collo, strisciò la lingua su tutto il mio corpo. Mi giunse alle cosce, me le leccò con delicatezza. La sua testa si abbassò fino ai miei piedi. Sentii la sua lingua leccarmeli sul dorso e sotto la pianta, poi tra le dita gemendo piano, come se ne traesse un piacere mentale sublime: La padrona che diveniva schiava, che capovolgeva il suo ruolo. Tornò a baciarmi appassionatamente. Si distaccava dalla mia bocca per sussurrarmi parole d’amore.
– Sei bella, il tuo corpo profuma, voglio assaporare tutto di te: la tua saliva, la tua urina, gli umori della tua fica. Abbiamo tutta la notte per darci piacere. Ti bruciano ancora i seni, tesoro? –
– Un po’ – risposi ma avverto che l’aspirina sta facendo effetto. Il tuo uomo verrà? –
– No! Forse si masturberà pensando a noi che ce la lecchiamo e in questo momento desidero leccarti la fica più di ogni altra cosa al mondo. È da quando sei entrata in casa che non aspetto altro, ma ho voluto attendere perché l’attesa è essa stessa, piacere. Vuoi leccarmela pure tu? –
– Oh sì – le sospirai. – Sì, sì! –
– Un bel sessantanove sopra lo scendiletto? –
– Sì, dove vuoi tu, Padrona – risposi con un filo di voce. –
Poco dopo eravamo sdraiate sul largo scendiletto, capovolte ma di fianco. Le allargai le piccole labbra: profumo di fica che non sentivo dal rapporto amoroso avuto con la cugina di mio marito. Lei fece altrettanto. Sentii la sua lingua titillarmi il clitoride, poi cessò per dirmi:
– Avverti lo stimolo di fare pipì? –
– Un po’ – le risposi.
– Pure io – disse lei. Poi aggiunse:
– Desideri che ce la facciamo in bocca vicendevolmente? –
– Sì Padrona – risposi – voglio sentire il sapore del tuo piscio, prima di leccartela. –
Fui io a iniziare a pisciarle in bocca, poi avvertii il suo zampillo caldo sommergermi la lingua. Ne bevvi due sorsi prima di farla fuoriuscire da un lato della bocca. Mi giunse il rumore del mio zampillo nella sua. Poi, sebbene le mammelle mi bruciassero ancora, le leccai la fica con ardore e lei fece altrettanto con la mia. –
Sentii la porta aprirsi e la voce rabbiosa del padrone urlarmi:
– Puttana schifosa, Lercia baldracca, immonda troia, come hai osato leccare la fica della mia donna! –
Sconcertata, fissai la Padrona. La sua espressione era tornata dura. Capii che l’amabilità con cui mi aveva trattato, era parte di un gioco sadico che sarebbe ancora durato. Vidi il padrone avvicinarsi, prendermi per i capelli e trascinarmi ancora nella STANZA DELLE DELIZIE. Quali supplizi avrei dovuto ancora sopportare quella notte? Vidi che su un’ampia sedia con la seduta fatta di una sostanza plastica molto liscia era stato applicato un pene in lattice (lungo una ventina di centimetri) dotato di una ventosa che aderiva alla seduta. Poi vidi la padrona togliere dalla cassettiera del canterano un flacone di acqua ossigenata e del cotone. Intrise un batuffolo di cotone con l’acqua ossigenata e lo strofinò sui due rametti, come per disinfettarli. Erano gli stessi che il padrone aveva portato in casa assieme ai ciuffi di ortica.
Il padrone raggiunse il quadro dei comandi, fece calare dal soffitto un’imbracatura dotata di larghe bretelle e mi avvolse ad essa, poi mi sollevò in aria di un metro e mezzo, quindi mi pose sul viso una maschera senza fori per gli occhi e mi spalmò sul mio ano quella che mi parve crema lubrificante, dopodiché avvertii il ronzio di un meccanismo elettrico che mi sollevava ancora più in alto. Le bretelle dell’imbracatura mi avvolgevano il corpo in modo tale indurre i miei glutei a esporsi verso il basso. Sebbene fossi sospesa in aria, l’imbracatura mi sosteneva in modo tale che le bretelle, bilanciando il peso delle mie membra, mi facevano sentire come non avessi massa corporea. Erano quelle che mi sorreggevano passandomi sotto le ascelle, inducendomi a tenere gli avambracci distaccati dal corpo, a darmi la sensazione di sospensione nel vuoto, quasi di volare. Capii quale sarebbe stato il loro nuovo perverso gioco: mi avrebbero calato in modo che il grosso fallo di lattice mi penetrasse nell’ano, penetrazione indotta dal peso del mio corpo. Avvertii ancora il ronzio: il meccanismo mi riportava di nuovo in basso. Poi si fermò. La padrona mi bisbigliò in un orecchio che quella sarebbe stata per me una prova ancora dolorosa, però mi assicurava che nessun segno permanente sarebbe rimasto nel mio corpo. Vidi Ulrico avvicinarsi. Aveva tra le mani una di quelle palline, grosse all’incirca come quelle del ping-pong, imbracata a una cintura.
– Apri la bocca che te la devo turare con questa – mi ordinò.
Gli ubbidii e lui me la infilò quasi tutta in bocca, legando la cintura dietro la nuca affinché rimanesse bloccata, quindi mi bendò con una mascherina nera senza fori per gli occhi.
Udii la voce della padrona sussurrami in un orecchio:
– Vuoi esse sottoposta, scrofa immonda, lorda bevitrice di urina, alla prova della penetrazione anale e delle spine? –
Non risposi. Pensai che la penetrazione anale l’avrei sopportata ma non riuscivo a capire a che cosa si riferisse dicendo “prova delle spine”. Sentii una forte bacchetta colpirmi sullo stomaco.
– Rispondi – reagì la padrona ad alta voce – bagascia schifosa – perché non abbiamo tempo da perdere. Vogliamo avere il tuo consenso, puttana, oppure ti toglieremo di lì. –
Capii infine, che cosa volesse significare la frase “prova delle spine”. Quei rametti che lei aveva sterilizzato erano cauli di rosa. Avvertii un formicolio sul cuoio capelluto e la pelle delle braccia accapponarsi. Provavo tuttavia un forte impulso di autopunizione, come volessi castigarmi per comportarmi così all’insaputa di mio marito, oppure soltanto perché avevo una personalità sottomissiva e godevo nel soffrire senza che ci fosse una ragione inconscia particolare se non il desiderio perverso di succhiare il piacere dalla sofferenza.
Pensai alla mia normale vita di relazione, ai cortesi saluti che mi faceva la gente del quartiere, alla cortesia con la quale i negozianti mi servivano e alla vergogna che avrei provato se avessero scoperto l’altra faccia della mia personalità. Immaginai che fossero lì a guardarmi e a disprezzarmi. La voce della Padrona mi riportò al presente. Siccome non le avevo dato ancora una risposta, disse al suo compagno di attivare il meccanismo di discesa e togliermi dall’imbracatura.
Signora Padrona – le chiesi – non mi tolga dall’imbracatura, voglio provare. –
– Chiedimelo “per favore” schiava – mi redarguì lei.
– Per favore – risposi con la voce vibrante ansia e smania di sottopormi anche a quel nuovo tormento della carne.
– Avvisaci muovendo il capo, come per dire “basta” per fare terminare la sessione. Annuii.
Mi giunse il rumore del meccanismo che tornava ad abbassarsi. Sentii che qualcuno spostava il sedile, sicuramente per consentire al cazzo finto di essere allineato al mio sfintere. Poi la punta del toys premette sul mio orifizio anale. L’abbassamento divenne più lento, forse perché i miei padroni volevano godersi ogni istante della penetrazione. Iniziai ad avvertire dolore. Sentivo il grosso cazzo di gomma penetrare il mio perineo sempre più in profondità, poi avvertii delle leggere punture sui glutei. Il mio corpo adesso calava quasi impercettibilmente sulla sedia e il dolore delle punture aumentava allo stesso modo. Improvvisamente il movimento di calata aumentò e il dolore che avvertii salì dai miei glutei al cervello, come una lama rovente. Non riuscii a trattenere un prolungato un mugolio gutturale, l’unico lamento che la pallina poteva consentirmi di fare. Adesso mi trovavo completamente seduta sulla sedia. Il cazzo di gomma mi era penetrato completamente in culo, fino alla ventosa. I miei glutei avevano premuto sopra i gambi delle rose e le loro spine mi erano penetrate nella carne. Il dolore che sentivo era di un’intensità indicibile. Non saprei dire quante spine mi avessero punto le carni ma non meno di una decina. Avvertivo di avere gli occhi sbarrati sotto la mascherina e la mia bocca era costretta a rimanere aperta, bloccata dalla pallina, dischiusa in un muto urlo di dolore, tuttavia una parte di me urlava di goduria, di un piacere che sovrastava le pene fisiche. Era come se la mia mente spremesse il dolore e lo trasformasse in un ardente godimento cerebrale.
La Padrona m’introdusse due dita nella fica, poi riferì al Padrone:
– Questa vacca si è eccitata al punto da avere la fica tanto fradicia da poterci attaccare dieci manifesti. Premi Ulrico pigiala giù più forte, falla mugolare! –
Sentii le mani del padrone premere con forza sulle mie spalle. La puntura delle spine si fece insopportabile. I glutei tormentati seguitavano a rimandarmi sensazioni d’insopportabile dolenza e indescrivibile piacere. Raggiunsi un orgasmo tanto intenso da annientare il dolore. Godetti come mai avevo goduto, e seguitai a godere per un tempo che, se pur di alcuni secondi, mi parve infinito. Eiaculai tanto di quell’umore da bagnare il sedile e colare sul pavimento. Terminata la vampata del piacere fisico, non ce la feci più a sopportare il dolore e scossi la testa per dar il segnale di togliermi da quel tormento.
Lo fecero all’istante. Il dolore dovuto alla pressione del mio corpo sui gambi delle rose si attenuò, ma i cauli erano rimasti attaccati ai miei glutei a causa delle spine conficcate nelle mie carni. Sentii la Padrona dare due strappi secchi, poi vidi che gettava i gambi in un angolo. Il dolore divenne molto meno intenso. Sospirai di sollievo ma la Padrona mi ordinò di chinarmi e mi disse:
– Lecca tutto ciò che è fuoriuscito dalla tua fica, lercia puttana. Lecca, lecca, lecca ancora. –
Leccai il sedile, leccai il pavimento fino a che lei mi prese per i capelli e mi trascinò come un sacco vuoto, per tutta la stanza, poi disse a Ulrico:
– Adesso dai il contentino a questa bagascia se lo vuole. Si rivolse a me chiedendomi se volessi essere chiavata da Ulrico.
– Sì Padrona… – dissi farfugliando.
– Allora dillo ad alta voce maiala schifosa! –
– Voglio essere chiavata, Padrona! –
– Subito dopo il Padrone mi mise alla pecorina e mi schiaffò il suo cazzone nella fica. Mi chiavò con tanta vigoria che le mie mammelle dondolarono come campane a festa e la Padrona si masturbò guardandomele. In quella circostanza non riuscii a raggiungere il piacere ma loro gemettero all’unisono come avessero sincronizzato l’orgasmo. LASCIARE SPAZIO CAPOVERSO.
Ero sfinita ma dal loro mutato comportamento (si trasformarono in premurosi ospiti) compresi che i trattamenti erano terminati, almeno per quel giorno. Mi disinfettarono accuratamente i forellini che le spine avevano lasciato sui miei glutei, dai quali erano fuoriuscite alcune gocce di sangue. Fuori albeggiava quando mi accompagnarono nella camera degli ospiti dopo essere stata a fare una doccia ristoratrice.
Mi consentirono di dormire fino a mezzogiorno e mi trattarono con tanta cortesia da sbalordirmi. Nel pomeriggio mi fecero calzare un paio di scarpe sportive e passeggiammo nel bosco. Ridemmo e scherzammo, come amici di lunga data Ci fermammo sulla sponda di un torrentello e riposammo, poi quando il sole si avviò al tramonto, tornammo indietro, ma sorpassata la porta dello chalet, La Padrona mi afferrò per i capelli e mi ordinò di inginocchiarmi. Feci in tempo a guardare quanto fosse ritornato spietato il suo volto. Tolse le scarpe sportive, mi ordinò di sfilarle i calzini bianchi e farle un bidet di lingua ai piedi sudati per la camminata.
– Lecca bene tra le dita, lercia bagascia, troia schifosa e non fermarti fino a che non riceverai il mio ordine di farlo. –
Sentivo sulle papille l’afrore dei piedi sudati ma le leccai i piedi fino a che non glieli feci lustri. Incominciavo ad avere le mascelle indolenzite quando mi disse che potevo cessare, ma davanti alla mia faccia vidi apparire due piedi maschili e il padrone ordinarmi:
– Pulisci anche i miei, lercia baldracca. Poi preparati a soffrire ancora.
Leccai ancora e ancora. Poi la padrona mi sottopose alla solita ispezione vulvare.
– Ulrico, questa schifosa troia si è già infradiciata. È tua e sottoponila al trattamento che desideri. Falla soffrire! Intanto io attendo di avvertire lo stimolo. –
– Non ho dubbi – rispose lui. – Di solito hai una regolarità cronometrica a fare “quella”. Spero che anche stasera lo sarai. –
Mi chiesi che cosa significasse quella conversazione. Che cosa avrebbero ancora escogitato quei due sadici per farmi soffrire, umiliare, ridurmi a carne domata?
Il Padrone mi riprese per i capelli e mi riportò nella CAMERA DELLE DELIZIE.
Ordinò che mi denudassi completamente poi mi fece accomodare sul largo tavolo trasparente, rimettermi bocconi e inserire faccia e seni nelle aperture. Mi si accapponò la pelle perché pensai che volessero sottopormi ancora una volta al supplizio della carezza urticante. Con la coda dell’occhio vidi il Padrone togliere dalla cassettiera alcuni oggetti e chinarsi. Quando allungò il braccio sotto il tavolo, vidi che cosa fossero: oggetti simili alle mollette da bucato ma con le pinze più ampie e rivestite di una parte che mi parve fatta di materiale piuttosto cedevole. Vidi la mano allungarsi verso i miei ciondolanti seni, le dita che allargavano una pinzetta, poi essa che mi veniva applicata a un capezzolo. L’attrezzo lo strinse senza cagionarmi un particolare dolore. Il Padrone mi applicò un’altra pinza al secondo capezzolo. Pure questa non mi cagionò un particolare dolore ma incominciai a sentirlo quando il Padrone sovrappose un’altra pinza a quella precedente obbligando la prima a premere di più sul capezzolo. L’altra mammella subì lo stesso trattamento. Il dolore che avvertivo incominciava a essere quasi insopportabile. Sentii la Padrona umettarmi l’ano, poi qualcosa di non particolarmente grosso mi penetrò nell’orifizio. La padrona mi disse che mi aveva introdotto in culo un pene artificiale di quelli che si potevano gonfiare con una pompetta; infatti sentii il mio sfintere dilatarsi lentamente. Sarei stata sodomizzata ancora.
– Godi troia, disgustosa bagascia lecca cazzi. Adesso ti dilaterò il culo fino alla tacca di sei centimetri – disse.
– Mi rammentai il filmato porno e del cazzo gonfiabile che dilatava il culo della signora. Adesso quelle immagini erano divenute realtà. Intanto la Padrona si era rivolta al compagno dicendogli che doveva sovrapporre due terze mollette alle seconde. Sgranai gli occhi per il terrore di sentire troppo male in quella ulteriore perversa prova di progressiva dolenza. Vidi sotto di me il volto del padrone sogghignare. Mi chiese se volevo mi applicasse anche le terze mollette. Esitai a rispondere.
– Vuoi che seguiti o no troia! Dammi il consenso o ti toglierò tutte le pinzette – disse digrignando i denti.
– Rimasi ancora titubante. Nel frattempo la Padrona, lentamente ma progressivamente seguitava a dilatarmi il culo con il cazzo gonfiabile.
– Conto fino cinque – disse il Padrone, dopodiché ti toglierò tutte le mollette! Uno, due… –
Qualcosa mi spingeva a soffrire di più, a raggiungere il limite estremo della sopportazione. Volevo che il dolore mi esplodesse nel cervello come il grande scoppio della creazione universale.
– Tre, quattro, cin… –
– Sì, sì, sììì – gridai e, mentre la padrona terminava di gonfiarmi in culo il cazzo artificiale, nella dilatazione da lei voluta, il padrone applicò entrambe le terze mollette. Emisi un sordo grido strozzato. Dovevo avere il volto deformato da una maschera di dolore, ma godevo, godevo e ogni attimo che resistevo al dolore conquistavo un piacere sconfinato: lampi blu, rossi e gialli esplodevano nel mio cervello. Infine dissi: – BASTAAA! –

Quando mi tolsero dal pianale trasparente, avevo le lacrime agli occhi e mi tremavano le gambe al punto che mi dovettero sorreggere, ma qualcosa scorreva lungo le cosce cosce. Mi resi conto di avere ancora eiaculato.
Venni adagiata su un plaid in un angolo della stanza. Sentii il padrone che chiedeva alla padrona:
– Avverti lo stimolo, Elga ? –
– Ancora no, Ulrico – rispose lei. – Certe cose non vengono a comando. –
– Forse, se cenassimo, dopo… –
– Forse – rispose lei.
– Io invece avverto lo stimolo – sentii che le mormorava lui.
Mi chiesi che cosa ancora volessero farmi.
– Ti massaggio la pancia, Ulrico? Così ti aumenterò lo stimolo – disse lei.
La Padrona iniziò a frizionare l’addome del Padrone con un lento movimento circolare. Vedevo lui che socchiudeva gli occhi come volesse rilassarsi per spingere il suo corpo ad aumentare uno stimolo. La Padrona seguitava a frizionare la pancia del padrone e ogni tanto mi lanciava occhiate come per farmi intendere che dovevo essere sottoposta, per quel giorno, all’ultima sessione di umiliazione.
– Seguita a massaggiarmi l’addome Elga, lo stimolo sta aumentando – le suggerì il Padrone. Lui si rivolse a me ordinandomi di sdraiarmi sul pavimento, supina, e mettere la faccia sotto il sedile con il foro che aveva la forma della tazza di un water. Cominciai a capire che cosa mi sarebbe accaduto. Avrei sceso l’ultimo gradino della degradazione, la cancellazione della mia dignità, il fondo melmoso della dissolutezza fisica e mentale.
– Sbrigati, disgustosa bagascia – tonò lui. – Certe cose non si possono attendere più di tanto o lo stimolo potrebbe regredire. Adesso hai compreso che cosa ti sta aspettando? –
– Si, padrone – risposi con un tono ubbidiente, sollevata dall’idea che quell’atto, se pur rappresentasse il massimo della degradazione, non mi avrebbe sottoposto ad altre prove dolorose. –
– Ti defecherò sulla faccia – mi spiegò lui sogghignando – e tu dovrai metterti in modo che le mie feci ti cadano sulle labbra, perché non possiamo pretendere, già stasera, che tu attenda la mia merda a bocca aperta. – Poi aggiunse:
– Sei disposta a subire quest’oltraggio indolore ma che annienterà la tua dignità riducendoti a una puzzolente latrina? –
– Si padrone – risposi sommessa.
– Dillo più forte, vacca schifosa, anzi dovrai pronunciare questa frase “Signor Padrone, desidero umilmente che lei mi deponga in faccia la sua preziosa “cioccolata”-
Signor Padrone – ripetei – desidero umilmente che lei mi deponga in faccia la sua preziosa “cioccolata”.
Posi il viso al centro del foro. Il Padrone poggiò i glutei sull’apertura ed io potei vedere, a qualche decina di centimetro dal mio viso, la zona pelosa anale e l’orifizio sfinterico che aveva iniziato a contrarsi e rilassarsi.
– Preparati, lurido cesso – mi disse lui – che sto per defecarti in faccia. –
Iniziai a vedere il suo sfintere dilatarsi. La condizione di trovarmi a subire l’atto più degradante in assoluto, mi eccitò al punto da chiedergli se potevo masturbarmi mentre lui cacava.
– Sì te lo consento, perché sei stata un’ottima allieva – disse con il tono alterato di chi è impegnato a tendere l’addome per facilitare la fuoriuscita degli escrementi.
Iniziai a masturbarmi. Con la coda dell’occhio vidi la padrona che, sedutasi sul pavimento, aveva spalancato le cosce e guardando la scena, si autochiavava con un gigantesco cazzo di gomma.
Vidi qualcosa di marrone spuntare dall’orifizio anale del Padrone, qualcosa di piuttosto grosso. Ecco adesso lo vedevo meglio. Era un escremento solido e compatto, a forma di cilindro; ciondolava dallo sfintere del Padrone e si allungava verso il mio viso. Cominciai a sentirne l’odore. Quel fetore e quella visione, invece di schifarmi, moltiplicarono la mia eccitazione. Accelerai il titillamento del clitoride. Lo stronzo, formato da feci dense, si allungava verso la mia faccia. Era fuoriuscito di una decina di centimetri e seguitava a venire fuori dagli intestini del Padrone. Avvertivo gli stimoli dell’orgasmo giungermi al fatato bottoncino. Spostai la posizione della faccia perché l’escremento si depositasse esattamente sopra le mie labbra. Mi sentivo, sudicia, lercia, troia e depravata ma anche immensamente appagata per ciò che stavo per subire. Immaginavo che da un momento all’altro lo stronzo si sarebbe staccato. Accelerai ancora di più la mia masturbazione. I miei primi gemiti si diffusero nella stanza mescolandosi a quelli della padrona. Vidi lo sfintere del padrone contrarsi come volesse separarsi dalla lunga e grossa massa di feci. L’escremento si staccò nel momento stesso in cui, presa dall’intensità dell’orgasmo, aprii la bocca. Quel lungo cilindro marrone mi cadde tra le labbra aperte, caldo e fumante. In parte si piegò e fuoriuscì da un loro lato. Mentre godevo, zampillando eiaculato, ancora una volta, la Padrona emetteva gemiti prolungati di goduria. Le mie narici mi rimandavano l’odore della merda fresca, e le papille gustative, il suo acre sapore.

RITORNO A CASA
Tornai a casa la domenica sera verso le ventitré. Mi gettai sul letto togliendomi soltanto le scarpe, talmente ero spossata. Dormii dodici ore filate e quando mi destai, mi parve un sogno tutto ciò che avevo vissuto. Sì avevo sognato, non poteva essere che avessi accettato consensualmente di subire tutto ciò che mi tornava in mente: la fustigazione, la poggia dorata, lo schiacciamento progressivo dei capezzoli con le mollette, la carezza dell’ortica, la sodomia, l’insalata condita con lo sperma, la “carezza” delle spine di rosa e la defecazione in bocca.
Mi tolsi gli abiti. Vidi le striature rosate delle bacchettate sulle mammelle. Rabbrividii. Giurai a me stessa che mai e poi mai avrei incontrato un’altra volta quella coppia di sadici. Rimasi in casa per tutto il lunedì mattina. Il giorno dopo, mi recai a fare la spesa presso il minimarket del mio quartiere. Fui oggetto di saluti e ossequi dai da parte dei proprietari, dei commessi e dei clienti che mi conoscevano. Rabbrividii nel pensare che due giorni prima mi fossi consensualmente sottoposta a trattamenti indicibili. Mi sforzai di rispondere, in modo disinvolto e con misurati sorrisi, ma avevo la sensazione che potessero leggermi nel pensiero.

Quando, dieci giorni dopo, tornò mio marito, non esisteva più alcuna traccia sulla mia pelle dei supplizi che avevo subito. Accadde però una variante strana, nei nostri rapporti sessuali. Gli proposi di sodomizzarmi appoggiandomi al tavolo del soggiorno dopo avermi legato le mani dietro la schiena. Lo eccitò moltissimo fare l’amore in quel modo piuttosto singolare.
– Lo hai imparato vedendo qualche scena sadomaso soft nei filmati porno che ti ho regalato? – mi chiese con un risolino malizioso.
– Tu che cosa pensi? – gli risposi ricambiando il sorrisetto.
– Penso proprio di sì –
– Se ti regalassi dei video in cui i protagonisti giocassero con le pinzette e la cera bollente? – mi propose lui sussurrandomelo in un orecchio – accetteresti di soggiacere alle medesime punizioni? –
– Amore, adesso non esagerare – risposi fissandolo con un’espressione rimproverante. – Non avrei mai immaginato che tu celassi tendenze tanto sadiche.- – Tutti occultiamo qualcosa – rispose lui.
– Certo – soggiunsi – ma tutto ha un limite non ti pare? –
– Naturalmente – rispose lui dandomi un leggero bacio sulla fronte. – Adesso andiamo a letto a farci una bella dormita. –

Mio marito rimase a casa una settimana prima di tornare all’estero ma fin dal secondo giorno della sua assenza cominciai a masturbarmi pensando ai supplizi che mi avevano fatto subire Ulrico ed Elga. Mi ero ripromessa di non incontrarli più ma la mia fica ribolliva per il desiderio di rivederli. Il terzo giorno decisi di mandare loro una mail.

Padrona Elga e Padrone Ulrico, fremo dal desiderio di rivedervi e di essere sottoposta ai vostri supplizi; attendo con ansia un vostro invito.”

Quattro ore dopo ricevetti la risposta:

Ciao, troia schifosa, eravamo certi che saresti tornata a cercarci. Faremo cantare di dolore la tua carne senza lasciarti segni permanenti. La prossima volta ti porteremo nel bosco e ti sottoporremo alla colata della cera bollente sui capezzoli, ti fustigheremo le natiche, poi ti metteremo tra i glutei una frasca d’ortica fresca di giornata. Ti appenderemo a testa in giù all’albero dei dolci tormenti, ti urineremo in bocca e sarà il turno della tua padrona a defecarti in bocca, se sarai tanto fortunata che a lei venga quello stimolo corporale. Poi ti fustigheremo ancora le mammelle, ti stringeremo i capezzoli con pinzette speciali fornite di un meccanismo che consente di graduare lo stringimento, ti metteremo carponi e ti cavalcheremo a turno nel dolce silenzio della natura. Infine faremo il pic-nic sulla tua schiena. Ah ci stavamo dimenticando di informarti che il luogo è pieno di zanzare tigre e tu sarai nuda, senza protezione di lozioni antipunture. Ciao a presto:
Elga & Ulrico.

Subito dopo avere letto il messaggio, inviai la risposta.
– Sì, Padroni, accetto! –

ancorate u fradicia al punto che mi si era infradiciata alche lui mi posò entrambe le mani sulle spalle e prese ad accarezzarmele delicatamente, come volesse ricompensarmi per tutto il dolore che sopportavo, improvvisamente le sue mani mi strinsero le carni come morse e mi spinse in basso dicendomi: godi ripugnante bagascia, godi e urla di dolore troia nauseante

Mi venne di pensare a quante sfaccettature potesse avere l’animo umano, come potesse essere complicata la sfera della libido e il piacere che era possibile trarree, sia dalla dolcezza che dalla brutalità.

Schifosa
Repellente
Ributtante
Disgustosa

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