Weekend da nonnina by Brunohorned [Vietato ai minori]




Weekend da nonnina di Brunohorned New!

“Come dalla nonna? Ma perchè?” Matteo non crede alle sue orecchie. Sua madre
Silvia le ha appena detto che dovendo lei andare ancora una volta a Viterbo per
le cure termali, e non fidandosi a lasciarlo solo in casa, ha chiesto a sua
madre se poteva tenerlo con lei: “E’ l’unica che ti può tenere; a zia Antonella
non posso chiederlo perchè questo weekend rientra suo marito e vorranno stare da
soli”. “Non posso stare con Gabriella?” chiede il ragazzo, alludendo alla
sorella di 8 anni più grande. “Scherzi? E che stai li a reggerle il moccolo?
Quella non vede il compagno per tutta la settimana, figurati se ti vuole fra i
piedi” Silvia non era mai molto delicata con il figlio. E come al solito, Matteo
non riusciva mai ad imporsi con lei, nonostante i suoi 20 anni; fra i due c’è
pochissimo dialogo; la donna non sa neanche che il figlio ha una ragazza da un
paio di mesi, Sara. L’unica a saperlo è sua zia Antonella, con la quale lui
divide parecchi segreti, l’ultimo dei quali è l’orgia che hanno fatto quando la
madre lo ha parcheggiato da lei per un weekend; è stato poco più di due mesi
prima e in quell’occasione il ragazzo si è sverginato; pochi giorni dopo è
uscito la prima volta con Sara ed è stato come un colpo di fulmine reciproco;
non hanno ancora fatto sesso, ma quando sta con lei si sente in cima al mondo;
purtroppo però il prossimo weekend lei è fuori con i genitori. Che palle, due
giorni interi solo con la nonna; e poi non la vede da parecchio tempo, lui era
molto affezionato al nonno che purtroppo però era morto da ormai 8 anni. Il
venerdì pomeriggio arriva rapidamente, madre e figlio escono insieme, perchè lei
non gli lascia le chiavi di casa, e prendono il metrò; lei scende alla stazione
e lui prosegue per poi prendere l’autobus che lo porta a 100 metri dal villino
dove sta la nonna. Ci mette 10 minuti a percorrere quei 100 metri, non gli va
proprio di andarci; si chiede perchè debba avere una madre così stronza. Alla
fine si rassegna e citofona al cancelletto: “Ciao nipotino” lo saluta la voce
della nonna dal videocitofono; il cancello scatta e lui lo richiude alle sue
spalle incamminandosi per il breve vialetto; vede la porta aprirsi e poi si
blocca. Sua nonna Eleonora si è affacciata sorridente; indossa un paio di
fuseaux neri che le scendono oltre le ginocchia e ai piedi ha un paio di sandali
molto eleganti; ma è quello che vede sopra a turbarlo; un giacchetto di tuta
molto aderente e chiuso da una lampo; chiuso fino a un certo punto però, perchè
evidentemente oltre non può arrivare; la nonna ha due tettone spaventose e la
lampo sembra dover esplodere da un momento all’altro. Il solco che si intravede
sopra la chiusura è magnifico. Matteo si scuote e si accosta alla nonna, che lo
bacia sulla guancia e lui la ricambia; ha la sensazione che la nonna lo abbia
baciato molto all’interno della guancia, e che con l’angolo delle labbra abbia
sfiorato l’angolo delle sue. Ma no non è possibile dai: “Nonna complimenti,
ti trovo in splendida forma”. “Beh vorrei vedere; il mio nipotino viene a
passare il weekend da me, a farmi compagnia; devo essere il più possibile
giovanile”; Eleonora richiude la porta e si rivolge al nipote: “Vai a posare la
borsa nella stanzetta a destra e mettiti comodo; poi parliamo un po’, è
tanto che non ci vediamo e mi devi raccontare un po’ di cose. Matteo si
toglie i jeans e indossa un paio di calzoncini che ha in borsa; si toglie anche
la camicia e mette una fruit e soprattutto si toglie i calzini e mette le
ciabatte infradito. Torna al salone e trova la nonna seduta sul divano; su suo
invito si siede accanto a lei e iniziano a discutere. Parlano un po’ dei
parenti, dell’università e degli amici; Matteo preferisce non parlare di Sara
alla nonna, almeno non subito; ciononostante la chiacchierata è piacevole; la
nonna racconta del fatto che è quasi sempre sola ma che in fondo non le
dispiace; le figlie la vanno a trovare almeno una volta alla settimana e lo
stesso fa Beatrice, la sua sorella di 10 anni più giovane e che non si è mai
sposata. Insomma per essere una 70enne di fresco, la nonna si rivela molto
gradevole. Matteo non pensa più a quanto era incazzato prima di entrare li; e
poi quelle tettone; fa molta fatica a distogliere lo sguardo per guardare la
donna in viso; alla fine non resiste e chiede: “Nonna, posso farti una domanda
un po’ intima?”. “Certo caro, ma non ti garantisco una risposta sincera”
risponde la donna sorridendo: “Scusa ma sono troppo curioso; ma che misura hai
di seno?”. La donna piega la testa indietro e scoppia a ridere; quando smette,
dice: “Ottava coppa C, tesoro; una lavandaia praticamente; ma come sai bene è un
vizio di famiglia. Mia sorella è come me, tua zia Antonella ha la settima e tua
madre la sesta; tua sorella è un po’ che non la vedo ma l’ultima volta portava
almeno la quinta; sapessi quanto mi pesano, a volte ho una voglia pazza di
ridurmelo”. “No ti prego! Sarebbe un delitto” sorride lui. “Uh, se a chiedermelo
è il mio nipotino adorato, allora me lo tengo” ride la donna carezzando il viso
di Matteo; poi guarda l’orologio sul muro e dice “Uh, le 8 e un quarto, com’è
volato il tempo; che ne dici sarà ora di cenare?”. “Penso proprio di si, nonna”.
“Ascoltami però; ti prometto che domani ti cucinerò un bel pranzetto; ma io il
venerdì sera cerco di stare leggera; ti accontenti di insalata con un pezzo di
formaggio?”. “Va benissimo nonna, il formaggio mi piace” risponde lui. “E certo,
sennò saresti un’eccezione nella nostra famiglia” risponde lei. I due entrano
nella cucina ed Eleonora prende un cespo di insalata nel frigo e comincia a
sciacquarla; nel contempo Matteo apparecchia la tavola per due; la donna porta
l’insalatiera a tavola e riapre il frigo per prenderne un tagliere con sopra il
formaggio; Matteo ha un lampo negli occhi “Ma sbaglio, o è lo stesso che ha
zia?” chiede. “Si, ne ha rimediati due e me ne ha regalato uno”. Matteo si china
ad annusare e si lecca le labbra “Anche il formaggio è lo stesso a quanto
sento”; la nonna annuisce “Si tesoro, solo tua madre preferisce il caciocavallo;
ma io, mia sorella e tua zia il provolone piccante tutta la vita; vedo che anche
tu sei d’accordo, mi fa piacere”. I due si siedono a tavola e la donna taglia
una grossa fetta e la mette sul piatto del nipote; poi se lo taglia per lei e il
ragazzo sorride, vedendo che la fetta della nonna è grossa quasi quanto la sua;
Matteo attacca la fetta con forchetta e coltello, mentre Eleonora prende due
fette di pane da sandwich, ne mette un pezzo dentro e lo addenta con un grosso
morso. In 10 minuti scarsi i piatti e l’insalatiera sono vuoti; la donna propone
il bis al nipote che accetta volentieri, ma rimane perplesso vedendola fare lo
stesso: “E meno male che volevi stare leggera” pensa; osservando la nonna gli
viene quasi da giurare che la lampo del giacchettino è scesa un po'; il suo
cazzo dentro i calzoncini da segnali preoccupanti. Eleonora porta in bocca un
pezzo con la forchetta che subito dopo cade a terra; Matteo fa per alzarsi ma la
donna lo blocca; “Ci penso io tesoro non preoccuparti” e detto così si china
fino a sparire dalla vista del nipote; poi avviene tutto in un attimo; Matteo
sente una mano che da sotto il tavolo lo accarezza sulle cosce; è inebetito e
non riesce a muoversi; la mano sale e si insinua sotto i calzoncini, prendendo
in mano il suo cazzo; da sotto sente la voce della nonna: “Me ne ero accorta che
eri senza mutande caro il mio bel porcellino”; lui sente i calzoncini che
vengono tirati via e si ritrova con il pisello di fuori; ma è un attimo e sente
due labbra carnose avviluppargli la cappella: “Uooooo che bello” geme il ragazzo
mentre sente la lingua della nonna percorrergli tutta l’asta. “Ma come hai
questo bel pisellone e non dici nulla a nonnina tua?” sono le ultime parole di
Eleonora che subito dopo comincia a sbocchinarlo. Il ragazzo si agita sulla
sedia e geme sentendo la mazza indurirsi; dopo un po’ la bocca si stacca e la
nonna riappare da sotto il tavolo ancora vestita; si toglie il fuseaux mettendo
a nudo i peli rossicci della figa e poi lentamente abbassa la lampo del
giacchettino; Matteo ha gli occhi fuori dalle orbite; la nonna non ha nessun
reggiseno e le gigantesche tettone sembrano esplodere una volta liberate dalla
morsa della lampo. La donna tira a se il nipote e gli infila la lingua in bocca;
i due si scambiano un lungo bacio con litri di saliva che passano da una bocca
all’altra. “Andiamo a letto nonna?”. “E chi ce la fa a resistere fino al letto.
No bello! Tu mi chiavi qui sul tavolo” e subito dopo si siede sul bordo del
tavolo appoggiandosi sui gomiti; “Dai sbattimelo dentro quel cazzone” ordina al
nipote che è felicissimo di obbedire; con due colpi è tutto dentro la nonna che
gli alita in viso un lungo gemito di goduria; comincia a sbatterla infoiato e a
vedere le enormi zinne ballare a ogni colpo si infoia ancora di più; la troiona
geme e si contorce tutta: “Si dai amore di nonna; oddio che bel cazzone che hai,
dai sbattimi più forte”. Matteo non se lo fa ripetere e in pochissimo tempo
sente un fiotto di liquido fuoriuscire dalla figa della nonna accompagnato da un
ululato; la donna ha avuto il primo orgasmo; mentre lui la sbatte, lei addenta
un pezzo di formaggio e ne lascia un pezzo fuori invitando il nipote a morderlo
lui; Matteo obbedisce e i due si ritrovano bocca a bocca a masticare e
scambiarsi il pezzo di formaggio finchè non ne ingoiano un po’ per uno. Matteo è
giunto al limite, ma fa in tempo a far venire la nonna una seconda volta prima
di riempirle la figa di sperma; la troiona contrae la passera per prenderselo
tutto e non ne fa uscire neanche una goccia. Matteo tira fuori il cazzo e guarda
la nonna estasiato, mentre la donna si massaggia la figa con una mano e le tettone
con l’altra: “E non volevo venirci, pensa che coglione”.

 

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Sabrina la vacca by Padrone Dionisio [Vietato ai minori]




Buongiorno, mi presento. Mi chiamo Sabrina, ho da poco compiuto 20 anni. Sono alta 155cm, sono un pò bassa in effetti. Sono bionda con capelli lunghi, lisci e biondi. Molti dicono che ho un viso da bambola con occhi da troia e bocca fatta solo per essere riempita di cazzi. La mia bocca un pò larga con le labbra pronunciate piace molto ai maschi, lo devo ammettere. Il mio fisico è ben scolpito anche se esile. Ho un bel culetto, ma soprattutto quello che fa di me la particolarità sono i miei seni. Porto una quarta, quasi quinta ed ho dei capezzoli molto grossi.

Fin dall’adolescenza mi sono sentita attratta dal sesso. Cosa che con il crescere non mi sono certo lasciata sfuggire. Sono considerata la troia del mio paese alla stregua di una ninfomane. Ormai il mio soprannome è Vacca o Ciucciacazzi. Si, lo ammetto. Mi piace essere trattata male ed umiliata. Sono molto porca e masochista. Mi sono fatta montare anche da dei cani, tanto sono puttana.

Ma adesso veniamo al presente. Da circa un anno appartengo al mio Padrone. Lui è una montagna confrontato a me. E’ alto 190cm, un pò di pancia, ma palestrato. Ha un cazzo spropositato, sembra quello di un cavallo. E’ molto porco e sadico. In pratica il mio opposto.

Con lui sono praticamente usata allo stremo di un animale. Subisco, con molto piacere, penetrazioni violente, cinghiate ed abusi di ogni tipo. Ogni mattina e sera vuole che lo serva come WC. Devo solo aprire la bocca ed accogliere tutto. Spesso non reggo e rimetto tutto imbrattandomi le mie tettone e trovandomi seduta su un lago di escrementi. Cosa che puntualmente, dopo avermi cinghiato i seni fino allo sfinimento sono costretta a leccare e rimangiare tutto. Naturalmente non ho mai dormito nel suo letto, ma come una troia del mio calibro si merita, mi fa passare le notti in gabbia.

La scorsa settimana mi ha portata in un club prive clandestino. Un luogo veramente malfamato dove di solito mi fa usare a pagamento.

Mi ha fatto indossare solo una camicia da notte di tessuto leggerissimo e semitrasparente. Per reggere il vestito solo due laccetti che passano sulle mie spalle nude. La scollatura, molto ampia copre a malapena i tuoi miei capezzoli. L’oscenità delle mie grosse mammelle che ad ogni passo ondeggiano e rischiano di uscirmi è veramente provocante. Prima di uscire mi ha infilato due grossi spilloni nei seni. Sono molto larghi e lunghi. Mi passano da i capezzoli ed affondano per buona metà dentro la carne dei miei grossi seni doloranti.. Mentre mi penetrava le grosse mammelle ho urlato molto, ma sono anche venuta più volte. L’abito termina a pochi centimetri sotto il culo. Nella figa e nel culo mi ha inserito due enormi vibratori. Mi escono leggermente da i miei orifizi, dilatati all’estremo e irritati da morire. Gli ha lasciati sporgere perché la gente possa vedere quanto sono vacca e che razza di troia sono. Per non farli uscire ha usato una graffettatrice spillandomi i due grossi dido alle grosse labbra della figa e alle labbra dell buco del culo. Le gambe sono nude, rigate da colate di umori della mia figa. Mi ha fatto indossare dei sandali con tacco alto così che la mia postura sia più provocante.

Mi porta in giro per il locale tirata dal guinzaglio che ho al collo. La gente mi guarda vogliosa.. Alcuni mi mi danno di troia. Altri ti osservano vogliosi con complimenti pesanti. Altri ancora approfittano della situazione per toccarmi il culo o le grosse mammelle. Altri mi sputano addosso offendendomi pesantemente.

Ci sediamo ad un bar. Il solo fatto di dovermi sedere mi preoccupa. Probabilmente l’effetto su di me sarà devastante. Sarò come impalata con il culo oscenamente dilatato e le magliette che strappano la carne del mio buco del culo.

Faccio per sedermi, ma il mio sadico padrone mi preme per le spalle nude mandandomi a sbattere violentemente il culo sulla sedia. Caccio un gemito e non trattengo un rigurgito di piscio che ho dovuto bere appena entrati nel locale. La gente si gira a guardarmi mentre dalle mie labbra cola un filo di saliva misto a piscio. Scende dal mento e mi cola sui seni da vacca. Il mio sadico padrone sorseggia comodamente una bibita mentre mi osserva ansimante ed ormai ridotta in maniera oscenamente depravata. Li piace vedere le mie smorfie di dolore e piacere sul mio bel viso da bambola. Le mie grosse mammelle ondeggiano seguendo i miei profondi respiri. Sentirmi la figa ed il tuo culo devastati da due grossi oggetti e le pesanti mammelle penetrate da quei due grossi spilloni mi fa sentire realizzata. Utile per il mio padrone.

Ci alziamo, sulla sedia ho lasciato una pozza di umori. Mi tiene per la vita. Io assaporando il contatto con il suo corpo e cerco di strusciare il più possibile le mie tettone su di lui. Voglio che sappia che sono grata per come mi usa. Sono la sua Schiava e può utilizzare il mio corpo a suo piacimento.

Mi appoggia ad una colonna ed inizia a mungere le mie grosse tettone da vacca. Il dolore ed il piacere che provo sono indescrivibili. Le mie mammelle sono calde e morbide al tatto. Completamente sporche di saliva e piscio. La mia bocca vogliosa cerca la sua pelle da leccare. Mi fa mettere in ginocchio. Io alzo la testa ed apro la mia bocca da latrina. Il suo cazzo mi scende in gola. Mi scopa praticamente la bocca come se mi dovesse soffocare.Quando lo sfila gli ciuccio le palle vogliosa per poi risalire con la lingua per tutta la lunghezza del suo cazzo. Lo riaccolgo tra le mie labbra e lentamente me lo lascio scivolare in gola. Il solo prenderlo in bocca, sommato alle mie condizioni, provoca almio Padrone un violento orgasmo. Lo spompino per lunghi minuti rigurgitando ad ogni affondo del suo cazzo nella mia lurida bocca da pompinara.

Molte persone sono intorno a noi ad osservare e segarsi.

“Mi spiace”dice il mio Padrone rivolgendosi alle persone “Adesso devo riportare a casa la troia. Se volete gli potete sborrare addosso o dove preferite, ma se vi fa piacere usarla potete passare da noi in serata.” Lascia un indirizzo e gli rassicura che potranno usare il mio lurido corpo come vogliono. Io abbasso la testa con fare sottomesso. Sono letteralmente coperta di sborra. Con le dita raccolgo lo sperma rimasto sulle mie luride mammelle doloranti. Mi porto le dita sporche di sborra alla bocca e le ripulisco con la lingua. I miei occhi sono lucidi e trattenendo un singhiozzo di pianto mi rivolgo agli uomini intorno a me “Vi prego solo di non farmi molto male.”

 

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La caduta di Serena by subbywife [Vietato ai minori]




La caduta di Serena di subbywife New!

1. capitolo
Serena, dalla sua postazione dietro il ridotto bancone del negozio, sorrise brevemente al tizio che la fissava dalle vetrine. E, come spesso accadeva con altri, l’uomo si sentì appagato e scomparve velocemente.
Beh, comunque un che di lusinghiero c’era sempre.
Del resto, appariva già più giovane dei suoi 39 anni nei giorni normali, tutti glielo dicevano e, in quella mattina in cui aveva trovato il tempo di mettersi un filo di trucco prima di uscire di casa, arrivava a dimostrare non più di trent’anni. E senza nemmeno avere un look ricercato, semplice maglia aderente, e un pantalone sportivo.
Serena, un viso dall’incarnato pallido, sorriso squisito incorniciato da labbra morbide, con lunghi capelli scuri, il tutto abbinato ad un corpo formoso ma non di certo robusto, in definitiva si considerava una bella donna, considerando i ripetuti sguardi che i più tentavano di rubarle… e, naturalmente, quelli che “bacchettava” silenziosamente lei quando sorprendeva gli uomini in aperta concentrazione sulle forme del suo seno, una bella quinta che lei giocava a far intuire nel suo modo di vestire, ma che non ostentava in maniera volgare.
Era bello provocare, non fare la figura di puttane da strada.
Anche perché, il posto di lavoro è il posto di lavoro.
Ed al suo, lei teneva.
Rifletteva su questo, mentre gli occhi tornavano al pc, posizionato sul bancone del negozio.
Il punto vendita era situato all’interno di un centro commerciale, decisamente frequentato, in cui Serena si dedicava alla vendita di capi di abbigliamento, maschili e femminili, accessori compresi, non certo dozzinali, anzi, di un certo livello, come qualità e, ovviamente, come prezzi.
Forse per via di questi ultimi, nei due mesi appena trascorsi, il lavoro languiva.
Se ne preoccupava, certo, e in maniera continuativa, perché, sebbene fosse solo un gestore di quel punto vendita, per cui alla fine, una dipendente, lo sentiva una sua creatura, qualcosa che aveva tirato su lei con le sue forze.
In breve, quello che faceva, le piaceva.
Le dava soddisfazione, soprattutto se confrontato alla vita a casa, la noiosa vita coniugale, fatta di un tran tran quotidiano con un marito attento sì, ma non proprio a tutti i suoi bisogni, specialmente quelli riguardanti il sesso.
Sporadici rapporti, monotoni, che sapevano più di un timbrare il cartellino che di far l’amore.
E sì che nello sguardo di lei, pensava Serena, doveva intuirsi la fame… la voglia di sperimentare e di essere presa…
Ecco.
Ecco ancora quell’umido all’interno dei pantaloni leggeri…
Ed il computer era lì.
Finalmente, dopo essere stato per quattro giorni in assistenza, quella mattina l’avevano riportato, e c’era tempo per fantasticare un po, mentre di clientela non se ne vedeva all’orizzonte.
Giusto un po di tempo, non troppo, visto che alle undici sarebbe arrivata la grande S., che in teoria doveva stare per “supervisore”, ma che in realtà, agli occhi di lei, significava solo lo “Stronzo”. Vale a dire, il figlio del capo supremo, un ragazzetto di circa 28 anni, messo nella posizione di supervisore dal padre, a controllare i vari punti vendita della catena di negozi.
Non era sempre stato lo “Stronzo”, non almeno i primi tempi che lui aveva iniziato ad apparire nel negozio, qualche mese prima. Spocchioso, quello sì, ma che cercava di mantenere un’aria di benevolenza. E Serena premiava quel tentativo, facendo persino finta di ascoltare i consigli di quest’ultimo arrivato sulla gestione della sua creatura.
Divertente era stato poi il sorprenderlo a sbirciare nella sua scollatura in più di un’occasione, constatando che, nonostante quel vestito da uomo d’affari e l’aria da padrone del mondo, allo “stronzo” piacevano le sue forme.
Tutto questo, prima della discussione di tre mesi addietro.
Serena doveva ammettere che quel giorno era arrivata al lavoro nervosa, a seguito di una discussione con suo marito. Poi un errore nell’allestimento della vetrina fatto da Paola, la ragazza che la direzione le aveva imposto come aiuto part-time, l’aveva mandata realmente su tutte le furie. E, per rendere completa la giornata, lo Stronzo si era presentato proprio allora con un carico di consigli di gestione non voluti, suggerimenti che poi erano divenute sgridate vere e proprie, come se lui fosse il lavoratore con più esperienza su questa Terra.
E Serena aveva sbottato. Per meglio dire, all’inizio era stato sbottare. Lei gli aveva consigliato di moderare tono della voce e termini. Ma quello continuava.
Ed allora, al gran Supervisore che poi fu nominato “lo Stronzo”, aveva detto chiaramente che poteva portare i suoi consigli e il suo culo da figlio di papà fuori dal negozio.
Il tutto poi, davanti a Paola e ad un paio di ragazze che stavano curiosando attorno ad alcuni pantaloni esposti a scaffale.
Serena sapeva di aver esagerato, ma era fatta così. Se le pensava, le diceva.
E poi del resto, non c’erano state grosse conseguenze, a parte il muso piantato dallo Stronzo e quel baluginio di odio puro passato come un lampo negli occhi di lui.
Dopo un paio di settimane, quando lui si era ripresentato per il consueto giro di controllo, il rapporto era decisamente freddo ma, perlomeno, senza litigi.
Rimaneva solo quel che di viscido che lui sembrava ora trasmettere, ma Serena lo sopportava, con ironica cortesia.
Le dieci e trenta… venti minuti, non di più.
E poi dalle due sarebbe arrivata Paola, e quindi… meglio un po di divertimento ora, che rimandare a domani.
Le dita corsero sulla tastiera, aprendo il suo sito di racconti erotici preferito.
Scorse l’elenco delle nuove pubblicazioni, ne lesse due velocemente, sentendo l’umidità tra le cosce divenire insistente…
Alla terza lettura, sempre approfittando della desolazione di quel lunedì mattina, si incamminò verso quel piccolo loculo in fondo al negozio che qualcuno chiamava “ufficio”, una scrivania e due sedie, peraltro ingombre di merce arrivata il sabato e ancora da sballare, ed entratavi, si appoggio al muro poco oltre la soglia, orecchie tese per sentire se qualcuno entrava nel negozio e la sua mano entrò come quella di un ladro nei pantaloni, senza nemmeno slacciarli… raggiungendo quell’umidità pulsante che doveva essere placata.
Niente di strutturato… non c’era tempo…. Un masturbasi rapido e per quanto possibile silenzioso…. Mentre la mente di Serena ripassava veloce le parole scambiate via chat con vari utenti del sito di racconti… quelle dolci ma soprattutto quelle bollenti, che l’avevano fatta vibrare in più di un’occasione…
Mentre l’eccitazione montava e le dita si muovevano sempre più veloci, i pensieri la riportarono anche a quell’unico tradimento reale in cui quel chattare si era concretizzato…
Le dita sul clitoride disegnavano cerchi furiosi… il masturbarsi diveniva frenetico… senza sensi di colpa in quel momento… mentre quasi dimentica di dove si trovava, soffocava un grido con una mano mentre l’altra finiva il suo lavorio…
Un attimo… un attimo solo per tirare il fiato… ricomporsi…
Una sbirciatina alla sala principale del negozio… no, non era entrato nessuno, e nessuno poteva averla vista o sentita…
Serena tornò al suo bancone, soddisfatta, per quanto inquieta.
I sensi di colpa infatti, dopo il godere, ricomparivano. Aveva tradito, un’unica volta.
Aveva scelto di incontrare uno degli utenti con cui parlava più spesso e di tutto…
E se l’era goduta alla grande. Tanto da portarla a credere che sarebbe stata in grado di portare avanti una relazione parallela al matrimonio…
Ma i sensi di colpa…
Beh, avevano vinto. Due giorni di combattimenti interiori avevano fatto mettere la lapide sui tanti momenti passati a parlare con un uomo di tutto… dal desiderio, all’insoddisfazione coniugale, ai piccoli problemi di ogni giorno… E così, un giorno di concreta passione in una camera d’albergo era rimasta un’unica esperienza di tradimento, chiusa in fretta e, fortunatamente, in silenzio.
Fortunatamente… perché se era pur vero che la monotonia di una passione matrimoniale che fu la straziava, non veniva meno il fatto che un colpo del genere non l’avrebbe mai dato a suo marito, che, dopotutto, non lo meritava.
Ma ora era bene concentrarsi. Il filo di trucco e la maglia aderente erano un modo di mettersi in ordine per l’arrivo dello Stronzo e, perché no, usare un po di sana magia femminile per togliergli un po di baldanza.
Se il guardare gli era gradito, poteva anche con discrezione farlo.
“E pure rodersi” pensò serena con un sorrisetto a fior di labbra. Se c’era qualcuno a cui anche solo per dispetto non avrebbe concesso nemmeno una carezza, era proprio il Signor padrone del mondo, a dispetto dei soldi, del fatto che fosse comunque un ragazzo prestante e, immaginava, abituato ad ottenere ciò che voleva.
“Beh, talvolta no”. Di nuovo il suo sorrisetto.
“Buongiorno Serena.”
Lei sussultò lievemente.
Era proprio lui. Lo Stronzo.
“Buongiorno Marco.” Salutò cortesemente lei, vedendolo sulla porta del negozio.
Lui si avvicinò al bancone, per una stretta di mano, calorosa per altro.
Serena lo guardò, trovandolo al solito elegante nel suo completo scuro, il pizzetto curato, così come la capigliatura. Reggeva una cartelletta, che posò con noncuranza sul bancone.
Caso strano, sorrideva a piena bocca.
“Allora Serena, come vanno le cose qui?” chiese affabile.
Lei si alzò e fece il giro del bancone, mettendosi a lato del ragazzo e indicando la galleria principale del centro commerciale, oltre le vetrine.
“Puoi vederlo… poca, poca gente in giro. La crisi c’è, lo si sapeva.”
“Già già…” sospirò lui “ma trovo il negozio sinceramente in ordine.”
“Un complimento! Incredibile!” pensò lei.
“Ti ringrazio” disse, sinceramente sorpresa.
“Uhm…” riprese lui “il problema non è certo come viene esposta la merce…”
“No, direi di no” soggiunse Serena.
E poi di nuovo il gran sorriso da parte di Marco, mentre occhieggiava verso il bancone.
“E vedo che ti hanno riportato il pc!” disse tutto contento
“Oh già!” bofonchiò Serena, anche se non immaginava che Marco sovraintendesse anche a semplici riparazioni di quel genere.
“Bene bene… sappiamo quanto ti sia fondamentale…”
Un trillo d’allarme nella testa di Serena. Fondamentale? Perché?
Vero è che da lì aveva passato interminabili giornate a conversare, per non parlare dei siti a contenuto erotico che le avevano tenuto compagnia, qualche immagine inviata del suo corpo, naturalmente senza volto…. Ma … era un qualcosa che riguardava solo lei…
“Indubbiamente, per lavorare, è insostituibile…” buttò lì lei, ad occhi bassi.
“eh sì…” sospirò lui “del resto, serve anche a quello.”
Non fu quello che disse, ma come lo disse.
Serena lo guardava mentre lui sfacciatamente gli guardava il petto.
Senza nascondersi, senza temere alcuna reazione da parte di lei.
Che del resto non ci fu. Serena si limitò a cambiare direzione dello sguardo.
Le parole di lui l’avevano agitata.
Ma si ricompose e passò di nuovo dietro il bancone, dove si sedette e si mise a trafficare con qualche fattura.
“Immagino tu sia indaffarata… “ riprese lui sornione “ma gradirei dessi un’occhiata a questa cartelletta…” disse tendendogliela.
Serena la prese, perplessa.
“Cosa riguarda?” domandò.
“Uhm… diciamo…. Un nuovo modo di gestire… ma… leggi, leggi pure.”
Guardinga, lei posò la cartelletta sul tavolo e prese a sfogliarne il contenuto.
Il cuore le finì in gola fin da subito.
C’era tutto. Tutto stampato per lei.
Cronologia siti visitati.
Conversazioni varie.
Le foto del suo seno con l’indicazione del giorno in cui erano state inviate e a quale destinatario.
La discussione con il suo amante di un giorno per accordarsi sul dove, come quando, e i successivi commenti alla giornata, nonché la chiusura di quella breve relazione.
E altro.
Confidenze varie… su suo marito… sullo Stronzo, proprio chiamato in quel modo… se non peggio…
Il viso di Serena si fece rosso. Gli occhi lucidi. Alzò lo sguardo, incrociando quello divertito di Marco.
“Che significa… che significa tutto questo???”
“uhm…” mormorò pensieroso Marco “non so… tu che ne dici? Secondo me, mostra certe lati da puttana di una certa signora…”
Seppur a negozio aperto, Serena non fece mancare un ceffone sul viso di Marco.
Che si ricompose subito.
E sorrise.
Si allungò verso il bancone, chiuse e riprese la cartelletta.
“Non che mi siano strettamente necessarie queste, visto le copie che ne ho fatte….”
“Copie? Copie??? Ma che cazzo pensi di fare???? Sono cose mie!!!” quasi urlò Serena.
“sì… tue… del resto, invece di lavorare, ti divertivi molto…”
“Non puoi dire questo!! Ho sempre lavorato come una matta!!! Quelli erano solo minuti che…”
Ma venne interrotta da lui.
“Dici? Vuoi che senta qualche opinione in giro?”
“Cosa… che intendi? Non vorrai licenz…”
“Licenziarti? In effetti, potrei anche farlo… e la signora convinta di essere migliore di me sarebbe eliminata…”
“Non puoi… non dopo tutto il tempo che ci ho messo a gestire questo posto… ti prego, lascia perdere questi fogli e pensa a quanto mi sono sbattuta per…”
Lui si stava avviando verso il piccolo ufficio. Giunto sull’uscio, si voltò.
“Dici che sarei troppo precipitoso?”
“Sì!!” sibilò lei “in fin dei conti, l’hai detto tu, il negozio è a posto e…”
Il sorriso di Marco si fece quasi dolce.
“Forse hai ragione… vieni un attimo, che chiudiamo questa storia.”
Una speranza si aprì nel cuore in tumulto di Serena.
Non ricordava in quel momento lo sguardo di lui sul suo petto, né lo guardava ora, mentre lui si passava la lingua rapidamente sulle labbra.
Speranzosa. Solo quello.
Appena Serena le fu passata davanti, Marco si appoggiò allo stipite della porta, in modo da controllare anche il negozio vero e proprio, mentre lei rimaneva in piedi, in attesa.
Lo sguardo di lui era tutto sommato tranquillo, il che la indusse a voltarsi per liberare una sedia del piccolo ambiente, in cui solo l’inutile scrivania rimaneva libera.
“Serena… non sederti.” Detto con calma, senza essere imperativo.
Ma lei lo recepì come un comando.
Eccolo, il suo tallone d’achille… il senso di colpa… operante, specialmente nei casi in cui la colpa c’era.
Perdeva baldanza, lo sapeva. Si augurava almeno che non trasparisse.
Lei si guardò a destra a sinistra, mentre Marco rimaneva in silenzio. Un silenzio pesante.
La metteva a disagio, le faceva pensare a quanto lui aveva letto, ai giudizi su di lui scritti nero su bianco e… buon Dio… le foto… mancava la faccia, vero… ma lui aveva visto il corpo di lei…
Chiuse la mente rispetto a quel pensiero…
Ma il silenzio continuava ad essere opprimente.
Serena decise di spezzarlo in qualche modo…
“Mi dicevi… mi dicevi che potevamo chiudere questa storia…” disse con tono misurato, un po rotto dall’ansia.
Lui rimaneva appoggiato allo stipite, ogni tanto un’occhiata alle spalle, per controllare il negozio.
“Certo. Decisamente sarei precipitoso a licenziare una come te…”
Un lampo di sollievo si insinuò nel corpo di Serena.
“Sì Marco, io come lavoratrice sono…” iniziò a dire, ma fu interrotta dal ragazzo.
“Lavoratrice? No no… io intendevo una puttana come te.”
Serena si congelò sul posto. Fu un attimo. Senza muoversi, questa volta fu lui a colpirla con quelle parole, e molto peggio di uno schiaffo.
Ma non voleva sentirsi dire quelle parole, tantomeno dal ragazzino che si trovava davanti.
“Io non sono una puttana!! Tu non puoi capire la situazione, come si sono svolti i fatti… e soprattutto” stava quasi urlando Serena, ma Marco non dava segni di ascoltarla.
Apriva la cartellina, tranquillamente, estraeva una foto del suo seno, l’alzava a livello del viso e contemplava… “Due belle tettone…”
Serena si scagliò verso di lui, strappandogli la foto dalle mani e riducendola rapidamente in briciole.
Tremava, tremava di vergona, rabbia… ma si sarebbe fatta sentire, avrebbe rimesso quello stronzo al suo posto!!
Marco era decisamente scuro ora in volto.
Scuro e con un’espressione che pareva infelice in volto.
“peccato… le altre copie le ho in giro… un po di qua…. Un po di là…” disse pensieroso.
“Dove???” chiese Serena rabbiosa.
“Oh… non importa ora. Quello che importa per te, in questo momento, è che mancando la foto, voglio vedere l’originale.”
Gli occhi di Serena si spalancarono.
Nella concitazione degli ultimi minuti, aveva sì pensato al lavoro, alla vergogna… ma… ma lo stronzo non poteva volere…
“non…. Marco, che stai dicendo? Io non posso certo….” Disse con il cuore a mille.
“Le tette prego. Voglio vederle. Qui e ora.” Lo disse con quella calma che quel giorno lo accompagnava fin dall’inizio, la calma di chi sente di avere il coltello dalla parte del manico.
“Marco, non scherzare ti prego… io sono una donna sposata e…” bisbigliò lei, con un sorriso isterico che invitava a ragionare il ragazzo.
“Una donna sposata, che ha tradito suo marito al… non ricordo il nome dell’hotel… ma è tutto scritto… Ah, mi chiedevi dove sono le foto… E’ giusto tu sappia che alcune, assieme alle tue conversazioni, sono dentro una busta, che porta il nome di tuo marito scritto sopra. E’ pronta ad essere consegnata.”
Persa. Si sentiva persa.
Un ricatto, e andava ben oltre un posto di lavoro.
Sentiva il viso accaldarsi… il sudore lungo la schiena…
“Non puoi farmi questo…”
“Vedi Serena, non dovrebbe essere un qualcosa che ti sorprende… Del resto, mi chiami Stronzo da un bel po. E, dopotutto, sono quel figlio di papà capriccioso incapace di fare il suo lavoro, mentre tu sei la gran donna così brava…”
“Ma…” provo ad interloquire lei. Marco alzò un dito, facendo il gesto di far silenzio.
Serena tacque immediatamente.
“Ed ora, salta fuori che la gran signora, così brava, risulta essere una troia… ma pensa un po…”
Ancora Serena tentò di intervenire, e ancora Marco non le permise di parlare.
“Le tette, prego. Voglio vederle ora. O devo provvedere a consegnare quella busta?”
Il tremito di Serena era ormai evidente. La testa ancora cercava scampo guardando a destra e sinistra, in quell’antro fuori vista…
Nella sua mente, cercava una via di fuga che non le sovveniva.
Un ultimo sguardo al viso di lui.
Espressione dura, ma sempre calma.
Serena abbasso le mani, fino all’orlo inferiore della maglia… si soffermò un secondo…
“Ma se entrano clienti ora, io… noi…”
“Se accade, ce ne occuperemo. Le tette. Ora.” Sentenziò lui.
Lenta…. Impacciata… ma iniziò ad alzare la maglia, tirandola piano fin sopra il reggiseno, e già rivelando il seno voluminoso coperto solo da un reggiseno azzurro.
Ora doveva compiere solo l’ultimo passo… abbassare le coppe e magari Marco si sarebbe accontentato di…
“Non ci siamo capiti” esordì lui, avvicinandosi alla donna fino ad esserle davanti, a mezzo metro di distanza.
“Togliti proprio la maglia, e di seguito il reggiseno. Appoggia tutto sulla scrivania.”
Ricevette l’ordine a testa china.
Proseguì l’opera.
Sfilò la maglia, e con movimenti lentissimi, la appoggiò alla scrivania.
Vide Marco sorridente…
Bastardo… stronzo bastardo…
Si limitava però a pensarlo, e niente più, mentre le mani andavano al gancetto del reggiseno e aprivano la chiusura.
Sfilò l’indumento, e mentre con una mano l’appoggiava sulla scrivania, con l’altro braccio tentava l’ultimo gesto di pudore… coprendosi alla bell’e meglio.
Una volta riposto il reggiseno, strinse entrambe le braccia al petto, guardando ostinatamente da un lato.
“Su su…” bisbigliò il ragazzo “sappiamo bene che ti piace mostrarle… le mani sopra la testa, prego.”
Ora Serena singhiozzava apertamente, mentre si spogliava dell’ultima difesa.
Senza guardarlo, assunse la posizione che le era stata indicata.
Le lacrime cominciavano a rigarle il viso, mentre sentiva gli occhi dello stronzo sul suo seno.
Non era possibile… non era possibile essere in quella situazione…
Solo mezz’ora prima sorrideva al pensiero di lui che poteva solo guardare e non toccare… ed ora…
“L’originale come sempre dà tutto un altro effetto…” disse ghignando Marco.
Serena d’istinto fece il gesto di riportare le braccia sul petto, umiliata da quelle parole.
Lui intervenne subito.
“No no, miss puttana” disse prendendole delicatamente i polsi, una presa che lei sentì stringersi immediatamente quando tentò di fare resistenza.
“Le braccia le tieni come ti ho detto… mi piace guardarti così, a disposizione…da puttana, appunto.” e lo diceva mentre le accompagnava i polsi nella posizione precedente.
Serena si mise come lui voleva, sconfitta… la chiamava puttana, la guardava come una puttana, e non poteva fare nulla. E quell’atteggiamento di lui… ora stava lì, con quel sorriso del cazzo sul viso!!
Guardava ogni centimetro di pelle esposta, soddisfatto… Oppure…
Oppure no? Non lo era ancora?
“Scusami solo un istante, puttana” disse Marco, passandole un dito sul viso.
Ancora lo schifo che quel ragazzo le faceva ebbe il sopravvento, e lei tentò di sottrarsi a quel semplice tocco, arretrando con il capo e abbassando le braccia.
E lo sguardo di Marco si fece cupo. Fu un istante.
La prese per i capelli, portando il viso di lei a tre centimetri dal suo.
“E’ meglio che tu cominci a capire alcune cose, troia. Se io voglio toccarti, lo faccio” e mentre lo diceva, le tirava la mano il capo all’indietro, mentre l’altra andava direttamente su l seno di lei.
Serena tentò dapprima di divincolarsi.
“No! Mi stai facendo male!” disse quasi urlando.
“Allora io credo sia il caso tu sia ubbidiente, troia, capito?” Le scrollò nuovamente il capo mentre lo diceva, mentre al contempo affondava le dita nella carne morbida della tetta.
Serena era in lacrime, spaventata, incapace adesso di reagire, vuoi per la stretta del ragazzo, vuoi per la semplice considerazione che non aveva scampo… Doveva assecondarlo… per forza… le carte in mano le aveva lui… carte che potevano distruggerle la vita…
Assecondarlo… almeno per il momento, almeno fin quando fosse arrivato magari un cliente che avrebbe costretto Marco a fermarsi… o magari l’inizio del turno di Paola! Ecco, sì! A mezzogiorno sarebbe arrivata, e Marco senz’altro avrebbe interrotto quell’assurdità!!
“Dicevo, troia, hai capito?”
“S-sì…” bisbigliò lei, remissiva.
“Ottimo” disse lui, permettendole di divincolarsi.
Serena lo fissò… stupefatta di come quell’espressione di lui cambiasse così rapidamente….
Adesso era tornata quella faccia sorridente del cazzo…
“Come ti stavo dicendo, devi scusarmi un minuto. Mi attenderai qui, con le tue belle tettone al vento, e le mani sempre sulla testa…”
“Ma… ma dove devi andare??” chiese lei, sconcertata.
“Poco lontano… sistemo solo una cosa in negozio, e sono tutto per te, mia puttana…”
Pronunciava le parole mentre lentamente riavvicina le dita al viso di lei…
“Le mani…” sussurrò lui, e Serena non potè far altro che riassumere la posizione. Le dita di Marco intanto scendevano dal viso, che ostinatamente lei continuava a tenere voltato, al collo…
I singhiozzi di Serena le scuotevano il corpo, mentre il tocco scendeva lungo il seno di sinistra… un tocco leggero… a scendere… verso il capezzolo, che lui strinse appena…
Marco sorrise. Nonostante il tentativo di nasconderlo, Serena non era riuscita a nascondere il lieve sussulto generato da quel tocco…
“Bene, pensò lui, ci sarà da divertirsi parecchio”.
Le prese il broncetto tra due dita “Torno subito, mia puttana, mi raccomando, rimani in posizione, se non vuoi che io perda la mia gentilezza…”, e si girò, rientrando nel negozio, lasciandola lì, sconvolta e schoccata.
Si trovava mezza nuda, alla mercè di un uomo che al suo confronto era un ragazzino, un ragazzino che si stava permettendo di… no! Voleva gridargli quanto schifo facesse, quanto gliela avrebbe fatta pagare…
Ma…
Nemmeno si azzardava ad abbassare le braccia. Questa era la realtà.
Rimaneva lì, in piedi, niente maglia, niente reggiseno. Esposta, come gli era stato ordinato.
Serena chiuse gli occhi… pensando a cosa potesse significare lo scoprire un tradimento da parte di suo marito… No! Sarebbe stato oltremodo terribile…
Assecondare Marco… per ora, solo per ora… che giocasse per oggi, poi gliel’avrebbe fatta pagare…
I suoi pensieri vennero interrotti dal rumore della serranda che si abbassava. Era fatta a griglia, chiudeva perfettamente, seppur lasciando completa visuale al pubblico che passava lungo il centro commerciale dell’interno del punto vendita.
E Marco la stava chiudendo.
Lacrime, che rigavano il viso di Serena.
Nessuno ora poteva entrare a disturbare quello stronzo…. Ma Paola…. Sì, mezz’ora ancora, al massimo quaranta minuti e Paola sarebbe arrivata, avrebbe riaperto, sicuramente, aveva le chiavi….
Rumori.
Di attaccapanni. Cosa faceva lo stronzo? Prendeva roba dall’esposizione?
Perché?
Marco ricomparì venti secondi dopo, un piccolo fagotto in mano, che appoggiò per terra.
Sorrise guardando Serena, e ritrovandola nella posizione che le era stata imposta.
“Brava puttana… vedo che cominci ad imparare… ma gli insegnamenti saranno lunghi…”
Serena, alzò il viso di scatto verso di lui.
Che intendeva? Cosa voleva dire?
Marco non le lasciò il tempo di pensare.
“La saracinesca è abbassata ora, mia puttana, puoi spogliarti completamente.”
Serena mosse le labbra… voleva obbiettare, dire qualcosa, ma ne uscì soltanto un balbettio…
“co-co-cosa? Io…” tentò.
“Nuda. Non penso sia molto diverso qui da una camera d’albergo con il tuo amante.”
Parole come pugnalate che raggiungevano il segno.
Non le rimase che rivolgergli uno sguardo implorante, ricambiato da un’occhiata ferma che confermava semplicemente l’ordine….
Come poco prima, quando si era tolta il reggiseno, le mani tremavano mentre scossa dai tremiti Serena toglieva dapprima le scarpe, poi i pantaloni.
Da implorante, il viso di Serena si fece avvilito, mentre osservava Marco ritto in piedi, braccia conserte, che in maniera assolutamente ferma attendeva che lei completasse l’operazione.
Le mutandine scesero… un ultimo gesto del piede… e fu completamente nuda, una mano nell’altra, raccolte sul grembo.
Marco le si fece vicino, prendendola nuovamente per i capelli, ma senza strattonarla, invitandola con fermezza ad alzare il capo verso di lui, senza causare dolore…
E lei eseguì, tenendo gli occhi chiusi, stretti quasi a farle male… nuda… umiliata…. Le pareva quasi di poter escludere il mondo, tenendo gli occhi chiusi…
Ma non era così… non mentre la mano di lui ricominciava a passare sul suo corpo…
“La mia puttana cura bene la sua fighettina…” disse Marco, apprezzando la corta peluria tra le cosce di Serena, mentre la mano riprendevano possesso del capezzolo della donna.
Lo rigirava piano, quasi con dolcezza e nel mentre bisbigliava all’orecchio di lei…
“Ora inginocchiati…”
“Non puoi… non puoi farmi… Ah!” fu il piccolo grido di Serena, quando il capezzolo venne stretto.
Sortì l’effetto voluto.
Sempre con la mano di lui tra i capelli, Serena piegò le ginocchia, fino a farle aderire al pavimento.
La stretta le imponeva di alzare il capo, Marco le imponeva di guardarlo bene in viso.
E Serena si ritrovò a fissare ancora quel dannato sorriso sulla faccia di lui.
“Mia puttana, ora cominciano le lezioni un po più serie… mani dietro la schiena, per prima cosa.” Sentenziò.
Serena si sentiva persa. E sconfitta.
Si era detta di assecondare… ma… doveva uscirne, doveva tentare…
Gli riuscì solo di implorare.
“Non farmelo fare… Marco, ti scongiuro!” disse supplicando senza ritegno.
Lui non si scompose, con la mano libera cercò nella cartelletta… un foglio in particolare.
Cominciò a leggere “Ho voglia di incontrarti… anche ora, subito!”
Serena inorridì. Spezzoni della chat… Stava leggendo quegli scritti dannati!
Tentò di rialzarsi, per acciuffare quelle pagine, ma la stretta di Marco la inchiodava in ginocchio.
E intanto proseguiva nella lettura…
“Ah sì? E cosa mi farai appena mi vedi?” “Te lo succhierò, te lo succhierò fino a farti godere”
Marco allentò la presa tra i capelli di lei, che ricadde prona a terra, piangendo.
Le sue colpe… sbattute in faccia…
Lui intanto riponeva il foglio nella cartella.
“Devo andare avanti, o iniziamo le lezioni, puttana?” chiese ghignante.
Nessuna difesa.
Nessuna possibilità di uscirne.
Serena si erse sulle ginocchia, totalmente annientata.
Fissava davanti a sé, tra le lacrime, la patta dell’uomo.
Le mani si posizionarono dietro la schiena.
L’unica speranza era farla finire il prima possibile.
Dal canto suo, Marco se la godeva… Ne aveva inghiottiti di rospi con quella donna, e all’inizio
Non era stato facile digerire quell’atteggiamento da signora che lo trattava da lattante…
Non era stato facile?
Lui era stato carico di rabbia… per l’atteggiamento di lei, per la chiusura che poi Serena aveva
Messo nei suoi confronti, mentre lui l’avrebbe scopata ovunque… e che diavolo, era il figlio del capo, e otteneva ciò che voleva!
Era stato furioso…
Poi, si era delineato un piano… non certo così corretto ed integerrimo… ma non gliene era importato nulla.
Voleva Serena.
Per vendicarsi dei suoi atteggiamenti.
Per insegnarle il suo posto.
Perché adorava il suo corpo e lo voleva.
Perché così doveva essere.
Il piano… difficile da eseguire, ma che era stato possibile anche grazie a qualche aiuto sorprendente…
Ed ora, l’inizio del suo piccolo trionfo…
Inginocchiata davanti a lui… in suo potere… completamente nuda…
Con quel viso che l’aveva calamitato fin da subito… con quelle tette pronte ad essere usate…
E l’avrebbe fatto, oh sì, e lei non poteva nemmeno immaginare in che delirio l’avrebbe trascinata…
La sua mano tornò fra i capelli di Serena, mentre l’altra apriva piano la zip dei pantaloni.
Marco estrasse il suo cazzo, ponendolo a tre centimetri dalla bocca di Serena.
Un nuovo attacco di pianto da parte di lei.
Ma quando glielo spinse sulle labbra, lei non ebbe altra scelta che dischiuderle ed iniziare a succhiare.

Note finali:

Scritto dal mio master, ispirato dal mio essere…

 

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