Neppure uno è come te by Idraulico1999 [Sentimentale]




Quant’era bello con quei suoi capelli rossi, con gli occhi verdi, le spalle larghe, con quel viso bianco quasi trasparente, con quegli occhiali che lo rendevano brutto e sgraziato, ma che a me lo facevano apparire più avvincente e interessante di tutti gli altri. Quant’era bello come lo vedevo io e quanto soffrivo affliggendomi per il fatto di vederlo così bello, benfatto e leggiadro.

“Ha ripassato bene?” Eppure quel “Lei” pronunciato in quel modo ne marcava rafforzandone palesemente la distanza.

“Oggi dovrò interrogarla, ritiene che la sua preparazione sia sufficiente?”.

“Sì, signor professore, però se vuole darmi del tu può farlo, perché tutti i professori mi danno del tu”.

“Io viceversa preferisco di no. Allora, che cosa ne pensa, parliamo dei numeri reali”.

Accidenti a quei numeri, proprio i numeri reali, non so proprio un tubo dei numeri reali. Perché un professore che impartisce lezioni private ai rimandati e a quelli che come me preparano la maturità per l’ennesima volta, deve disporsi in conclusione con quest’atteggiamento così eccessivo e insopportabile? Finirà che come sempre parlerà lui e dopo la meritatissima romanzata me li rispiegherà di nuovo per la millesima volta, io mi perderò altrettanto per la millesima volta nei miei fitti e ingarbugliati pensieri. La prima mi sembra stretta, però lo specchio può ingannare, allora mi provo la seconda misura. La porta della mia camera è chiusa a chiave anche se in casa non c’è nessuno, è vero non si sa mai, qualche rientro imprevisto e inopportuno può succedere. Come s’allaccia dietro la schiena? Niente da fare, devo ancora metterlo al contrario, affibbiare i gancetti di ferro sotto le costole e poi girarlo nel verso giusto strofinandomelo sulla carne. Questa qua è un’operazione fastidiosa, quasi dolorosa che lascia il segno sulla pelle, ma necessaria, così infilo le bretelle. Il bianco mi dona, non c’è che dire, molto bene, profilo destro, profilo sinistro, frontale e di spalle. La seconda però continua a essere esagerata, ma forse un po’ meno fuori misura d’una settimana fa, senz’altro un mese fa era più piccolino, sì, è sicuro, è cresciuto ancora, già, perché a poco a poco cresce e con lui cresco anch’io, in quanto aumenta quest’inderogabile voglia di libertà, di liberazione che sento dentro di me.

“Come va adesso con quel disturbato, anzi squilibrato di professore?”.

Lui mi sta ufficialmente antipatico e indisponente, però non sopporto che me lo tocchino:

“Molto bene”.

Il direttore del circolo culturale dei diritti civili. In paese c’è qualche abusato, emarginato e maltrattato? Ecco il temibile circolo che interviene a salvare il mondo:

“Non è cattivo in fondo, direi che è soltanto un po’ troppo formale e preciso, ma è indubbiamente bravo e valido”.

“Meno male, perché se fosse stato più concreto si sarebbe di certo accorto della sostanza che ti porti addosso”.

Piero è il solito maiale allusivo, ecco che adesso allunga di nuovo le mani:

“Sta’ fermo”.

“Dai, che cosa c’è di male? Sono carine, gustose e poi stimolano l’appetito”.

“Sta’ fermo con quelle mani, piantala ti ho detto”.

“Dai, te le palpo solamente un attimo, così tu tocchi anche me, oppure preferisci che giochi un po’ con le tue chiappe rotonde? Fidati, perché non lo dico a nessuno, l’altra volta l’ho mica detto per caso a qualcuno?”.

La crisi, ecco di nuovo la crisi che incalzante t’assale, resisti per carità ripeto verso di me.

“Non è per questo tema”.

“E allora? Qual è il motivo? Piace anche a te, su dai. Gigi m’ha detto che te l’ha visto tirarsi su dopo che te le ha massaggiate un poco”.

“Gigi?” – maledetta e tremenda lingua lunga.

“Sì, Gigi. In realtà lui sbraita e riferisce, forse hai fatto male a fidarti di lui”.

“Io faccio male a trattare con gente come voi”.

“Ma dai, che piace anche a te, sennò che cosa ci staresti a fare qui con me in macchina sulla collina, dove si mettono tutti a pomiciare aspettando l’arrivo dell’imbrunire?”.

In realtà su quella collina io vado con tutti i ragazzi graziosi del paese, a patto che nessuno lo dica in giro, perché in tal modo si finisce che lo sanno tutti, addirittura perfino nei paesi vicini, nessuno però ammette né dichiara di sapere per esperienza diretta, tutti sanno dagli altri soltanto per sentito dire: che non si dicesse mai e poi mai che qualcuno di loro è stato con me. Questa storia è diventata una storia comica e spassosa, anche perché alla maggior parte dei miei improvvisati partner consento pochissimo, questo perché come amanti, al di là delle delle insinuazioni, delle maldicenze e delle continue vanterie da bar cui anch’io avevo talvolta partecipato, francamente lasciano molto a desiderare. Le loro tante confidenze sono perlopiù alterate e inventate di sana pianta, maggiorate al massimo, perché superata l’apparente e iniziale resistenza con quei mille imbarazzi che la situazione crea, non valgono nemmeno un millesimo di quel che raccontano. Adesso capisco perfettamente perché le ragazze del paese sono tutte annoiate, disgustate e per di più stanche, dal momento che passano il tempo dipingendosi le unghie delle mani e dei piedi di mille colori diversi, sai io ho cominciato proprio così passandomi lo smalto sulle unghie.

“Oggi di che cosa vogliamo parlare?”. Io ci penso su un attimo, poi decido e mi lancio senz’inibizioni:

“Di me professore”.

“O bella questa, e perché mai? Nel suo programma non risulta, non c’è come argomento”.

“Va bene, facciamo un’eccezione”.

“Lei che cosa pensa di me?”.

Lui è in difficoltà, palesemente in penuria, in quanto la domanda lo coglie impreparato, è però fantastico vedere lui disinformato e non me in difficoltà, allora incoraggiata incalzo:

“Lasciamo perdere per un istante la matematica, come persona intendo dire”.

Lui mi squadra velocemente dall’alto verso il basso, poi dal basso verso l’alto, mormora qualcosa per me d’astruso e d’incomprensibile, giacché non gli va né vuole esprimere nulla, perché non gl’interessa proseguire, visto che si sente sondato e spogliato nell’anima e nella psiche:

“E’ sicuro che non le interessi? Andiamo professore”.

Lui adesso protesta manifestamente, si nota che è a disagio, però leggermente incollerito annuncia:

“Che cosa ti salta in mente, che cos’hai in testa? Guarda che ti pianto qua in asso e me ne vado su due piedi, ma roba da matti” – sbotta lui stizzito, peraltro colto sul vivo per l’argomento affrontato.

“Va bene, lasciamo stare” – rispondo io, cercando di diminuire l’attrito e il disaccordo iniziale provocato dalla mia domanda.

Io mi raggomitolo, eppure la lacrima che scende dall’occhio sprofondato verso il basso verso la mia caviglia scoperta e il piedino che calza le infradito di color pastello arancione, in fondo è lealmente sincera. Adesso lui si è calmato, sento che il suo sguardo accigliato e burbero s’intenerisce, mi sta osservando e non so se guardi precisamente il mio visetto dalla pelle liscia o il cerchietto che raccoglie i capelli all’indietro, quella canottiera rigorosamente bianca sotto cui si stagliano le mie piccole ma evidenti boccette. Le braccia lisce e abbronzate, i pantaloni a metà polpaccio di colore blu con le costine celesti che fanno tanto d’estate, perduta tra i libri e i mille pensieri tristi che immancabilmente m’assalgono nella mia insolubile e inspiegabile solitudine, che io riempio peraltro vanamente di uomini e di sesso.

“Lei non ce l’ha con me. Non più, vero?”.

Lui non risponde, aggira però la domanda che io gli ho posto con voce colma di pianto:

“Perché ti tratti così? Tutto il paese parla di te”.

Io accetto il fazzolettino che m’ha offerto, m’asciugo gli occhi e glieli sparo addosso con la potenza del mio color verde-azzurro:

“A me non interessa del paese, d’un individuo qui in paese sì eccome, per il fatto che lei lo sa molto bene”.

L’unico che ci sa fare è Riccardo, intanto perché non sceglie mai la collina né l’automobile, prima mi porta a cena, mi corteggia, mi lusinga, mi fa pure ridere e mi compra la rosa offerta dall’immancabile signore indiano in trattoria. Poco importa se dobbiamo fare ogni volta da cinquanta a cento chilometri, cambiando regolarmente posto e motel. Con lui ne vale la pena, non c’è dubbio, perché poi mi mette in un letto vero, mi bacia teneramente prima di cominciare, sa che cosa sono i preliminari e non li teme, al contrario degli altri che eiaculano già alla prima toccatina laggiù. Fu lui, difatti, tanto tempo fa a salvarmi dalle prime burle di paese, la volta che mi presero in cinque o addirittura in dieci e dopo una lotta furibonda in cui difendevo disperatamente la mia intimità e la mia identità, dal momento che mi strapparono dai piedi le scarpe e i calzini trovandomi indosso i collant e le unghie dei piedi laccate con lo smalto nero. Riccardo era già grande, mi portò via sradicandomi da quella canea vociante che intonava un insostenibile e intollerabile coro di: ricchione, ricchione, ci fai schifo.

“Non hanno però tutti i torti” – mi ripeté lui quando fummo da soli.

Io in quel momento nemmeno capivo che cosa volesse significare ricchione, per me comportarmi in quel modo era una cosa alquanto immediata e naturale, congenita, giacché non potevo farci nulla, considerato che mi sentivo normale in quella maniera lì, perché non mi convinsero nemmeno le sberle e le sacrosante dal suo punto di vista cinghiate di mio padre. Riccardo di certo quei fatti oggi nemmeno se li ricorda, o fa finta d’averli dimenticati. Io credo che con il tempo lui si sia innamorato un poco di me, ed è per questo che quando esco con lui mi porta prima al motel, perché io mi trucchi e mi vesta da strafiga, in seguito andiamo un po’ in giro come una coppia vera e infine torniamo a fare l’amore. Lui al momento è fidanzato, io sono la sua seconda fidanzatina, mi spoglia adagio e gli viene duro prima d’avermi lasciata in mutandine e in reggiseno, non è una gran bellezza e ha il vizio del bere, ma quando è con me non esagera, perché è tenero e sa come pizzicarmi i capezzoli facendomi letteralmente sragionare, poiché me li solletica abilmente per svariati minuti come piace a me, passando sopra le punte prima gl’indici e imprimendo alla mia carne soda un movimento rotatorio che si trasmette irradiandosi alla testa, e se non stessi seduta o distesa cadrei lunga per terra. Dopo prosegue e scava come un solco tra la punta del capezzolo e l’areola, tra la base e l’altezza come se volesse svitarli e in realtà svita, allenta, azzera, annulla ogni mia capacità di resistenza, sì, io non so resistere, perché mi piace troppo quando mi toccano lì. Lo adoro e gradisco chi sa farlo, lo amo proprio, anche se solo per quei pochi istanti in cui sa donarmi questo piacere immenso e favoloso, perché sono ancora persa per la prima occasione che me lo fece. Amore mio grande, che cosa m’hai fatto, m’hai svitato l’anima e te la sei portata via, infine passa a leccarli e a mangiarli voracemente, come se volesse sbranarmi le tette che gli ormoni mi fanno progressivamente gonfiare.

“Non ti fai scopare dal professore, vero?”.

Lui me lo chiede mentre io sono distesa verticalmente rispetto a lui, disteso a farsi succhiare quel cazzo grosso e compatto come il legno, perché è proprio il legno che mi ricorda quella sua cappella gonfia e paonazza, quell’asta grossa e nodosa che tengo dolcemente prigioniera nella mia mano morbida e curata con le unghie smaltate di color rosso fuoco, anche se domattina tornando in paese dovrò fare un’abbuffata con l’acetone per tirare via tutto quel colore:

“Sei matto? Lui è il direttore del circolo per i diritti civili”.

“E con questo? Che cosa vuol dire? Che quelli che sostengono i gay non se li possono fare i gay?”.

Io interrompo bruscamente il mio lavoro di bocca e di mano, perché il mio sguardo diventa compassato e severo:

“Io non sono gay, questo lo sai bene, è chiaro? Io non ho niente contro di loro, ma non lo sono. Io mi sento come tu mi vedi, ovverosia donna”.

“Scusami, pensavo che t’attirasse il genere d’uomo attempato”.

“Come no, adesso mi metto pure con i vecchi”.

“Io invece? Che cosa sono esattamente per te? Non sono forse un vecchio?”.

Io sollevo la testa, lo guardo un po’ stupita, dal momento che non pensavo che mentre uno si fa fare un pompino potesse pensare d’intavolare una discussione seria:

“Tu hai vent’anni più di me, ne hai soltanto quarantaquattro, quindi non posso dire che sei vecchio”.

“Perché non scappi via? Perché non lasci il paese? I tuoi se ne sono dovuti andare per la vergogna, però tu resisti”.

“Perché me ne dovrei andare? Che cos’ho fatto di male?”.

Attualmente non trova una buona ragione, dato che vorrebbe che la trovassi repentinamente io:

“Io sono così, non provoco guai a nessuno e non mi vendo. Non lo faccio né per i soldi né per i regali con cui in molti pensano d’acquisire comprando il mio silenzio”.

“E se t’innamori?”.

Ecco, qui sono cazzi, anzi, non sono più cazzi, perché mi tiro su e smetto di leccare il suo. Mi metto seduta, mi guardo nella grande specchiera collocata di fronte al letto di questo motel nemmeno tanto squallido, giacché indosso solamente le calze autoreggenti:

“Riccardo però gradisce che le porti durante il sesso” – e il mio pene ammosciato dalle cure ormonali si vede appena, incuneato com’è fra le mie cosce snelle.

Io sono paonazza e non è soltanto per mezzo del fard, Riccardo m’attira a sé, mi prende per un fianco e m’accarezza il seno, è vero, è piccolo ma non è rifatto, in quanto mi piace quando fa così:

“Io potrei essermi innamorato di te” – mi confida in un orecchio e subito dopo s’impegna nel leccarmelo. Io avverto l’umido della sua saliva e della sua lingua, come se mi entrassero dentro il cervello:

“Sei un tesoro”.

Io gli accarezzo il ventre duro, la palestra gli dona, la peluria folta che gli sale dall’inguine fino al petto lo rende arrapante, ma la sua fidanzata che non è gelosa di me mi considera una “non donna”, una puttanella di serie inferiore. Lei si sbaglia, perché Riccardo si è veramente innamorato di me, per il fatto che mi trova più donna di lei:

“So che mi vuoi bene, nondimeno mi dispiace. Il mio cuore è di un altro, per questo motivo non posso andarmene, non ancora”.

Il professore ha saltato una lezione, non è mai successo prima, per il fatto che non m’ha nemmeno spiegato il perché. Devo farla, però gli esami sono tra una settimana e non so ancora niente, mi presento io in casa sua, busso e m’apre suo figlio, io rimango senza parlare, lui in ugual modo:

“Papà non c’è. E’ andato in città, tornerà domani” – s’affretta a dire.

“Non mi fai entrare?”.

“Neppure mamma c’è, lei è con papà”.

“Non ti mangio, sai”.

Lui mi fa entrare, ma non è vero, me lo mangerei eccome. Osservandolo bene sembra un baccalà, è imbarazzato, imbranato e terrorizzato, sennonché mi fa sedere nel salotto di casa sul divano: lui si colloca abbastanza distante su d’una poltrona che si trova all’angolo opposto della stanza:

“Non posso saltare la lezione di oggi, ci sono ancora quei dannati numeri reali. Me la potresti fare tu?”.

“Io non sono all’altezza. Non posso, non ci riesco”.

“Tu studi già alla Normale di Pisa, sei al quarto anno. Io ho perso due anni, per questa cazzo di matematica, veramente non puoi aiutarmi?”.

Il santo non suda, si guarda le punte dei piedi, sento di detestarlo nel profondo, perché adesso voglio punirlo severamente:

“La tua stanza è sempre lì?”.

Lui vorrebbe fermarmi, ma in un istante gli sfuggo, mi lancio per le scale e piombo nel suo piccolo regno, dato che è ancora come allora:

“Ti ricordi? Noi studiavamo qui”.

Io gl’indico il tavolo sistemato sotto la finestra rivolta verso la campagna, è bella, è suggestiva la nostra campagna, magnifico ma doloroso è il ricordo che mi sta penetrando come ieri ha fatto Riccardo, che mi chiede sempre in quanto è l’unico che ha quest’innata delicatezza. Riccardo m’adora sa come farmi poco male, facendomi godere anche nel dolore attualmente però mi fa male il ricordo di quella stanza:

“Tu sei stato il primo, lo sai questo?”.

Lui non risponde, è alle mie spalle e lo sento, perché era alle mie spalle anche quel giorno in cui improvvisamente s’avvicinò accostandosi dolcemente a me, cingendomi senza malizia i fianchi e lasciandomi del tutto incapace impedendomi d’articolare un solo movimento. Io vorrei che anche adesso facesse quel che fece all’epoca, visto che mi collocò una mano all’altezza dell’ombelico e con l’altra mi carezzò, poi dall’ombelico risalì piano seguendo il percorso della maglietta sottile che indossavo quel giorno d’estate, superò il solco delle costole trovando le mie piccole tette, sbocciate già allora anche senz’ormoni. Il baccalà in quel momento ero io che non sapevo che cosa fare, come cavarmela, ambedue ci volevamo un sacco di bene, già sentivo e sapevo d’adorarlo dentro di me, eppure non pensavo che anche lui gradisse me, che mi volesse, che trovasse quel coraggio che io non avevo mai avuto per affrontare la questione. Eppure, quella era l’unica ragione per cui studiavo con lui, perché volevo stargli accanto, volevo sentirlo respirare, guardarlo, vederlo sorridere, incavolarsi, parlare, volevo tutto questo e altro, e adesso che quell’altro era arrivato io ero una specie di manichino immobile, mi sentivo un fantoccio snaturato.

Lui mi frizionava con amorevolezza le tette, sfregava con riguardo le mie terga, al momento era un tutt’uno con il suo busto e il suo ventre, il mio didietro si stava opportunamente appiccicando alla sagoma della sua esuberante virilità, tra le mie chiappe protette a stento da quei pantaloni troppo leggeri, giacché s’andava formando come un solco in cui io avvertivo l’intensificarsi della sua poderosa erezione. Io lo captavo frignare adagio, mugolare inezie al mio orecchio e poi avvertii il pizzico delle sue dita, in quell’istante mi fece male e dissi qualcosa, forse ahi, non lo so, in quanto era lui che aveva trovato la consona combinazione per spalancare la mia personale cassaforte, aveva sentito i capezzoli duri sotto la maglia fine e li aveva come strizzati, quasi spremuti. Io mi ero sbloccata, avevo sentito uscire qualcosa da lì, forse il latte che mai avrei potuto dargli oppure somministrare un giorno a un bimbo mio, forse la mia femminilità fino a quel momento imprigionata si manifestava emergendo, a parte l’allora già sorpassato episodio dello smalto nelle unghie dei piedi. Era stata come una liberazione quel pizzico, ero affrancata, poiché avevo cominciato a muovermi roteando il bacino sul suo cazzo d’acciaio, mi sentivo femmina, ero sensuale e innamorata, dolce e mignotta, discreta e porca, avevo tirato su la maglietta e gli avevo concesso via libera sul mio pancino nudo, su quei piccoli seni arrapanti.

Senza più barriere né impedimenti le sue mani scorrevano sulla mia carne appassionata, perché era stato tenero, gentile e soffice il suo tocco, mentre spietato e duro si era fatto il suo contatto in basso con il mio corpo perché lo sentivo premere nel solco sempre più profondo, mentre una mano aveva ghermito il mio piccolo sesso. Ansimando io lo fermai, mi resi conto della situazione, sfuggii alla sua presa, mi staccai da lui, replicai qualcosa come per dire basta, fermiamoci qui, è stato bello, ma incantevole era lui, perché nel guardarlo accaldato, smarrito e sbigottito per quell’imprevedibile interruzione io feci un passo all’indietro, inciampai e crollai sul divano, lo stesso divano che attualmente si trova nella sua stanza. Me lo ritrovai addosso, dicevo di no e tenevo incautamente la bocca aperta, lui mi baciò, poi sentii la sua lingua allacciata alla mia, dal momento che fu un bacio appassionato, lunghissimo e vibrante, lo sfogo d’un desiderio reciproco tenuto per troppo tempo represso. Alla fine gli avevo afferrato il viso con entrambe le mani, perché quello lì era il primo bacio della mia vita, avevo continuato a baciarlo senza più freni, senza più complessi né inibizioni e baciavo così bene che lui disse di non credere d’essere stato il primo. Ci baciammo per un tempo che mi sembrò infinito, che mi pare stia durando attualmente.

In questo esatto istante rivedo tutti i luoghi del nostro amore, scandaglio con accuratezza tutte le immagini, me le ritrovo dopo parecchi anni che emergono lucide e incancellabili, riesamino i nostri corpi nudi distesi sul letto, le mani intrecciate, il respiro pesante, il suo sesso dentro la mia bocca, la mia lingua sul suo glande nudo e caldo, la sua carne che riempiva la mia, il suo indugiare nell’inumidirmi e nel massaggiarmi per non farmi troppo male, la sua dolcezza e la sua indulgenza pure nell’apparente brutalità e nella durezza della sodomia, le tette racchiuse nelle sue mani mentre mi penetrava nella posizione della pecorina, il suo urlo possente, infine il fiotto di sperma che mi colpì sulla schiena imbrattandomi i lunghi capelli e poi il collo, le scapole, marcando il territorio del mio corpo, ormai divenuto di sua unica e sola proprietà.

“All’università tutto bene?”.

“Sì, benissimo. Qualcuno t’ha vista entrare?”.

“Non lo so. Ti vergogni di me? Vado via allora”.

“Sì, forse è meglio”.

“Tuo padre è veramente partito?”.

“No, ha detto che usciva con mia mamma, perché noi due dovevamo chiarirci”.

E bravo il direttore del circolo per i diritti civili, in fondo è stato coerente e pure razionale, rischia persino suo figlio per i principi. Fu sua madre tempo addietro a capirne gli atteggiamenti, in quanto lo costrinse a confessare e in seguito a pentirsi, dal momento che per lui quella era l’estate della maturità mandandolo in brevissimo tempo a studiare fuori per frequentare l’università, vietandogli di vedermi, perché lei lo circondò immediatamente di gradevoli e piacenti ragazze, poi sparpagliò accuratamente in giro la voce sentenziando palesemente ai quattro venti che io davo ben volentieri il culo e che facevo abilmente i pompini, finché diventai il femminilizzato di turno, la puttana del paese:

“Hai detto qualcosa a mio padre?”.

“No, secondo me sapeva già, magari si tratteneva, però questo non conta. Io vado via, lascio il paese, perché non so se neppure completerò mai questo cazzo di liceo, adesso onestamente non me ne frega più di tanto”.

“E dove andrai di preciso?”.

La domanda m’arriva mentre sono già ritornata al piano di sotto, sono quasi sulla soglia, lui mi raggiunge e m’afferra saldamente per un braccio:

“Aspetta, ascoltami, t’aiuterò io, supererai tranquillamente gli esami, poi farai quello che vorrai, garantito”.

Io lo guardo, lui è ancora bellissimo e delizioso con i suoi capelli rossi, gli occhi verdi, le spalle larghe e il viso latteo, adesso non porta più gli occhiali, ma è sempre interessante e stimolante. Io lo trovo avvenente e grazioso, soffro chiaramente tanto, patisco maledettamente la faccenda, nonostante ciò vado via lasciandolo lì sulla porta, mentre lui mormora ancora un infruttuoso e un inutile aspetta, dai, pensaci, rimani.

Io vado via, non so per dove, cosicché m’allontano rapidamente, perché non so dove sono stata fino a questo momento, forse voglio scoprirlo, forse no, può darsi che voglio continuare a girovagare da un uomo all’altro, bighellonando da un sesso all’altro, ciondolando e perdendomi da un paio d’occhi ad altri, nell’inutile, nell’impossibile e nell’evanescente illusione, in quella cedevole e inconsistente speranza di trovare un uomo che sia come lui, che sia lui, che mi adori al presente, così come io venero ancora lui.

{Idraulico anno 1999}

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