Merlino




Jerom trovava tutto assolutamente pazzesco ed anche un poco umiliante. Si considerava un archeologo serio e non un cacciatore di sogni ed inoltre era fermamente convinto che l’epoca degli Shliman fosse da molti anni terminata. Non era serio impegnarsi in ricerche solo sulla base di vecchi romanzi e se Shliman era riuscito a scoprire Troia seguendo le indicazioni di Omero ( e dei suoi traduttori) Jerom pensava che quel fatto poteva essere considerato una delle più clamorose “Botte di culo” della storia.

Ma quello che pensava Jerom non contava, l’università aveva ricevuto un’offerta di quelle che non si potevano rifiutare ed il rettore aveva pensato bene di dare l’incarico a lui. Aveva appena parlato con lui quando, rientrato furente nel suo ufficio lo aveva trovato ingombro di grossi scatoloni contenenti vecchi manoscritti.
Tutti parlavano di un unico argomento naturalmente, la leggenda del mago Merlino e del suo tesoro, un’autentica idiozia, ma Jerom sapeva di doversi rassegnare. Il rettore era stato chiaro, doveva dedicarsi anima e corpo a quell’incarico e sino a quando non l’avesse portato a termine non gli avrebbe affidato nessun altro incarico. Priorità assoluta.

Suo malgrado Jerom decise di incominciare subito e chiamò Glenda, la segretaria dell’istituto. “Per favore Glenda mi dia una mano, dobbiamo suddividere e catalogare tutta questa merda…” disse e se ne pentì subito. Glenda era una donna di quarant’anni, cattolica irlandese e molto religiosa. Vestiva molto seriamente e non amava il turpiloquio, a Jerom non sfuggì l’occhiata di riprovazione che gli lanciò. Era una delle poche che non si faceva scrupolo di dirgli quello che pensava, forse per quello gli piaceva. Gli altri molto spesso si sentivano in dovere di trattenersi, per rispetto alla sua deformità, e questo faceva incazzare tremendamente Jerom.

Da bambino aveva molto sofferto per la sua condizione, ma poi aveva imparato ad accettarla, anche se non era facile essere alto poco più di un metro e quaranta, portarsi dietro ad ogni passo una schiena deforme ed una gamba zoppicante. Non erano menomazioni tali da limitarlo seriamente, ma erano sufficienti per destare fastidio e sconcerto negli altri e per metterli a disagio.
Oltre a sua madre e suo padre, Jerom nella sua vita aveva incontrato solo due persone che non si sentissero a disagio per quel suo aspetto poco piacevole, la prima era appunto Glenda, la segretaria dell’istituto, la seconda si chiamava Muriel, ora aveva circa 45 anni e di professione faceva la puttana. L’unica donna con la quale Jerom fosse mai stato.
Lui le si era presentato impacciatissimo e timoroso di un rifiuto che non sarebbe stato capace di accettare, ma lei aveva saputo metterlo a suo agio. Dopo quel giorno Jerom era tornato da lei con regolarità e tra loro si era anche instaurato un rapporto di vera amicizia. Jerom spesso ridacchiava pensando a quante volte lei mentre stavano nudi nel letto gli aveva detto “Jerom ragazzo mio il Signore è giusto ricordatelo sempre…. Ti ha fatto tanto grosso e forte qui….. che in qualche modo doveva compensare…….” Mentre accarezzava a fatica l’enorme ed instancabile membro di Jerom.

Iniziò un lungo e noiosissimo lavoro per aprire i pesanti scatoloni, catalogare e riporre i tomi che contenevano. Le cose migliorarono un poco quando finalmente Jerom iniziò a leggere i documenti. Il passato lo affascinava anche quando si trattava di stupide leggende. Amava la quotidiana fatica di decifrare ed interpretare gli antichi scritti, quel linguaggio arcaico e misterioso e ben presto si accorse che la leggenda di Merlino non era poi così noiosa. Incominciò a divertirsi a ritrovare negli antichi scritti riferimenti a cose luoghi o personaggi che esistevano ancora o semplicemente erano entrati a far parte della storia o delle tradizioni popolari.

Dopo un paio di settimane, il rettore lo mandò a chiamare, Jerom raccolse i suoi appunti ed andò nel suo ufficio. Provò subito un gran fastidio nel vedere che il rettore non era solo, nel grande ufficio vi erano altre due persone. Ronald lo accolse con un grande sorriso “Finalmente….non vedevo l’ora di presentarti al signor Fuller, la persona che finanzia la tua ricerca. Stavo appunto dicendogli che sei stato talmente impegnato nelle tue ricerche da non trovare nemmeno un attimo di tempo per relazionarmi sui tuoi progressi…..”.

Fuller e la donna che sedeva al suo fianco si voltarono a fissarlo mentre lui goffamente si muoveva verso di loro, e quello che lesse sui loro visi non gli piacque per nulla. In particolare l’espressione del viso della ragazza lo fece infuriare… ma era abituato e seppe controllarsi. “Piacere di conoscerla professor Mitchel, io e mia figlia siamo ansiosi di sapere quando ritiene che potranno incominciare le ricerche vere e proprie e come ha pensato di muoversi….” Disse Fuller.

Jerom conosceva quell’uomo, era famoso per tutta l’Inghilterra, ed ora aveva anche riconosciuto la ragazza, la figlia di Fuller che compariva quasi ogni giorno sui giornali scandalistici di Londra per i suoi flirt con personaggi famosi. “L’archeologia studia il passato e come il passato non conosce la frenesia dell’epoca moderna….” Replicò subito Jerom “La mole di documenti che mi avete fornito è impressionante e prima di decidere una strategia occorre analizzare e catalogare tutte le informazioni disponibili…” cercò di prendere tempo.

“Ed è proprio per questo che i signori Fuller sono qui…. Tutti i documenti che ti sono stati forniti sono proprietà della signorina Edith, che li ha raccolti con passione nel corso degli anni, trasformando la sua passione infantile per la leggenda di Merlino in un vero e proprio approfondito studio….” Gli rispose immediatamente il rettore. “Come tu stesso ha constatato la più completa documentazione esistente al mondo…. E lei l’ha studiata per anni. Fortunatamente la signorina a appena terminato l’anno scolastico ed è pronta a collaborare con te, aiutandoti a aggirarti più celermente tra tutti quei tomi….”.

Per poco Jerom non esplose. Non poteva crederci, Ronald sapeva benissimo come lui lavorasse, sapeva benissimo che a malapena aveva imparato a sopportare che Glenda si aggirasse nel suo ufficio mentre lavorava ed ora… ora gli stava proponendo che quella stupida ragazzina… quella puttanella gli facesse da assistente

Tentò una disperata difesa “Non credo sia necessario, ancora qualche giorno ed avrò terminato… e poi tu sai che io lavoro meglio da solo…” ma Ronald la respinse con facilità ed anzi affondò il colpo dando a Jerom una nuova pessima notizia “Può darsi comunque che ti possa tornare utile per un’analisi finale… per essere certo di non aver trascurato nulla. E poi e bene che voi due incominciate ad affiatarvi dal momento che la signorina Fuller seguirà la spedizione quando si passerà alla fase operativa….”

A Jerom non restò che rassegnarsi e lanciò una fugace occhiata alla giovane che gli sorrideva. Ne trasse un presagio di disgrazia, misto ad un fremito che non gli era sconosciuto. Edith Fuller doveva avere poco più di vent’anni, biondissima e dai lineamenti raffinati non smentiva l’impressione che trasmetteva dalle pagine dei giornali indossando una minigonna vertiginoso ed una camicetta molto scollata dietro il labile paravento della raffinata giacca.

Sin dal giorno successivo prese il suo posto alla facoltà passando quasi tutto il suo tempo nell’ufficio di Jerom. Per il poveretto l’unica consolazione era la comprensione di Glenda che disapprovava anche più di lui l’abbigliamento e gli atteggiamenti della ragazza. Ma una cosa fu costretto ad ammettere, la ragazza aveva veramente studiato quei documenti ed in molti casi era anche riuscita ad interpretare correttamente i più intricati passaggi della lingua arcaica.

A meno di un mese dall’inizio, Jerom si era fatto un’idea precisa ed anche se non aveva affatto mutato la sua opinione iniziale, era pronto a discuterne con il rettore ed i Fuller. “Allora Jerom, dicci a che conclusioni sei giunto…” gli domandò Ronald mentre i Fuller attendevano pazientemente “La leggenda di Merlino da secoli ha grande piede in Inghilterra, ne parlano un po’ tutti i documenti che abbiamo analizzato e la sua presenza viene segnalata praticamente ovunque… e molte volte in periodi coincidenti…” non seppe trattenersi dal commentare “Comunque catalogando tutti i dati in nostro possesso è possibile individuare strani buchi a cadenze più o meno regolari e per durate generalmente lunghe nei quali non è dato di rintracciare notizie del famoso Mago”. Continuò prendendo poi ad esporre i dati.

“Naturalmente in i documenti che parlano delle favolose ricchezze accumulate dal Mago sono innumerevoli però nessuno ne parla mai in base a constatazione di fatto, ma sempre facendo riferimento a voci o deducendone l’entità da donazioni pubbliche ricevute dal Merlino…… Nella tabella che vedete abbiamo catalogato le proprietà conosciute del mago, ville castelli poderi, ed a fianco di ognuno gli elementi certi di cui disponiamo ad oggi. Come potete vedere molti sono ancora esistenti, di altri si conosce la certa distruzione… ma esiste un certo numero di possedimenti dei quali è stato possibile individuare solo informazioni generiche.” Jerom fece una lunga pausa per accertare se era riuscito a catturare l’attenzione di tutti, e ne fu compiaciuto.

“Contrassegnati in giallo vedete alcune località… sono quelle per le quali disponiamo del minor numero di informazioni, ma sono anche, per una strana coincidenza, quelle che si trovano più vicino ai luoghi in cui è sempre stata segnalata la presenza del mago prima di quelle sue misteriose sparizioni di cui ho parlato prima….. è da qui che cominceremo, dando la caccia ai nascondigli segreti di Merlino….”

Non ebbe nemmeno il tempo di gustare la soddisfazione di essere riuscito a conquistare la platea dal momento che subito dopo si ritrovò catapultato nei preparativi per la spedizione e soprattutto a dover subire il pauroso lievitare del numero di persone coinvolte. Jerom avrebbe voluto, almeno nelle fasi iniziali circondarsi solo di pochi e fidati collaboratori, ma Ronald impose una spedizione massiccia che coinvolse numerosi studenti. “Così potremo ispezionare contemporaneamente molti più posti….” Disse il rettore “Già ma i costi andranno alle stelle….” Commentò Jerom sperando che servisse a dissuaderlo. “Non ti preoccupare dei costi…. Fuller paga bene, ma esige il massimo impegno….” Troncò la discussione Ronald.

Meno di una settimana dopo una nutrita spedizione partiva in grande stile per raggiungere la remota località nel Galles dalla quale avevano deciso d’iniziare le ricerche, ed il giorno successivo fissavano il loro campo in una sperduta località alla sommità di una collinetta che dominava le alture circostanti.
Mentre gli addetti iniziavano a montare le attrezzature del campo, Jerom, stese le carte su di un improvvisato tavolo ed iniziò a guardarsi intorno per poi tornare alla carta. A volte segnava alcuni punti con un evidenziatore prima di tornare nuovamente a scrutare l’orizzonte.

Ben presto gli altri lo notarono e con suo disappunto si ritrovò circondato dagli studenti, cercò di ignorarli, ma la voce di Edith Fuller, lo costrinse a sospendere il suo lavoro. “Che cosa stai facendo Jerom…” domandò la ragazza… sospirando Jerom rispose “Sta individuando i punti dai quali incominceremo la ricerca….” Disse ma subito Edith lo incalzò “Fantastico… questo vuole dire che tra poco ci dirai anche che cosa dovremo cercare dal momento che sino ad ora non lo hai fatto….” Jerom annuì “Dobbiamo cercare un’antica costruzione, probabilmente non di grandi dimensioni…. Un piccolo castello dimenticato, probabilmente ricoperto dalla vegetazione o semi sepolto…. Per questo sto cercando d’individuare tutte le sporgenze apparentemente anomale del terreno… e da domani ci divideremo in gruppi ed incominceremo a cercare…” visto che era stato costretto ad interrompersi decise che avrebbe sfruttato l’occasione per spiegare a tutti il da farsi e continuò “Ognuna delle squadre raggiungerà un punto prefissato ed incomincerà le ricerche, farà fotografie, piccoli sondaggi del terreno… vi verranno forniti anche dei sonar da utilizzare solo nel caso di indizi favorevoli… per cercare di vedere sotto al terreno. Ogni sera ci raduneremo per analizzare quanto raccolto e decidere il da farsi……”.

Jerom non amava parlare in pubblico anche se sapeva farlo molto bene, accortosi di aver creato eccitazione tra gli studenti decise di liberarsene per tornare al lavoro tranquillo “Ora andate, dovete sistemare il campo e riposarvi, la giornata di domani sarà certamente lunga e faticosa….” Con sollievo li vide allontanarsi parlottando rumorosamente
E tornò a concentrarsi sull’individuazione dei punti più interessanti.

S’interruppe solo al crepuscolo, e si accorse che gli altri si erano già radunati per la cena, passò a ritirare un piatto e poi andò nella sua tenda riprendendo a studiare i documenti che si era portato. Ben presto però incominciò ad irritarsi per le grida di allegria e le risate che giungevano dai ragazzi che si erano radunati intorno al fuoco. In particolare lo irritava la risata argentina di Edith Fuller, che aveva imparato a riconoscere “Con tutti quei ragazzi che le ronzano attorno chissà come si diverte la puttanella…” pensò con irritazione, poi distolse il pensiero cercando di tornare a concentrarsi.

Lentamente i rumori del campo si spensero e lui ritrovò la sua calma lavorando sino a tarda notte prima di abbandonarsi al sonno ristoratore. L’indomani il lavoro iniziò di buon ora, Jerom compose le squadre, assegnò i settori e poi tutti partirono per iniziare le ricerche. La giornata trascorse per tutti veloce, mentre l’entusiasmo della ricerca li spingeva a non fermarsi mai. La sera si ritrovarono e sembrava che tutti avessero fatto sensazionali scoperte…. Ci volle tutta la calma di Jerom per riuscire ad analizzare con calma quanto avevano trovato e riconoscere che non si trattava di nulla d’importante. Se ne andarono tutti un poco delusi e sconfortati.

Le ricerche continuarono nei giorni successivi senza apprezzabili progressi, smorzati gli entusiasmi iniziali tutti lavoravano con più calma e la sera non erano più affranti. Per cui spesso si trattenevano sino a tarda ora intorno al fuoco parlando o ridacchiando come era logico attendersi da giovani studenti. Jerom non si univa mai al gruppo, ma anche nelle rare occasioni in cui aveva avuto modo di osservargli non gli era sfuggito che Edith aveva rapidamente conquistato una posizione di rilievo nel gruppo. Era sempre al centro dell’attenzione, e faceva anche di tutto per rimanervi.

Spesso l’aveva notata civettare con numerosi ragazzi e da qualche giorno la sera si cambiava indossando abiti eleganti ma sempre più sexy, spesso anche Jerom si sentiva strano e si soffermava a fissarla, accarezzando con lo sguardo le sue lunghe e perfette gambe e cercando di sbirciare il generoso seno dalle ampie scollature. Se ne pentiva subito e si rimproverava aspramente per quella debolezza. Di giorno Edith poi non gli forniva alcun alibi per prendersela con lei e sfogare in qualche modo la rabbia che andava accumulando e lavorava quanto e come gli altri senza mai creare problemi.

I giorni passavano ed il gruppo incominciava a demoralizzarsi, il numero delle località ancora da esplorare si riduceva e tutti incominciavano a dubitare di riuscire a trovare quanto cercavano. “Forse converrebbe passare all’altra area che avevi individuato… qui, ormai è chiaro, non troveremo mai nulla….” Aveva detto una sera qualcuno, ma Jerom era stato inflessibile “Ci sposteremo solo quando avremo esplorato tutta la zona”.

La tensione nel gruppo però continuava a salire, e Jerom ne soffriva, diventando ogni giorno più nervoso. La notte lavorava sino a tarda ora ma malgrado questo stentava sempre ad addormentarsi e molte volte dopo pochi minuti di sonno si ridestava senza riuscire a prendere sonno. Ad aggravare la situazione ci si mise anche il clima, con un caldo decisamente insolito per quelle zone solitamente fresche. Una notte dopo essersi a lungo rigirato sulla brandina si alzò ed uscì dalla tenda. Il campo era silenzioso e lo percorse cercando di non far rumore. La notte era splendida con una grande e luminosissima luna che creava ombra irreali sul paesaggio circostante. Uscì dal perimetro del campo e si diresse verso il ruscello che distava poche centinaia di metri con l’idea di farsi un bagno rinfrescante.

Non era la prima volta che raggiungeva il ruscello di notte dal momento che ogni qualvolta aveva dovuto lavarsi lo aveva fatto di notte. Non voleva in alcun modo correre il rischio che qualcuno potesse accidentalmente vedere il suo corpo deforme mentre si lavava. Camminava quindi sicuro e silenzioso potendosi dedicare all’individuazione dei piccoli ostacoli che gli sbarravano la strada dal momento che conosceva benissimo la direzione da tenere.
Ad un tratto si arrestò bruscamente senza che niente lo ostacolasse.

Rimase fermo ed in silenzio per alcuni secondi poi quasi certo di essersi sbagliato stava per riavviarsi quando il suono si ripetè. Non poteva sbagliarsi, la risata di Edith era inconfondibile anche se la ragazza evidentemente si sforzava di renderla il più sommessa possibile. Poi udì anche la voce dell’uomo che stava con lei. Non riusciva a distinguere le parole dal momento che era ancora molto distante.
Senza nemmeno rendersene conto iniziò a muoversi con grande circospezione verso il punto da cui erano giunte le voci.
Si arrestò nuovamente quando i due ripresero a parlare. Questa volta riusciva ad intendere quello che dicevano.

“Cazzo, ma è gelata….” Disse il ragazzo e subito dopo si sentì la risatina di Edith “E che cosa dovrei dire io ??? Tu almeno hai il costume… ma io sono nuda…” Jerom ebbe un fremito pensando al corpo nudo della ragazza. “A questo rimediamo subito…” rispose il giovane “Ecco fatto adesso siamo pari….” Continuò e subito gli fece eco la risata della giovane che maliziosamente disse “Ma Robert, spiegami una cosa…. Io avevo sempre creduto che l’acqua gelata facesse un certo effetto ed invece…..”. “Dipende dal fisico….. certamente sul prof. Jerom farebbe l’effetto che dici tu… ma su di me ne fa un altro….ti dispiace ??? Preferiresti trovarti di fronte il piccoletto con il suo pisellino flaccido” Rispose il ragazzo ridendo “Non mi ci far nemmeno pensare…. Pensa se oltre che piccolo come lui fosse anche storto….” Rispose Edith unendosi alla risata del ragazzo.

Jerom fece un passo indietro come per fuggire a quelle parole, ma si arrestò subito “Mi fa piacere che tu apprezzi le cose belle….” Disse l’uomo “Non ti montare la testa Robert… ho visto di meglio….” Ribattè Edith poi Jerom la sentì correre nell’acqua ed uscire inseguita da Robert “Forse hai visto di meglio…. Ma non dovresti esprimere giudizi così superficiali….” Disse il giovane “Davvero ??? e cosa dovrei fare secondo te per esprimere un giudizio più ponderato ???” Ridacchiò Edith “Non saprei…..ma potresti incominciare a saggiarne la consistenza….” Disse Robert con voce arrochita dall’eccitazione “Davvero me lo lasceresti toccare ??? e magari me lo faresti anche assaggiare …” lo stuzzicò Edith con voce falsata da bimba piccola .

Il gemito che provenì dalla direzione in cui si trovavano i due non lasciò dubbi a Jerom su cosa Edith avesse fatto subito dopo aver pronunciato quelle parole, ma poco dopo non ebbe più dubbi….”ne eri così orgoglioso…. Come vedi non è tanto grande se sono riuscita a prendertelo in bocca tutto senza alcuna fatica….” Jerom sentì una nuova fortissima fitta di desiderio all’inguine mentre il membro gli si tendeva quasi dolorosamente. “Forse se continui diventerà ancora più grosso…..” le suggerì Robert e subito osceni sciacquii confermarono a Jerom che Edith aveva seguito il consiglio.

“Non credo che tu possa fare di meglio… vediamo se così riesci a sentirlo di più….” Disse Robert, pochi secondi in cui si sentirono i due muoversi e poi dal buio arrivò un inconfondibile gemito di Edith . Nessuno dei due giovani parlò più mentre i loro gemiti crescevano continuamente d’intensità, Jerom, incominciò lentamente ad indietreggiare poi si voltò con decisione e si diresse verso il campo mentre lontano si alzava il prolungato gemito di piacere di Edith travolta dall’orgasmo al quale ben presto si unirono i rochi mugolii di Robert.
Jerom non riuscì a dormire quella notte tormentato dalle immagini che non aveva visto ma così vivamente immaginato quella notte. Fu molto difficile per lui iniziare come se nulla fosse una nuova giornata. Da quel giorno ogni notte uscì dalla sua tenda e si aggirò per il campo e sulla collina nella segreta speranza di incontrare nuovamente Edith.

Mentre nel gruppo cresceva la demoralizzazione Jerom, abituato alle difficoltà delle ricerche non ci faceva caso, ma in lui cresceva ogni giorno la tensione che gli provocava la vista di Edith. Meditava ormai da tempo di fuggire da quel posto, di allontanarsi almeno per qualche giorno. Per tanto non gli parve vero quando una sera, tornando dal loro posto di ricerca, due studenti riportarono alcuni oggetti.
Subito si creò una grande agitazione. A Jerom era bastata una rapida occhiata per capire che, pur risalendo all’epoca giusta, gli oggetti non potevano certo appartenere al “Favoloso” tesoro di Merlino. Erano per lo più stoviglie di scarso pregio, ma anche il medaglione che i ragazzi pomposamente chiamavano “Gioiello” sembrava più la rozza opera di qualche contadino desideroso di far felice la sua consorte piuttosto che opera di un abile artigiano di quall’epoca.

Solo il disegno del medaglione lo lasciava un poco perplesso, era molto insolito soprattutto per le proporzioni tra la figura di uomo centrale e le altre figure stilizzate di uomini ed animali. Gli sembrava di aver già visto qualche cosa di simile, ma non riusciva a ricordare. Si riscosse dai suoi pensieri mentre i ragazzi gli chiedevano insistentemente un parere “Non posso esprimere un giudizio così…. Certamente è un ritrovamento interessante “mentì, ” credo che dovrò tornare a Londra per fare qualche esame più accurato e consultare dei documenti….” Fece finta di non accorgersi che quella notizia ai ragazzi non fece affatto dispiacere “Faremo così, io partirò domattina mentre voi da domani vi concentrerete nel luogo del ritrovamento ed inizierete una ricerca sistematica, suddividerete l’area in piccoli quadrati di qualche metro di lato, ed ognuno di voi passerà al setaccio il proprio quadrato prima di passare ad esaminarne un altro….” Si dilungò a spiegare tutti i dettagli sforzandosi di vincere l’impazienza che lo attanagliava.

L’indomani mattina lasciò il campo molto presto, e quasi subito si sentì sollevato anche se era consapevole che non avrebbe potuto protrarre troppo a lungo la sua assenza. Gli oggetti che portava con se erano ben misera cosa, e non avrebbe certo potuto tenere a bada Ronald per molto tempo. Ma qualche giorno gli bastava, era certo che sarebbe riuscito a ritrovare il suo equilibrio lontano dai ragazzi e soprattutto da Edith.

Giunse a Londra nel tardo pomeriggio e si recò subito all’università a riferire a Ronald. Si era preparato una bella storiella che non avrebbe convinto del tutto Ronald, ma certamente lo avrebbe aiutato a prendere tempo. “Sarei stato portato ad escludere che questi oggetti possano essere un buon indizio… ma questo medaglione…sembra realizzato da una persona non abile, forse un contadino, ma il soggetto è tanto insolito, voglio consultare i miei archivi. Non vorrei trascurare un’indizio importante per superficialità….” Disse quando lesse la perplessità negli occhi di Ronald. Il rettore annuì “Sei sempre stato un tipo scrupoloso… tieni solo presente che non mi piace pensare a quei ragazzi senza una guida per troppo tempo…”.

Uscì dall’ufficio soddisfatto, le cose erano andate come si era aspettato, si diresse verso il proprio studio, e entrando salutò con insolita allegria Glenda che lo guardava stupita “Ha già trovato il tesoro per caso ?? ” domandò incuriosita dall’umore di Jerom. Lui scosse la testa “Sono solo contento di tornare alle comodità della vita moderna…. Dopo due settimane di brandina la mia vecchia e contorta schiena incomincia a protestare…” scherzo Jerom destando in Glenda ancora maggior stupore.

Voleva subito liberarsi dell’impegno dell’analisi dei reperti con l’idea di liberarsene il più in fretta possibile per poi essere pronto in qualunque momento a rispondere alle domande di Ronald. Non appena terminato avrebbe potuto dedicarsi alle cose che veramente lo interessavano e non a quella stupida ricerca che, ne era certo, non avrebbe mai portato a nulla.

Lavorò tutta la notte, e quando la mattina successiva Glenda arrivò in ufficio lo svegliò, si era addormentato sulla poltrona “Vuole che le porti un caffè ?” gli domandò lei “Grazie le sarei grato, poi non appena mi sarò schiarito le idee le vorrei dettare le mie conclusioni, così potrà preparare il rapporto per il rettore….” Le disse “Allora riparte già oggi ?” domandò Glenda, “Non ci penso neppure…. Aspetterò che Ronald perda la pazienza e sfrutterò il tempo per fare cose più interessanti….. lei non mi tradirà vero ???” scherzò lui, e lei gli sorrise “Sarò muta come un pesce….”.

Meno di mezz’ora dopo Glenda sedeva davanti alla sua scrivania e Jerom iniziò a parlare mentre lei stenografava con rapidità. Come spesso gli accadeva, Jerom mentre parlava approfittava della concentrazione di Glenda per guardarla.
Malgrado si vestisse sempre in modo austero, si pettinasse con i capelli raccolti sulla nuca e portasse sempre occhiali dalla montatura enorme, Glenda era tutt’altro che una brutta donna. Era abbastanza alta, con un corpo ben modellato e non ancora appesantito dagli anni, i polpacci, unica parte del corpo chiaramente visibile sotto il vestito grigio, erano ben modellati, la giacca era ben riempita da un seno che Jerom sospettava essere gonfio e deliziosamente sodo.
Finoto di parlare delle stoviglie, allungò la mano e prese il medaglione.

Non sarebbe stato facile inventare qualche cosa di interessante o delle conclusioni apprezzabili, prese a giocherellarvi mentre iniziava a parlare. Spesso si fermava cercando di raccogliere le idee, ma non era facile, si poteva dire tutto o non dire nulla, giocando sulla mancanza di proporzioni tra le varie figure, inventarsi oscuri messaggi che l’antico, e scarsamente abile, artigiano aveva voluto trasmettere con quel medaglione.
Ma in quel momento Jerom si sentiva più attratto dalle gambe di Glenda piuttosto che da quelle stupidaggini. Molte volte aveva cercato d’immaginarsi la pienezza delle sue cosce, d’indovinare se le portasse collant o molto più sensualmente calze e reggicalze, ed anche quel giorno tornò a fantasticare. Quanto gli sarebbe piaciuto vedere un poco oltre il bordo di quella lunga gonna che pareva inchiodata sotto al ginocchio …..

Glenda si mosse sulla seggiola, come se volesse mettersi più comoda…. Jerom trattenne a stento un gemito. Senza che lei se ne accorgesse, la gonna su di un lato era risalita, impigliata in qualche punto della seggiola. La voce di Jerom per poco non si ruppe ed egli continuò a parlare aspettandosi che lei si accorgesse di quanto stava accadendo.
Il suo sguardo era libero di spingersi ben oltre il ginocchio, accarezzare la coscia piena e liscia, sino al termine della calza ed all’attacco del reggicalze.

Non indossava biancheria sofisticata o sexy, le calze erano abbastanza dozzinali, il reggicalze bianco sembrava tolto dal baule della nonna, eppure l’eccitazione che provò Jerom fu grandissima. Il membro si erse prepotentemente premendo con forza sulla stoffa dei pantaloni e costringendolo a muoversi per trovare una posizione meno costrittiva. Apparentemente senza accorgersi di nulla Glenda continuava a stenografare. Si mosse solo per slacciarsi la giacca che la impacciava nella scrittura.

Lo sguardo di Jerom si spostò avido verso la bianchissima camicetta seguendo avido la forma del seno che spingeva sotto la stoffa. Jerom sentì che non sarebbe riuscito a resistere a lungo. Le sue dita giocherellavano freneticamente con il medaglione mentre il suo sguardo cercava di spingersi nelle profondità delle piccole aperture tra due bottoni. Con uno sforzo di volontà cercò di dominarsi e di riprendere il controllo. Si mise il medaglione in tasca e cercando di assumere un atteggiamento assolutamente normale disse “Per oggi può bastare Glenda, la chiamerò io quando ho di nuovo bisogno….” Disse e la vide alzarsi. Distolse lo sguardo pensando “Cazzo, avrei bisogno adesso… ma non per stenografare….”.
Sobbalzò quando lei giunse al suo fianco, la guardò e vide che lei fissava l’enorme bozzo che aveva nei pantaloni… abbassò lo sguardo vinto dalla vergogna. Lei rimaneva li vicino a lui, e lui non aveva il coraggio di alzare lo sguardo. Sobbalzo quando vide la gonna di Glenda cadere a terra. Sorpreso sollevò lo sguardo e si ritrovò di fronte le gambe della donna, alzò ancora un poco lo sguardo e vide che lei gli sorrideva, mentre continuava a spogliarsi.
Muto la vide togliersi la giacca, slacciare e sfilare la camicetta. Credette di morire nel vederla portarsi le mani dietro la schiena e slacciare il reggiseno liberando i prosperosi e sodi seni.

Il suo sguardo si puntò sul pube di Glenda sognando che lei si togliesse anche le mutandine. Non dovette attendere molto prima che il bianco sipario si abbassasse lasciandolo libero di ammirare il delicato vello pubico della donna. Se tutto fosse finito li Jerom si sarebbe comunque sentito l’uomo più felice della terra. Ma Glenda non cessò di stupirlo. Si accucciò tra le sue gambe e sempre sorridendogli gli slacciò i pantaloni. La sua mano s’infilò delicatamente nelle mutande e ne estrasse l’immenso e tesissimo membro, prese ad accarezzarlo mentre lo scappucciava scoprendo il glande che pareva esplodere per l’eccitazione.

Poi si chinò su di lui e lo accolse in bocca. Mai nemmeno nelle sue più sfrenate fantasie Jerom aveva sognato una cosa simile. Glenda lo stava succhiando, e lo faceva con passione, gemendo di piacere, affondandosi l’enorme bastone in gola, dilatandosi le labbra oltre ogni immaginabile limite mentre la sua lingua frullava impazzita. Jerom non riusciva a crederci. Glenda, la riservata e religiosissima Glenda. L’inavvicinabile ed asessuata Glenda sembrava la più scatenata delle puttane. Non poteva nemmeno confrontare quei giochi con quelli di Muriel, l’unica altra donna che avesse conosciuto, e dire che Muriel esercitava la più vecchia professione del mondo da almeno 20 anni….

Pareva che Glòenda intuisse ogni suo pensiero, ogni suo desiderio e si affrettasse subito a soddisfarlo. Non appena lui lo desiderò lei si staccò da lui, si sollevò e gli salì a cavallo calandosi sul suo membro ed affondandoselo nel ventre mentre si chinava ad offrire i grossi seni all’avida bocca.. Impresse lei il ritmo ai prosperosi fianchi, accelerando sino alle soglie dell’orgasmo per poi rallentare quando lui si trovava alle soglie del baratro del piacere.
Si alzo e si stese sul piano della scrivania scosciandosi oscenamente quando lui ebbe il desiderio di vedere il proprio membro scorrere nel suo caldo ventre. Non si ritrasse ed anzi offrì dolcemente la calda bocca quando lui volle godere ed ingoiò con lunghe e golose boccate il fiume di sperma che lui le scaricò in gola.

Jerom affranto per le troppe emozioni si accascio sulla seggiola guardandola incredulo rivestirsi e ricomporsi ripulendosi il viso dalle piccole tracce di sperma che rimanevano con un fazzolettino di carta… tornare la solita Glenda prima di uscire dall’ufficio.

A sua volta Jerom si ricompose e mentre tornava alla sua scrivania notò che Glenda aveva lasciato a terra le sue mutandine. Le raccolse e non seppe trattenersi dall’aspirarne il dolce profumo, poi ridacchiando se le mise in tasca e si mosse per andare a riportargliele. Glenda si stava alzando dalla sua scrivania ed aveva nuovamente riassunto il suo aspetto di austera ed efficiente segretaria “Glenda mi scusi credo…” iniziò a dire mentre le sorrideva “Mi scusi solo un attimo professore

Quando arrivò da Glenda lei stava uscendo “Glenda…” inizio a dire, ma lei lo interruppe subito “Mi scusi un momento… torno subito” disse ed uscì dall’ufficio. Un poco sorpreso che lei gli desse ancora del lei dopo quanto era accaduto, Jerom la vide entrare nel bagno che stava di fronte all’ufficio. Si voltò per rientrare nel suo studio, ma fu richiamato dal rumore dipassi affrettati alle sue spalle. Era Glenda che rientrava precipitosamente. Aveva un’espressione tanto sconvolta che Jerom si preoccupò “E’ accaduto qualche cosa ?? Non stai bene ???” domandò preoccupato, ma lei lo fissò solo per un attimo, ed a Jerom parve che arrossisse “Nulla… nulla di importante… sto benissimo, ma deve assentarmi per un’oretta circa….” Farfugliò cercando invano di darsi il solito dignitoso contegno.

Jerom la vide rovistare nella borsa…poi uscire quasi di corsa ripetendo ossessivamente “Non è possibile… non è possibile…”. Attonito Jerom rientrò lentamente nell’ufficio domandandosi che cosa fosse accaduto. Due cambiamenti d’umore così improvvisi non erano nelle stile di Glenda solitamente così fredda e distaccata… già, ma non era certo nello stile di Glenda nemmeno quanto accaduto nel suo ufficio pochi minuti prima. Lei così religiosa, sposata da vent’anni con due figli.

Jerom si sedette alla sua scrivania cercando di riflettere e di capire perché Glenda gli forse apparsa sconvolta prima di fuggire dall’ufficio. Si accorse di avere ancora in tasca le sue mutandine. Ad un tratto un pensiero gli percorse la mente. Non era possibile… non era possibile che lei andando in bagno si fosse accorta di non indossarle e per questo fosse tanto sconvolta… No, semplicemente avrebbe dovuto immaginare di averle dimenticate nel suo ufficio. Scartò con forza il pensiero che però si riaffacciò alla sua mente.

Certo una donna come la Glenda che conosceva sarebbe rimasta sconvolta accorgendosi di non indossarle, ne era certo, ma questo avrebbe significato che non si ricordava di aver fatto all’amore con lui pochi minuti prima… e questo era impossibile…..
Nulla era impossibile, pensò ad un tratto Jerom. Sino a pochi minuti prima mai avrebbe creduto possibile di fare all’amore con Glenda ed invece…. Cosa stava accadendo ??? Jerom non lo sapeva, ma era certo che stesse accadendo qualche cosa di strano.

Decise di fare una pausa. Di uscire a fare colazione. Lasciò un messaggio per Glenda nel caso fosse ritornata prima di lui ed uscì per andare al bar. Percorse il lungo corridoio ed arrivò davanti all’ascensore. Pigiò il pulsante e prenotò la discesa. Stava aspettando l’arrivo della cabina quando alle sue spalle sentì una voce “Jerom, non sapevo fossi tornato….ma sono così contenta di vederti….” Jerom riconobbe subito la voce di Ellen, la moglie di Ronald. Fece una smorfia e poi si voltò sorridendo falsamente.

Non gli era mai piaciuta Ellen, non che non fosse bella, anzi, con il suo metro e settanta di altezza, la sua capigliatura rossa naturale ed il suo fisico da modella Ellen era una bellissima donna, ma era anche una terribile Snob, sempre al di sopra degli altri, sia per la consapevolezza di essere bella che per l’orgoglio di essere la moglie del rettore.
“Ciao Ellen, come mai da queste parti….” Disse per cortesia Jerom porgendole la mano che lei strinse con sufficienza “Sono passata a salutare Ronald prima di andare a fare compere…. Tu piuttosto hai l’aspetto di chi ha dormito in ufficio…” replicò la rossa assumendo l’espressione leggermente disgustata che Jerom tanto detestava.

Jerom annuì dolentemente “Già appunto… stavo andando a fare colazione….” Disse “Buona idea… vengo anch’io così mi racconterai tutto della tua caccia al tesoro di Merlino….” Jerom sperava di togliersela dai piedi in fretta, e si maledisse. L’ascensore arrivò e lei lo spinse ad entrare “Dove pensavi di andare ?” domandò “Al bar dell’università… è vicino…” balbettò lui e lei fece un’espressione disgustata “E’ un posto squallido…. No, andremo al Piccadilly, andiamo con la mia macchina e poi ti riporto io…” Jerom sapeva che non era possibile opporsi ad Ellen e rassegnato fece una smorfia di accettazione. Seguì docilmente Ellen alla macchina lei aprì con il telecomando e salì sull’alto sedile della Range Rover. La corta gonna risalì scoprendo generosamente le sue cosce lunghissime e perfettamente modellate, sino al bordo di pizzo delle calze autoreggenti. La reazione di Jerom fu immediata e mentre saliva in macchina al suo fianco lui si preoccupò di nascondere la crescente erezione.

Ellen ripartì guidando nervosamente e strombazzando a tutti “Mi devi raccontare tutto Jerom…. Questa storia di Merlino è così affascinante….” Cinguettò Ellen con la sua solita intonazione da principessa. Approfittando del fatto che lei guardava la strada, Jerom sbirciò nuovamente le sue gambe. Mentre rispondeva “Certamente Ellen… ma secondo me non è altro che una stupida leggenda…” scatenando la reazione di lei, dentro di se pensava “Altro che raccontarti di questa stupida storia… io te lo metterei volentieri nel culo brutta presuntuosa snob che non sei altro…”.

“Non fare il modesto Jerom, questa sarà la scoperta del secolo vedrai, ho fiuto io…” rispose Ellen, “Anzi pensandoci bene, non dobbiamo parlarne liberamente in pubblico, meno persone sanno e meglio è…. sai che facciamo, non andiamo più al Piccadilly, ma a casa mia, ti preparerò una colazione con i fiocchi mentre tu mi racconti tutto la storia e le tue recenti scoperte….”.

Jerom rimase esterrefatto di fronte alla proposta, Ellen non amava averlo intorno, non voleva mai che Ronald lo invitasse alle feste che davano per il personale dell’università e lui non stentava a capire perché “certamente stonerei con il raffinato arredamento della casa…” avevo pensato mille volte sogghignando amaramente.

Tentò di opporsi con un timido “Non voglio farti perdere tempo…” ma non vi fu assolutamente nulla da fare. Quando arrivarono a casa Ellen lo fece accomodare in cucina, gli versò un bicchiere di latte e gli pose davanti un vassoio di biscotti. “Incomincia con questi mentre io vado a cambiarmi. Non vorrei sporcarmi il vestito…”. Jerom la guardò uscire sculettando sugli altissimi tacchi a spillo e si domandò “Perché le belle donne debbono esser tutte così stronze….” Mentre non riusciva a staccare gli occhi dal perfetto sedere di Ellen.

Lei rientrò alcuni minuti dopo “Caffè, uova e bacon va bene ???” trillò entrando. “Benissimo…..” rispose farfugliando Jerom mentre per poco non si strozzava con il biscotto che stava mangiando. Bevve un sorso di latte mentre la fissava stupito. Ellen indossava una cortissima vestaglietta di seta che le arrivava poco sotto l’attaccatura delle natiche. Jerom sospettava che sotto non indossasse nulla. “Avanti racconta mentre io preparo….” Disse lei sorridendogli.

Malgrado l’erezione ormai dolorosa, Jerom iniziò a raccontare, senza sapere nemmeno lui se quando stava dicendo aveva un senso o meno, non gli interessava, l’unica cosa che lo interessava era potere continuare a guardare Ellen mentre preparava le uova. Lei gli portò il caffè e si chinò leggermente in avanti nel servirlo. Il suo sguardo potè sfiorare i deliziosi seni di medie proporzioni, leggerissimamente spruzzati delle efelidi tipiche delle rosse naturali. Jerom fece un terribile sforzo per non interrompere il suo racconto.

“Ecco qua le tue uova…” disse Ellen trionfante portandogliele. Jerom si mise a mangiarle e lei si sedette proprio davanti a lui. Ad un tratto lei lo interruppe “Ti dispiace se faccio colazione anch’io ???” gli domandò “Ma prego, ne vuoi un po’… non l’ho ancora toccato…” disse lui lei fece una smorfia sorridendo “No stai tranquillo mi servo da sola…” rispose e poi si alzò.
Jerom riprese a mangiare, ma si arrestò subito. Ellen aveva girato intorno al tavolino da colazione e si era portata al suo fianco. Si era accovacciata ai suoi piedi.

Lui si voltò a guardarla e notò che la vestaglia si era aperta. Il suo sguardo rimase bloccato sulla sottile peluria rossa del pube di Ellen “Ho una fame…..” ridacchiò lei mentre la sua mano si posava sul membro di Jerom ed iniziava ad accarezzarlo “Dio mio quanto è grande… è quasi più grosso del suo padrone…” continuò ed una volta tanto quell’allusione alla sua altezza non infastidì l’incredulo Jerom. Il rumore della zip che si abbassava fece fremere i suoi nervi ipertesi. La calda mano di lei lo raggiunse e lo estrasse dalla morsa dei pantaloni.

“Whoow, è bellissimo….. muhhh” Ellen si era gettata a capofitto sul suo cazzo e lo aveva accorto in bocca conficcandoselo profondamente in gola al primo affondo. A Jerom cadde la forchetta. Ellen iniziò a pomparlo con foga inaudita. Lui abbandonato ogni ritegno si sporse, con la mano scostò la vestaglia e raggiunse i piccoli seni cercando avidamente i capezzoli.. Li trovò duri come pietre preziose ed emise un gemito di piacere. Ellen si arrestò un attimo, Gli sfilò i pantaloni e poi facendogli allargare la gambe, v’immerse la testa e prese a leccargli e succhiargli lo scroto.
“Brutta troia… scommetto che mi leccheresti persino il culo se te lo chiedessi….” Pensò l’esterrefatto Jerom ed ai suoi pensieri fece subito eco la voce di Ellen… “Vieni un poco più avanti…si ecco così…” le sue mani l’avevano guidato a sedersi sul bordo della seggiola. Agile la rossa si chinò sotto di lui e pochi secondi dopo Jerom sentì la sua tumida lingua saettargli tra le natiche e sfiorargli lo sfintere.

La piccola mano di Ellen non smetteva di masturbarlo, la mano di lui raggiunse la vagina trovandola madida d’umori. Jerom ebbe una gran voglia di penetrarla. “Cazzo ho voglia di sentirti dentro…” esclamò Ellen rialzandosi. Con poche mosse si liberò della vestaglia e si mostrò per qualche attimo a lui. Era stupenda, alta snella, perfettamente modellata. Gli salì a cavallo e si lasciò cadere sull’enorme membro affondandoselo nel ventre con un gemito di piacere. Le mani di Jerom si portarono sulle perfette natiche accarezzandole, guidandole nel movimento al ritmo che preferiva mentre il suo volto si perdeva tra i seni di lei.

“Cazzo Jerom, ma ti rendi conto… stai scopando la moglie del tuo capo il rettore….” Sentì la voce di Ellen cinguettare, ma non seppe distinguere se fosse realmente lei a parlare o semplicemente i suoi pensieri. Con forza insospettata si alzò reggendola… la portò alla parete e ve la appoggiò lei sollevò le cosce e le avvolse intorno alla sua vita mentre lui prendeva a scoparla con foga inaudita. “Che bella vendetta Jerom… con questo vai a pari con tutti i soprusi che Ronald ti ha fatto subire….” Era sempre Ellen a parlare, ma era come se dalla sua bocca scaturissero i suoi stessi pensieri… ma a Jerom non importava. L’unica cosa che l’interessasse era godere di quello stupendo corpo… interamente a sua disposizione.

La fece stendere a terra. La scosciò oscenamente e prese a leccarla, il profumo di lei era intensissimo e piacevolissimo, gli umori colavano dal ventre di lei scivolando persino nel solco delle natiche. Le sue dita li seguirono e presero a stuzzicare lo sfintere di Ellen “Sono vergine lì… nemmeno Ronald mi ha mai scopata li…. Ma se vuoi…” gemette lei. Jerom voleva…voleva quel culetto impertinente più di ogni altra cosa al mondo. La rovesciò e prese a leccarla furiosamente tra le natiche, si fece strada con le dita, poi la fece le fu sopra. Il glande si fece largo tra le natiche, si appoggiò allo sfintere ed iniziò a spingere. Sul volto di Ellen si dipinse una smorfia a metà tra il piacere ed il dolore…. Entrambi insopportabili. Jerom non si fermò. Millimetro dopo millimetro penetrò in lei sino a che il suo pube non venne a contatto con le natiche di Ellen.

Iniziò a muoversi, sbattendo sonoramente contro le sode carni che risuonarono oscenamente, ad ogni affondo il gemito di Ellen si faceva più intenso ed era sempre difficile distinguere se si trattasse di dolore o di piacere. Jerom arretrò sino a che il membro non sfuggì dalle carni di lei che però rimasero oscenamente dilatate. Col le dita raccolse l’umore che ancora colava copioso dal ventre di Ellen e si lubrificò il glande, poi tornò a violare lo stretto passaggio che nel frattempo si era contratto e stantufò sino a che non si trattenne più ed iniziò a godere scaricando caldissimi getti di sperma nell’intestino della rossa..

Giacquero a lungo così sino a che Lui non si mosse prendendo a ricomporsi “Devi andare….???” Domandò lei e Jerom annuì “Mi vesto e ti accompagno….” Disse Ellen alzandosi. Lui scosse la testa “Non ce n’è bisogno, mi arrangio…” la fermò lui. Ellen strinse le spalle e disse “Come vuoi…”
Jerom usci e giunto in strada chiamò in un Taxi, ma non si fece portare in università, ma andò a casa. Aveva bisogno di riflettere.

Non appena giunto a casa, Jerom si gettò sul letto cercando di riprendere il controllo della propria mente, ma non era facile. Stentava a credere a quanto era accaduto, ogni momento doveva cercare di convincersi che quello non era un sogno tanto tutto appari a irreale. Jerom non aveva mai avuto una donna in vita sua, se non Muriel a pagamento ed all’improvviso…. Due donne che conosceva da anni, che mai avevano mostrato alcun interesse per lui se non professionale, almeno nel caso di Glenda, si erano gettate tra le sue braccia comportandosi come vere puttane… dando corpo ad ogni suo sogno più segreto…..

Si tormentava senza riuscire a darsi una spiegazione credibile, il sudore imperlava la sua fronte tanta era la tensione che lo attanagliava. Jerom si sollevò ed estrasse il fazzoletto dalla tasca asciugandoselo. Qualcosa uscì dalla tasca cadendo sul letto e lui guardò che cosa fosse, e vide il medaglione ritrovato due giorni prima. Non ricordava di esserlo messo in tasca, lo prese e lo appoggiò sul comodino distrattamente, tornando ad arrovellarsi.

Poi ad un tratto un assurdo pensiero gli attraversò la mente… il medaglione….era l’unica cosa nuova della sua vita possibile che…..scartò con forza l’ipotesi rimproverandosi aspramente “Sono uno scienziato…. Come posso fare simili assurde ipotesi ???? Deve esistere una spiegazione razionale….”ma il tarlo aveva iniziato a lavorare inarrestabile nella sua mente.

Ora ricordava, lo aveva in mano e ci giocherellava quando la gonna di Glenda si era sollevata mentre lui pensava alle gambe di lei… ed ora sapeva di averlo intasca quando Elle si era gettata tra le sue braccia….ma era tutto così impossibile…così pazzesco. Improvvisamente si alzò d andò nel suo studio. Accese il computer ed aprì il collegamento che aveva con quello dell’università. Lo aveva fatto attivare alcuni anni prima per poter lavorare anche da casa, quando gli venia qualche buona idea.

Per una buona mezz’ora pigiò i tasti con scarsi risultati, poi inserendo l’ennesima chiave di ricerca comparve una nuova pagina. Si trattava della traduzione di un antico scritto su Merlino “Merlino è amato da tutti, tutti lo ascoltano e seguono i suoi consigli egli è il saggio pastore che custodisce le greggi di Artù…..” scriveva l’antico narratore. “Uomini, donne animali…. Ogni essere del creato segue docilmente il volere del grande mago, tremo solo al pensare che cosa accadrebbe se l’avidità e la sete di potere albergasse nel cuore di Merlino come in quello della maggior parte degli uomini….” Jerom iniziò a sfogliare freneticamente le pagine ed ad un tratto si arrestò di fronte ad un’illustrazione. Era una scena che ritraeva Merlino nella sala del trono, al fianco di Artu. Jerom iniziò ad ingrandire l’immagine. Ingrandendo perdeva molto in definizione, ma restava comunque comprensibile. Si concentrò sull’immagine del mago restò come pietrificato nel fissare il medaglione che portava al collo.

Per molti minuti continuò a fissare ora lo schermo ora il medaglione…. Malgrado molte logiche differenze sembravano proprio essere la stessa cosa……
Jerom spense il computer sopraffatto dall’emozione, combattendo ancora con se stesso per rifiutare l’assurda tesi che andava formulando nella sua mente “Il medaglione di Merlino…..” Scosse la testa rifiutando per l’ennesima volta l’ipotesi “Glenda è sempre stata gentile con me….mi avrà visto strano, sconfortato e presa dalla pietà avrà cercato di fare qualche cosa per aiutarmi…” si disse, poi cercò d’inventare qualche cosa che giustificasse anche il comportamento di Ellen “Quell’arpia avrà certamente in mente qualche cosa….l’avrà fatto per piegarmi ai suoi voleri e tra qualche giorno ne avrò la conferma… quando si deciderà a chiedermi quello che vuole…..”. Annuì con forza, quasi a volersi forzare a convincersi che le cose stavano realmente così “Certamente è così… se provassi con un’altra non accadrebbe certamente nulla….” Si disse “Ad esempio con Debby….è una brava ragazza ma poveretta non sopporta nemmeno la mia vista…” rafforzò il suo convincimento.

Debby era la cameriera del ristorante sotto casa, dove a volte si fermava la sera a cenare. Poco più che ventenne, non molto alta ed un poco rotondetta, ma con due seni enormi e sodissimi sui quali Jerom aveva mille volte fantasticato nelle sue notti solitarie. Guardò l’orologio, le 19,30. “Farò una prova… tanto debbo pur mangiare qualche cosa…” si disse.
Si preparò velocemente e fece per uscire. Poi istintivamente, posò il medaglione sul mobiletto dell’ingresso “Vediamo prima se senza questo la ragazza si comporta come al solito…..poi tornerò a riprenderlo …” si disse ed uscì.

Scese al ristorante e si sedette ad un tavolo libero. Con la mano chiamò Debby e notò la leggera smorfia che la ragazza fece. Lei prese la sua ordinazione velocemente… senza mai fissarlo, poi lo servì, sempre efficiente e gentile, ma sempre senza fissarlo palesando l’abituale disagio di fronte alla deformità di Jerom. Finito il pranzo lui risalì nell’appartamento ed attese. Sapeva che verso mezzanotte la ragazza sarebbe uscita per prendere l’ultimo autobus. Alle 11 e 30, Jerom si mise in tasca il medaglione ed uscì nuovamente.
Spostò la macchina posteggiandola vicino alla fermata dell’autobus, poi scese e si allontanò sino ad un punto dal quale poteva vedere l’uscita del ristorante. Si mosse quando la vide uscire quando furono a pochi metri dalla fermata la raggiunse “Buona sera Debby…” disse e la ragazza si voltò a guardarlo “Sorridimi per favore…” pensò lui. Debby sorrise e rispose “Buonasera Professore come mai fuori a quest’ora ???” era la frase più lunga che gli avesse mai rivolto emozionantissimo Jerom rispose “Un’emergenza debbo andare all’università….se vuoi ti do un passaggio sino a casa…” “Volentieri professore… odio gli autobus la notte…” rispose la ragazza. Il cuore di Jerom pulsava all’impazzata.

Salirono in macchina e dopo essersi fatto dare l’indirizzo partì Fissò la curva decisa che i seni di Debby disegnavano sotto la camicetta “quanto mi piacerebbe poterli guardare meglio…” pensò.
“Fa un caldo tremendo questa sera…” la voce di Debby fece eco ai suoi pensieri mentre la ragazza armeggiava con le bocchette dell’aria della macchina indirizzandosele addosso. Poi facendo fremere Jerom, si slacciò alcuni bottoni della camicetta, ed il suo sguardo potè insinuarsi nella scollatura e sfiorare la pelle levigata dei seni della giovane. “Non è possibile… non può essere vero….” Pensò il povero Jerom.
Debby abitava in periferia, le strade erano deserte, Jerom decise di osare l’inesorabile… Deviò in un viottolo secondario… Debby non disse nulla. Giunto al limite dell’illuminazione pubblica arrestò la macchina e spense il motore. Si voltò verso la giovane e vide che gli sorrideva. Allungò la mano infilandola nella camicetta aperta ed ebbe una fitta di piacere sfiorando la calda pelle dei seni.
Debbi prese a slacciarsi la camicetta poi se la sfilò e si tolse anche il reggiseno. I suoi seni erano grandi e sodi, li accarezzò avidamente….pensò al suo membro tra quelle deliziose carni….

Debbi si mosse, lo fece appoggiare allo schienale e si stese tra i due sedili. Le sue mani armeggiarono con i pantaloni di lui estrassero delicatamente i membro già eretto poi le labbra della giovane lo sfiorarono per poi dischiudersi . La tumida lingua si protese ed iniziò a leccarlo per tutta la lunghezza quindi lo accompagnò mentre affondava nella calda bocca. lo insalivò per bene poi avanzò e lo spinse nel profondo solco tra i due seni,, strinse le carni intorno all’asta ed iniziò a muoversi massaggiandoglielo con i suoi fantastici seni. Come al solito le azioni incominciarono a coincidere coni desideri di Jerom e la ragazza si spinse a baciarlo mentre non smetteva di agitare i seni. Lui allungò la mano e sollevò la gonna scoprendo le giunoniche natiche di Debby.
Le dita s’infilarono sotto le mutandine sfiorando la pelle vellutata di lei.

Pochi minuti dopo, reclinato il sedile, Debby si trovava carponi, la gonna rivoltata sui fianchi, Jerom alle sue spalle che la penetrava scopandola con foga, sbattendo rumorosamente contro il suo ampio culo. I grossi seni sobbalzavano nell’aria al ritmo dei colpi di Jerom che li fissava estasiato mentre Debby gemeva ed agitava i fianchi assecondando il suo ritmo. Malgrado avesse già fatto all’amore due volte in meno di 24 ore, il desiderio di Jerom sembrava inesauribile e lui volava veloce verso il piacere. Immaginò il membro sussultante stretto tra i seni di Debby…. Lo sperma che eruttava con foga indicibile le bianche gocce che imbrattavano il petto ed il viso della giovane. Sentì Debby spostarsi, staccarsi da lui e stendersi, accarezzandosi i seni invitante.

Avanzò e diede corpo alle sue fantasia…. , salì su di lei e depose il grosso membro tra le fantastiche tette della ragazza, con le mani richiuse dolcemente le sode carni intorno all’asta ed iniziò a muoversi. Non ci volle molto prima che iniziasse a gemere di piacere mentre lo sperma eruttava violento dal glande che sussultava impazzito…..Debby spalancò la bocca catturando le bianche gocce che le piovevano addosso…poi lo ripulì amorevolmente. Jerom non aveva più dubbi. Quello era il medaglione di Merlino.

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