L'educatrice by VViktor [Vietato ai minori]




L’educatrice di VViktor New!

Caterina aveva una frase che le ritornava nella mente: qui non combinare cazzate!
La ragazza infatti arrivava da due anni difficili da dimenticare. E non era quello il suo obiettivo, ma semplicemente era stata costretta a cambiare aria. Il suo ruolo di maestra d’asilo infatti mal si sposava con le sue tentazioni, e voglie, che troppo spesso avevano preso il sopravvento.
Nella provincia di Vicenza, di dove era originaria e dove aveva preso lavoro in un istituto, ne aveva combinate troppe, e troppo scandalo si era lentamente sollevato attorno a quella ragazza.
Tanto brava nel suo ruolo di educatrice, tanto mignotta e spericolata con il corpo.
Ed era davvero brava, Caterina. Ben voluta soprattutto dai bambini, e poi dai loro genitori, dalle colleghe, dall’intera comunità. Questo inizialmente. Poi erano arrivati i primi sussurri, le prime voci, poi il passaparola. Infine i primi litigi tra moglie e marito, le prime sceneggiate davanti all’asilo. In breve: Caterina si era fatta scopare da metà dei padri dei propri piccoli ospiti dell’asilo.
Era più forte di lei. Così era andata sin dal liceo, così era proseguito all’università, e così continuava nella sua carriera lavorativa. Soltanto che qui si scontrava con l’immagine irreprensibile che ogni genitore vorrebbe di colei a cui affida i propri figli. E il suo istinto porco e malizioso, cui non poteva opporsi, era difficile da conciliare.
In due anni erano stati nove, i maschi che l’avevano presa e sbattuta in ogni dove. La provincia bigotta: la direzione dell’istituto le aveva “consigliato” di trovare posto altrove. Anche perché la direttrice stessa temeva per la fedeltà del suo maritino, non sapendo che già un bocchino aveva ottenuto dalla bella e giovane Caterina.
La decisione la prese al telefono, mentre parlava con una sua cugina, nemmeno troppo intima. Senza raccontarle i particolari, le disse che si era lasciata con il fidanzato e aveva voglia di cambiare aria. Quella le propose di andare da lei, che l’avrebbe aiutata nella ricerca del lavoro e nelle prime esigenze: casa, spostamenti, e tutto il resto.
Caterina si trovò quindi nella provincia toscana, in un paese di cinquemila anime a metà strada tra Pisa, Livorno e Firenze. Una bella natura, gente ruvida ma tutto sommato cordiale, e tutti apparentemente innocui. Soprattutto, nessuno sapeva il vero motivo del suo allontanamento dai luoghi natii.
La cugina, Silvia, era un donnone tonto ma generoso, che viveva da sola. La ospitò volentieri, contenta che la cugina “del nord” venisse a portare aria fresca in quella quotidianità così noiosa.
Silvia in quel periodo si accompagnava con un barista quarantenne belloccio ma sciocco, che la scopava però abbastanza bene, notò dalle prime notti Caterina. I due infatti si facevano sentire attraverso le pareti, e Caterina poté apprezzare le prestazioni dell’uomo, oltre agli urli della procace cugina. Poté anche constatare che lo stesso, incrociato una mattina a colazione, non si era sprecato nel gettarle addosso occhiate maiale e ricche di sottintesi. Anche qualche battutina, interrotta però per fortuna dall’arrivo della fidanzata.
Caterina aveva risposto agli sguardi dell’uomo come chi la sa lunga, pareva avergli detto “caro mio, se voglio ti spolpo in un boccone, ma non sei il mio tipo”. Lo aveva insomma fatto desistere, dimostrandosi fedele alla cugina, e contraria a ogni sorta di promiscuità.
Per due mesi le sue giornate erano passate tra la ricerca di un’occupazione, anche lontana dai suoi studi, e alcune rare uscite con la comitiva di Silvia. Perlopiù erano ragazzotti poco interessanti, femmine deluse dal tempo, coppie noiose, uomini ancora non consci di esserlo. Una umanità che tanto somigliava, se non fosse per il dialetto, a quella della sua Vicenza.
A letto, da sola, la notte, le toccava ritornare indietro nel tempo per trovare spunti per le sue masturbazioni. E di materiale non ne aveva poco, per cui per quei primi tempi la pentola non era scoppiata.
Fu una mattina che finalmente la sua permanenza laggiù prese una svolta. Le arrivò infatti una chiamata da una cooperativa che gestiva alcuni asili nido nella zona. Avevano ricevuto il suo curriculum e la invitavano per un colloquio. Si era messa in maternità una educatrice, e lei avrebbe potuto prenderne il posto.
E così successe. Il colloquio andò bene, e lei si trovò a prendere servizio da lì a pochi giorni. Il lavoro distava pochi chilometri, e la cugina le mise volentieri a disposizione la sua auto, visto che lei spesso si faceva accompagnare a lavoro dal suo “stallone”.
Caterina finalmente poteva tornare a fare quello che le piaceva, e subito le colleghe, e i bambini, confermarono la sua bravura in quel ruolo. Certo, anche qui ogni bambino aveva i propri genitori. E certo, anche qui oltre a qualche mamma veniva a prendere il bambino anche qualche padre.
Alcuni dei quali, decisamente interessanti. Questo si trovò a pensare Caterina qualche giorno dopo, mentre si masturbava furiosamente nel suo lettino. Mentre di là dalla parete Silvia godeva e diceva “siiiii, dai bastardo, siiiii”, e lui le diceva “vaccona, ti fotto, vaccona”….
Non si premuravano della sua presenza, tanto che Caterina aveva pensato a un gioco perverso tra i due. Che si stessero eccitando maggiormente con lei all’ascolto? Probabile. Le era già capitato altre volte.
Ma Caterina sapeva di dover seguire una strada retta, e di non poter sbagliare ancora. La sua condotta doveva essere esemplare, non poteva lasciare dubbi a nessuno. Era una educatrice, e tale doveva apparire a tutta la comunità, compresa la cugina e il suo cazzuto fidanzato.
Ma non si può celare la propria natura troppo a lungo. I pensieri possono occupare tempo, spazio, ma non l’intera vita.
La cooperativa per cui lavorava Caterina dette una festa, poco prima del natale. Invitò tutti i bambini, ma anche i rispettivi genitori. Soprattutto, la festa era diretta a tutti gli asili che gestivano, che erano in tutto sei. Venne scelto un grande agriturismo, ognuno portò delle cibarie e delle bevande. La veranda conteneva tutti i bambini e le loro grida, mentre all’interno i genitori chiacchieravano e, alcuni, facevano conoscenza.
Caterina nel tempo aveva messo gli occhi sopra due o tre maschi particolarmente attraenti. Le piacevano i loro fisici, e i loro sguardi. Ogni tanto le veniva voglia di dirgli “e dai, prendimi portami di là e fottimi, che aspetti?”, ma quelli sembravano limitarsi a quei corteggiamenti a distanza, nessuno di loro aveva mai provato ad affondare il colpo. E Caterina ben si guardava da fare la prima mossa. L’imperativo era quello di non fare cazzate!
Alla festa tutto andava bene, tutti sorridevano, lei era soddisfatta così come anche le sue colleghe. Quando a un certo punto una delle mamme di una bambina la avvicinò, chiedendole se per cortesia avrebbe potuto riportare a casa lei sua figlia, visto che il marito aveva rotto l’automobile vicino al lavoro e che nessuna delle altre mamme aveva posto.
-Certo.
Rispose Caterina.
-Ti lascio le chiavi, perché non so se troverai ancora mio padre a casa. È venuto a ripararci la caldaia.
Caterina verso le sei prese Angela, la bambina, e la portò con lei in auto, verso casa dei genitori.
Appena messa nell’automobile, la bambina si addormentò. La giornata era stata lunga, e intensa, aveva giocato molto e si era divertita. Era stremata. Anche Caterina subiva la fatica di tante ore con così tanti bambini, tutti insieme, e poi tutte quelle facce, qui volti anche nuovi, quei saluti. Avrebbe avuto bisogno di una bella doccia, poi un riposo. Oppure avrebbe avuto bisogno di un aperitivo con delle amiche, delle risate. Oppure ancora di un uomo che la facesse ridere, distrarre, godere. Ecco, questo le mancava davvero troppo, ormai. Le sue dita, il suo fallo artificiale, le sue fantasie, iniziavano a non bastare più.
Arrivati davanti la casa della bimba, Caterina raccolse il fagotto e si diresse verso l’entrata. Era una piccola villetta indipendente, con un giardino. Suonò un paio di volte, poi capì che il vecchio se ne era già andato ed entrò per mettere a letto la bimba. I genitori, le avevano detto, sarebbero ritornati da lì a un’ora.
-Ti faremo un regalo, per la tua gentilezza.
Le avevano detto.
Ma lei lo faceva volentieri. Trovò subito la camera della bimba e la depose nel lettino. Si spostò quindi verso la cucina, per cercare un bicchiere d’acqua, e riposarsi in attesa dei genitori.
Fu qui che vide risalire dalla cantina Saverio, il nonno. Questi rimase altrettanto stupito nel vederla.
-E te chi sei? Da dove salti fuori?
-Sono Caterina, la maestra d’asilo. Sua figlia mi ha chiesto di portare qui…
-Si si, mi ha mandato un messaggio, è vero.
-Ora visto che c’è lei, posso andarmene.
-Fammi compagnia, che non ho voglia di stare da solo mentre aspetto quei due coglioni.
Caterina rimase interdetta. Quei “due coglioni” immaginò fosse rivolto alla figlia e al genero.
-Scusa se parlo così, ma è quello che penso. Tu cosa ne pensi di loro? Dai, parla.
-Beh, non so, mi sembrano persone a modo.
-Ho capito, devi essere anche tu come loro. Tutte teste di cazzo.
Il vecchio si girò verso il frigo, raccolse una birra in lattina e la aprì.
-Vuoi bere?
-No, grazie.
Il vecchio la squadrò severamente. Aveva poco più di sessant’anni, e non li portava mica male. Una pancia accettabile, braccia vigorose, un viso ancora intelligente e maschio.
-Tu sei quella veneta, giusto?
-Immagino di si, vengo da Vicenza, sono qui da poco.
-E chi te l’ha fatto fare di venire quaggiù? Non avevi altro da fare?
Caterina si trovò spiazzata da tanta insolenza. Avrebbe potuto rispondergli con la verità, raccontando per ore i casini in cui si era cacciata. Ma rispose da ragazza per bene.
-Volevo cambiare un po’ aria.
-E quest’aria ti piace?
L’uomo le si avvicinò di alcuni passi, spostandosi a un paio di metri da lei, con la lattina di birra in mano.
La squadrò da capo a piedi, con lussuria. Caterina sentì un brivido violento, quello sguardo lo conosceva bene. Ma non si sarebbe mai aspettata di riceverlo da…da…un vecchio? Ma era poi così vecchio quell’uomo?
In un attimo le sembrò di essere troppo poco vestita, il suo vestito a fiori fuori luogo. Forse si sarebbe dovuta rimettere la giacca? I suoi stivaletti coprivano fino alle caviglie, poi fino a metà coscia si poteva percorrere l’intera gamba. Le sue spalle erano scoperte, e le sue tette spingevano il tessuto. I capelli erano tenuti legati dietro la nuca.
Saverio la guardava, lussurioso, senza cambiare espressione del volto. Sembrava disprezzarla.
-Ho dovuto riparare la caldaia, giù di sotto. Questi due si erano dimenticati di fare una semplice operazione mensile, e ora era quasi da buttare. Coglioni…vieni giù a vedere.
-Ma, la bambina…
-La bambina dorme, no? Non si sveglierà prima delle sette.
Saverio posò la birra sul tavolo della cucina e prese con decisione il braccio di Caterina.
-Dai, vieni giù.
Caterina era in imbarazzo. Quell’uomo la costringeva ad obbedirgli. Non voleva, ma era come guidata. Sapeva che sarebbe stata un’idiozia seguirlo, sapeva quell’obbedienza a cosa avrebbe portato…
Una volta giù in cantina lui non ci mise molto a farle capire la situazione.
-Senti bimba, ho i coglioni pieni. Tu mi sembri una bella puttana. Adesso ti fai fare, vero?
Le era vicino, minaccioso, ma distante. Era un gioco perverso che lei faceva finta di non capire.
-Ma, Saverio, io non posso…
Lui le rimaneva a un metro. Si sganciò la cintura e sbottonò i pantaloni, lasciando uscire il cazzo. Era un cazzo grosso, forte, virile. Non era ancora duro, ma faceva capire che cosa sarebbe diventato di lì a poco. Caterina, a corto di minchia da troppo tempo, rimase a fissarlo con lussuria. E lui lo comprese.
-Cosa vuoi fare? Ti devo prendere per i capelli? Ti devo fare male?
Caterina rimaneva in silenzio, fissando quel bel cazzone che spuntava dalle mutande. Non si sarebbe aspettata un cazzo così vigoroso da un uomo tanto anziano. Finora aveva scopato con uomini di al massimo quaranta, quanrantacinque anni.
Si trovò a guardare alcuni peli bianchi, ma soprattutto la catturava la vena grossa e prepotente di quella minchia. La voleva prendere, la voleva.
Decise di non partecipare. Lui aveva intuito che lei era puttana. Lui doveva trattarla da puttana.
E così Saverio le diede un ceffone. Lei rimase ferma con la guancia rossa, fissando ancora il cazzo.
-Vai giù.
Caterina non si muoveva.
-Ti ho detto di andare giù, porca madonna!
E Caterina, impaurita ed eccitata, si mise in ginocchio, lentamente.
Il cazzo era a pochi centimetri dalla sua bocca. Lo prese, insalivandolo più possibile.
-Così, così devi fare.
Caterina prese a succhiare, bene, come sapeva di saper fare. Si liberò di ogni dubbio, di ogni pensiero. Aveva voglia di farlo, e quell’uomo aveva capito quello di cui lei aveva bisogno in quel momento.
Infatti a un certo punto lui le disse di sollevarsi, che era venuto il momento di montarla. Disse proprio così, “montarla”, come le bestie.
E così fece. Appoggiata a un tavolaccio di plastica nella cantina, la chiavò per bene, forte, con ancora addosso il vestitino messo per fare bella figura alla festa dell’asilo.
Le tolse le mutande strappandole.
Non parlava molto, Saverio, soltanto ogni tanto le diceva che era una bestia, che doveva essere chiavata come una bestia, e questo era tutto.
Nella cantina si sentivano il rumore dei corpi, dei respiri, il sudore aumentava. Saverio silenziosamente la fotteva e Caterina, finalmente, iniziava a godere forte, tanto, come da tempo avrebbe voluto.
-Porco, sei un porco, che cazzo mi fai?
Lui non rispondeva, continuava a fotterla severamente.
-Ti piace fotterti le ragazze giovani, vero? Come mi scopi, porco, come mi scopiiiiiiiiiii!
E godeva, Ceterina.
E lui spingeva, e le stringeva le tette, forte, e le tirava i capelli.
Poi, grugnendo, le venì dentro, senza chiedere, senza annunciarlo.
Dopo alcuni secondi si tolse, lei stava per tirarsi su, ma lui la tiene ancora giù, spingendole le mani sulla schiena. E iniziò a leccarle il buco del culo, e un po’ la figa.
La continuava a leccare e intanto la teneva giù, sempre con forza. Lei si trovò a godere ancora, con quella lingua insistente. Lo incitava.
-Lecca, bastardo, lecca. Che bastardo che sei, ti approfitti di me…
Lui sempre in silenzio la lavorava nel culo e nella figa, appagato dei due orgasmi della ragazza.
Poi rimasero a rifiatare, per alcuni secondi.
Lui si ricompose, mentre lei respirava forte appoggiata al tavolo.
-Ora te ne puoi andare. Tanto torni, e ti faccio tutto. Ti devo fare ancora tutto.
Questa volta era Caterina a non rispondere, mentre si rialzava.
Una volta di sopra, ambedue si accertarono che la bambina ancora dormiva.
Caterina stava per prendere la porta e uscire.
-Ti prego, non lo fare sapere a nessuno.
Saverio la fermò, le mise una mano sul culo, aperta, abbondante.
-Vieni qua. Questo lo decido io, se fai la brava.
Si appoggiò al mobile dell’ingresso e tirò ancora fuori il cazzo.
-Me lo hai fatto tornare duro, sei una vacca incredibile.
-Ma, Saverio…
-Succhia, dai.
E Caterina, orgogliosa di tanto apprezzamento, si rimise in ginocchio, e svuotò i coglioni dell’anziano uomo.
Questi venne in una decina di minuti, chiamandola con le peggio parole, dandole strattoni ai capelli, schiaffi sul viso, strizzandole le tette.
-Scommetto che hai ancora voglia di scopare, vero?
Caterina rimaneva in silenzio, eppure avrebbe voluto parlare, urlare che si, avrebbe voluto, eccome!
-Ti darò tanto cazzo da ingozzarti. Ti farò di tutto. Ora sei mia, sei la mia puttana.
-No.
Un ceffone forte la prese alla sprovvista.
-Sei la mia puttana? Rispondi!
Caterina, in piedi vicino alla porta, rimaneva zitta.
Saverio le mise le mani tra le gambe. Lei era bagnatissima, e ancora colava la sborra di prima.
-Dillo.
-Saverio…
-Dillo!
-Sono tua.
-Cosa sei?
-La tua puttana.
I due si baciarono sulla soglia, lui le regalò una carezza sulla nuca, una piccola concessione, lei camminò fino alla macchina sentendosi gli occhi dell’uomo addosso. Le piaceva. Era quello che le regalava delle scariche elettriche, delle emozioni, che da troppo tempo non provava.
-Non combinare cazzate!
Le diceva di nuovo la sua vocina.
La mise a tacere, godendosi quello che era successo quel pomeriggio. Dall’indomani, avrebbe dovuto gestirla. Dall’indomani.

Note finali:

viktorburchia@gmail.com

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