LE VERGINI DI TRANSILVANIA by Dunklenacht [Erotico]




La prima vergine: Blumchen.

Era l’aurora di un misterioso giorno del 1872.
Alle spalle della giovane bionda s’innalzavano lontane le cupole aguzze e vermiglie di un gran borgo, mentre ella s’apprestava ad esaudire le ultime volontà di un defunto senza nome. La chioma d’oro di lei, la sua veste leggera, che lasciava in parte scoperto il seno, benché si fosse in pieno autunno, la sua pelle di marmo conferivano un non so che di fatale e mesto ai suoi lineamenti che, allora, brillavano di morte e di giovinezza. Per l’occasione, in adempimento dell’ultimo desiderio del trapassato, le labbra sue scintillavano d’un rosso più ardente delle prime luci di quel mattino.
Le mani della giovane reggevano un’urna di metallo, che, in quegli istanti, mi parve insanguinata. Essa conteneva le ceneri di un defunto, ma la bella non tremava, mentre era in procinto di disseminarle ai venti. Dinanzi a lei, sotto le rocce ricoperte di muschio, si estendeva il Mar Nero, con le sue profondità turchine e fatali. Tutt’intorno s’erano radunati non so quanti e quali uccelli neri e gracchianti, che volavano in cerchio, talvolta beccandosi a vicenda. Mi parvero avvoltoi e corvi; non ricordo. Io non so se quel defunto fosse maledetto, oppure no; rammento soltanto – ed il cuore di quella giovane era a conoscenza di ciò – che prima di cadere vittima delle braccia della morte egli aveva rifiutato ogni funerale, dichiarando in un sussurro, negli orecchi di quell’innamorata, le sue ultime volontà ed il modo in cui desiderava fosse trattato il suo cadavere. Dovete sapere che, prima di gettare quel corpo senza vita tra le fiamme, gli avevano tolto la benda nera, che durante l’ultima stagione della sua esistenza aveva coperto uno dei suoi occhi, non più in grado di dargli la vista. Inoltre, le mani della bella gli avevano asciugato con un fazzoletto bianco la bocca tutta ricoperta di sangue, a causa del male oscuro che non gli aveva dato scampo ed anzi lo aveva condotto nell’abisso. Anche la giacca, tutta lacerata e strappata, gli era stata tolta, poiché le dita e le unghie insanguinate del trapassato l’avevano fatta letteralmente a brandelli, negli spasimi disperati dell’agonia che aveva preceduto la fine.
Le labbra della ragazza erano fredde. La sua bellezza, allora indorata dall’aurora, contrastava alquanto con il suono nero di imprecazioni tenebrose, animalesche, che giungevano fino a lei da un vicino bosco e, a tratti, sembravano bestemmie. Ad esse si mescolavano il rumore di una mannaia, che spaccava non so quali ceppi, nonché il fragore di alcune rocce, le quali, improvvisamente, ruzzolavano giù nel dirupo, per poi finire inghiottite dai marosi spumeggianti.
Ed ecco uscire dalle labbra colme di soavità della graziosa giovane le seguenti parole, proferite in un tedesco arcaico:
– All’amore, alla morte, alla vendetta!
Fu allora che le ceneri del defunto vennero gettate al vento. Io vidi come un fulmine, rossastro, abbagliante, scintillare tra il cielo e il mare, avvolgendo nella sua maestà fatale le membra di Blumchen (questo il nome della ragazza), divenuta ai miei occhi statua di bellezza e gioventù, scolpita su quelle rocce. Il Mar Nero spalancò le sue fauci senza pace e parve divorare ogni cosa.
– No, rapaci dell’aldilà! – gridò Blumchen, aggiustandosi il colletto di pizzo. – Questa volta sbatterete invano le vostre ali nere come la pece e ritornerete ai vostri nidi senza brandelli di carne nei vostri becchi!
Ella alludeva agli uccelli che gracchiavano, dei quali or ora vi ho narrato. Poi la meravigliosa giovane si volse, tutta commossa, mentre una lacrima le dorava le guance – vermiglie per i riflessi delle prime luci del nuovo giorno – e le braccia sue s’incrociavano sul seno di perla.
Blumchen sciolse ancor più i suoi lunghi capelli e s’incamminò lungo la strada maestra, sassosa e piantata ad ippocastani. Si alzò forte il vento, che sconvolse le sue vesti e la sua chioma, per poi sollevare nubi di polvere, che offuscarono la figura della giovane, mentre recitava a gran voce non so quale poesia di Goethe.
All’improvviso passò una carrozza, condotta da due cavalli bianchi, con i paraocchi; il cocchiere portava un cappello a cilindro sul capo. Una delle portiere s’aperse, cigolando, come sospinta dai fantasmi. La ragazza mise un piede sul predellino e salì, mostrando di non indossare alcunché sotto la lunga ed ampia gonna ottocentesca.
Nella vettura, ella trovò ad attenderla il suo nuovo amante, colui che aveva conosciuto per caso nel tempo di una morte e del quale s’era follemente innamorata. Appoggiò teneramente le sue labbra vermiglie su quelle di lui. E pensare… Oh, e pensare che, poco prima, quelle stesse estremità femminili s’erano posate per un istante sull’urna e sulle ceneri del defunto senza nome!
– Possedetemi, fate di me ciò che desiderate, sono vostra! – sospirò Blumchen al misterioso uomo della carrozza. – Fatemi sentire il vostro affetto sulle membra, come una carezza!
L’altro le rispose in tedesco, lo stesso con cui ella aveva esaudito le ultime volontà del trapassato.
La vettura ripartì al gran galoppo; non vi sono parole per narrare ciò che avvenne poco dopo. Le due bocche si toccarono ancora, più e più volte. I seni di lei rimasero scoperti e sussultarono, sobbalzarono, come i sassi di quella strada sotto quelle ruote, che correvano e quegli zoccoli, che scalpitavano. Vi furono delle grida affettuose, dei sospiri; una vecchia vedova, vestita a lutto, incrociando la carrozza lungo la via, vide attraverso il finestrino le due figure nude d’innamorati, avvinte l’una all’altra.

La seconda vergine: Sternlein.

Era un giorno d’autunno del 1872, in non so quale villaggio sperduto della Transilvania. Il vegliardo era rincasato tardi rispetto al consueto e lo avevano visto riporre il forcone tra due delle sue botti. La giovane aveva raccolto dei ramoscelli di betulla e, fuori dall’uscio, li andava strofinando contro una catasta di pupazzi vecchi, di vari colori. Ella indossava un costume tradizionale del luogo e s’era calata una maschera nera sugli occhi. Inoltre, andava ripetendo non so quali filastrocche, che avevano il sapore ed il mistero di quella terra.
Poi, Sternlein – questo il nome della bella – ripose i ramoscelli di betulla che recava in mano sopra il cumulo di pupazzi, raccolse una manciata di foglie morte, che abbondavano lungo la strada del villaggio e coprì con esse le cupe chincaglierie che aveva ammonticchiato dinanzi a sé. Ad un tratto, come improvvisamente, la ragazza mascherata accese una fiaccola e la usò per dare fuoco a tutte quelle cianfrusaglie, delle quali vi ho narrato. Le fiamme divamparono magicamente, rossastre e violente. Dopo averle sprigionate, Sternlein prese a danzare uno dei balli misteriosi che allora erano in voga in Transilvania. Fu accompagnata dalla musica di un violino, suonato da un vagabondo, che passeggiava senza meta lungo l’altro lato della strada, chiedendo la carità.
Poco dopo, tutti rientrarono in casa, sprangando gli usci, come si usava in quelle terre dopo il calar del sole. La giovane, della quale vi ho parlato, si tolse la maschera; il suo volto leggiadro non necessitava certo di trucco, per brillare. La vidi prendere una lampada, accenderla e salire, alla luce di essa, lungo la scala di legno che conduceva all’abbaino. Giunta colà, sempre al bagliore di quel lume, Sternlein si accomodò sulla sedia a dondolo, che giaceva in un angolo, mentre gli occhi suoi potevano contemplare gli innumerevoli arnesi arrugginiti, che si usavano per lavorare la terra, deposti in un angolo: vi erano badili, zappe, ma anche seghe, accette e quant’altro; persino un piccolo versoio, rovinato e logoro, che non serviva più a nulla.
Poi, vidi quella giovane dirigersi verso un catino colmo d’acqua e tingere i propri capelli di verde smeraldo, adoperando non so quale polvere, che, nel momento in cui fu versata, si sparse come una nube tutt’intorno. Ah, gioiosa Sternlein! Era per la prossima festa da ballo, quando avresti danzato non so quali valzer, mostrando a tutti le tue belle gambe, a braccetto con i più bei ragazzi della Transilvania!
Dopo che ebbe tinto le sue chiome del colore che vi ho detto, la bella ricadde sulla sedia a dondolo, il mento appoggiato sul seno che s’alzava e s’abbassava languidamente, la mano sinistra posata su una guancia. Colà, nell’abbaino, alla luce vaga di quel lume, ebbe un’apparizione.
Dapprima, ciò che ella vide fu una storia d’amore e null’altro. Erano l’affetto e la tenerezza di due giovani, che si amavano con ardore e in lieta ebbrezza, prima del fatale assassinio. Oh, che baci, che slanci, quanta felicità! E tutto, in mezzo a mille abbracci, al suono di un’orchestrina di strumenti ad arco, mentre un Fiaker viennese portava a passeggio i due amanti, dinanzi ad un porticato adorno di figure barocche, in un’estate colma di luce, che sembrava senza fine! Poi, sulla scalinata antistante ad un teatro, apparve la figura leggiadra di una musicista, che una folla di persone, entusiaste della sua genialità, portava in trionfo, dopo la pubblica esecuzione di non so quali melodie, che allora avevano riscosso molto successo nell’Impero d’Austria e di Ungheria.
Nel bel mezzo dell’apparizione, gli occhi di Sternlein videro comparire il sangue. Fu come se tutto si tingesse di nero, all’improvviso e senza motivo. L’amore s’era macchiato di scarlatto.
– Oh, il Fiaker! Che ne è di quel Fiaker e di quell’innamorata? – mormorò la veggente, invano.
La bella udì un rumore di zoccoli di cavalli, al galoppo. Quel suono, da vago, divenne ben presto forte ed angosciante. C’erano una strada di sassi, un bosco di faggi, un’infinità di rovi e di erbe secche, che crescevano lungo i margini di quella via. Gli occhi di Sternlein ebbero modo di discernere una carrozza, un cocchiere dalle vesti a brandelli, che aveva un teschio al posto del volto e poi, alla luce di un sole dorato e gelido, che sprigionò il bagliore di una folgore, lei, l’innamorata, ma senza vita. L’avevano sgozzata ed il suo mezzobusto pendeva nel vuoto, a testa ingiù, dal finestrino di una portiera quella vettura. La chioma della vittima s’era macchiata di sangue, al pari del suo collo, bianco e di cigno, dove era rimasto conficcato il pugnale che le aveva dato la morte. Le sue vesti color crema erano rimaste intatte. Sternlein udì un grido di dolore e mille risa di scherno. Chi era stato? Chi mai? Poi, tutto svanì, mentre qualcuno rivolgeva la parola alla protagonista della nostra storia.
– Sternlein, io sono tua nonna – si sentì dire la veggente, in un tedesco antico e malinconico. – Al prossimo ballo, tu perderai la verginità e conoscerai il nome del mio assassino!
L’apparizione lasciò quella perla d’amore, figlia della Transilvania, nella commozione e nei singhiozzi, nonché fra le trine morbide dei ricordi. Pochi giorni dopo, frugando tra le masserizie dell’abbaino, la giovane ritrovò un ritratto di colei che le aveva parlato dal mondo dei morti: era la sua antenata, assolutamente uguale a come l’aveva contemplata tempo prima. Non vi era differenza alcuna, tra il volto che le era apparso e quello che gli occhi suoi avevano allora modo di discernere, in quell’immagine vetusta.
Venne poi il tempo dei gioiosi valzer, i quali privarono Sternlein della verginità antica per conferirle una verginità nuova, satura di piaceri, amori e giovinezza. Negli orecchi suoi venne proferito, come accidentalmente, un nome, quel nome, secondo quanto le era stato preannunziato. La cara giovane non avrebbe mai creduto che una mano, una parte del corpo maschile, a contatto con ciò che si celava tra le sue gambe, potessero donarle tutto quell’orgasmo. Ella non aveva mai gridato tanto.

La terza vergine: Lebewohl.

Erano i primi giorni di Febbraio del 1872.
Poche anime abitavano ancora in quel villaggio della Transilvania, che sorgeva lungo le sponde di un lago, del quale non rammento bene il nome. Di quando in quando, si discernevano le belle teste, bionde o brune, delle giovani di quel borgo, mentre facevano capolino dalle finestre delle case dai tetti aguzzi, che davano sul lago. Era solo per spalancare le imposte, o per salutare qualcuno dei pescatori, che rientravano dal lavoro. Allora, era come se quegli uomini facessero ritorno dall’aldilà, portando con sé delle reti colme di pesci e, talvolta, di cimeli preziosi, abbandonati chissà da chi agli abissi di quello specchio d’acqua di topazio. In quelle occasioni, le giovani donne agitavano al vento dei mazzi di fiori secchi, ma ancor variopinti, o dei fazzoletti ornati di pizzo, color carne. Di quando in quando, al crepuscolo, nel cuore della notte od alle prime luci dell’alba, sul lago e tra le imposte socchiuse delle case, si vedevano delle segnalazioni misteriose. Erano luci bianche e dorate, che apparivano e svanivano, come senza motivo. Il loro significato era sconosciuto. Sembravano messaggi affettuosi, scambiati tra i vivi e le intelligenze dell’oltretomba.
Fu in quel tempo, nei giorni in cui cumuli di neve fredda ingombravano i viottoli del borgo e, in parte, i tetti di quelle case della Transilvania, che nel bel mezzo del lago emerse l’antico campanile gotico. La sommità era nera come la pece, la muratura, della quale era costituito, grigia, quanto la polvere delle strade di campagna, che serpeggiavano in prossimità delle sponde.
Era l’alba, rossastra e fredda. Proprio allora proruppero le voci grosse dei pescatori, da un battello che navigava non lontano dal villaggio:
– Cos’è mai! Ah, un cadavere! Un corpo! Chi è costui? Issatelo a bordo! Su, forza con le reti!
Una luce cuprica, passando attraverso la vegetazione spoglia, che ricopriva la riva vicina, illuminò i volti e le braccia robuste dei marinai del lago, nonché la rete sgocciolante, nella quale era rimasto intrappolato il cadavere di una donna. Durante la sua vita, costei era stata una vergine della Transilvania. Delle sue membra giovanili non rimaneva molto; il volto suo era diventato un teschio, incorniciato da capelli fattisi color cenere, come a causa di un’oscura maledizione. Al posto degli occhi non v’erano che due voragini e le poche vesti, ottocentesche e fradice, che ancora adornavano quel corpo esanime, parevano letteralmente rosicchiate dai topi.
In paese scoppiò una bufera di voci e di maldicenze. Tutti volevano conoscere la storia di quella giovane, di quel cadavere, ritrovato in uno dei laghetti più misteriosi della Transilvania che, si diceva, fosse infestato dai draghi.
L’amabile Lebewohl scrutava gli eventi da dietro le tende della sua finestra, sorridendo languidamente. Il suo sorriso muliebre, fatto di denti di perla e di labbra disegnate per l’amore, serbava il ricordo della storia di due amanti, destinata a rivivere in quel presente, colmo delle nevi e delle brume di febbraio.
– Venite a me, vicende erotiche del passato e del futuro, io vi realizzerò qui ed ora, dopo avervi contemplate nella mia sfera di cristallo – mormorò la bella, pettinando la sua chioma nel silenzio della sua stanza, dalle pareti adorne di arazzi.
Dovete sapere che, nel villaggio presso il lago, dimorava un personaggio elegante. Questi era stato l’amico affettuoso di colei che avevano ripescato senza vita dagli abissi. Non appena egli apprese la terribile notizia dalle labbra delle sdentate comari del paese, che portavano il lutto, pianse. Accadde in un freddo meriggio di febbraio, sulla piazza.
– O donne vestite di nero, avete trasferito su di me la vostra sventura! – singhiozzò l’innamorato della defunta, prendendosi il volto tra le mani.
A causa delle sue origini, tutti lo chiamavano il Carbonaio della Transilvania, benché portasse il cappello a cilindro e i guanti bianchi. Proprio in quel mentre, erano stati ammonticchiati nel bel mezzo della piazza innumerevoli rifiuti, stracci e giornali vecchi, ai quali avevano subito appiccato il fuoco, dopo averli cosparsi d’aglio e di spezie, perpetuando così una delle più antiche usanze di quel borgo dell’antica Dacia romana. Il cielo era plumbeo sopra i pochi palazzi fatiscenti, dai tetti un po’ sinistri, come ricoperti da una neve di sangue. La brezza, che spingeva le nubi a destra e a manca, permetteva di scorgere, a tratti, i bagliori del sole al tramonto.
– Qual buon vento, bel signore? – disse una giovane donna, appoggiando la destra su di una spalla dell’amante della morta. – Io vengo per parlarvi di colei che vi ha lasciato, non senza prima pensare al vostro affetto.
– Chi siete? – chiese il Carbonaio della Transilvania, voltandosi, togliendosi il cappello a cilindro e baciando la mano della nuova venuta.
– Il mio nome è Lebewohl e sono donna.
– Il vostro appellativo… ha il sapore della passione e dell’addio!
– Sono qui per conferirvi l’eredità della defunta. Fu lei stessa, quand’era in vita, a darmi questo incarico, che accettai volentieri.
– Voi? Ed in che cosa consiste il lascito della mia bella?
– Lo scoprirete presto. È un’eredità d’amore.
– Siete così avvenente, in questa veste turchina e dorata!
– Vi ringrazio di queste parole affettuose. Suvvia, lasciatemi la mano, permettetemi di andare!
L’amabile interlocutrice aggiunse alla propria risposta un bacio sulla guancia ed uno sulla bocca. Poi, dopo avergli dato appuntamento, svanì. Era tempo di rincasare; le donne del borgo già chiudevano le imposte e s’accingevano a sprangare gli usci, com’era consuetudine al calar della notte.
L’eredità sarebbe stata consegnata nella casa della trapassata, un edificio antico, di pietra gialla, ormai in gran parte ricoperto di muschio. Allorché il Carbonaio della Transilvania picchiò all’uscio, uno stormo di tortore si alzò in volo. Non appena la bella testa di Lebewohl apparve oltre la soglia, l’uomo si tolse il cappello e la salutò con un bacio. L’appassionato amante fu ricevuto nella taverna, un locale dai muri non imbiancati e dal cui soffitto pendevano delle grandi trecce d’aglio. Il fuoco non ardeva più in quel camino da molto tempo; quel giorno, tuttavia, le sue fiamme divamparono, onde divorare non so quali oggetti, che, un tempo, erano appartenuti alla defunta.
– Ditemi, Lebewohl, quali sono le ultime volontà della mia innamorata? – chiese, quasi improvvisamente, il Carbonaio della Transilvania.
– La sua eredità, volete dire – rispose l’altra, sorridendogli dello stesso sorriso del quale vi ho narrato poco fa.
– I vostri occhi celesti, il vostro nasino ben fatto, che ora sto accarezzando, la vostra chioma bruna, che spicca così tanto sulla vostra pelle eburnea, le vostre guance di bambola, le vostre membra, sono…
– Sì, sono il lascito che vi è stato fatto dalla defunta, il cui cadavere fu ritrovato dai pescatori del lago, tra le reti madide!
La bella lo fece eccitare, spogliandosi nuda davanti a lui, sospirando ed ansimando. La morta l’aveva incaricata di consegnargli la sua eredità, fatta di amore carnale, erotismo, baci schioccati sulla bocca e sul resto del corpo, congiunzione ardente di due esseri, vestiti soltanto di pelle. Dopo che entrambi si furono liberati degli abiti, Lebewohl prese per mano il Carbonaio della Transilvania e lo condusse ad uno scrigno, che aperse: esso conteneva una lettera, contenente le ultime volontà della defunta, le quali furono lette ad alta voce da quella giovane. Poi, sopra una delle panche della taverna, sotto le odorose trecce d’aglio, che pendevano dal soffitto, vi furono la penetrazione e la congiunzione carnale, con lieve perdita di sangue da parte di quella vergine. Il fuoco ardeva sempre nel camino, divorando gli ultimi ricordi della defunta, ivi compreso il suo ritratto. Nel crepitare di quelle fiamme, sembrava di udire le ultime parole d’amore della morta.
– Ecco, ciò che vi ho appena concesso è l’eredità di colei che vi amava tanto – disse alla fine la meravigliosa Lebewohl, giocando con il cappello a cilindro del Carbonaio della Transilvania.

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