Le avventure di Roxanne. cap.11: Flussi di potere




Per Giselle fu l’inizio di uno strano calvario.

Il mattino successivo iniziò con uno scapaccione sul sedere datole da Roxanne che, stranamente, era di buon umore come se fosse piena di un’allegria forzata, che le parve in qualche oscuro modo, perfida. Ancora stanca per la lunga notte trascorsa dovette prepararsi per la colazione ben sapendo che di lì a poco avrebbe rivisto tutti. E, soprattutto, avrebbe rivisto lui, Prince Koutou, il suo amato principe.

Le due cugine entrarono nella sala insieme, ma diverse come un diamante e un rubino. Giselle diafana, bionda e minuta, con gli occhi bassi e le sole guance che si imporporavano per un nonnulla. Roxanne, luminosa, allegra, apparentemente a suo agio mentre salutava con vivacità il Conte e la Contessa, zia Claude e zio August, François e Padre Baptiste. Roxanne notò subito il sollievo di Giselle nel non trovare il Marchese d’Erot e il suo negro e pensò che quella situazione la divertiva oltremodo. Quando infine i due arrivarono a tavola (il Marchese con la solita aria sfatta che aveva di mattina, il negro con la sua naturale eleganza) sentì Giselle fremere al suo fianco e si rese conto che lei sola riusciva a riconoscere tutti i flussi di tensioni che percorrevano la tavola. Il volto della cugina che si faceva paonazzo, l’impercettibile saluto del negro alla principessa e persino un più complesso intreccio di sguardi. Zia Claude, guardò con astio il Marchese, forse perché vestito con ben poca cura, forse perché quella notte, pensò Roxanne, non le aveva fatto visita, zio Baptiste, indugiò un attimo con lo sguardo su zia Claude, e anche la Contessa sollevò un attimo lo sguardo dalla sua tazzina per ammirare il possente corpo del negro sedersi a tavola, mentre François guardò prima la matrigna con rabbia, poi lo stesso negro con astio e disgusto.

Per tutto il giorno Roxanne non perse di vista la cugina. Solo nel tardo pomeriggio, si accorse che era sparita. L’aveva lasciata un attimo mentre stava cucendo con zia Claude e la Contessa e la trovò più nemmeno in giardino, in camera o nella stalla. Riapparve giusto prima di cena e Roxanne decise che le avrebbe fatto confessare ogni cosa.

Appena sole in camera, dopo che si furono infilate le camice da notte, si decise ad affrontare la cugina. Le si fece sotto e senza dirle nulla le rifilò un ceffone. Giselle, sconvolta dal gesto, si portò una mano alla guancia colpita.

«Roxanne, ma perché…?»
Roxanne non la lasciò finire. Le prese il polso e, torcendolo, la costrinse ad inginocchiarsi accanto al letto.

«Zitta, putain, lo so cosa hai fatto anche oggi, che ti credi?»

«No…»

«Non mentirmi!»
Fece per colpirla di nuovo, ma ci ripensò. Torcendole il braccio dietro la schiena la spinse contro il letto, piegata in avanti con il sedere esposto. Giselle gridò piano di dolore, incapace di trattenersi ma timorosa di farsi sentire. A bassa voce supplicò la cugina di lasciarla andare.

«No, petit putain,» rispose spietata Roxanne, «ora mi confessi tutto! Altrimenti vado da zia Claude e le dico che ti fai scopare come una cagna dal negro del Marchese!»

Giselle iniziò a singhiozzare e gemere dei “no” disperati. “Povera stupida”, pensò Roxanne, “se solo sapessi che zia Claude si fa sbattere nella stalle dal Marchese…”
«Ora ti lascio il braccio, ma tu giuri sulla Beata Vergine che non ti muovi.»

«Sì, sì, ti prego, lasciami.»

«Allora dimmi, putain, ti ha montato ancora? Anzi stai zitta: lo posso scoprire da sola.»

Roxanne sollevò la camicia da notte di Giselle, che rimase inginocchiata contro il letto a soffocare le lacrime e i gemiti contro le lenzuola. Poi si chinò un po’ e, con mala grazia costrinse la cugina ad allargare un po’ le cosce. Davanti aveva il sedere candido della giovinetta e sotto, il suo rado boschetto biondo in mezzo al quale, si vedeva bene, si apriva il frutto rosso a cui qualcuno doveva aver appena dato un morso. Roxanne allungò le dita. Era arrossato, aperto, bollente, ed emanava un odore vischioso. Odore del piacere di lei, ma anche odore della presenza di lui.

«Ti ha montato ancora, quel negro…. È vero?»

Giselle, trafitta dalla colpa e dominata dalla cugina, piangeva senza rispondere. Roxanne le rifilò uno sculaccione forte, che lasciò il segno della mano sulle carni bianche della cugina.

«RISPONDI!»

«SÌ, Sì.» urlò infine.

«Brava la mia petit putain. E dove, dove ti ha scopata?» chiese sculacciandola di nuovo.

«Ah!» gemette l’altra «nella cappella.»

«COSA?!?»

A furia di sculaccioni, Roxanne le tirò fuori l’intera storia. Si erano dati appuntamento poco lontano, sfruttando una fitta siepe. Poi lei l’aveva condotto in una piccola cappella votiva di cui aveva la chiave. Lì era stata di nuovo sua. Lui l’aveva presa facendola godere più volte, poi alla fine – dovette confessare alla cugina – prince Koutou le aveva insegnato a baciargli il membro, e lei aveva bevuto il suo piacere.

Alla fine il sedere di Giselle era tutto arrossato, mentre Roxanne, sconvolta, si sentiva la mano in fiamme e, soprattutto la fica vogliosa di esplodere. Si stese a letto e costrinse la cugina a darle piacere con la bocca. “Come ieri sera” specificò. Di nuovo Roxanne godette con tutta se stessa, con la mente piena delle immagini del Marchese con Marie, di Giselle e del negro. Alla fine sentì che stava di nuovo per spruzzare. Si sollevò sui gomiti e, guardandola al lavoro, ordinò con un gemito, alla sua “petit putain”, di aprire bene la bocca. Di nuovo il suo piacere esplose con uno schizzetto e alla povera Giselle toccò addormentarsi con in bocca il sapore della cugina ed il sedere in fiamme.

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