La Segretaria




1. L’inserzione

“AAA segretaria particolare cercasi. Devi essere brava, efficiente ed autonoma nel tuo lavoro. Per questo sarai ricompensata per quello che vali. Dovrai essere sottomessa e disponibile. Non importa se sei bella, ma sicuramente devi essere sempre in ordine, ben truccata, calda e sensuale. Non importa se sei libera o sposata, l’importante è che tu sia disponibile in orario di lavoro e che per lavoro e piacere tu sia in grado di tanto in tanto a viaggiare. Non cerco una puttana. Cerco una segretaria ed una schiava. Il tuo Master è un cinquantenne autoritario ed esperto. Non scrivere se non hai i requisiti richiesti e non sei decisa. Se invece ti ritieni all’altezza del compito rispondi a hardesoft@hotmail.it ”

L’inserzione fu pubblicata, su un paio di siti SM su Internet, da Gianni. Il Master era un vero porco ed anche un bastardo. Ma tutto sommato era corretto. L’inserzione era veritiera. Lui stava davvero cercando una segretaria per una nuova attività. Aveva affittato uno studio in una zona semicentrale di Milano e stava cercando di metterlo in piedi lavorando come un matto. Gli impegni erano tali che per tutto il giorno successivo alla sua inserzione, nonostante la fretta che aveva di trovare una segretaria, non riuscì a leggere le mail di risposta. Aprì la mail solo la sera tardi. E vide che c’erano ben cinque risposte. Ormai era esperto e sapeva che spesso quei contatti non portavano a nulla.
Infatti la prima mail era di una trav, allegava un sacco di foto e diceva che sarebbe stata perfetta per quel lavoro. Passò alla successiva.
La seconda era palesemente di una minorenne. In verità lei diceva di avere diciannove anni, ma probabilmente non ne aveva ancora diciassette, non era la prima volta che gli succedeva di ricevere mail di ragazzine. Diede una risposta secca e breve: “ripassa tra tre o quattro anni”.
La terza era finalmente una mail accettabile. “Signora quarantenne formosa ed appetitosa, segretaria esperta, sposata, e con una brevissima esperienza SM alle spalle, sarebbe interessata alla sua proposta. Non mando foto, ma potrei incontrarla in un luogo pubblico se ci sono le condizioni per farlo. Sua Anna.“
Se era vera, sapeva che in questo genere di contatti si raccontano spesso un sacco di balle, era almeno promettente.
Non rispose, voleva vedere le altre mail.
La quarta era ancora di una trav. Fece la fine della prima.
La quinta era ancora più promettente della terza. “Sono una giovane trentenne, diplomata, con molte esperienze di lavoro alle spalle. Non ho però mai fatto la segretaria, ma penso di esserne capace, vorrei valutare meglio la Sua proposta e se mi permette, visto il particolare rapporto che richiede, anche la Sua persona. Mi dica qualcosa in più di Lei e di come intenderebbe instaurare questo particolare ménage. Non mi scandalizza, anzi ne sono attratta, ma per me sarebbe la prima volta e quindi vorrei capirne di più. Grazie, Carolina.” C’era una foto allegata che ritraeva una ragazza seminuda sdraiata su un divano e ripresa di spalle. Sembrava ben fatta, snella, ma con belle curve, mora con capelli ricci e alta.
Stava per rispondere alle due mail che potevano interessargli quando ne arrivò un’altra. Aprì e lesse “Buonasera Padrone, sono esperta in tutti e due i lavori che richiede. Ma non sono una schiava facile. Mi dovrà piacere e mi dovrà domare. Ho 47 anni, sposata e sono come da foto. Non sto cercando lavoro, in quanto già felicemente occupata. Decida Lei come proseguire. Maria” Nella foto, in primo piano, un bel paio di tette, e un bel caschetto biondo, mentre il viso era parzialmente cancellato.

Gianni era abbastanza soddisfatto di come si erano messe le cose. Decise che avrebbe risposto a tutte e tre allo stesso modo. “Schiava, non ho tempo per approfondire la conoscenza per mail, ho fretta di trovare la mia segretaria e la mia schiava. Il mio numero è xxxxxxxx, chiamami e fissiamo un appuntamento in centro dove meglio credi, ma al più tardi dopodomani mattina. Master Gianni.”

La prima telefonata arrivò un’ora dopo quando ormai stava per andare a letto. Si presentava con un “no numero”. Prevedibile e promettente. Era Carolina ed aveva una voce fresca e spigliata, per niente timida.
– Buonasera Signore, vorrei chiederLe, se posso, che aspetto ha e cosa mi dovrei aspettare se mi piacerà fisicamente. Non cerco un uomo necessariamente bello, ma piacevole ed interessante. –
– Non solo puoi, ma devi chiedere Carolina. E poi mi dovrai vedere. Quello che ho visto di te in foto mi è piaciuto, ma anch’io dovrò vedere. –
– Certo Padrone – l’interruppe Carolina.
– Hai fatto delle domande schiava, quindi ascolta – rispose sogghignando Gianni, – allora, sono una persona normale, alto 1,74 per circa 73 -74 kg, porto gli occhiali, capelli sale e pepe. Ahimè più sale che pepe. Non sono sicuramente bello, ma spero di risultare interessante. Questo è comunque un aspetto che potrai facilmente verificare se ci incontreremo. –
– Capisco Signore – interloquì Carolina.
– Per l’altra questione …, non è semplice parlarne al telefono con una che non ha avuto nessuna esperienza e quindi senza termini di paragone. Ma posso dirti che mi aspetto da te tutto, qualunque cosa ti chiederò. Devozione assoluta. Sapendo che non sono violento e sapendo che la tua vita privata e sentimentale, se ne hai una, non verrà in nessun modo scalfita da quanto ti chiederò. Ovviamente, se lo vuoi, tu diventerai una donna diversa da quello che sei attualmente. –
Il Master tacque e dall’altra parte non si sentiva un fiato, tanto che Gianni pensò di averla persa. Il silenzio si protrasse per diversi secondi, ma che sembrarono lunghissimi. Poi Carolina rispose – Padrone ci devo pensare, forse sono stata leggera nel rispondere al suo annuncio. –
– Pensaci e ripensaci – fu la risposta, – hai il mio numero e puoi richiamarmi quando vuoi. Però io non ti posso garantire che il posto rimarrà disponibile a lungo. –
Si salutarono e Gianni andò a letto.

Le altre due telefonate arrivarono il mattino dopo. Anche quella di Anna con un “no numero”, mentre quella dell’esperta Maria con il numero in chiaro. Gli argomenti trattati furono più o meno gli stessi, con la differenza che questa volta Gianni fissò ad entrambe l’appuntamento. Uno per le undici del giorno dopo e l’altro per le 15. In due diversi bar, scelti dalle candidate, in centro.

La sera esaminando la mail trovò altre quattro risposte. Una giovane, anche se probabilmente maggiorenne, a cui non rispose. Una logorroica quarantenne, che poteva essere anche interessante, a cui rispose con una balla rimandandola più in là visto che già aveva il suo da fare con altre tre. E due richieste di donne che avrebbero fatto di tutto pur di avere uno stipendio. Anche a queste ultime non rispose.

2. Gli incontri

Anna era già lì quando Gianni arrivò. Seduta in un separé nel bar. Gianni si accomodò di fronte a lei e disse asciutto – eccoci qui – la guardò a lungo e poi disse – quello che vedo mi piace. – In effetti la signora era molto piacente. Rotondetta, morbida, capelli corvini e viso pieno senza rughe, seno abbondante e alto. Indossava un abito di lana leggera, grigio perla, che la fasciava molto bene. Era abbastanza timida, ma sollevò lo sguardo sull’uomo che aveva davanti e sorrise, un bel sorriso. – Neanche lei è male, Signore. – Gianni sorrise, quella mattina indossava la sua tenuta da lavoro tradizionale: giacca spinata, sopra una camicia a righe celeste, cravatta verde, pantaloni grigi, scarpe nere. Le chiese – Cosa beve? –
– Un succo d’arancia, grazie. –
Il Master si sporse fuori dal separé e fece un segno ad una cameriera – un caffè per me ed un succo d’arancia per la signora. – poi appena la cameriera si fu allontanata si rivolse ad Anna – chiedi pure schiava.- Lei si irrigidì un momento e poi disse – parliamo prima di lavoro se non le dispiace, mi spieghi tutto, anche quanto guadagnerò. –
Lui le spiegò tutto, mentre lei sorseggiava il suo succo. Discusserò senza distrazioni per quasi mezzora di quell’argomento e Gianni non eluse nessuna richiesta. Lei non aveva un vero e proprio bisogno si lavorare. Aveva un marito che guadagnava abbastanza. Ciò tranquillizzò Gianni, non voleva una schiava che stesse con lui solo per guadagnare, anche se ciò che le era dovuto, da quel lato, le andava dato, ed anche senza lesinare. Poi lui le disse – passiamo all’altro argomento. Ora le domande le faccio io. –
– Chieda pure Signore. – Lui rifletté un attimo e poi disse – non sono qui per approfittare della mia particolare posizione, ma in qualche modo devo vedere se sei adatta al ruolo. Non so se mi spiego? –
– Sì spiega benissimo Signore – rispose lei tranquilla –si ricordi che ho avuto qualche esperienza e non si deve sentire vincolato dalle prove che mi chiederà. Cosa vuole che faccia? –
E meno male che sembrava timida pensò il Master. Il separé li proteggeva da sguardi indiscreti, solo chi passava davanti e buttava uno sguardo dentro poteva vederli. Il tavolo fisso nel mezzo era un ostacolo. – Vieni da questo lato – le disse mentre lui si spostava verso l’interno lasciandole spazio. Lei si alzò e lui poté vedere che si muoveva con grazia. Lei si sedette accanto e voltata verso lui. – Sbottonati la camicetta – le ordinò con voce leggera. Lei arrossì, chinò gli occhi e si sbottono i primi due bottoni scoprendo buona parte del seno e facendo vedere che indossava biancheria fine e delicata. Stava per slacciare anche il terzo, ma lui la fermò. Il seno era bianco, cremoso e sotto il reggiseno trasparente si intravedevano due capezzoli ritti, grossi puntuti, probabilmente scuri. – Basta così, ora solleva il vestito in alto. Vediamo cosa indossi sotto. –
Lei sollevò le natiche e tirò il vestito, poi si risedette e tirò ancora. Le autoreggenti nere contrastavano deliziosamente con le cosce bianche e pallide, tornite, voluttuose. – Leva le mutandine – aggiunse il Master. Lei stavolta ebbe un attimo di esitazione. Stava per girarsi per vedere se c’era qualcuno alle sue spalle, ma lui la bloccò. – Non c’è nessuno, stai tranquilla. Se ti do un odine è perché sono sicuro che lo puoi eseguire. – Lei fiduciosa fece scivolare le mutandine e poi le sfilò mettendole in borsa. Quindi sollevò ancora il vestito ed allargò leggermente le cosce dandogli modo di poterla vedere fino in fondo. Era depilata ed anche bagnata. Lui la toccò fugacemente e ne ebbe conferma. Lei docilmente si lasciò fare. Poi lui si alzò in piedi e lei di conseguenza pure. Lui l’accarezzò sul seno, e le strinse lievemente i capezzoli, lei sussultò, ma rimase immobile in attesa. Lui però le disse solo – abbiamo finito schiava, vai bene. Telefonami stasera e ti dirò cosa ho deciso. – Sì Signore – rispose Anna con un sospirò. Poi aggiunse – vorrei comunque rivederla. – Il bastardo sorrise e la lasciò senza nessuna certezza.

Questa volta arrivò prima lui e si sistemò in una saletta che a quell’ora era deserta. Troppo tardi per pranzare e troppo presto per il tè. Maria arrivò qualche minuto dopo ancheggiando sui tacchi. Anche lei era formosa e morbida e molto curata. Ben truccata e ben vestita, però Gianni pensò subito che Anna era più composta, come dire meno troia, anzi per niente troia per dirla tutta. E proprio per quello molto più eccitante. Questa era una bella e matura signora, molto seducente e sicura. Si sedette accavallando le gambe e mostrando subito le cosce. Si salutarono con un cenno e lui per provocarla le mise subito una mano sulla coscia. – Cosa prendi troia – le disse. Lei mise una mano sulla sua e fece per scostarla, ma lui non cedette e lei rispose – un cappuccino, grazie. –
Lui la lasciò accarezzandola sulle coscia e si alzò per affacciarsi sul davanti ed ordinare. – Un cappuccio ed un tè. –
Parlarono di lavoro prima di tutto. Il Master sentiva che la signora non era quello che diceva. Gli sembrava troppo sicura. Questa non era una prova per la sua sottomissione sessuale, aveva infatti incontrato diverse donne di successo che nella sfera sessuale erano sottomesse, ma appunto, non pensava che fosse una segretaria. Quando se ne rese conto le mise una mano tra le cosce stringendo e glielo disse mentre lei soffocava un lamento. – A te di fare la mia segretaria non te ne frega un cazzo. Perché mi hai cercato e sei venuta a quest’appuntamento? – Lei rispose senza scomporsi – Oh bene, ora che abbiamo chiarito questo punto possiamo parlare del resto. – Lui la lasciò e lei si massaggiò il punto in cui lui aveva stretto allargando le cosce e facendo vedere che sotto non portava mutande. La troia era di una sfacciataggine unica. Gianni si distese indietro sulla sedia e fu lui stavolta ad accavallare le gambe non raccogliendo l’invito della vacca che ci rimase male, ma incassò come se nulla fosse. – Volevo conoscerla – rispose., – sono una schiava, ma, come ha detto, non sono interessata al posto che offre. Ha niente in contrario? –
Il Master rise di cuore. Non sapeva se schiaffeggiarla o sbatterla lì sul tavolino. Non poteva né schiaffeggiarla, né sculacciarla, troppo casino; e neanche fottersela lì, troppo insensato. Andò per una via di mezzo. Si riavvicinò a lei e le disse inserendo la mano tra le sue cosce. – Non un fiato puttana e tieni le mani sul tavolino. – Inizio a pizzicarla tra le cosce, sulla tenera carne dell’interno, mentre gli occhi della schiava si spalancavano e si riempivano di lacrime e le labbra si spalancavano rimanendo mute. Quando ormai lei era arrivata al punto in cui iniziò a gemere e da lì si apprestava a gridare, lui la lasciò ed iniziò ad accarezzarla a mano intera sulla fica, poi a penetrala ed infine arrivò sul clitoride. Si bagnò e stava rapidamente per arrivare all’orgasmo quando lui si fermò. – Andiamo – le disse e si avviò per uscire. Lei gli andò dietro cercando di ricomporsi.

3. Nelle grinfie della Mistress
Fuori dal bar lui si fermò in un angolo, Maria si accostò in silenzio. Senza rivolgerle la parola lui tirò fuori il cellulare e fece un numero. Parlò qualche minuto e completò la telefonata dicendo – tra dieci minuti siamo da te. – Maria capì che dall’altra parte c’era una donna di nome Ginevra. Lui le aveva spiegato dell’incontro al bar e dei suoi sviluppi e le aveva proposto di vedersi. La tipa aveva detto, così capì Maria, che aveva un paio d’ore scarse libere. Maria pensò che si trattava di una Mistress, aveva già avuto qualche esperienza e sapeva che spesso erano più dure ed esigenti dei Master. Iniziò a preoccuparsi.

Si avviarono a piedi, lui le mise una mano sul gomito e la guidò senza parlarle. Andavano a passo svelto. Lei seguiva con qualche difficoltà sui tacchi alti, ma non fiatava. Lui era deciso a darle una lezione e Maria intuiva quello che gli passava per la testa. Iniziava a pensare di essersi cacciata in un guaio, ma il suo carattere le impediva di fare un passo indietro e l’eccitazione, oltre che la curiosità, era ancora forte in lei. Provò a dire qualcosa, ma lui la guardò e le ordinò di stare zitta. Non ci riprovò.

Ginevra era una donna sofisticata, il viso era leggermente scavato, ma era affascinante, con un civettuolo neo su una guancia ed un’elaborata acconciatura bionda, era una donna che non passava mai inosservata. Li ricevette nel suo studio di avvocato. Indossava una gonna stretta che le arrivava sopra le ginocchia e la costringeva a camminare a piccoli passi. Le gambe erano magre e nervose, queste caratteristiche erano accentuate dagli incredibili tacchi a spillo delle eleganti scarpette che calzava con disinvoltura. Il seno generoso premeva sull’attillata camicetta. Era una Mistress che Gianni aveva conosciuto qualche anno prima e con la quale si era divertito ormai molte volte, tra loro c’era una specie di sodalizio ed ormai una collaudata intesa. La padrona aveva una pelle chiara, bianco latte, quasi pallida. Era molto attraente, raffinata, stupendamente truccata. Quando entrarono nel salone in cui li attendeva, li salutò con un cenno e si accomodò sul divano accavallando le gambe. Gianni si sedette accanto a lei mentre Maria rimase in piedi. Ginevra non le rivolse la parola e lei rimase impacciata non sapendo come comportarsi, sul divano non c’era più posto e d’altra parte nessuno l’aveva invitata a sedersi. La sua sicurezza iniziò a vacillare. Rimase in piedi e si sentì sciocca, sapeva di essere lì nel ruolo di schiava, ma era la prima volta che già nei convenevoli veniva trattata come tale. Era un’esperienza nuova.
– Gradisci un caffè? – Ginevra si era rivolta a Gianni che accettò. Maria fremeva, la ignoravano deliberatamente e la bionda tentava di umiliarla in ogni modo. Ginevra si rivolse a Maria – su cara, di là c’è un cucinino e troverai facilmente il caffè. Vai. – Maria pensò ancora una volta se era il caso di andare via, poi senza dire nulla si avviò verso il cucinino. Quando tornò con i caffè, i padroni lo sorseggiarono con calma parlando del più e del meno, come se lei non fosse lì.

Dopo, Ginevra si rivolse a Maria, sempre in piedi, sempre più imbarazzata e sempre più umiliata per come si stavano mettendo le cose. Ginevra non aveva nessuna intenzione di facilitarle la vita. – Signora – esordì, – il mio amico, mi ha descritto brevemente la vostra situazione. Nessuno la obbliga a starmi a sentire, se vuole può andare via subito, ma se decide di rimanere deve fare tutto quello che le chiedo. Accetta? –
Maria non aveva previsto che le si parlasse a quel modo e neanche che avesse una possibilità di scelta. Manifestò il suo nervosismo dimenandosi sulle anche, di più non osava fare. Aveva indossato un bel tailleur, ma l’altra era abituata all’eleganza ed al lusso almeno quanto lei, lo riconosceva, ma non si faceva impressionare. Ginevra l’osservava ironica e spietata. – Questa baldracca bionda, in realtà, non mi sta lasciando nessuna via di fuga – pensò Maria. Poi mormorò: – accetto. – Gianni controllò il sorriso che gli stava salendo alle labbra, ma si rilassò.
– Spogliati – le ordinò Ginevra immediatamente, passando dal lei al tu. Maria ubbidì. Si levò la giacca e quindi la gonna, lo fece con eleganza e disinvoltura, visto che doveva ballare tanto valeva farlo con classe e lei lo sapeva fare. Poi sbottonò lentamente la camicia e si levò il reggiseno liberando le tette generose e belle. Con stile si sfilò le mutande. Rimase con le calze e le scarpe, tutto in nero e da gran troia allargò le gambe. Stava per levare le scarpe, ma Ginevra la bloccò. – No, no, rimani così. – Maria arrossì per l’umiliazione, ma ubbidì. Gianni apprezzò, la manza aveva un po’ di pancetta, ma portava benissimo i suoi anni. In basso non era depilata, aveva un ciuffetto biondo ben disegnato L’erezione non si fece pregare. Ginevra la guardò con attenzione. – Girati – ordinò Ginevra. Maria ubbidì e mostrò ai due, la schiena ed il culo.
– Niente male – pensò Ginevra, – proprio niente male. Non è bellissima, ha un po’ di anni, ma ha talento e classe. Se si riuscisse a domarla varrebbe tanto oro quanto pesa. – Si alzò dal divano e si avvicinò alla schiava, le girò intorno osservandola da vicino. Maria aveva ceduto, teneva le gambe leggermente divaricate, ma aveva una gran voglia di coprirsi le tette, non osava guardare la padrona negli occhi, ma sentiva il suo sguardo sul suo corpo. Lo sentiva ed arrossiva, si accorse che ne temeva il giudizio, s’impose di rilassarsi. Ginevra la esaminò attentamente, poi l’accarezzò con il dorso della mano lievemente sulle braccia e sulla schiena. – Hai una pelle molto fine e delicata, ci tieni al tuo corpo, ma non al punto di sacrificarti con diete e cure estenuanti? –
Maria capì che doveva rispondere. – Sì Signora, proprio così. –
– Devi sforzarti, è dovere di una schiava avere cura del proprio corpo. Per il tuo Padrone, lo capisci? –
Maria era in imbarazzo. – Sì, Signora. –
Ginevra le mise due dita sotto il mento e la costrinse a sollevare il viso ed a guardarla. Maria la guardò, la padrona ne approfittò per sfiorarle le labbra con un lieve bacio. – Vuoi vedere come sono fatta? – Era una domanda retorica, la Mistress stava già spogliandosi. Maria vide che indossava biancheria raffinata quanto la sua, in un minuto rimase come lei, nuda con le calze e le scarpe. Era magra, ma aveva un bel seno a pera con tette molto grosse e morbide, le cosce erano invece snelle, quasi magre, ma deliziosamente affusolate, era bianca bianca. Era più alta di Maria e un po’ più giovane. Quando si avvicinò le tette dell’una si fusero con quelle dell’altra e Maria ne sentì il piacevole calore. La padrona l’avvolse in un abbraccio che, non seppe quanto consapevolmente, le impedì di muovere braccia e mani. Le mani della padrona s’impadronirono delle natiche della schiava mentre il seno di Ginevra premeva su quello di Maria. Le labbra s’incontrarono di nuovo e stavolta Ginevra ne forzò l’apertura insinuando la lingua e baciandola languidamente.
La schiava chiuse gli occhi e tremò sotto quei titillamenti, si lasciò andare soddisfatta, quella padrona ci sapeva fare. Ginevra serrò le mani violentemente sulle chiappe di Maria per farle capire che ormai era sua. Mentre il pube della padrona strusciava su quello della schiava. Poi con una mano Ginevra catturò i polsi della schiava dietro la schiena, e mentre la stessa mano la spinse verso di sé, l’altra risalì accarezzandola lungo la colonna vertebrale facendo vibrare la schiava. Maria si consegnò nelle mani di Ginevra, quello che le stava facendo le piaceva. La padrona, ora la stava accarezzando sul seno e la baciava sul collo. Maria tremante allargò le gambe lievemente. Ginevra lo notò e pensò: – una sgualdrinella, ma tenace, ha bisogno di un padrone o una padrona che la sappia manovrare. – Per accontentarla le passò la mano libera sul pube e Maria si lasciò sfuggire un gemito, si rimproverò per la facilità con cui si bagnava e consentiva all’altra di umiliarla, ma era più forte di lei.
Ginevra sorrise e si staccò da Maria lasciandola bagnata e frustrata. – Sei calda e passionale, ma forse troppo orgogliosa per essere una buona schiava. – Ginevra fece cenno al Master di avvicinarsi. L’uomo si sollevò dal divano e si spogliò. Aveva seguito la scena sempre più eccitato, Ginevra era superba e Maria incantevole. In breve finirono distesi sul tappeto. La schiava era nel mezzo.

– La troia ha un culo magnifico. – Gianni stava fottendo Maria per l’appunto nel culo. La stava prendendo da dietro mentre Ginevra strusciava la sua vulva su quella di Maria. Maria, sdraiata nel mezzo, era calda e morbida, languida e soddisfatta, si sentiva piacevolmente piena e si muoveva lentamente assaporando ogni istante di quella scopata. I padroni la fottevano, come lei desiderava, con movimenti languidi e lenti. Maria si strusciava tra di loro e godeva. Gianni la palpava sulle tette e Ginevra nello stesso tempo le mordicchiava i capezzoli, Maria non poteva desiderare di meglio e di più. – Che piani hai per lei? – chiese Ginevra a Gianni.
– Non saprei, come segretaria non va bene, secondo me fa la dirigente da qualche parte, ma può diventare una buona schiava. Purtroppo in questo momento non ho tempo per due e la priorità va a quella che sarà la mia segretaria. – Poi come se ci stesse pensando per la prima volta, in verità l’idea gli frullava in testa da un po’, le disse: – la vuoi? –
Ginevra sentì Maria irrigidirsi, la schiava aveva gli occhi chiusi ed era già tutta rossa in viso, non era possibile capire cosa provasse, ma quel fremito diceva qualcosa. Forse solo sorpresa o forse rifiuto.
– Farò quattro chiacchiere con la schiava dopo – rispose Ginevra prendendo tempo.
– Io penso che tu le piaccia – rispose Gianni mentre strizzava le tette della schiava, – anzi, per essere più precisi, penso che già ti adori. Ovviamente ti chiederò di poterla usare di tanto in tanto, ma questo non penso che sia un problema. –
Parlavano di lei come di una vacca al mercato, ma questo la eccitò ancora di più. Riconoscente inarcò il culo per farsi penetrare più a fondo e Gianni glielo spinse ancora più in dentro.
– Oh là là – esclamò Ginevra coinvolta dall’eccitazione del padrone e della schiava, – mi sembra che questa prospettiva l’affascini parecchio. Credo che la cosa possa funzionare. – Maria arrossì e Ginevra le mordicchiò i capezzoli. La padrona la sentì godere come una matta.
I due discutevano di lei, e di come divertirsi con lei nell’immediato futuro. A lei non dispiaceva sottomettersi e farsi fare come succedeva in quel momento, ma fino ad allora aveva avuto sempre il controllo della situazione. Ora, stava pensando che qualcosa gli stava sfuggendo. Quella Mistress avvocato avrebbe preteso molto di più di quello che fino a quel momento aveva dato e che era intenzionata a dare.
La schiava si concentrò sul cazzo di Gianni che le saliva su per il culo e la stava facendo impazzire, più dello struscio della padrona. Mugolò di piacere dimenando le natiche sul trapano di Gianni e raggiunse l’orgasmo vibrando in tutto il corpo. La schiava aveva goduto come meglio desiderava, senza frenesia, con movimenti languidi e delicati. Lei era felice quando si abbandonava mollemente nelle mani del padrone o della padrona o come in quel momento di tutti e due. Le piaceva quando metteva a disposizione il suo corpo senza che non le venisse richiesto niente. Ma i due padroni, incuranti di lei, stavano continuando a parlare ed a palparla. – Allora la vuoi? – chiese Gianni.
– L’idea mi attrae, ma sai quanto sono esigente. Fino ad ora non ho trovato nessuna che fosse all’altezza di Vera. Quella è stata per me la schiava ideale, disponibile, servizievole, calda, sempre pronta. Questa, anche se me la sto facendo, neanche la conosco, magari può essere da me solo una volta al mese. – Maria non rispose, anche lei doveva pensarci su. Ginevra si rese conto del suo turbamento e senza smettere di parlare le strizzò le natiche e la pizzicò sul seno. Come a dirle: – continua a godere e non ti preoccupare altrimenti posso farti male. – La schiava capì il messaggio e si abbandonò nuovamente nelle mani dei padroni, ma si rendeva conto di quello che stavano architettando e si ripromise di pensarci dopo, sapeva che quando era in quelle condizioni potevano farle fare e dire quello che volevano. – Ginevra è molto brava – pensava Maria, – con lei devo stare attenta, ma mi piace tanto. – Ginevra notò la reazione della schiava e ne fu felice. – Sì, – pensò la Mistress, – basta saperti prendere. – Gianni era fuori da tutti quei pensieri, se la godeva, le piaceva inculare le schiave tenendole per le tette. Questa schiava in particolare. Le aveva dolci, morbide e grandi, e mentre la stringeva così le piaceva morderla selvaggiamente sulle spalle. Il trattamento non dispiaceva alla schiava che lo subiva docile e mansueta. L’intesa era diventata perfetta, gli bastava toccarla su una coscia perché lei allargasse le gambe o sulla schiena perché si piegasse come desiderava, così otteneva tutto quello che voleva. Ginevra capì che i due si stavano intendendo a meraviglia e non interferì ulteriormente, si limitò a baciare la schiava nell’incavo del collo. In quel momento Gianni strizzò le tette di Anna, la morse sul collo e quando la sentì gemere di dolore e di piacere si scaricò dentro di lei con voluttà. La schiava ebbe un nuovo e violento orgasmo. Poi Ginevra, per rifarsi, strinse le cosce sul viso della schiava e pretese di essere leccata. La schiava la leccò con voluttà ricambiando con piacere quanto la Mistress le aveva dato. Ginevra volle tutta l’attenzione della schiava e nel momento cruciale le mise le mani sulla testa spingendola ad essere più sollecita.

4. Il Primo giorno di Anna
Il giorno dopo Anna, come avevano concordato la sera prima, era al lavoro. Lui l’aveva avvisata che la mattina non ci sarebbe stato, di ritirare le chiavi in portineria e di aprire la mail che aveva creato per lei, dove avrebbe trovato tutte le istruzioni per la mattinata.
L’ufficio non era male, un bell’appartamento al primo piano di un palazzo elegante. Era anche ben arredato. L’ingresso, grande, fungeva anche da sala d’aspetto, poi c’era una piccola stanza con una porta sull’ingresso ed una verso l’ufficio del Padrone molto ampio, era la stanza di Anna. Partendo dall’ingresso c’era poi un corridoio su cui si aprivano diverse porte. La prima dava su un bagno o meglio in un’anticamera con due lavabi e quindi due porte una per le donne e l’altro per gli uomini. Era il bagno per i clienti. Ne seguiva un altro. Poi una cucina con un tavolo ed infine un’altra porta. Chiusa.

Dopo la visita all’appartamento, Anna ritorno nella sua stanzetta e cerco di prendere possesso del suo territorio. Aprì il computer e lesse la mail delle cose da fare. Per un attimo rimase sgomenta di fronte al lungo elenco. Il bastardo le aveva scaricato addosso tutte le cose che non faceva da mesi. Dalle bollette da pagare, alle fatture da incassare. Per finire le ordinava di andare a fare anche la spesa per rifornire la cucina e un po’ di cose da comprare per lui e da mettere in bagno, rasoio, schiuma da barba …. E preservativi.

Lo sgomento di Anna durò poco. Il bastardo voleva metterla alla prova, e se era vero che lei in vita sua aveva lavorato poco e niente, era anche vero che era una donna pratica, istruita, e che nel mondo se l’era cavata più che bene. Quando voleva sapeva vincere le sue partite. L’ultima con il marito, la sera prima, che aveva cercato di convincerla a non accettare quel lavoro, ma, che alla fine, di fronte alla sua determinazione si era rassegnato. Certo, lo sapeva, a cosa andava incontro, lei che a casa aveva anche la cameriera, sarebbe stata segretaria, amante, schiava e serva di un uomo che ancora non l’aveva neanche scopata. Sulle sue precedenti esperienze aveva praticamente mentito. Si era trattato di qualche incontro con un amico di famiglia che in un paio di occasioni l’aveva presa con una certa violenza e con qualche pacca sul culo insultandola lungo tutta la scopata. Poco più. Lei sentiva e poi aveva letto che c’era molto di più e che le sue fantasie potevano essere soddisfatte da un uomo molto deciso. Aveva risposto a diversi annunci, ma questa era la prima volta che si era fidata ad incontrare un Master. Uscì e fece le spese, poi rientrò in ufficio, e per le 12,30, quando lui arrivò, aveva sbrigato diverse delle incombenze che le aveva dato. Non tutte, era impossibile e per diverse aveva bisogno di chiarimenti che solo lui poteva darle. – Prima il lavoro – le disse, – vieni nel mio ufficio. –

Lui non andò dietro la scrivania, ma si sistemò in poltrona. Ce ne era un’altra, poi un divano ed un tavolino basso in mezzo. Lei si avvicinò con un bloc notes ed una penna in mano. – Mettiti in ginocchio, qui accanto a me – le disse. Lei arrossì, ma ubbidiente tirò leggermente la gonna in alto e si inginocchiò vicino a lui. Discussero di diverse faccende. Gianni era più che soddisfatto delle prime prove della sua segretaria. Non aveva esperienza, ma come aveva intuito era sveglia e brava e soprattutto sapeva sbrogliarsela da sola. Si chinò sulla schiava e le mise le dita della mano destra sulle labbra. Lei le dischiuse e lui la penetrò. Lei socchiuse gli occhi e succhiò. Quando estrasse le dita piene di saliva l’accarezzò sulle guancia. Lei era deliziosamente rossa e visibilmente eccitata. Lui le sbottonò la camicetta e l’accarezzò sul seno, le strizzo i capezzoli e lei gemette. Quella signora matura e per bene lo eccitava da impazzire. Non poteva più resistere. Si accoccolò acanto a lei e la trascino sul tappeto. La baciò sulla gola e poi sulle labbra mentre la palpava dovunque. La sua mano piena era sulla sua fica. Le mutandine erano umide. Praticamente gliele strappò. Tirò giù lo zip e la penetrò con un colpo solo. La sua fica era accogliente, il cazzo scivolò dentro e si sistemò ben bene. Lei gemeva e godeva. Fu per tutti e due una cosa veloce. Raggiunsero rapidi l’orgasmo e gridarono tutto il loro piacere. Poi lui la riprese con calma e fu ancora più piacevole della prima volta. – Sei deliziosa – le disse, – ora ricomponiti e prepara qualcosa da mangiare. –

– Mi sa che ho fatto un affare a prenderti – le disse mentre pranzavano, – sai anche cucinare, cosa posso volere di più? Mi sa che ti devo pagare meglio di quanto avevamo concordato. – Lei era raggiante. – Se posso esprimere il mio parere, – iniziò con modestia – non desidero più soldi, ma che lei mi faccia godere ogni giorno come oggi. –
– Non abbiamo mica finito – rispose lui mettendole una mano tra le cosce. Lei fece una domanda – cosa c’è dietro quella porta chiusa? – e sorridendo si rispose con un’altra domanda – la camera delle torture? – Rise anche lui prendendola per i capelli e tirandole la testa indietro per baciarla sulla gola. – Già, andiamo. – La prese per mano e la condusse verso la porta che aprì con una chiave che le consegnò. – Prima era chiusa perché non volevo che la signora delle pulizie ci guardasse dentro. Tienila chiusa, ma ci puoi entrare quando vuoi, anzi questa è l’unica stanza che dovrai pulire, al resto ci pensa la signora che viene qui dopo le diciannove. –
Era un dungeon ben attrezzato. C’era un cavalletto, una spalliera, un tavolino rivestito di cuoio, un divano ed una poltrona anch’essi rivestiti di cuoio. Alle pareti erano appese fruste, corde, paddle e su un tavolo diversi altri strumenti. – Mi punirai? – chiese lei tanto turbata da dimenticarsi di dargli del Lei. Lui sorvolò sulla mancanza e le rispose – ogni volta che voglio e ovviamente tutte le volte che lo meriti. – Lei formulò una supplica – la prego Padrone non mi lasci segni, non saprei come spiegarli a mio marito. –
Lui le ordinò – spogliati. – Mentre lei eseguiva l’ordine lui le disse – è l’ultima volta che te lo dico. Devi fidarti di me. Farai tutto quello che voglio, ma non correrai mai nessun pericolo. E’ chiaro? – Mentre terminava di spogliarsi ed era la prima volta che lui la vedeva nuda, lei rispose – Sì Padrone. –
Lui la legò alla poltrona. La schiava appoggiò le tette allo schienale e lui rapidamente la legò con le gambe larghe legate ai piedi della poltrona e con il busto chinato in vanti ai piedi posteriori. Poi le immobilizzò le mani dietro la schiena e prese un frustino dalla parete. Saggiò nell’aria la flessibilità dello strumento. Anna sentì gli switsch e le venne la pelle d’oca. Era la prima volta. Quando sentì lo stoc sulle natiche gridò più per la sorpresa che per il dolore. La stava frustando davvero. Al secondo gridò ancora, poi si lamentò e più che grida da lì in poi furono gemiti. La schiava cercava di controllarsi, ma qualche lacrima scivolò giù. Gliene diede una decina per vedere come reagiva. Era sensibile, ma poteva andare peggio. Per compensarla l’accarezzò dovunque e lei si riprese. Poi si spogliò e girò sull’altro lato della poltrona. Le sollevò il mento, il trucco era da rifare. Tirò giù lo zip dei pantaloni e glielo diede da prendere in bocca. Lei l’imboccò e lui lo spinse in avanti dapprima piano e poi con più decisione. La scopò in bocca a lungo tenendola per la testa. Poi ritornò dietro di lei, l’accarezzò sulla fica, era già sbrodolante. Da uno stipetto prese un lubrificante e con due dita la penetrò in culo. Lei cercò di divincolarsi e ribellarsi, ma non disse che non voleva. Suo marito l’aveva già penetrata qualche volta, ma quando si era reso conto che lei non gradiva aveva desistito. Ormai erano passati moltissimi anni dall’ultima volta. Lui con una mano la tenne ferma artigliandole le chiappe e con le dita dell’altra continuò ad ungere bene. Poi si mise un preservativo e lo poggiò sull’ingresso, lei si irrigidì istintivamente. Lui glielo passò sul buchetto crespato senza entrare. Ci volle qualche minuto poi lei si rilassò e lui con calma entrò piano piano. Si chinò e l’accarezzò sul davanti. Anna iniziò a rilassarsi e lui penetrò ancora centimetro per centimetro. Lei un po’ mugolava ed un po’ gemeva. Lui la baciò sulla schiena, l’accarezzò sulle tette e quando sentì che lei era tornata ad eccitarsi iniziò a scoparla senza fretta. Fino a quando lei non fu completamente rilassata e tranquilla. A quel punto lui le sciolse le mani e le ordinò – accarezzati!- Lei si portò una mano sul clitoride e l’altra sul seno ed iniziò a gemere. Era ormai una cagna in calore quando lui forzò il ritmo iniziando a scoparla selvaggiamente. Le menava pacche sul culo, si chinava su di lei e la mordeva sulle spalle e le strizzava i capezzoli. Anna era ormai dimentica delle sue preoccupazione sia per i segni che per il cazzo in culo. Anzi apprezzava tutto, anzi voleva che lui fosse ancora più ruvido. Venne prima lei, poi rivenne ancora e infine venne ancora con lui, che si adagiò sfatto su di lei.

5. Maria viene domata

Finalmente Ginevra, seguita da Gianni, scese nella cantina in cui Maria aspettava. Il culo della bionda fu la prima cosa che Gianni vide, era nudo ed esposto, alto e teso. Un bel culo, pieno, maestoso, tornito. Le gambe erano rigide, tese, la schiava era in esposizione e Gianni sentì la libidine che montava. Maria dal rumore capì che la Padrona non era sola e fu allo stesso tempo sollevata e spaventata.
Era sera, Maria si trovava lì sotto, in quella terribile posizione, da più di due ore. Era aperta, legata ad un cavalletto, con le cosce larghe e legate ai piedi del cavalletto di dietro, con il culo e la fica esposti e rivolti alla porta. I piedi che a fatica toccavano terra, poi era sdraiata a pancia in giù sul cavalletto, nuda, le mammelle che appoggiavano malamente sul cuoio e le prudevano da morire. Infine le braccia stese sui piedi del cavalletto davanti e lì legate. Sudava, era madida e tutte le membra del corpo erano tese allo spasimo. Temeva l’arrivo dei crampi.
Maria era arrivata dalla sua Padrona nel tardo pomeriggio. Mistress Ginevra l’aveva fatta sgobbare un po’ in casa. Godeva nel vederla fare le pulizie vestita da servetta. Poi le aveva richiesto una rapida prestazione sessuale, una cosa veloce, una leccata alla fica, con cui si era eccitata senza arrivare all’orgasmo, infine l’aveva portata giù nella cantina della villetta in cui viveva e lì l’aveva legata e bendata. – Più tardi verrò a trovarti – le disse ed uscì senza aspettarsi che la schiava dicesse beh.

Maria immaginò che aspettasse qualcuno e non la volesse in mezzo ai piedi. Ormai era la Sua Padrona da un mese e lei era soddisfatta. Dura, come nessuno prima di lei, arrogante e sicura.
Maria si era resa conto che amava le donne e gli uomini con la stessa passione, però il cazzo le mancava e non c’era occasione in cui non lo ricordasse alla Sua Padrona. – Padrona, lei si ricorderà che sono arrivata a lei mentre cercavo un Master – era solita ripetere. Ginevra lo sapeva, ma non tollerava che lei smaniasse. Per la Mistress il cazzo giusto per la sua schiava era il suo strap on, anche se era disposta a concederle ogni tanto un cazzo vero non tollerava più quella litania. Quella sera glielo avrebbe concesso, ma voleva anche farle capire che comandava lei e che la sua schiava poteva avere le sole relazioni sessuali che la padrona le avrebbe consentito. Maria aveva un fidanzato, maturo come lei, ma quello non contava. La Mistress non si occupava di relazioni coniugali e sentimentali, quelle la sua schiava poteva gestirsele come voleva. Tutto il resto era, nella sfera sessuale, suo.

Ginevra poggiò entrambe le mani sul culo della schiava ed iniziò a manipolarla. La schiava aveva i muscoli tesi, in tensione ed era ormai al limite. La condizione ideale per farle capire come stanno le cose pensò la Padrona. Regolò il cavalletto più in basso e la schiava poté appoggiare i piedi per terra provando un grande sollievo. La massaggiò sul deretano e sulle cosce cercando di portarle sollievo. Poi la massaggiò anche sulla schiena, lungo la spina dorsale, dal collo alle natiche. Maria non trovò il coraggio di dire niente, ma sospirò di vero piacere, i muscoli intorpiditi, sia pure dolorosamente, si distesero gradualmente e sentì che il sangue iniziava a circolarle meglio per il corpo. Stava per ringraziare, ma si trattenne. Non poteva vedere la padrona, ma sentiva le sue mani belle, esperte, delicate e allo stesso tempo forti. Quelle stesse mani le sfiorarono la vulva e poi le titillarono il seno. Ora Maria si stava davvero riprendendo. Desiderava essere libera per distendere meglio tutti i muscoli, soprattutto quelli del collo ed i polpacci, e poi desiderava tanto poter andare in bagno, ma si guardò bene dal chiederlo. Ginevra si spostò di fronte alla schiava e vide il viso tirato della bionda, i capelli sudati attaccati alla nuca. La schiava era davvero in una condizione pietosa anche se in quel momento un barlume di vita era ritornato nei suoi occhi. Erano bastate un paio d’ore per sfiancarla. Probabilmente per una più giovane ci sarebbe voluto di più. Ginevra si sedette sulla poltrona di fronte alla schiava, le levò la benda e la guardò a lungo negli occhi senza dire una parola. La schiava sbatté gli occhi cercando di mettere a fuoco, poi ricambiò lo sguardo speranzosa. La Padrona implacabile non le rivolse la parola e continuò a guardarla dura. Maria socchiuse gli occhi, non poteva chinare la testa e quindi era costretta a guardare la padrona in viso, ma non reggendone lo sguardo decise di socchiudere gli occhi. Ginevra fece trascorrere tutto il tempo che volle, poi quando il silenzio divenne intollerabile per la bionda le disse – Guardami. – La bionda aprì gli occhi e guardò la padrona che sorrideva. Maria ancora non aveva visto chi c’era con la Padrona, era rimasto dietro, nascosto nell’ombra. Ginevra lasciò passare qualche secondo, poi riprese a parlarle. – Ti sarai domandata del perché ti abbia lasciata qui sotto, sola. – Maria non pensava di doverle rispondere e non lo fece. In effetti il discorso di Ginevra non aveva bisogno di essere interrotto dalla schiava e lei continuò tranquillamente. – Ti ho lasciato qui un paio di ore perché volevo scopare in santa pace con un amico. Io sono la Padrona e posso scopare con chi voglio. Tu sei la schiava e puoi fare sesso solo con chi voglio io e come voglio io. – Ginevra fece una nuova pausa e poi chiese: – hai capito schiava? –
Stavolta la domanda era diretta e Maria sapeva che doveva rispondere. Capì che la padrona l’avrebbe lasciata lì per tutto il week end se non rispondeva come quella desiderava e si affrettò: – Sì padrona – ed intanto pensava che dietro di lei c’era l’amico della Sua Padrona, quello che se l’era scopata e che probabilmente avrebbe scopato anche lei, ma solo perché quello era il volere della Padrona. – Almeno scopo, sarà sicuramente un buon toro – pensò prima che i suoi pensieri fossero di nuovo interrotti dalla Padrona.

– Sei la mia schiava da un mese. Hai fatto diversi passi avanti, ma non so se hai capito tutto quello che voglio da te. In particolare devi controllare le tue smanie di cazzo. Se mi va ti farò scopare da qualche padrone o da qualche schiavo, ma lo farai solo per il mio piacere e quando lo vorrò io. –
– Sì padrona. –
Ginevra non fu soddisfatta di quella risposta che le parve meccanica. Non era convinta, in quel momento Maria faceva la furba e la blandiva. Ormai si conoscevano. Fuori da lì Maria era una Manager di successo, ben pagata e molto occupata, con un fidanzato importante nel mondo degli affari. Eppure ogni volta che la Padrona l’aveva chiamata, la schiava si era precipitata da lei. Solo una volta dovette rifiutare, stava per imbarcarsi per Londra. Rispose – appena rientro sarò a sua disposizione Padrona e mi potrà punire per la mia mancanza. – Ma ora barava, forse perché era stanca e voleva levarsi da quella posizione al più presto.
La padrona, invece era esasperata, voleva domarla una volta per tutte. Fece un cenno col capo a Gianni che si trovava dietro alla schiava. Gianni aveva in mano una paletta e con quella colpì Maria sul culo teso ed indifeso. La colpì proprio nel mezzo, ed il colpo echeggiò fragorosamente nella cantina. Maria fu sospinta in avanti dal colpo e gridò per la sorpresa ed il dolore. Sentì male sul culo e sui fianchi che appoggiavano al cavalletto. Stava per dire qualcosa quando sentì un altro colpo forte, sonoro ed altrettanto doloroso. Invece parlò la padrona.
– Gran pezzo di troia, anche se ho speso un sacco di tempo con te cercando di educarti come si deve, non ci penserò un attimo a mandarti via se non ti comporterai come si conviene. Devi capire che sei una nullità e sarà mia cura fartelo capire. –
Maria stavolta non resse e la sua testa ciondolò in basso sconfortata.
Ginevra lasciò passare un po’ di tempo, per dare modo alla schiava di riflettere e riprendersi, poi allungò il braccio verso uno dei seni della schiava. La padrona lo soppesò sulla mano, lo strizzò e quindi si concentrò sul capezzolo che strinse tra le dita. Maria si lasciò fare senza dire nulla, pensava in fretta, decise di arrendersi senza condizioni. Ginevra la prese per i capelli e la tirò verso l’alto, la schiava non aveva dove andare, era legata e per parlare doveva già fare uno sforzo, riuscì seguendo quella mano che la tirava per i capelli giusto ad aprire la bocca. Era quello che Ginevra desiderava, la tenne tirata per i capelli e le inserì un dito in bocca. La schiava sentiva male dappertutto, ora anche sulla nuca ed i muscoli del collo erano sottoposti ad una nuova e violenta tensione. La schiava sentì il dito della padrona che circolava sulla corona dei denti, poi che le solleticava la lingua ed infine sul palato. Maria era allo stremo, doveva fare qualcosa per concludere quella partita, ormai si era arresa e doveva farlo capire alla sua padrona. Maria socchiuse delicatamente le labbra intorno al dito della padrona, la sua abile lingua lo catturò e gli roteò intorno, poi per quello che le era consentito mimò un incredibile pompino. Ginevra si rilassò, ora andava meglio, sembrava che la schiava avesse finalmente capito come si doveva comportare, anche se non ne era completamente sicura, ma avevano fatto dei passi avanti. Le spinse il dito fino in fondo alla gola e lentamente mollò la presa dei capelli. La schiava si prese cura di quel dito come se fosse il cazzo più bello che avesse mai visto, arrivò ad eccitarsi e Ginevra non poté non notarlo.
– Sì, non sei male, hai tecnica e fantasia, ma ancora non mi hai convinto della tua remissività. Su questo punto dovremo ancora lavorarci. – Ginevra estrasse il dito dalla bocca della schiava che si ripulì sulla guancia della stessa. Maria intuì che doveva dire qualcosa. – Padrona mettetemi alla prova, ma liberatemi non ce la faccio più, permettetemi di leccarvi, trastullatevi con il mio corpo, vedrete che sarò brava e vi ubbidirò in tutto e per tutto e non insisterò più su quell’argomento che ho capito quanto fastidio vi da. –
– Lo farò, ma non avere premura, dobbiamo ancora intenderci meglio, non ho molto tempo per giocare con te, sono molto impegnata. Ma non voglio che ci siano fraintendimenti in futuro. Maria non si arrese. – Padrona liberatemi, non ve ne pentirete. – Maria ce la metteva tutta e mentre pregava la sua padrona piagnucolava. Aveva deciso di sottomettersi completamente pur di finirla con quella tortura.
Ma Ginevra era di diverso avviso, voleva condurla all’esasperazione e vedere come reagiva, doveva debellare ogni atteggiamento di rifiuto della sua puttana. La mise subito alla prova.
– Ho deciso che il Master, che sta dietro di te, ti dia dieci colpi di paletta sul culo, voglio vederti soffrire per il mio diletto, che ne dici? –
Maria si sentì venir meno, l’odio le montò dentro, si era offerta come una vacca, era disponibile a tutto e quella bastarda della Padrona ora voleva farle dare dieci colpi di paletta da uno che lei neanche poteva vedere. Stava per gridare il suo furore, si voleva dimenare su quel cavalletto, ma capì che avrebbe peggiorato solo le cose. Pianse, invocò pietà e poi si arrese.
– Per il vostro piacere Padrona sono disponibile a tutto, fate di me quello che volete. –
La Padrona si distese sulla poltrona, voleva esaminare la bionda mentre Gianni l’avrebbe colpita, gli fece un cenno e sorrise alla sua schiava. Maria strinse le chiappe e non fiatò, ormai era concentrata sul dolore imminente. La bionda tremava e sbuffava mentre Gianni se la prendeva con calma. La schiava sapeva, per diretta esperienza, che la paletta non era uno strumento di tortura molto doloroso, e sapeva anche che dieci colpi non erano moltissimi, ma ormai era logorata dalla tensione e dalla stanchezza.
Gianni si mise di lato alla schiava e finalmente la colpì. Il colpo fu duro, ma la schiava era pronta, l’accolse irrigidendo il culo. Il colpo rimbalzò sul culo teso della bionda che soffocò il grido, strabuzzò gli occhi e cercò di non scorticarsi ulteriormente i fianchi sul cavalletto che la sorreggeva. I colpi si susseguirono lenti e monotoni, il culo divenne dapprima rosso e poi viola. La schiava stringeva i denti, sudava, le tette scivolate sui lati del cavalletto sobbalzavano libere ed invitanti, Gianni colpiva con metodo e Ginevra si eccitava allo spettacolo offerto dalla sua schiava. Dopo cinque o sei colpi Ginevra prese in mano le tette della schiava e ne pizzicò i capezzoli, la munse come una vacca e li strizzò con diletto mentre Gianni implacabile continuava a colpire. Maria teneva gli occhi socchiusi, velati dalle lacrime, mugolava di dolore e pregava che tutto finisse al più presto. Ora quella maledetta padrona la stava mungendo, in altre circostanze non sarebbe stato male, ma in quel momento era un’ulteriore tortura. Però lentamente iniziava ad apprezzarne il tocco. Il mugolio di dolore lasciò posto ad un flebile inizio di piacere, i fianchi le facevano un male terribile, ma in basso si era bagnata, sollevò le palpebre e guardò la padrona con gli occhi velati di piacere, Ginevra le sorrise soddisfatta. Prima dell’ultimo colpo la padrona abbandonò la schiava e si alzò dalla poltrona. Si portò dietro di lei e levò lo strumento di mano a Gianni. Poi si avvicinò al culo della bionda, era viola, ma non c’erano escoriazioni, la schiava sarebbe rimasta per qualche giorno con il culo viola in aria. Le mise una mano sul culo, era gonfio e caldo, la schiava tremò a quel contatto, si aspettava il peggio, un graffio l’avrebbe lacerata e fatta soffrire indicibilmente, ma Ginevra fu benevola. Le passò invece un dito sulla passera, era bagnata, la schiava nonostante tutto godeva. L’accarezzò ancora tra le cosce, graffiandone l’interno morbido e serico. La schiava accettò anche quelle carezze con grazia, tutto, pensava, tranne che un graffio sul culo. Ormai desiderava quell’ultimo colpo con ardore, purché dopo finisse tutto. Infine Ginevra l’accontentò si portò di lato alla bionda, sollevò la paletta e con tutte le forze calò il colpo sul culo della schiava. Fu tremendo, la bionda ululò come un’ossessa e si abbandonò al pianto ed ai singhiozzi. Ginevra lasciò la prigione dicendo a Gianni di liberare e ristorare la schiava. – E poi scopati quella vacca. –

Gianni accontentò Padrona e schiava e poi andò via. Quella notte Maria rimase a dormire dalla Padrona e la sua devozione raggiunse il culmine.

6. In campagna
Gianni arrivò con Anna nella tarda mattinata. Ginevra era già lì con Maria. Anna era molto preoccupata, aveva tentato invano di rinviare quell’incontro, ma lui era stato inflessibile.
Erano passate sei settimane da quando Anna era schiava di Gianni ed il Master aveva deciso che per lei era ora di fare un salto di qualità e quindi di conoscere Ginevra. In quelle settimane l’aveva addestrata, l’aveva punita raramente, ma spesso l’aveva frustata e sculacciata per il suo piacere. Lei accettava tutto senza fiatare. Ogni mattina si presentava in ufficio elegante, ben truccata, il suo corpo formoso ben strizzato nei vestitini che indossava, l’ampio seno debordante dal decolté. Per il suo Padrone era sempre una gioia vederla. Tra l’altro il suo carattere tranquillo e docile lo calmava. Ma nonostante tutto il Master era sempre inquieto ed a caccia di esperienze nuove. Ginevra era la Mistress perfetta, meglio di un Master, per raggiungere un punto più alto nella sottomissione di Anna.
La schiava invece era preoccupata, sentiva che un equilibrio raggiunto, per lei molto soddisfacente, si andava a rompere. Poi si disse – e va bene, se il bastardo vuole mettermi alla prova glielo farò vedere a lui ed a questa stronza di cui mi parla sempre. –

– Questa Mistress è una mia amica – le aveva detto, – a me piace condividere con lei alcune esperienze. Ovviamente, in questi due giorni, lei potrà pretendere da te quello che vuole e tu dovrai obbedirle senza storie. Queste sono le mie condizioni. – Anna non rispose e lui continuò – può darsi che obbedirle non ti sarà gradito, ma devi sapere che di lei ti puoi fidare come di me e comunque io sarò lì. –
– Va bene Padrone – disse alla fine Anna.
Il Master sorrise e le disse ancora – ci sarà un’altra schiava, ha iniziato con la Mistress, praticamente quando tu hai iniziato con me. – Il Master per prepararla le spiegò gli antefatti. Poi concluse – Quindi non mi far fare brutta figura. –
Anna assentì. Poi pensò – quindi ho da un lato una Mistress spietata ed arrogante e dall’altro una schiava gelosa. Guarda in che situazione mi sta cacciando questo bastardo. –

Maria andò ad aprire al padrone che attraversò il cancello in macchina e una volta parcheggiato chiese alla schiava. – Dov’è la tua padrona? –
– Sta arrivando Signore. –
Gianni si sedette su una poltrona in giardino. Anna rimase silenziosa in piedi. Maria le diede un lungo sguardo e poi andò ad avvertire la padrona. Ginevra li trovò, quando arrivò, come Maria li aveva lasciati. – Portaci un aperitivo in giardino Maria. E tu – disse rivolgendosi a Anna come se fosse da sempre la sua serva, – vai in cucina ad aiutarla. Renditi utile, preparate il pranzo mentre io chiacchiero con il tuo padrone. – Anna non disse niente, ma si affrettò ad ubbidire, tentava di fare la brava, ma già odiava quella donna, era bella, arrogante e sapeva rendersi particolarmente odiosa.
Quando Maria portò l’aperitivo Gianni e Ginevra stavano discutendo rilassati, era una giornata tiepida e primaverile e fuori, al sole, si stava bene. La padrona disse alla schiava: – apparecchia in sala e poi spogliati, tieni solo le calze e le scarpe. Dillo anche ad Anna. Non amo le cameriere discinte, ma voglio vedere come se la cava la nuova. –

Anna si spogliò seguendo l’esempio di Maria. Rimasero in calze autoreggenti e tacchi a spillo belli alti. Entrambe erano a disagio. Maria sorrise perfida all’altra. – Penso che non sarà una bella giornata per te. La padrona è molto esigente, e penso che oggi sarai tu nel suo mirino. – Anna sospirò non voleva accettare la provocazione, ma poi disse – vedremo – e restituì il sorriso cercando di apparire determinata. In verità era una smorfia, ma Maria capì che, dietro quell’aria da mammoletta, la signora aveva carattere. Sapeva anche, come lei stessa aveva sperimentato, che non sarebbe servito a nulla, la Sua Mistress era inflessibile. Sfacchinarono in silenzio per circa un’ora. Speravano che tutto finisse in fretta, ma entrambe avevano ben due giorni di passione davanti. Anna ad un certo punto sbottò e le disse – Primo, è lui che ha scelto me e non te. Secondo, tu non volevi fare quel lavoro. E terzo, lui mi ha detto che con la tua Mistress ti trovi benissimo. – Tacitamente aggiunse – Quindi cosa vuoi da me. – Maria non le rispose, ma pensò che in effetti era come la schiava segretaria aveva detto. – Poi, nude come Ginevra aveva ordinato, servirono i padroni a tavola. Ginevra diede un’occhiata apparentemente distratta ad Anna e la prese subito di mira. – Certo non sei magra, debordi ragazza, hai una bella pancetta ed i fianchi grassi. – Anna arrossì e trattenne le lacrime, aveva immaginato il peggio, ma non di essere umiliata così ferocemente, a freddo, da una sconosciuta, molto più giovane di lei. Gianni sogghignò. – Hai ragione, devo metterla a dieta. Maria invece è già dimagrita parecchio, comunque è sempre bella formosa. – Poi aggiunse – in ogni caso Anna, ciccia o non ciccia, non è per niente male. Toccala pure se ti va. –
– Bastardo – pensò Anna avvampando sia di vergogna che di collera.
Ginevra aveva le unghie lunghe dipinte di un vivido rosso. Quella mano temibile si posò sul pube depilato di Anna e vi si intrattenne con diletto. – Brucia come il fuoco. – Anna, a quel contatto, si era immobilizzata ed aveva serrato le gambe istintivamente, quindi era arrossita istantaneamente, ma la padrona l’aveva forzata ad aprirle e lei aveva ceduto. La mano forte penetrò tra le gambe di burro di Anna e le unghie si fecero sentire. Ora quella stessa mano smanacciava in lungo ed in largo. Ginevra sorrideva delle reazioni impacciate della schiava. Anna non sapeva dove tenere le mani ed il suo viso era diventato più rosso delle unghie di Ginevra, mentre il suo seno ansava come dopo una lunga corsa. Non era la prima volta che Anna veniva toccata intimamente da una donna, nel suo passato c’era anche qualche esperienza lesbica, ma mai era stata trattata ed umiliata come una puttana. Maria cercava di farsi notare il meno possibile, Gianni aveva seguito la scena affascinato da quel silenzioso duello. La schiava come era giusto aveva ceduto, ma aveva combattuto. Sapeva che se non si fosse arresa Ginevra presto o tardi avrebbe perso la pazienza e l’avrebbe punita. Gianni decise di non fare niente per facilitare la vita della sua schiava, doveva trovare la strada giusta da sola.

– Bene – disse Ginevra rivolgendosi a Gianni, – vediamo come la tua manza può rendersi utile. – Poi si rivolse a Anna. – Vieni bella, siediti sulle mie ginocchia. – Anna ondeggiò tremante sui tacchi, pensò di scappare, ma non voleva fare la vigliacca. Si mise a sedere sulle ginocchia della padrona. Gianni capì tutto quello che le passava per la testa. La schiava teneva le ginocchia e le gambe chiuse e stava diritta e tesa sulla schiena. La padrona l’accarezzò sul dorso per ammorbidirla e sulle cosce invitandola ad allargarle. Mollemente la schiava obbedì, si sentiva indecente, ma così voleva la padrona e lei eseguiva come il suo Mster le aveva ordinato di fare. Gianni fece inginocchiare Maria tra le gambe di Anna e spinse la testa tra le cosce dell’altra schiava. Anche Maria si sentì umiliata, ma si diede da fare, quella schiava l’attizzava abbastanza. – Maria poggiò le labbra sulla vulva e succhiò. Anna aveva un buon sapore e malgrado tutto era già calda e bagnata, del succo le era già colato tra le gambe, lei lo leccò con amore e la sentì fremere e mugolare. Ginevra attrasse a sé la schiava e la palpò sulle tette. Anna chiuse gli occhi e si lasciò andare, se quella stronza sulle cui gambe stava seduta si fosse limitata a palparla sarebbero andate d’accordo e si sarebbero anche divertite. Cercò di svuotare la mente da tutti i pensieri, Maria era un’abile leccatrice e Ginevra sapeva usare le mani e le unghie, anche il suo seno, su cui poggiava le spalle, era delizioso.

Maria si protese in avanti ed insinuò la lingua nella fica di Anna, la trovò pronta e calda, lei leccava e l’altra ruscellava come una fontana mentre tremava soddisfatta nelle braccia di Ginevra che la baciava sul collo e continuava a palparla sulle tette.
– Ti piace, he puttanella – osservò Ginevra che aveva sentito i fremiti di Anna. La schiava ignorò l’osservazione, cercava di godere e basta, non le importava che quella stronza la palpasse come una vacca, ma non voleva darle soddisfazione. Naturalmente Ginevra non la pensava a quel modo. La pizzicò su un capezzolo facendola gemere. – Rispondi troia. –
Anna resistette e l’altra artigliò anche l’altro capezzolo strizzandolo senza pietà. Dolore intenso su tutti e due, lancinante, occhi pieni di lacrime trattenute a stento, la bocca aperta cercando di non gridare. Anna capì che non c’era via di scampo e cedette – Sì Signora, mi piace. –

Il giorno dopo, molto presto, il Master e la Mistress si vestirono per una passeggiata in campagna. Stivali e vestiti comodi e caldi. Le schiave invece indossarono calzettoni di lana che arrivavano a mezza coscia e stivali col tacco basso. Poi mutande, busto e reggiseno, tutto in cuoio. Sulle spalle zaini pieni. A questo punto la Mistress ed il Master intervennero, fissarono i polsi dietro alla schiena delle schiave e misero loro collare e guinzaglio. Tirati per il guinzaglio le schiave furono condotte fuori. Dietro la casa iniziava un sentiero che saliva su verso il bosco. Il bosco era totalmente terreno demaniale, ma a parte quel sentiero che, partiva dalla casa di Ginevra, e ne consentiva l’accesso, per il resto, era, almeno in quella parte di diversi ettari, praticamente inaccessibile. Ginevra e Gianni sistemarono bene le cinghie di cuoio e gli zaini delle schiave, fecero loro un po’ di carezze e di coccole e poi si avviarono. Il sentiero saliva lentamente, ma c’era qualche punto brutto. Le schiave avevano scoperto che sarebbero state usate a quel modo solo quella mattina, quando avevano trovato quegli unici indumenti da indossare. Incalzate dai Padroni non ebbero molto tempo per riflettere. Ora inerpicandosi per la salita sudavano e sbuffano sotto il peso degli zaini. Mentre i loro Padroni le incalzavano quando rallentavano o con qualche frustata nei punti più difficili. Senza potersi equilibrare con l’aiuto delle braccia era tutto molto più difficoltoso, ma la frusta era un buon mezzo per incoraggiarle. Soprattutto Anna rischiò di scivolare rovinosamente più volte, ma il suo Padrone era sempre lì pronto a sostenerla e quindi se la cavò sempre senza danni. Anche Maria ricevette oltre alle frustate qualche sostegno e pure lei riuscì a superare i punti più difficili senza danno. Raggiunsero il culmine dopo circa mezzora e da lì ridiscesero per un tratto fino ad una radura. Le schiave grondavano sudore, ma c’era una fresca brezzolina che le avrebbe gelate rapidamente. Ginevra e Gianni sciolsero loro i polsi, tirarono fuori dagli zaini delle giacche a vento con cui le ricoprirono e poi le asciugarono dal sudore con delle pezze. Infine fu loro dato da bere. Alle schiave non fu però data tregua. I padroni si sedettero su dei tronchi e le chiamarono ad inginocchiarsi di fronte a loro. Gianni prese Maria e Ginevra Anna. Gianni tirò giù la cerniera e porse il suo randello verso le labbra di Maria che lo imboccò amorevolmente. Gianni guardava Anna che guardava Maria alle prese con il cazzo del suo Padrone. Una fitta di gelosia attraversò la schiava.
Purtroppo per lei anche Ginevra aveva seguito tutto quel gioco di sguardi. La Padrona era molto seccata delle distrazioni di Anna, voleva tutta la sua attenzione e glielo fece capire tirandola per il guinzaglio.

– Ora ti punirò – le disse irritata, – mentre le tirava giù lo zip della giacca a vento. –
Prese la frusta e, senza esagerare, da molto vicino iniziò a frustarla sulle zinne. – Non osare gridare. – Non osò, ma faceva male e Anna si contorse sotto i colpi agitandosi sulle ginocchia. I colpi sulle tette non erano molto violenti e quindi non facevano molto male, ma quando arrivavano sui capezzoli procuravano delle lancinanti fitte di dolore. Anna si morse le labbra per non gridare, mentre tutto il suo corpo si imporporava, e iniziò a versare lacrime e mormorare frasi prive di senso. Quando, dopo un breve tempo, Ginevra finì di picchiarla, con la stessa frusta la legò per le tette che strizzò alla base. Con il manico che le rimase in mano Ginevra la strattonò tirandola per le grosse mammelle, per di più gonfie e rosse per i colpi subiti. – Vediamo se sei quella troia che sembri. – Anna soggiogata non capiva cosa volesse dire. La Padrona si chinò su di lei ed iniziò a leccarla sulle tette e sui capezzoli indolenziti, la schiava chiuse gli occhi lasciandosi fare. Dapprima sentì ancora il dolore rinnovarsi, ma poi sentì che il male si attenuava e quindi meravigliandosi lei stessa, per la velocità con cui ciò avveniva, sentì che si stava riscaldando ed inumidendo in basso. Quando Ginevra le prese i capezzoli in bocca ed iniziò a succhiarli gemette e aprì la bocca desiderosa di ricambiare. Ginevra succhiò a lungo provando lei stessa molto piacere. Anna era una schiava particolare, a cui doveva ammetterlo, era piacevole offrire delle coccole. La Padrona mentre con una mano teneva sempre la corda e le strattonava il seno, con l’altra le accarezzava le carni cedevoli e sudate. La schiava non poteva crederlo, ma stava arrivando rapidamente all’orgasmo, i suoi capezzoli divennero ritti e duri, come e più di quando glieli succhiava un uomo e il suo Master in quelle settimane glieli aveva succhiati tanto. In basso il languore iniziale si trasformò in calore e poi si sentì sciogliere. Il suo viso s’imporporò e per l’ultima volta cercò di calmarsi. Mi sto comportando come una cagna in calore, pensò, no, non devo cedere così rapidamente. Non osava guardare, vergognandosene, verso il suo Padrone. Ma ciò nonostante si sentiva impazzire e solo un grande sforzo di volontà le impedì di portarsi le mani sulla fica sbrodolante. Sentiva il piacere crescerle dentro mentre la Padrona continuava a lapparla. Quando iniziò a mordicchiarle i capezzoli non ce la fece più a trattenersi e si lasciò andare. Ginevra l’accarezzava e la succhiava con diletto, la sua pelle era serica, le sue carni formose, tutto di lei l’eccitava, le cosce tornite, il seno largo e cremoso, il culo alto e soffice. Anna venne e si accasciò al suolo. La Padrona lasciò che si riprendesse, poi le parlò con sarcasmo.
– Ricomponiti troia, sei una baldracca, calda e vogliosa. Basta leccarti le tette che godi come una cagna – le disse.
Gianni aveva seguito tutto mentre Maria lo pompava. Ammirava moltissimo la bravura della sua amica Ginevra, ma si sentiva soprattutto orgoglioso della sua schiava. Venne in bocca a Maria praticamente quando Anna cadeva sfinita a terra.

Ginevra diede qualche minuto alla schiava per riprendersi, poi le disse – Levati le mutande ed avvicinati. – Anna obbedì alzandosi in piedi e sciogliendo i lacci di cuoio. La Padrona le ordino di inginocchiarsi nuovamente di fronte a lei. Ginevra l’accarezzò sul deretano con una bacchetta, che aveva sostituito la frusta, e nell’interno delle cosce con la mano. Anna era tenera, calda, e sussultava sotto le sue carezze. Ginevra provò un grande piacere a quel contatto, la soggezione che la schiava nutriva verso di lei l’inebriava. Le mani di Anna erano impegnate a trattenere in alto la giacca a vento. Ginevra non era tenera con la schiava. – Sei una bella vacca, hai due poppe incredibili e due coscioni formidabili. – Anna arrossì. Intanto Ginevra stava massaggiandola sulla vulva con il palmo della mano. Anna si trovò di nuovo a combattere con il suo corpo, non lo voleva ammettere, ma non aveva mai provato tanto piacere, per poco non venne nuovamente. Ginevra vide il viso infuocato della schiava, i suoi occhi stravolti ed intuì quanto fosse pronta. Iniziò a picchiarla sul culo, dapprincipio colpi lenti e non molto forti, mentre con la mano continuava a rovistarla. Poi allargò le grandi labbra e cominciò ad accarezzarla nell’interno. Non smise di picchiarla, anzi i colpi divennero più forti. Ginevra insinuò le sue abili dita tra le piccole labbra della schiava. Anna era fradicia d’umori e continuava a colare come una fontana. Ginevra insinuò un dito nella vagina della schiava, e si fece largo, il dito penetrò con facilità e lei ne insinuò un altro, la schiava colava e le dita scivolavano con entusiasmo masturbandola lievemente. Ginevra estrasse le dita e continuò ad accarezzarla sulle labbra, poi raggiunse il clitoride e si concentrò su quello. A quel punto Anna iniziò a vibrare come un’epilettica ed a dire frasi senza senso come: – ancora, ancora … – e – la prego Padrona, ancora, ancora, … – Il tutto mentre Ginevra ora la bacchettava sul sedere rosso come un pomodoro sempre più forte, ma il dolore era lieve di fronte al piacere che la schiava stava provando. Anna sapeva che quella donna, figlia del diavolo, ormai la teneva in pugno e che l’avrebbe desiderata ancora … tanto, come il suo Padrone.

Ginevra sondò con le dita la bocca della schiava e si entusiasmò a quell’umido contatto.
– Sei una vacca egoista. Hai già goduto due volte ed io nessuna. Tirati su e vedi di rimediare. – Anna obbedì, ma non fu facile, pensava di essersi trasformata in gelatina, intuiva cosa la Padrona volesse da lei, ma non osava prendere l’iniziativa. Ginevra le venne incontro, si abbassò i pantaloni ed allargò le cosce davanti al viso della schiava. Quindi la levò dall’imbarazzo dicendole – lecca. –
Anna era sempre in ginocchio, si chinò su di lei ed iniziò a leccarla sulla vulva. Poi guidata dalla Padrona insinuò la lingua nelle grandi labbra e presa dal gioco sempre più in dentro. La schiava insinuò la lingua oltre le piccole labbra, la tenne rigida e la scopò come la Padrona le ordinava di fare. Anna, ancora una volta obbedendo agli ordini della Padrona, tirò fuori la lingua dall’orifizio e la lappò sul clitoride. La Padrona eccitata venne rapidamente, le conficcò le unghie sulla nuca e le tenne la bocca incollata alla vagina. Infine la Padrona si riprese e le ordinò di ripulirla di tutti gli umori che aveva emesso. Ginevra si rilassò e domandò alla sua schiava. – Ti è piaciuto? –
– Sì, Padrona, moltissimo – rispose Anna contrita. Era ancora imbambolata, lei l’aveva trattata come un giocattolo e per di più ormai la dominava facilmente. Ginevra la schiaffeggiò riportandola alla realtà.
– Sei calda, mi piaci, di tanto in tanto, con il permesso del tu Padrone, mi occuperò di te.
Gianni che aveva guardato tutto mentre, sdraiato sull’erba, si scopava Maria con calma, disse – di tanto in tanto te la manderò perché prenda qualche lezione. –

7. L’incontro con Carolina
Driiiin, driiin. – Ma chi cazzo è! – esclamò Gianni mentre si rigirava nel letto cercando di capire dov’era il cellulare. Driiin, driin. – Le due! – da preoccuparsi. – Pronto – ringhiò senza guardare chi era sul display. – Mi scusi, so che è tardi, ma dovevo chiamarla. –
– Ma chi è che parla? –
– Sono Carolina Padrone … si ricorda di me? –
Gianni conto fino a tre e poi rispose cercando di non prenderla a male parole – Mi ricordo Carolina, sei quella che ha risposto alla mia inserzione. Hai chiamato con un numero anonimo e poi mi hai detto che dovevi pensarci. Comunque il posto non c’è più. –
– Non voglio il posto. Per quello mi sono convinta che è meglio se rimango dove sono, ma vorrei vederla ugualmente. Se lei è d’accordo. –
– E non potevi chiamare domani mattina? –
– Mi scuso di nuovo. Anzi accetto qualsiasi punizione mi vorrà dare, ma sto smaniando, non riesco a dormire. –
– Grandissima puttana – pensò Gianni e poi ad alta voce – tu non dormi e quindi rompi i coglioni a chi invece riposa. –
– Mi dispiace Padrone, …. Possiamo vederci domani. – Pur di ritornare a dormire immediatamente Gianni rispose di sì. – Alle 11 alla Rinascente – concluse, – almeno stavolta – si disse Gianni guardando il display del cellulare – il numero c’è. –

Carolina era l’esatto contrario delle altre due. Entrambe formose, Anna addirittura rotondetta, entrambe mature e tuto sommato sicure di quello che erano e che volevano. Carolina invece era una trentenne, magra, ma con tutte le curve giuste, con le sue fantasie e tanta timidezza, anche se al telefono era apparsa sfrontata. Si era presentata all’appuntamento con i pantaloni e un maglioncino a dolcevita, sotto un giubbottino di pelle. Scarpe con il tacco basso. Tutto in lei diceva: sono qui, ma non ti azzardare a toccarmi. –
A Gianni bastò uno sguardo per capire che la ragazza, pur trovando il coraggio di andare all’appuntamento, non vedeva l’ora di scappare via. Gianni quindi non le diede il tempo di stare a pensare, la prese per un gomito ed entrò nel grande magazzino. – Andiamo a vedere se c’è qualche capo che ti piace. –
Lei non disse niente e lo seguì. Arrivarono al piano dell’abbigliamento per signore. Carolina stava per parlare, ma lui le fece cenno di tacere. – L’unica cosa che mi puoi dire è la tua taglia. – Lei inghiottì e poi rispose – 46. – Lui le porse un paio di autoreggenti. – Queste valle a pagare subito. – Lei rispose – quelle che ho sotto sono più belle. – Lui pensò – grandissima zoccola – e le sorrise. – Allora vatti a trovare delle camicette. – Lei ubbidì e quando tornò vide che lui aveva in mano delle gonne. – Andiamo ai camerini. –
Era una giornata moscia ed il grande magazzino era poco affollato. I camerini erano quasi tutti vuoti. Lui l’indirizzò verso l’ultimo e lei entrò. Lui le porse le gonne e lei fece per tirare la tenda. – Sei scema? – disse lui. Lei lo guardò negli occhi, poi li abbassò arrossendo ed iniziò a spogliarsi. Lui stava nel vano della tenda, dagli altri camerini qualcuna entrava e qualcuna usciva. Qualche marito andava avanti ed indietro cercando la taglia giusta. Lui invece si godeva lo spettacolo della timida Carolina. Che iniziò levandosi le scarpe e poi tirando giù i pantaloni. Era bruna, ma la pelle era chiara chiara, le mutandine erano color carne a coulotte, eleganti. Si levò il maglione, il reggiseno era coordinato con le mutandine, la ragazza aveva gusto se voleva. Il seno era piccolo, ma deliziosamente disegnato. Lei non lo guardava e fece per prendere una delle camicette. – No, no – disse lui piano. – Leva quello – e fece cenno al reggiseno. Ora Carolina aveva solo le calze e le mutandine ed era tutta rossa in viso. Si sentiva indecente, si voltò per ritrovarsi davanti allo specchio ed alle sue spalle lo vide che sorrideva. – Il bastardo se la gode – pensò irritata ed indossò la camicetta. Non fece in tempo ad abbottonarla che sentì le sue mani sul suo seno e la su bocca sul collo. Era imbarazzata, irritata, ma anche bollente. Qualcuno poteva arrivare a guardare, ma sembrava che nessuno facesse caso a loro. Sentiva bisbigliare nei camerini vicini, si augurò che quel bastardo sapesse cosa stesse facendo e si lasciò andare appoggiandosi a lui che la sostenne. Le gambe erano di burro, stava per scivolare a terra. Lui però la teneva con una mano sulle tette, mentre la bocca continuava a baciarla sul collo e l’altra mano che ormai l’accarezzava tra le cosce insinuandosi sotto le mutandine. Lei iniziò a mugolare sempre più rumorosamente e lui dovette levarle la mano dalla fica, ormai bagnata, e portargliela sulla bocca soffocando i suoi gemiti. Lei prese le dita in bocca e succhiò i suoi umori. – Risparmia i tuoi gemiti le disse all’orecchio e poi scrollandola un po’ la mise in piedi. La lasciò ritornando sul vano e dicendo ad alta voce – stupenda questa camicetta, la prendiamo. –
Presero anche una gonna e si avviarono alle casse. Carolina era sempre malferma sulle gambe, ma stava riacquistando sicurezza. Lui cercò di pagare, ma lei non lo permise. Gianni iniziava ad avere qualche dubbio su Carolina. Uscirono dalla Rinascente ed entrarono in un bar. Carolina fu spedita in bagno a cambiarsi. – Fatti anche bella – le disse lui mentre saliva le scale verso la sala da tè.
Carolina si era trasformata. Indossava calze nere, nere erano anche le scarpe, con un tacco alto che la faceva apparire ancora più slanciata di quello che già era. – Beh – pensò Gianni – era venuta ermetica, ma sotto aveva belle cose e nella borsa anche delle belle scarpe. Pronta a scappare, ma anche preparata a divertirsi, infatti ora era anche ben truccata. E sembrava un’altra, molto più sicura di se stessa. – La ragazza era magra, ma sinuosa, la bocca era piccola e gli occhi erano castani. I capelli neri e ricci le ricadevano sulle spalle perfettamente. I vestiti che avevano scelto erano eleganti e severi, allo stesso tempo emanava una notevole carica erotica. Gianni ancora non capiva chi era questa ragazza, si intuiva che non era una qualunque. Sicuramente appetitosa e altrettanto sicuramente non era un’aspirante segretaria. Era a disagio, ma in grado di dominarsi e di gestire la situazione, non era poco per una candidata schiava alla sua prima esperienza. Un po’ nervosa però lo era, sedendosi accavallò le gambe, quei pochi e consueti gesti la rassicurarono. – Voglio essere la sua schiava, come avrà capito non sono una segretaria, ma ho delle condizioni da porle, se le accetterà mi metterò ai suoi ordini, altrimenti ognuno per la sua strada. Che ne dice? –
Gianni non si aspettava niente del genere, non aveva riflettuto per niente su quello che voleva da quella ragazza, anche perché, lo poteva ammettere, non aveva ancora capito niente, ma rispose con una certa tranquillità.
– Sei troppo diretta, non dovremmo prima vedere se ci piacciamo … intendo dire .. fisicamente, o nel carattere, o per lo stile, fino ad ora abbiamo giocato come in una breve avventura, ora tu chiedi, mi sembra di capire, qualcosa di più duraturo. –
Lei sbatté per un attimo gli occhi e poi gli rispose: – lei mi sta bene, è come me l’immaginavo, non cerco un bel ragazzo, ce ne sono tanti ….. cerco un uomo interessante e maturo … altrimenti sarei già andata via e neanche quello che è successo alla Rinascente ci sarebbe stato. Ed io a lei vado bene? –
Diretta e veloce, Gianni incassava. – Sì, la prima impressione è buona, ma ho bisogno di maggior tempo per dire che è ok. – Smisero di parlare mentre il cameriere li serviva, Gianni ne approfittò per cercare di capire chi poteva essere quella ragazza, per lui era una perfetta sconosciuta e sicuramente l’aveva sottovalutata. Mentre lei sapeva quello che voleva. Ci doveva aver ragionato a lungo.
– Bene, allora posso esporle le mie condizioni. –
– Ascolto – rispose laconico Gianni.
– Sono una donna nota, per carità, non sono una diva, ma mio padre è un importante industriale e io sono la sua unica figlia, il mio nome vero lo conoscerà presto, ma per lei io sono e sarò sempre Carolina. Questa avventura, così io la definisco, se andrà avanti, non la dovrà mai conoscere nessuno e nessuno dovrà mai sapere della mia vera identità. Mi creda ho i mezzi per assicurarmi che sia così. – Il tono era tranquillo e si vedeva che non intendeva minacciarlo, ma le parole erano inequivocabili e pesanti, mentre parlava guardava diritto negli occhi Gianni che iniziava ad arrabbiarsi più con se stesso che con lei. Lei invece proseguì abbastanza tranquilla.
– Secondo. Durante i nostri incontri lei avrà molto potere su di me, ma sarà responsabile, oltre che della mia privacy anche della mia salute. I segni che eventualmente lascerà sul mio corpo dovranno sparire nel giro di qualche giorno. – Questo era già più accettabile – decise Gianni.
– Terzo. Più in là le farò sapere se ai nostri incontri accetterò che partecipino altre persone, che comunque dovranno sempre essere a me gradite. Per ora non lo desidero e comunque voglio prima vedere come funzioniamo noi due. – Era una limitazione seccante, ma ragionevole, quello che a Gianni non piaceva era il tono con cui le formulava. Fossero state delle umili richieste o meglio ancora delle suppliche le avrebbe prese in considerazione con animo migliore. Ritornò a chiedersi, al di là dell’identità, chi era quella ragazza.
– Quarto ed ultimo. Io sono una donna molto impegnata, lavoro ed ho un fidanzato, non ho quindi molto tempo da dedicarle. Diciamo una, qualche volta due sere, alla settimana e quando potrò un week-end, probabilmente una volta al mese. Come sappiamo lei ha una schiava e probabilmente altre donne, avrà quindi modo di non sentire la mia mancanza.-
Sicura come una domatrice, pensò Gianni, ora era, oltre che incazzato, incuriosito ed eccitato, per il momento doveva stare al gioco di quella puttanella arrogante.
– Mi chiamo Gianni, ed è il mio vero nome. Le tue sono condizioni tutte accettabili, e se troveremo un accordo le rispetterò tutte, non hai niente da temere, ma anch’io ho le mie. –
Lei non lo fece neanche terminare. – Le esponga, se sono ragionevoli le accetterò. –
– Prima devo verificare se, condizioni a parte, sei all’altezza dell’impegno. –
Lei lo guardò con attenzione. – Mi dica. –
Gianni si consentì una pausa, poi guardandola negli occhi disse: – vai in bagno, levati le mutandine e ritorna qui. –
Carolina arrossì e per la prima volta, da quando si erano seduti al bar, non lo guardò più direttamente. Mormorò un va bene, si alzò, prese la borsetta e dondolando inizialmente insicura sui tacchi, ma poi con maggiore scioltezza, si diresse in bagno. Gianni guardandola di spalle si concesse finalmente un sorriso e si disse: – veramente appetitosa, ma molto problematica. Però penso che ne valga la pena. –
Quando ritornò era più sicura, ma evitò di guardarlo negli occhi come aveva fatto fino a quel momento. Si sedette ed accavallò le gambe.
– No cara – disse lui, – metti entrambi i piedi a terra ed allarga leggermente le ginocchia, quindi dammi le mutandine. – Ancora una volta lei arrossì violentemente, ma obbedì. Aprì la borsetta e cercando di non farsi notare gli porse le mutande, erano molto fini e sul pube, notò Gianni, come era giusto aspettarsi, dopo la performance nel camerino, un po’ umide. – Bene – disse lui mettendosele in tasca, – ora parleremo come un padrone fa con una schiava. Io farò le domande e le richieste che per te saranno ordini e tu mi risponderai sollecita ed umile, e quando ti appellerai a me lo farai con i nomi di Padrone o Signore. –
Il tono era lieve ed amabile, nessuno nei tavoli intorno sapeva cosa stava succedendo tra loro due e neanche lo immaginava, sembrava la discussione di una coppia che aveva deciso di trascorrere qualche ora in compagnia.
– Va bene – rispose Carolina dopo un attimo d’incertezza.
– Non va bene – la riprese lui sussurrando, – devi rispondere sì Signore o sì Padrone. Potrai evitare questi termini solo in presenza di altri, in questo caso mi darai del lei e solo in questo caso lo farò anch’io. –
Lei si morse le labbra e rispose nel modo giusto. – Sì padrone. –
– Bene, sei intelligente, questo facilita sempre le cose. Ora mettiti una mano tra le gambe, ma prima sposta la poltroncina in modo che nessuno ti possa vedere. – Aspettò che lo facesse e poi riprese. – Accarezzati lentamente, languidamente. Intanto raccontami i motivi che ti hanno portato qui. Perché vuoi quest’avventura, è così che l’hai chiamata. –
Ora lei era davvero a disagio, la sua mano e solo quella si muoveva lievemente tra le gambe, molto in basso, ma Gianni non le faceva pressione perché risalisse più in alto, con voce impersonale iniziò a parlare. – Fin da ragazzina ho sentito il bisogno di essere maltrattata, umiliata, annullata, tutto ciò poi è entrato in relazione con le mie fantasie sessuali, ma non ho mai trovato il coraggio di metterle in pratica. Anzi, con grande sforzo di volontà ho sempre fatto il contrario. Oggi sono una manager. E’ vero, lo sono nell’azienda di mio padre, ma mi creda nonostante sia così giovane l’ho meritato, lui non mi ha mai regalato niente. E’ per questo che sono così dura. In azienda nessuno si sogna di mettermi i bastoni tra le ruote, ma non perché sono la figlia di papà, ma perché in questi due anni ho dimostrato di essere brava. Dopo la laurea sono stata per due anni negli Stati Uniti, per un master ed uno stage. Lì sono andata vicina ad avere un’esperienza di questo tipo, ma poi non ho avuto il coraggio e mi sono tirata indietro. Per me è un’ossessione ed ora ho deciso di averla. Chi sa, forse mi servirà a guarire da questa che reputo un’insana passione, ma che è ormai diventata il mio tormento continuo. –
Mentre parlava la mano era risalita verso l’alto delle cosce e con rabbia aveva pizzicato la morbida carne bianca oltre il bordo delle calze. Solo Gianni riusciva a vedere quello che faceva, il tavolino che avevano davanti li proteggeva da sguardi indiscreti. Carolina parlava di sé come se fosse in trans. Lui allungò discretamente una mano e la posò su quella di lei spingendola ancora più in alto, quindi la spostò direttamente sulle gambe della ragazza. Ora erano in due ad accarezzare quelle cosce tornite e lunghe. Gianni la sfiorò molto in alto, sentì il sugo che le colava tra le gambe, poi la guardò in viso e vide il labbro della ragazza tremare. L’osservò meglio, era sudata ed il petto era gonfio ed ansimante, poteva avere un orgasmo da un momento all’altro e se aveva capito bene il tipo nessuno le avrebbe potuto impedire di urlare. La pizzicò a sangue nell’interno morbido delle cosce per scuoterla e alzandosi le disse: – andiamo. –
Lei ancora molle e malferma sulle gambe si rese infine conto di quello che stava per succederle, si mise il giubbotto e docilmente lo seguì.

Il pallido sole pomeridiano era sparito e l’umido imperversava. Lui la prese a braccetto e per un po’ passeggiarono in silenzio per le strade dietro alla Scala, lei stava riprendendo il controllo di sé stessa, sentiva il fresco tra le cosce e sulla fica nuda, ma era piacevole. – Padrone posso parlare. – Imparava in fretta.
– Certo – rispose lui.
– Quali sono le sue condizioni. –
– Nessuna – sorrise lui. Sorrise anche lei e si strinse all’uomo.

8. La prima volta di Carolina

Gianni la portò a casa sua, un piccolo e confortevole appartamento in centro. Era lì che viveva da quando aveva, molti anni prima, divorziato. Quando chiuse la porta dietro di sé ordinò ad Carolina di spogliarsi. Erano nel soggiorno, era accesa solo una lampada da tavolo. La ragazza se lo aspettava, ma rimase ugualmente turbata per l’ordine secco, immediato, senza alcun preambolo, lui non le offrì nessuna via di scampo. Rimase a guardarla nella penombra, mentre lei si domandava cosa doveva fare. Poi si decise, voleva dimostrargli che era all’altezza della situazione e voleva dimostrarlo anche a se stessa. Una volta che si decise cerco di farlo bene, lo fece con gesti lenti e studiati. Non si era addestrata a fare spogliarelli, ma era una ragazza che aveva classe e un po’ di esperienza. Si levò per prima la gonna e rimase con le calze nere, le mutandine non le aveva più ed il triangolo scuro e lucente si mostrò ammiccante. Il nero della calze le donava. Tra le calze e la camicetta risaltava il biancore latteo delle cosce. Gianni ammirò anche la biancheria che indossava, era fine e costosa. Lei sapeva di non essere bellissima, ma era consapevole di avere un certo fascino, stile e classe. Sapeva di essere magra, ma sapeva anche avevano diversi estimatori e comunque lei si sentiva agile ed di avere belle curve ed era in forma.
Gianni stava in piedi appoggiato al tavolo e l’osservava, un lieve ed ironico sorriso increspava le sue labbra. A Gianni le ragazze cartolina non interessavano, invece quel culo tondo e sodo e quelle cosce bianche e tornite lo fecero rizzare immediatamente, quando poi lei si levò la camicetta e sganciò il reggiseno l’esplodere di quel biancore ed il dondolio che per qualche istante ne seguì lo conquistarono definitivamente. Era deliziosa, a lui piaceva ora quell’aria giovanile ed indifesa. Lei era rossa in volto e non lo guardava, poi abbassò del tutto gli occhi, allungò le braccia lungo i fianchi e si offrì al suo sguardo. Lui si impose di non far precipitare la situazione. Era il primo incontro e doveva essere lungo, eccitante e piacevole.

Aprì un cassetto e le porse delle ginocchiere e dei calzettoni di lana privi di pedalini: – indossali – le disse, Carolina obbedì. Gianni era molto abile con la corda ed il cuoio, ne aveva di tutti i tipi e di tutte le dimensioni. Iniziò a legare la ragazza. La corda avvolse tutto il busto di Carolina raccogliendo le braccia della ragazza e lasciando scoperto solo il seno, che per effetto della compressione delle corde sul resto del corpo, svettò più evidente in fuori. Lo stesso effetto si ottenne sulle natiche. Un bel pezzo di corda rimase libero e pendente dietro la schiena della ragazza. Gianni l’accarezzò su quel seno piccolo, ma sodo ed al tempo stesso piacevolmente morbido, insieme alle lunghe cosce era la parte migliore della ragazza. Lei si lasciò sfuggire un sospiro ed i capezzoli bruni rizzarono. Gianni li sfiorò con il dorso della mano poi ritornò al suo lavoro. Legò l’estremo di un laccio di pelle morbida intorno all’ascella destra di Carolina e l’altro capo sulla gamba del lato opposto proprio sopra al ginocchio, compì operazione analoga sull’ascella di sinistra, ed i lacci si incrociarono all’altezza del seno, lì Gianni agganciò una corta e leggera catenella. Ora la ragazza era proprio costretta a stare in ginocchio. Una lunga striscia di cuoio fu fatta passare dietro la schiena della ragazza, all’altezza dei fianchi e poi alla base delle cosce, i capi della striscia ritornarono dietro la schiena della ragazza. Per finire ancora due stringhe sempre di cuoio furono avvolte intorno alle caviglie di Carolina. Ora Carolina era stata tramutata in un burattino nelle mani del suo padrone che si divertì a provare cosa succedeva tirando le varie corde ed i diversi lacci che le pendevano dal corpo. Tirando la corda che veniva fuori dalla schiena si poteva trascinare la ragazza, che scivolava sulle ginocchiere, dove si voleva; tirando i due capi della striscia che le passava intorno ai fianchi ed alle cosce si otteneva di farle venire fuori il culo, tirando ancora risultava visibile ed offerta pure la vulva; con i due lacci delle caviglie si poteva farle stringere o allargare le cosce a piacere; ed infine tirando in basso la catenella collegata alle strisce di pelle, tese ed incrociate sui seni, la si poteva far piegare in avanti verso il pavimento. Gianni provò a tirare tutte le corde e portò la ragazza in diverse posizioni, tutte molto eccitanti.
– Penso che mi darai grandi soddisfazioni – commentò. Non c’era niente di doloroso in quelle posizioni, Carolina non soffriva. Il padrone la toccò tra le gambe e la trovò fradicia di umori. – Sei calda e quando sei in queste condizioni perdi completamente la testa, come stava succedendo al bar e nel camerino della Rinascente. Devi essere più disciplinata, mettere questa carica erotica al servizio del tuo padrone, altrimenti ti dovrò punire. Ora raffreddati un po’, intanto io esco e vado in ufficio che ho del lavoro da finire. Ritornerò più tardi. – Quando Carolina aprì la bocca per protestare una pallina di gomma vi finì dentro, fece per sputarla, ma era già imbavagliata. Lui, tirandola per le corde che la legavano alle caviglie, la trascinò sul parquet facendola scivolare sulle ginocchia in camera da letto. Qui tirò la corda che le passava tra le cosce e la fece inarcare portandola ad esporre il culo in alto, legò la corda alla spalliera del letto e agganciò la catenella che le pendeva sul davanti ad un piede dell’armadio. Carolina era col culo in aria e chinata in avanti, senza avere le mani libere da poter appoggiare a terra, non era in una situazione facile. La lasciò lì, legata, gemente ed immobilizzata, quindi uscì dalla stanza. Erano le quindici di pomeriggio. Non andò via subito. Passando nel soggiorno, non visto aprì la borsetta di Carolina e dal portafoglio tirò fuori la sua patente, se voleva poteva chiederle quelle informazioni e lei avrebbe risposto, ma lui non voleva chiedere. Non c’era dubbio, quello che leggeva era un cognome davvero importante, Carolina era il suo secondo nome. Gianni considerò che, se Carolina voleva, poteva davvero rendergli la vita difficile. Gianni non era preoccupato, uscì infine dall’appartamento borbottando: – cara Carolina sarà un piacere domare una riccona come te. Ti renderò umile e servile come neanche puoi immaginare, tu pensi di giocare, ma vedrai che questa è una faccenda molto più seria. –

Carolina era invece angosciata e sul serio. La posizione non era per niente comoda, cercava di stare in equilibrio senza rovinare con la faccia a terra ed iniziava a sentire dei dolorini in ogni parte del corpo, sapeva che sarebbero peggiorati, ma era anche furiosa e spaventata. Furiosa con quel bastardo che l’aveva abbandonata senza battere ciglio, senza neanche darle una vera palpata, era davvero umiliata, si domandò se era davvero quello che voleva. – Quel bastardo se la sta spassando con la sua segretaria, mentre ha a disposizione me per la prima volta, calda e disponibile ad ogni suo desiderio. Bastardo, bastardo e bastardo, ma riuscirò a farti ragionare. – Carolina era furente. Era anche terribilmente spaventata e per un sacco di motivi. Poteva sentirsi male ed era sola, il suo padrone poteva finire sotto una macchina e lei sarebbe rimasta incapace di liberarsi, poteva entrare un ladro e trovarla già nella posizione migliore per essere violentata. Smise di pensarci, ogni nuovo pensiero descriveva una situazione peggiore della precedente. Smise anche di agitarsi, poteva solo farsi del male e ne aveva già in abbondanza. Quando si calmò ripensò a quello che le era successo fino a quel momento. – Era quello che volevo – si disse, – non voglio essere trattata con i guanti, altrimenti dov’è il divertimento, e sapevo anche che c’era una concorrente. Devo conquistarlo. – Pensò che nonostante tutte le condizioni che gli aveva messo, lui pur senza contraddirle, aveva comunque fatto quello che voleva, allora ritornò ad eccitarsi ed a bagnarsi, se solo si fosse potuta toccare …, ma quel bastardo l’aveva legata proprio come un salame. In verità l’aveva legata senza stringere, se lei fosse stata solo un po’ esperta si sarebbe potuta slegare in dieci minuti, ma non lo era. E Gianni lo spaeva.

Ritornò verso le diciotto e la tastò tra le gambe, la trovò spossata e bagnata in basso, il viso sfigurato ed il trucco disfatto, era sudata ed eccitata. Era positivo. Sciolse la corda dalla spalliera e la sganciò anche dal davanti, lei ritornò in ginocchio dolorosamente, gemendo e mugugnando attraverso il bavaglio, ma felice di poter distendere i muscoli e la schiena, anche se continuava a stare in ginocchio. – Ora ti leverò la pallina dalla bocca – le disse, – ma tu non dovrai parlare. Intesi? – Lei annuì, in quelle ore si era arrabbiata e quietata, ma anche se ancora riluttante, aveva riconosciuto che lui era il suo padrone, ora era contenta e riconoscente che fosse tornato e che si prendesse cura di lei.
Lui l’accarezzò sulle guance e lei s’intenerì, aveva sempre sognato momenti come quello. Sottomessa aprì le labbra e lui le passò un dito sopra che lei baciò delicatamente, si stava bagnando come una maiala. La penetrò con l’indice in bocca e lei glielo ciucciò devotamente. Gianni ne fu soddisfatto, per essere alla prima esperienza si stava comportando bene, ma dubitava che sarebbe sempre stato così. Smise di toccarla, anche lui era eccitato e la voleva. Lì, davanti a lei si spogliò. Lei lo guardava, in ginocchio dal basso verso l’alto, e lo valutava. Gianni era un cinquantenne, era un po’ appesantito, ma tutto sommato era ancora in forma, le spalle erano larghe, come il petto che non era molto peloso, sui fianchi e sul ventre c’era un po’ di grasso, ma niente di veramente allarmante. Carolina apprezzò quello che vedeva, guardò in mezzo alle gambe, c’era un bel cazzo semieretto ed un bel cespuglio nero. Si accovacciò accanto a lei e l’accarezzò tra le gambe, era un lago e appena si sentì sfiorare sulla vulva fu come se avesse preso la scossa, allargò le ginocchia per permettergli di penetrarla e lui lo fece. Quando il dito le entrò dentro gemette e s’inarcò. Col pollice lui continuava a toccarla sul clitoride mentre un altro dito entrò dentro la ragazza che ora si dimenava sulla mano come un’indemoniata, era tutto quello che poteva fare. Gianni la lasciò così infoiata e al tempo stesso frustrata, lei ne rimase delusa, stava per protestare, ma il solo sguardo del padrone la convinse che non era il caso.
Il padrone si sedette per terra davanti alla ragazza, allungò una mano e tirò la catenella legata alle cinture di pelle che si incrociavano sul seno. La ragazza fu costretta a chinarsi in avanti, avrebbe sbattuto col muso a terra se non fosse stata trattenuta per una spalla dal padrone. Invece la sua bocca fu trascinata lentamente verso il cazzo di Gianni che eccitato l’attendeva trepidante. Carolina iniziò a pompare, non era una gran pompinara, ma bisognava scusarla, era legata ed emozionata. Avrebbe imparato a fare meglio, Gianni ne era sicuro, ma intanto se la godeva mentre spingeva il ventre in su verso la bocca della ragazza e l’accarezzava sulle mammelle che pendevano invitanti e gonfie, fino a quasi a sfiorare il pavimento. Carolina era partita un’altra volta, pensava di riuscire a godere anche con una semplice carezza sul seno, ma Gianni fu di avviso diverso voleva fottersela e riempirla in un altro modo. Uscì da lei, ancora una volta Carolina ci rimase male, ma sapeva che non era ancora finita e attese trepidante il nuovo atto. Lui le girò dietro tirò i lacci delle caviglie e le fece allargare le gambe, tirò ancora la cintura che le avvolgeva i fianchi e fece inarcare nuovamente Carolina fino a farne venire la fica in fuori, a quel punto l’infilzò. Carolina gemette felice, quello le piaceva moltissimo. Trovarsi immobilizzata, impalata brutalmente, alla mercé di un quasi sconosciuto che la utilizzava senza curarsi di lei era la realizzazione di una delle sue più eccitanti fantasie. Gianni teneva la ragazza attraverso le cintura e la faceva andare avanti o indietro allentando o tirando le cintura a piacimento, erano come le redini di un cavallo. Per Carolina era troppo, solo la paura di svegliare il vicinato e dare scandalo le impedì di urlare, ma gemette e soffocò le grida fin dal primo momento che si sentì penetrare. Voleva gridare: – Sì così, sfondami, sono la tua puttana, continua ti prego, – ma non lo fece, lui le aveva impedito di parlare e lei allora miagolava come una gatta in calore. Poi Gianni prese entrambe le cinture con una mano sola, l’altra andò sulle tette. La palpò vigorosamente e le strizzò i capezzoli. – Finalmente – pensò Carolina che se avesse potuto toccarsele sarebbe stata anche più brutale. Quando poi la mano scese sulla vulva piena e gocciolante lei s’inarcò e si dimenò e quando la toccò sul clitoride mugolò come una pazza. Due minuti dopo sentì l’orgasmo salire e si abbandonò come se fosse svenuta, non sbatté il viso per terra solo perché Gianni la teneva attraverso le cinghie. Lei ormai era inerte e lui la manovrò con le cinghie facendola andare su e giù a piacere finché il fiotto di sperma non riempì la ragazza, Carolina ebbe un’altra violenta, lunga e piacevole convulsione. Lui infine, delicatamente la lasciò andare verso il pavimento dove la ragazza rimase a contorcersi, a stringere le cosce l’una all’altra ed a godere a lungo.

Molto dopo, mentre Carolina si rivestiva chiese umilmente al padrone se le era piaciuta.
Lui la guardò a lungo mettendola in imbarazzo. – Per essere la prima volta non sei stata male, ma hai molto da imparare. Dalla prossima volta inizierò ad addestrarti. –
Lei colse la palla al balzo ed allora chiese se potevano rivedersi la sera dopo.
– No. Domani ho già un impegno, ma ti posso ricevere qui alle sette dopodomani, poi vedremo come passare la serata. –
Non era vero che Gianni avesse un impegno e desiderava anche rivederla al più presto, ma era ora che la ragazza capisse chi era che guidava le danze. Mortificata Carolina rispose come si conveniva. – Sì padrone. – Era dispiaciuta, ma quando fu sulla strada di ritorno ripensando a tutte le sensazioni di quella giornata divenne euforica. Quella notte dormì pochissimo, ma il giorno dopo sprizzava ugualmente energia e sul lavoro, se possibile rispetto alla sua normale efficienza, rese anche di più. Più volte durante il giorno si disse: – penso di poterlo controllare e di poter gestire, almeno per qualche tempo, tranquillamente una doppia vita. –

Gianni invece pensava che ora aveva a che fare con due schiave assatanate e che non era più un ragazzino. Però era divertente.

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