La compagna del Liceo by Viktorie [Vietato ai minori]




Il giorno che uscirono i risultati della Maturità, non ero nervoso per il voto. Come tutti, i conti in tasca me li ero fatti, e mi dirigevo verso l’istituto con una vaga idea di quel che avrei avuto davanti. Quel che mi rendeva nervoso, sul mio vissuto scooterino, era che avrei rivisto tutti i miei compagni per l’ultima volta. O una delle ultime.

Certo, si parlava di fare una bella cena di classe, si prometteva frequentazione eterna, ma si sa benissimo che tra chi va via per l’università, chi non vede l’ora di dimenticarsi dei compagni, alla fine ci si sarebbe persi per strada. Non disperavo di non vedere più certe facce nemmeno io, ma disperavo di non vedere più lei, la mia cotta.

In una classe ambosessi numerosa con una lieve maggioranza maschile, le fanciulle della 5A erano ovviamente un argomento molto gettonato tra noialtri.
Che tra insicurezze e foruncoli stilavamo classifiche, opinioni, e trivialità.
Sandra? Simpatica e passa i compiti, ma inappetibile. Laura? Carina bambolotta, ma già impegnata con Alessandro, fortunato lui.
Lucia? Ma Lucia sarà davvero una donna?
Fabrizia e Marta, la coppia di super amiche? Se parli a una, risponde l’altra…

Insomma, scherzavamo su tutte, le avremmo inseguite quasi tutte. Come noi, chiunque di ogni classe con le nostre compagne e viceversa. Erano gli anni dell’ormone sull’acceleratore, entravi ragazzino e uscivi con un po’ di barba, entravano fanciulline e uscivano quasi donne.
C’era il figlio di papà con la moto fighetta e lo sfigato con lo scooter del fratello (indovinate chi?), quello che metteva su muscoli e sembrava un figo spaziale e quello che sembrava crescere come un pioppo e basta (indovinate chi?)…

Ma soprattutto c’era lei. I professori la amavano perché era una quasi studentessa modello, qualche compagna perché era la tipa da tenersi buona, di ottima famiglia e reputazione, molti del Liceo perché era bella, io perché ero semplicemente cotto.
Si chiamava Selene, madre francese, padre di Roma, aveva vissuto per qualche anno nella capitale prima di finire in una città non proprio alla ribalta della cronaca dopo il divorzio dei suoi.
Non era molto alta ma già a metà del Liceo il suo seno era più curvo delle altre, così come il sederotto ondeggiante su cui arrivavano quasi dei lunghi capelli castani liscissimi che incorniciavano un visetto ovale, sorridente, dalle labbrotte polpose a cuoricino e con degli occhi castano-verdastri che mi facevano tremare il cuore ogni volta che ci guardavamo.

Il tutto sempre ben vestito, ben accomodato, alla moda. Spesso imitata o d’ispirazione per altre, come il giorno in cui arrivò bionda e nel giro di una settimana ci trovammo in una classe di Barbie.

In tutto questo, e qui stava quasi l’incredibile, era sempre molto gentile con tutti, disponibile, aveva salvato più di una pelle in qualche verifica con segni veloci delle sue dita lunghe e affusolate per indicare le risposte giuste, o precisi lanci di bigliettini.
“ti amo, cazzo” avevo bisbigliato durante la prova di italiano quando mi aveva silurato un foglietto con qualche data delle opere del tizio della traccia. Ero diventato di un rosso così acceso che era impossibile non capire che si, non era un modo di dire per me.

Mi ero fatto avanti? Si e non solo io, ma a parte un mese con un tizio di un’altra classe, non pareva uscisse con nessuno. Con me meno che mai. Le volte che le avevo chiesto -con scuse idiote e imbecilli- di uscire, aveva sempre declinato. Ma non era mai una confessione aperta, non era mai un due di picche.
O forse si, ma sapete come funziona. Ci si spera sempre.

Posteggiai lo scooter con un rumore di freni preoccupante di fronte al Liceo, misi la catena che valeva più del mezzo stesso, ed entrai.
Riconobbi subito quella schiena in un vestitino estivo senza fronzoli…

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