LA CAMORRISTA by strapps [Vietato ai minori]




LA CAMORRISTA.

Questo è un racconto di pura fantasia, ogni riferimento a persone, luoghi o cose è puramente casuale o usato a fine di creare un contesto realistico, ma non reale.

Quando rividi il mio vecchio amico Amedeo alla stazione di T.una mattina presto, non immaginavo che la mia vita sarebbe cambiata radicalmente. Amedeo era stato mio coinquilino ai tempi dell’università di P. tre anni. Adesso faceva l’avvocato. Mi invitò a mangiare una domenica a casa sua a N. ci andai e mangiai assieme a molti suoi parenti. La famiglia di Amedeo era agiata, erano tutti avvocati o robe del genere, ma si diceva che alcuni suoi membri fossero vicini alla camorra. Il pranzo fu ricco e tranquillo, dopo il caffè noi uomini ci trasferimmo in salotto a fumare sigari e bere brandy. Finii per caso vicino ad un signore distinto, alto, molto magro che si presentò come lo zio di Amedeo. Lo salutai e lui mi chiese che lavoro facessi. Lo fece per pura cortesia e non sembrava minimamente interessato alla mia risposta.
“Oh, mi arrangio. Insegno italiano agli stranieri 3 sere a settimana. Correggo bozze per una piccola ca19sa editrice – dissi mentre lui annuiva distratto, preso a riaccendersi il sigaro massiccio – e insegno dizione a due attrici..” lui smise di accendersi il sigaro e mi ficcò gli occhi addosso, di colpo interessato alle mie parole.
“Dizione? Cioè? Insegni a pronunciare bene le parole?”
“Sì, esatto. Ad una insegno anche un po’ l’italiano, è un’inglese con velleità di attrice e..”
“Fammi capire: tu aiuti le persone a parlare meglio in italiano?”
“Sì, possiamo dire così e..
“Interessante…..scusa un attimo devo fare una telefonata…” e si alzò di colpo lasciandomi lì a fumare coi parenti di Amedeo.
*
Nel pomeriggio rientrai a F. andai a correre per smaltire le tossine del pranzo e poi feci una bella doccia. Quindi mi preparai per andare al Mr.Domingos: camicia chiara, pantaloni stretti e profumo francese. Mr.Domingos era un locale vicino al mare. Era stato il mio terreno di caccia per tardone per tutti gli anni dell’università. Ci venivo da solo, lasciando i miei coinquilini alle feste rasta, ai centri sociali, ai concerti punk. Io venivo qui un paio di volte al mese a rimorchiare donne over quaranta. Mi vergognavo della cosa con i miei amici, così la nascondevo, ma amavo scoparmi le tardone. Erano dolci, sexy, materne, decise. Trombavo a casa loro o il più delle volte nella mia Golf del ’82, nel parcheggio del Mr.Domingos, a tarda notte, mezzi ubriachi. Amplessi violenti, rapidi ma sensuali. Le donne venivano eccitate e sorprese dal mio ardore, le baciavo e cullavo, le riempivo di attenzioni e belle parole, le adulavo e loro ridevano e si sentivano di nuovo vive e giovani. Mi facevano bei pompini nei cessi e le prendevo da dietro nella mia Golf. Ebbi anche una relazione stabile con Ramona, una cinquantenne che aveva un marito geloso ed enorme, lo conobbi persino una sera, era alto e baffuto. Lei i sabato sera lo drogava versando sonnifero nel caffè, lui si addormentava davanti alla tv e lei poteva uscire, andare al dancing per tre o quattro ore, scopare con me, e poi tornare a casa, trovare il marito che ronfava alla tv e spogliarsi, fare la doccia e poi andare a letto. Il marito si sarebbe svegliato la mattina presto, mezzo acciaccato e stordito.
Quella sera però al Mr.Domingos non c’era la solita fauna di tardone arrapate. Erano un paio d’anni che non ci mettevo piede e le cose erano cambiate. Molti giovani, sale con musica house, ecc. passai un paio d’ore in giro affamato di sesso, bevendo gin e tonic. Provai a rimorchiare una quasi sessantenne, ma il marito non la mollava un attimo. Così salii di sopra a fumarmi un cicchino in una saletta vuota. La musica era ovattata, la porta aperta sul terrazzo e le stelle nel cielo. Non scopavo da sei mesi circa. Non avevo un vero lavoro.
Tornai di sotto e scambiai due parole con la guardarobiera. Era una donna sulla sessantina, ancora piacente con un viso tondo simpatico, molto truccata. Le raccontai di quando venivo qui ai tempi dell’università, lei mi ascoltò senza commentare. Le chiesi quando smontava. “Ehi bimbo, vai a casa che è meglio…” mi disse sprezzante. Annuii e andai via.
*
Il giorno dopo, verso le due del pomeriggio mi telefonarono: “Pronto? Sono A.lo zio di Amedeo, ti ricordi ci siamo parlati?”
“oh, sì…cioè….che cosa…?”
“Senti ho da proporti un lavoro.
“Che tipo di lavoro?”
“Una cosa riservata ma retribuita ben retribuita. Ma vorrei parlartene di persona”
“Ma..io…cioè…..io………non sono interessato….
“Prima ascoltami..poi decidi..”
“,,no…io….ecco….
“Parliamone a quattro occhi prima!”
“..ma quando?
“Al bar qui sotto, scendi, fra cinque minuti.” e riattaccò.
Ero nel panico pensai di chiamare Amedeo per chiedere se dovessi fidarmi, ma il suo cell. Era spento. Ero nervoso. Alla fine mi detti una sciacquata alla faccia e scesi al bar dove tutti mi conoscevano. Lo zio di Amedeo era seduto in fondo, ad un tavolo. Mi fece un segno. Lo raggiunsi.
“Ascolta la proposta è questa:
“Aspetti un attimo io non
“Sentimi bene. Ho raccolto qualche notizia su di te. Vivi ancora coi tuoi. Lavori saltuari, la casa editrice non ti paga da mesi, hai solo 1,500 euro sul conto in banca. Dico giusto?”
deglutii spaventato, feci per alzarmi, ma lui mi tenne il braccio fermo:
“Stai buono, ascoltami prima.
“Ma come ha fatto a sapere?
“Ho le mie fonti. Ascolta. Devi lavorare per una signora di N. insegnarle a parlare bene, o almeno decentemente.,,
“Ma per cosa?”
“Non ti riguarda. Non fare mai domande particolare alla donna e rivolgiti a lei con DonnaRosa, intesi?”
“Ma io non ho ancora accettato
“Sono 300 euro a seduta. Due volte a settimana. A N.,viaggio in treno pagato. Se sei bravo in sei mesi fai più soldi di quanto fai in 20 anni di lezioni ad africani, rumeni e gentaglia simile…..
“Ma io…cioè….cosa
“Soldi veri. Contanti. Niente tasse. Se la cosa non funziona. Stop. Ti dimentichi di tutto, di N., di Donna Assunta, ecc.”
“IO….non
“La proposta è questa. Pensaci. Vai a casa e rifletti. 600 euro alla settima!”
mi lasciò andare. Telefonai di nuovo ad Amedeo. Mi rispose. Chiesi consiglio. Lui mi disse che se dovevo solo fare delle lezioni perché no? Ci pensai su. Erano tanti soldi. Tanti tanti soldi. Scesi al bar di nuovo e dissi di sì allo zio di Amedeo. “Ti contatto io domani. “ e se ne andò.
*
Il giorno dopo, alle nove di sera mi richiamò.
“E’ per domani pomeriggio. Hai il treno da F.alle 12.05. alla stazione prendi la metro A fino a G., lì esci e ti verrà a prendere un amico. Lui ti porterà da DonnaRosa. E lui a fine lezione ti darà i soldi e ti riaccompagnerà alla metro. Tutto chiaro? I biglietti ti sono registrarti sul telefonino.”
Guardai il display, in effetti c’erano dei documenti in arrivo. “Tutto chiaro.” dissi alla fine.
*
Il viaggio fu comodo. Presi la metro fino a G. e fuori una grossa jeep nera, vetri oscurati mi venne a prendere. Scese un ragazzo giovane con una grossa catena dorata al collo, magro. Mi disse di salire. Partimmo. Vidi la città farsi periferia piuttosto in fretta. Case popolari enormi, infinite, gente per strada, bambini, donne, giovani in motorino, volti ostili. Ero teso. E mi mordevo le unghie. Avevo un poco di fifa, lo confesso, anzi molto. Entrammo in un cancello rosa e la jeep si fermò davanti ad una villetta bassa, tutta rosa e bianco con colonne. Mi fecero scendere ed entrare nella casa. Attorno era un luogo degradato, ma dentro quella casa pareva Hollywood: parquet lucido, colonne ovunque, quadri, mobili, vetri, specchi, divani, sedie, tutto era eccessivo e molti oggetti erano rosa. Mi condussero in uno studio senza finestre ma con aria condizionata e un grosso aspiratore al centro. C’era una tv, dei giornali, delle sedie, poltrone basse, uno stereo. Un tavolo basso rosa. Come le sedie. Mi dissero di aspettare lì.
Rimasi seduto ad aspettare per mezzora. Alla fine una donna entrò nella stanza. Un uomo armato la seguiva. L’uomo si fermò alla porta, la donna venne avanti. Mi alzai per salutarla, feci un piccolo inchino e dissi: “Donna Rosa, che piacere conoscerla..io sono
“Poche smancerie e °°°°(parole in dialetto). Siediti. °°°°(parole in dialetto). Sai già tutto? Delle lezioni? °°°°?”
“Eh, io….”
“Ma hai…°°°°….°°°°….°°°,sei scemo?”
“No. Ecco. io. Aspetti, Donna Rosa, Lei deve parlare in italiano…solo in italiano..non in dialetto…almeno non con me..”
“Va buò, °°°°°….proviamo…”
“Bene. Solo in italiano. Conversazione…soltanto..”
“Come?”
“Conversazione. Parlare, parlare del più e del meno, del tempo, ecc. fare conversazione..”
“Che °°°° me°°°° ah, che mi frega a me del tempo?”
“Niente DonnaRosa, solo per esprimersi in italiano…tutto qua…prego…mi parli del tempo…”
“Cosa?
“Sì, il tempo, piove, fa caldo, ecc. chiacchiere, ma in italiano…prego…avanti….la prego….DonnaRosa…” feci. Guardai l’uomo armato alla porta. Degluitii. E se non andava bene? E sei la Donna si incazzava con me?”
La guardai. Era una donna sulla cinquantina, bassa, leggermente grassottella sui fianchi, un bel seno appariva dalla tuta rosa e viola che indossava. Portava una quantità di oro impressionante: anelli, collane, orecchini. Il volto era lungo, la pelle era consumata agli occhi, agli angoli della bocca, rughe profonde e dei segni di una malattia della pelle che si esprimevano a macchie. Le labbra erano turgide, carnose, la bocca era ben delineate da una matita marrone ai bordi ed erano piene, un rossetto molto intenso color rosa lucido le rendeva attraenti anche se l’espressione era tesa, diffidente. Ma gli occhi erano chiari, tendenti al verde, brillanti, vivaci, si vedeva che era una donna decisa, risoluta. Alla quale si dà rispetto. Aveva dei capelli a caschetto biondi con ricrescite nere, ben curati, di parrucchiere, notai che profumava moltissimo. Odore femminile intenso. Anche le mani erano curatissime, gli anelli enormi. Si mise a fumare, l’aspiratore fu acceso dall’uomo.
“Bene…ecco..- iniziò DonnaRosa – il tempo è °°°, cioè buono…non piove…
“Brava, continui, così…prefetto…”
“Tira un poco di vento dal mare….
“Benissimo, continui pure….brava…”
La donna era forse stata bella in passato, adesso era solo ricchissima e incuteva terrore.
Parlammo poi dei ristoranti di pesce della città. DonnaRosa se la cavò, ogni tanto diceva parole in dialetto ed io la correggevo con rispetto. Fece un segno alla guardia e lui uscì dalla stanza. DonnaRosa fumò almeno dieci sigarette mentre parlava, la sua voce era roca e bassa.
Facemmo una pausa e una cameriera ci servì del caffè. “Posso darle un piccola compito, Signora?”
“Spara, se mi va…
“Ecco. Lei in tv dovrebbe seguire una trasmissione, scelga lei, soupopera, sitcom, talkshow…”
“Ma che minchia dici?”
“No, solo scelga una trasmissinone che piace a lei ma in cui parlano in italiano…solo una….un piccola sforzo…guarda la tv?”
“Sì.
“Cosa?”
“Tv locali, oroscopi, gente che canta…
“In italiano?”
“No.
“Allora segua una tv nazionale, solo una, un paio di ore al giorno……
“Vedremo.”
Le lessi un brano di un giornaletto e le chiesi il significato di alcune parole, lei non sapeva rispondere e fece una faccia scura. Cambiai atteggiamento e la invitai a parlare della pomarola, come la preparava sua mamma. Lei mi fulminò con lo sguardo. “Non si parla di famiglia mia.°°°° intesi?°°°°”
“Si certo, nessun problema. Scusi….
“Comunque la pomarola buona la fa mia cognata….ci mette…
e raccontò.
Dopo un poco si stancò e disse che per oggi finiva lì.
La guardai. Si alzò profumava di donna matura e indossava scarpe Hogan da mille euro. Mi guardò anche lei. “Come è andata…Signora?”
lei sorrise. “Bene. Ti contatto io da oggi in poi. Adesso vai alla stazione”.
MI accompagnarono fuori. Il tipo magro col crocifisso dorato mi riaccompagnò alla metro A. mi dette una busta coi soldi e un cellulare vecchio modello. “Usalo solo per rispondere a DonnaRosa. Non parlare con nessuno di questo lavoro.” Mi ordinò e mi mostrò la pistola nei pantaloni. “Sappiamo tutto di te. Non fare strunzate!” e mi fece scendere dalla jeep nera.
Tornai a casa con mille pensieri per la testa. Ero sollevato e con 300 euro in tasca tutti per me. Un cellulare che potevo usare solo per parlare con una boss della camorra. Perché quello era DonnaRosa, una camorrista. E molto potente. In cosa mi ero cacciato?
Passai i giorni seguenti a studiare il modo per migliorare la parlata della donna, l’accento era fortissimo, la voce roca si mangiava molte parole. Era difficile, ma escogitai qualche trucco. DonnaRosa. Mi telefonò per fissare un nuovo appuntamento. Feci lo stesso tragitto, il magro con la collana mi accolse fuori dalla metro. Tornai alla villa in mezzo ai casermoni desolati e sporchi. DonnaA.arrivò dopo cinque minuti. Sempre in tuta di chiffon, rosa e bianca, sempre improfumata e voce roca e nascosta. Parlammo un poco. Le chiesi della settimana. Lei disse che non parlava di queste cose con me. Le raccontai della mia. Lei parlò della pizza e dei gioielli che indossava. “Molto bene. Bravissima, Signora……..e ha eseguito quel compitino che le avevo assegnato?”
“come no?°°° ho°°°visto°°°°”
“in italiano…”
“Buono. Ho visto quello sciò…
“Show,..”
“Sciò della donna che pare una madonna….di sport….una bionda….della RAI. Seguivo o N.du calcio°°°°°°……seguivo partite e lei era lì che parlava illuminata come ‘na madonna……laccio seguita per uno poco..”
“Bene. Benissimo. Molto brava. Complimenti.”
Lei mi mollò uno schiaffo. Ci rimasi male. Sorpreso.
“Non fare o’ fesso con me!”
“Mai signora. Mai mi permetterei, mai lo giuro….mai…”
“Buono, caffè?”
“Sì, con piacere…..”
Dopo la pausa tornammo a parlare di cose varie, le lessi brani di un giornale, ma fummo interrotti da un uomo che le parlò all’orecchio. “Devo andare, ti chiamo io quando°°°°. Cioè quando posso!” e se ne andò mi condussero alla metro e tornai a casa.
*
600 euro per due lezioni. Era un affare. A casa offri cena ai miei genitori in un bel posto e il giorno dopo mi rifeci il guardaroba. DonnaRosa mi contattò qualche giorno dopo. L’indomani ero di nuovo a N.DonnaRosa mi accolse questa volta con una camicia bianca molto scollata che mostrava il seno maturo, color oliva quasi, macchiato qua e là, ma lucido e attraente a modo suo. Poi indossava pantaloni della tuta e scarpe comode D&G. “….posso dirle signora che sta un incanto?!” feci rufiano. Lei sorrise e si accese una sigaretta. “..va buò! L’ho vista a quella donna…quella del compito..” “Quale?” “Chilla della tv! A madddonnaaa!” disse ed io capii.
“Oh bene, bene…me ne parli….ma è elegantissima oggi e molto bella….se posso ancora permettermi…” lei mi mollò uno schiaffo.
“A lezione!” fece indicandomi di sedere. Ma aveva sorriso al mio complimento.
*
Una sera al supermercato stavo scrutando una triste scatola di lasagne da scaldare nel microonde. Non mi accorsi della donna che mi stava accanto.
“Lascia perdere, ragazzo…è robaccia, dammi retta!” disse. Mi voltai. Era una formosa cinquantenne coi capelli scarmigliati che spingeva un carrello semivuoto. Sorrisi.
“Scommetto che lei è un’abile cuoca…” risposi. Lei mi sorrise, aveva un bel faccione da mamma, guance rosse e rughe in abbondanza, ma gli occhi verdi mi colpirono, avevano qualcosa di profondo e sensuale.
“..oh, certo, puoi scommetterci….ragazzo…”
“Non avevo dubbi.- la scrutai un attimo, lei abbassò lo sguardo come sorpresa, ma poi tornò a guardarmi- e grazie per il ragazzo, ma ho 30 anni…quindi…direi un paio meno di lei…” e feci un bel sorriso. Lei indietreggiò e rise con la mano alla bocca. “…oh, che carino, grazie..ma io….io di anni…lasciamo perdere….” e fece per andare. Le fermai il carrello. “Aspetti…un attimo….e mi lascia così?”
“Come? Giovanotto? Che vai cianciando?”
“Mi lascia così: senza lasagne?” e sorrisi. Lei mi fissò sconcertata. Poi rise anche lei, di gusto.
L’accompagnai alla cassa e poi alla macchina. Lei voleva andare, ma io le offri una sigaretta. Lei accettò e dopo cinque minuti mi raccontò la sua vita. Appena separata, due figli oramai sposati, un lavoro part-time di merda, una vita di pianti e rimpianti. L’abbracciai nel parcheggio del supermarket con la gente che passava coi carrelli e la spesa. Le offrii una cenetta in un posticino poco distante ma carino. Dopo lei mi invitò a salire nel suo squallido appartamento. Piccolo e malmesso. Pesai agli sfarzi di DonnaRosa, il parquet, i tappeti persiani, le colonne, le anfore, gli specchi. La donna, che si chiamava Mariaconcettella, mi si offrì dopo un caffè. La presi sul tavolo ikea, sbattendole in figa il mio cazzo duro. Lei mugolava di piacere, stingendo i denti mentre io spingevo conto la sua figa il mio cazzo, sbattendola su quel tavolo, lei stringeva i denti e sospirava di lussuria, chissà da quanto non sentiva un cazzo dentro di lei. La spinsi bene, entrando ed uscendo dalla figa piena di umori e calda della tardona rimorchiata in un supermarket. Mentre la fottevo, scopandomela dura su quel tavolo da pochi euro, pensavo a DonnaRosa e al lusso della sua villa nel quartiere pericoloso della città.
(NESSUN RIFERIMENTO A VITA REALE, A PERSONE REALI. TUTTA OPERA DI FANTASIA. per commenti scrivetemi a dorfett@alice.it, grazie)

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