Irruenza del tuo sguardo




“Amore mio, dimmi un po’, stai arrivando?”.

“Sì, faccio più in fretta che posso, aspettami lì”.

Lui aveva chiuso, troncando la comunicazione del cellulare e infilandolo sbrigativamente nella tasca della giacca, dato che ogni volta che sentiva la sua voce tutto quello che aveva intorno diminuiva e perdeva di significato. Spense il computer, raccolse i suoi oggetti e via di corsa giù per quelle scale, perché in tutto rimaneva solamente un’ora e mezza da trascorrere insieme per dimenticare e per ignorare il mondo intero.

L’aria di primavera investì in pieno il suo naso riempiendolo di profumi, il desiderio pigliò ancora più vigore, nemmeno troppo improvviso. Lui doveva fare in fretta, un’ora e mezza, nemmeno un minuto in più, perché da quando si erano conosciuti era stato tutto così diverso, così inconsueto, quasi come se non lo avesse vissuto mai appieno prima d’ora. Anche il modo di camminare era mutato, perché attualmente s’accorgeva d’essere più risoluto e più sciolto, dato che si sentiva bene e sapeva perfettamente che quest’avvenimento si diffondeva e si rifletteva in maniera benefica e vantaggiosa sul suo corpo, sul suo modo di porsi e di rivolgersi verso gli altri. Alessandro il barista, dall’altra parte della strada gli strizzò l’occhio, lui con la mano ricambiò il saluto entrando in macchina, era proprio un bel tipo Renato.

A quell’ora in centro, infatti, in città il traffico è piuttosto caotico e disordinato, lui calcolò velocemente dieci minuti in più del solito, visto che il sorriso s’affievolì soltanto per un momento. Era trascorso appena un mese da quella sera, da quella cena di lavoro, la solita uggia e l’esigua voglia d’andare. Sarebbe bastata la presenza, farsi vedere per dire d’esserci, poi via a casa, invece tutto andò diversamente, per il fatto che loro due avevano iniziato a conversare senza smettere più, fino a quando il brusio di tutta la gente intorno si era ridotto al silenzio. Loro due avevano riso di questo fatto salutandosi un po’ confusi e imbarazzati per quanto stava accadendo, rimandando ben volentieri la conversazione al pomeriggio successivo. Un aperitivo in centro, tanto per iniziare, andava più che bene.

Il giorno successivo avevano iniziato a parlare delle rispettive famiglie, dei figli, degli assilli quotidiani, delle bollette, dei conti da far quadrare e dei pensieri. Il desiderio diminuito ormai da anni nella difficile e per di più gravosa gestione d’un rapporto a due: sì, perché quell’affinità, quell’attinenza e quel trasporto a ripensarci adesso sembrava tutto avvenuto in un tempo così distante e fuori mano. Nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare che dopo così poco tempo quei valori imprescindibili e intoccabili sarebbero stati annientati, azzerati e distrutti da quanto era accaduto. Era stato elementare e facile arrivare alla decisione: dovevano ravvedersi, rinforzarsi, riprendersi la vita, iniziare a esistere davvero, pur considerando e vagliando l’assillo e il dolore che avrebbero causato, infine i giudizi, le opinioni, i sacrifici e la sofferenza che li avrebbe in seguito accompagnati.

Il semaforo di via Pisacane in quell’occasione sembrava essersi inspiegabilmente e misteriosamente incantato come per poterlo agevolare, facendo scorrere quel nastro riavvolto nella sua memoria; sembrava come se il suo insperato alleato fosse comparso lì per fargli rivivere i suoi ricordi ben impressi e stampati nella sua mente. Lui rivedeva in realtà quella strada percorsa quasi tutti i giorni, il parcheggio sotterraneo, l’albergo, l’ascensore, il quinto piano, la stanza duecentosette, il corridoio silenzioso e fra le gambe tutta la voglia del suo corpo. In seguito avrebbe aperto la porta socchiusa e avrebbe iniziato a spogliarsi lentamente, sapendo d’avere degli occhi pronti e vispi a osservare ogni suo gesto, infine nell’oscurità avrebbe cercato ancora una volta il suo corpo: quei piedi da sfiorare, ogni dito da leccare dolcemente, la lingua fra le fenditure, i suoi brividi per poi salire con i polpastrelli, il palmo delle mani, poi lambire le cosce, il pube, la pancia tonica, l’incavo del petto, il collo, le sue labbra, il naso e la fronte. Poi ancora, accarezzare i suoi capelli stropicciando la pelle, stare al suo fianco, infine il desiderio si sarebbe intensificato dal profondo fino ad affogare i suoi occhi e poi il gusto dissoluto e inverecondo di domarlo, di farlo rientrare per prendere il gioco, per non sprecare nemmeno un attimo di quel tempo di quei respiri e di quei profumi che ormai avvertiva interamente familiari.

“Adesso voltati” – gli aveva sussurrato, esultando della schiena dritta e del suo sedere meraviglioso incastrato nella penombra.

In seguito avrebbe legato inizialmente un polso e poi l’altro, dopo ambedue le caviglie strette e bloccate con maestria con dei nastri di raso di colore nero. In quel preciso istante si guardò allo specchietto retrovisore scimmiottando la faccia che ricordava d’avere, quando loro due nascosti nell’atrio d’un palazzo signorile avevano incollato ghiottamente le loro lingue. Le sue labbra morbide e nessun imbarazzo, giacché era un’intimità percepita e riconosciuta come atavica, familiare, la piena confidenza e la totale padronanza con ogni parte del suo corpo e quella nuova apertura e comprensione per quell’inaspettata coscienza di tutto quanto non aveva ancora capito di sé.

Le sue mani dopo aver misurato e ponderato ogni centimetro erano scese impudenti e spudorate fra le gambe rubandogli un orgasmo incontrollato e intenso, un’emozione mai colta né provata finora nella vita. E poi giù a ridere, a correre via insieme come due bambini, per il fatto che avevano completamente ignorato e sottovalutato che si potesse semplicemente ancora compiere. Quella strada era familiare, l’abituale parcheggio, il fiato che diveniva man mano più grosso, lui aveva utilizzato l’ascensore, perché d’improvviso aveva iniziato già a spogliarsi nel corridoio dell’albergo, aveva richiuso la porta a chiave, tutti fuori, soltanto loro due all’interno.

Lui affondava i suoi denti nella pelle della schiena, quei piccoli morsi di piacere contro la tensione dei polsi legati stretti, dato che in pratica era entusiasmante e inebriante quella sensazione di dominio, mentre le dita penetravano e si lisciavano attraversando la fenditura dei suoi glutei e precipitando dentro il suo calore. Lui s’apriva a ogni gesto lasciandosi frugare, si lasciava entrare e uscire a suo piacimento, godere fino a implorarne ancora e di più continuando a masturbare quelle forme che lo facevano delirare, in seguito con la mano afferrò il suo cazzo duro e gonfio appoggiandolo al precipizio dove voleva affondare, chiuso e scuro, pronto a farsi dilatare.

Con bestialità e con crudeltà glielo infilava dentro fino in fondo schiantandosi contro le pareti rigide ma bagnate di voglia, poi appoggiando le mani sulla sua schiena continuava a premere e a spingere come se non volesse uscire più, come se desiderasse morire lì dentro, aumentando ancora fino a perdere il fiato non avendo più coscienza né tempo né spazio, fino a svuotarsi completamente colmandolo del suo incalcolabile e infinito amore. Adesso era giunta l’ora d’andare via, questo lo sapevano entrambi, eppure restavano in silenzio a gioire e a gongolarsi ancora di quegli scarsi istanti a loro disposizione.

“Renato, io ti amo. Tu questo lo sai bene, vero?”.

L’amorevolezza, la cura e la dolcezza che scopriva e che svelava il suo sguardo gli sembrò un genuino e veritiero miracolo, poiché s’avvicinò e lo strinse forte, dal momento che sembrava bramasse fermamente soffocarlo.

“Anch’io ti amo Alessandro, per davvero. Sai perché? Perché non potrei più esistere né vivere senza di te”.

{Idraulico anno 1999}

Questo racconto è stato letto 153 volte!

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!

 

Ricerche Frequenti: