Il tuo respiro




Io mi ero smarrita tra quelle colline e non sarebbe servito l’appiglio né il pretesto della nebbia fitta e nemmeno quello del buio totale. Vagavo senza vedere a un palmo, con il finestrino abbassato nella speranza di scorgere o di sentire qualcosa che m’aiutasse a capire dov’ero, mentre la luce dei fari rimbalzava. Io procedevo molto piano e in me cresceva il timore e anche il panico d’incontrare un’altra automobile magari a muso a muso prima di poter frenare, oppure di non incontrare nessuno e chissà dove andare a finire, alla fine di non accorgermi d’un fosso e caderci dentro.

Un po’ più avanti m’apparve l’immagine soffusa d’una finestra illuminata, io sospirando accostai, visto che era una porta a vetri schermata da una tenda, osservando bene era di un bar. In alto, sul muro, era dipinto un cartello: “Taverna Del Lupo”. Spingendo la porta m’investii il profumo della legna che bruciava nel camino, gli aghi di pino, la resina e le foglie, accogliente e insperato tepore d’una benefica e provvidenziale tana in cui entrare e rimanerci a lungo.

Chissà perché io non ho parlato, non ho neppure chiamato, ma invece sono andata dritta davanti al fuoco rivolgendo la schiena alla sala illuminata solamente dalle candele sulle mensole di legno dalle quali pendevano numerose trecce d’aglio, di cipolle e altre erbe varie essiccate. Chissà perché, tendevo le mani alle fiamme come se sentissi freddo e fissavo il quadro sul camino d’un uomo appoggiato al muro con aria svogliata e indolente:

“Scommetto che ti sei persa” – echeggiò d’improvviso la sua voce.

Io lo sapevo e avevo udito che tu eri alle mie spalle, che quel quadro era uno specchio e che quegli occhi scuri erano dietro di me. Ho avvertito molto bene il tuo sguardo avvolgente, caldo e invitante. Chissà perché ti ho sorriso.

“Morena arriverà subito” – hai detto tu, girando la chiave nel chiavistello.

Io ho controllato l’orologio al polso, visto che era passata da poco la mezzanotte.

“Forse è tardi” – ho detto io.

“Adesso è chiuso” – hai risposto tu.

Io ho avuto un attimo di fastidio, di disagio, sennonché tu l’hai capito immediatamente.

“Frittata e caffè? Può andar bene?”.

“Beh, io non saprei, perché no” – ho abbozzato io esitante.

“Non credere però che io ti serva al tavolo. Non per niente questa è una Taverna Da Lupi” – hai detto tu strizzandomi l’occhio.

In quell’attimo mi ha sommerso l’ondata d’affetto e di simpatia dei tuoi occhi neri come la notte.

“Dai Morena” – tu hai gridato verso la scala di legno, che s’innalzava nell’oscurità.

In seguito sei sparito oltre una porta e sei riapparso, sei di nuovo andato di là, hai rotto le uova nella terrina gettando occhiate alla scala, sei tornato con un piatto pieno di pezzetti vari con della salsiccia, del formaggio, dei funghi e hai lavorato il composto con la forchetta con l’abilità e la prontezza d’un giocoliere.

“Su dai, butta giù”. Nella ciotola io ho capovolto il piatto e tu hai mescolato tutto.

“Morena, dai sbrigati, che i clienti aspettano” – hai sbraitato di nuovo tu.

“Forse lei a quest’ora non vuole ospiti” – ho ribadito io.

“No, all’opposto, le piace invece se c’è gente”.

Poi il tegame sul fuoco del camino e quel profumo che si spande in un aroma goloso, sciogliendosi in bocca nell’acquolina invitante e per di più irresistibile.

“Vieni, su accomodati” – hai detto. Io mi sono guardata intorno, dato che non mi ero accorta che non c’erano sedie.

“Di là, più avanti” – hai detto tu alzando il mento.

Là in fondo c’era un vecchio divano di ferro dalle imbottiture sfondate e lì mi sono seduta sul bordo:

“Come si fa a mangiare in questo modo?”.

Intanto tu mi porgevi un piatto, l’unico in due, pieno di quella nube spessa e densa di sapori.

“Morena su, datti una mossa” – hai gridato tu.

“Dai, perché non pazientiamo che arrivi pure lei” – ho detto io.

“No, non è il caso, visto che lei si sfama perennemente”.

Il tuo sguardo rideva a fior di labbra mentre il vino fluiva rapidamente in gola, visto che era un vero spettacolo, il bollore cresceva nella faccia e le fauci erano accese e sature. La tua ombra ingigantita sul muro e il maglione che vola e cade, prima che io capisca o che decida:

“Morena, ti decidi? Vieni giù oppure no?” – tu ti spolmoni nuovamente.

Dopo ti sdrai su di me e tutto scricchiola nelle imbottiture, la paglia, le foglie secche, le tue dita tra i miei capelli, le tue labbra bollenti sulla gola, i brividi che guizzano nella schiena, la mia maglia che si solleva e fluttua per aria. Morena scese quegli scalini senza rumore, ondulata e lenta, fissandomi con il bagliore degli occhi verdi nell’andatura priva di pause, eppure incantata e sognante, visto che all’ultimo gradino sembrò puntare dritto verso di noi.

“Morena, il tegame”.

Il tegame sui mattoni anneriti ad attendere Morena che avanza adagio, gettandomi un’occhiata languida e svogliata, i nostri jeans che scivolano per terra, tu che mi comprimi con il tuo corpo. La tua lingua si muove leggera sulla mia pelle e tra le mie ciglia lo sguardo di Morena che abbassa con cautela la testa e protende la lingua rosea dentro il tegame. La tua bocca sorvola i miei pensieri e i desideri si fanno realtà in tocchi morbidi e penetranti, i miei muscoli pensano a fantasie sottintese e nascoste, che tu interpreti e traduci in parole.

Sono puri movimenti di lingua che sale e discende, che ripete senza sbagliare, fino a quando la mia approvazione finale non lascia dubbi né incertezze. Poi io t’attiro verso di me, il tuo respiro ha il sapore del fumo e della brace spenta. Io apro gli occhi accarezzandoti i capelli, su di noi, sulla mensola dove sono in mostra quelle bacche rosse e gialle.

Le pupille di Morena che brillano e primeggiano come i suoi movimenti lievi e delicati, in quanto hanno il carattere, il gusto e il sapore d’una lunga attesa, dato che hanno la fragranza della nostalgia, del rimpianto e del desiderio.

{Idraulico anno 1999}

Questo racconto è stato letto 200 volte!

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!

 

Ricerche Frequenti: