Il segnalibro by esperia [Vietato ai minori]




Siamo nel 2014, maledizione! Io ho sessantacinque anni e mia moglie cinquantanove! Com’è possibile che scopra a quest’età un tradimento del 1991? Ventitré anni dopo?

Eppure è quello che è capitato.

Mi annoiavo, in pensione. Mia moglie Dolores (non sopporta che la si chiami così, tutti infatti la chiamiamo Dolly) non mi voleva tra i piedi la mattina e mi buttava sempre fuori per essere più libera per le pulizie.

Così cercavo di tirare tardi. Prendevo la bici e andavo al circolo a bere un caffè e magari a cimentarmi in una mano o due di scopa con gli altri avvinazzati già alla terza grappa alle undici del mattino.
Oppure passavo dalla biblioteca del quartiere a dare un’occhiata ai giornali, e qualche volta alla fine mi fermavo al centro culturale dove c’è un internet point a scaricare la posta.

La signora del centro è una arzilla anziana che gestisce con energia le varie attività e con la quale sono entrato in confidenza, dopo i molti mesi che mi vedono visitare il posto quasi giornalmente.

Quel giorno la donna era nervosa. Le chiesi il perché.
– Non trovo più il mio libro! Lo stavo leggendo con tanta passione e da ieri non lo trovo più!
– L’avrai lasciato a casa…
– No, ho cercato dappertutto, niente da fare! Devo averlo lasciato sul tram, oppure mi è caduto e non me ne sono accorta!
– Di che libro si tratta?
– Un poliziesco di Ed McBain. “Troppo caldo per l’87° distretto”. Ero quasi alla fine e stavo per scoprire l’assassino… Mi darei delle martellate in testa per la mia sbadataggine!
– Hai provato a cercarlo in biblioteca?
– Non ce l’hanno più! È vecchio, dell’81!
– Mi spiace, non so come aiutarti…
– Pazienza. Mi dovrò rassegnare ad acquistarlo su Amazon. Un’altra volta!

E mi dimenticai della cosa.

Due settimane dopo mia moglie entrò in sala come cercando qualcosa e cominciò a sollevare i cuscini del divano.
– Cosa cerchi?
– Il mio maledettissimo libro. È tutta la mattina che lo cerco. Ah, eccolo! – disse, raccogliendolo da sotto il calorifero.
– Beata te. Pensa che invece Eugenia il suo non l’ha trovato più…
– Ha perso un libro?
– Sì. Un giallo.
– Ti ricordi quale?
– Uno di Ed McBain, dell’87°. C’entra col caldo.
– Non sarà “Troppo caldo per l’87° distretto”?
– Mi pare proprio quello.
– Pensa che lo stavo leggendo quand’ero incinta di Marta. Mi ricordo benissimo di quel libro. Una storia appassionante. Forse ce l’ho ancora da qualche parte negli scatoloni in cantina…

E fu così che la domenica pomeriggio, invece di guardare il Milan in tv, scesi in cantina a cercare in mezzo alla polvere dei secoli se potevo fare un favore alla mia anziana amica.
Infatti lo trovai. Sporco e ingiallito, ma ancora in buone condizioni. Almeno le pagine erano ancora attaccate…
Soffiai via la polvere e me lo misi in tasca con l’intenzione di fare una sorpresa a Eugenia il giorno successivo.

Ne fu contenta. Lo aprì con la felicità negli occhi. Mi ringraziò e fece per metterselo nella borsa quando dalle sue pagine cadde un foglietto che probabilmente mia moglie usava come segnalibro.
Lo raccolsi e me lo misi nella tasca della giacca notando a malapena che si trattava di un cartellino intestato “Novotel”, ma non ci feci caso più del necessario.

Fu solo un paio di giorni dopo, quando cambiai la giacca che nel trasferire tutte le cose inutili che mi si accumulavano in tasca, che mi ritrovai il cartoncino tra le mani.
Era intestato “Novotel – viale Suzzani 13 – 20162 Milano” ed era un promemoria per ing. Mascherpa e signora per la camera 312 per il giorno 17 marzo 1991.
Ora, l’ingegner Mascherpa sono io. Ma sono sicuro di non essere mai stato al Novotel di viale Suzzani, visto che casa mia non dista più di cinquecento metri da quell’albergo. Che cosa ci sarei mai andato a fare con mia moglie?
Eppure avevo ancora il dubbio di sbagliarmi: certo non ci avevo mai passato una notte, ma ricordavo vagamente di averci avuto a che fare al tempo della sua edificazione perché il locale Consiglio di Zona, di cui facevo parte, stava negoziando la costruzione di un auditorium da mettere a disposizione dei cittadini, e si stava pensando di chiedere all’hotel di provvedere in conto agli “oneri di urbanizzazione” a cui avrebbe dovuto far fronte.
Magari in una di quelle riunioni qualcuno si sarà divertito a scarabocchiare il mio nome su uno dei loro cartellini. Chissà.
Comunque un paio di controlli li avrei potuti fare: ogni tanto incontravo il vecchio direttore del Novotel, ormai in pensione, con il quale avevo negoziato la storia dell’auditorium. Era un fervente cattolico e la domenica mattina lo vedevo sempre uscire dalla chiesa dopo la messa delle dieci.
Avrei potuto chiedergli come fare per risalire agli archivi di quell’anno.

Intanto però non ero preoccupato.
Certamente ci sarebbe stata una spiegazione logica e esauriente. E poi era passato tanto tempo…
Tornai a dimenticarmi del cartoncino.

La settimana successiva Dolly mi chiese di portare qualche capo di vestiario in tintoria, tra cui la mia giacca.
Mettendo sul banco gli abiti, mi ricordai del promemoria del Novotel e cercai nella tasca se ci fosse ancora. Ovviamente mia moglie aveva svuotato le tasche, così al mio ritorno le chiesi se non avesse trovato una nota del Novotel nella tasca della giacca.
– Non so, Bruno, tutto quello che ho trovato l’ho lasciato sul tuo comodino.

Controllai, ma il famoso biglietto non c’era.

Strano.

Il biglietto ovviamente era stato nella mia tasca e Dolly mi aveva guardato dritto negli occhi e senza esitazione mi aveva mentito.
Non un minimo dubbio, non un attimo per cercare di ricordare.

Cominciai a chiedermi se non ci fosse del marcio in Danimarca, come nell’Amleto di Shakespeare…

Perché Dolly aveva fatto sparire il cartoncino se non significava nulla di compromettente?
Ed ora perché cercava di convincermi a dimenticarmi della cosa?
– No, qui non c’è. Sei sicura di non averlo visto? Mi aveva incuriosito perché riportava i nostri nomi e noi non siamo mai stati in quell’albergo.
– Cosa vuoi che ne sappia? Dove l’hai trovato?
– Era nel tuo libro giallo, quello che ho dato a Eugenia.
– Guarda, lascia stare. Io non l’ho visto e non ricordo niente del genere. Non sarà per quella volta che tuo fratello è venuto a trovarci con Franca per il battesimo di Marta ed è rimasto in albergo?

Già. Vero. Mio fratello (che vive a Roma) era venuto, io avevo prenotato per lui e dato la mia carta di credito in garanzia. Ma il 17 marzo 1991 Marta non era ancora nata. Il suo battesimo, se ricordavo bene, si tenne un paio di mesi dopo la sua nascita, ossia nel febbraio 1992.

Le date non quadravano.

Feci finta di accontentarmi della spiegazione, ma invece la mia mente cominciò a lavorare vertiginosamente, cercando di mettere insieme i pezzi del puzzle.

Fu in quel momento che mi ricordai delle agende Olivetti.

Quando lavoravo alla Banca Commerciale Italiana, nell’ufficio organizzazione, la Olivetti era uno dei nostri fornitori principali e distribuiva sotto Natale a tutti coloro che avevano a che fare con lei, me compreso, delle bellissime agende, con illustrazioni di qualità di grandi artisti contemporanei.
Le agende erano talmente belle che, seppur usate (e io avevo cura di usare solo la matita per prendere nota), le avevo conservate nella libreria del mio studio, ordinatamente disposte in ordine cronologico.

Cercai quella del ’91.

L’artista era Maurizio Bottoni, un mito per me che amavo l’arte moderna.
E alla data dal 15 al 18 marzo mi ero appuntato “CeBit”, la grande fiera dell’informatica che si teneva tutti gli anni ad Hannover.
Maledizione! Ero in Germania! Altro che Novotel di viale Suzzani!

Misi l’agenda nella borsa. L’avrei studiata con calma in seguito. Chissà, risalendo qualche settimana all’indietro avrei forse potuto trovare un indizio, una possibile spiegazione per i fatti del 17 marzo.

Cominciai veramente a essere preoccupato, a sudare freddo.
La domenica successiva eccomi fuori dalla chiesa ad aspettare Federico Latini, la mia vecchia controparte nell’affare Novotel – auditorium.
Gli andai incontro sul sagrato e lo invitai a prendere un caffè con me.

Gli raccontai le mie preoccupazioni e gli chiesi come avrei potuto fare per sapere qualcosa di più dagli archivi dell’albergo.
Mi spiegò che si trattava di dati riservati e che nessuno me li avrebbe dati nel timore che li avrei potuti usare in qualche processo.

Dopo qualche insistenza, alla fine acconsentì a parlare con l’impiegata dell’archivio, una vecchia signora con cui aveva un rapporto di stima e di amicizia.

Per farla breve la signora accettò di riceverci nel suo ufficio. Sulla sua scrivania, come per caso, c’era il raccoglitore con l’archivio del marzo ’91.
Con una scusa la signora lasciò l’ufficio e ci lasciò soli.

Avidamente mi buttai sull’archivio. Scoprii che:
1) la prenotazione era stata effettuata da mia moglie tre giorni prima del fatidico 17 marzo.
2) la coppia aveva effettuato il check in alle 19:37 di quel giorno.
3) La cena e la camera erano state pagate in contanti dall’ing. Mascherpa (cioè da me???), insieme a una consegna speciale di fiori dal negozio nella hall.
4) Alle 21:33 una telefonata internazionale verso la Germania era stata effettuata dal telefono dell’albergo ed era stata caricata sul conto.
Ora ricordavo infatti che quando avevo chiamato a casa non avevo trovato nessuno, ma poi avevo ricevuto una chiamata da mia moglie che mi diceva di essere andata un attimo dalla vicina e di non aver sentito il telefono.
5) Il posteggio dell’auto, invece, era stato saldato con un assegno bancario a nome di Fernando Degli Esposti, in data 18/3/1991. Il bastardo aveva finito i contanti!
6) La colazione del mattino (per una sola persona) invece era stata pagata dalla signora.

La cosa era chiara: mia moglie aveva passato una notte in una camera d’albergo con un certo Fernando Degli Esposti, che si spacciava per me.

Io ero un maledetto cornuto.

Quando la anziana impiegata ritornò ero ormai rosso come un peperone per la rabbia e sudavo freddo.

Le chiesi con voce rotta dall’emozione se ci fosse stato modo di sapere di altre prenotazioni a nome di mia moglie o di questo Degli Esposti, ma dopo una lunga ricerca on line mi disse che non risultava niente. Però mi segnalò che, dato che non vengono accettati assegni senza un documento di identità, il nostro amico Fernando aveva esibito un tesserino del corpo dei Carabinieri.

Sempre più interessante. E sempre meno comprensibile.

A casa ripresi in mano l’agenda Olivetti del ’91. Guardai le settimane precedenti e successive al fatidico 17 marzo.
Cercai di fare mente locale a quanto ci succedeva ventitré anni prima, ma non ricordai niente. Il mio primogenito Marcello era piccolo e Marta non era ancora nata.

Eravamo una coppia indaffarata, ma serena e felice, così credevo almeno. Cercai di togliere dei puntini rossi con il dorso della mano dall’agenda, che mi parevano macchie di sporco.

Poi improvvisamente ricordai.

Dolly mi aveva indicato i suoi giorni più fertili, perché stavamo cercando di mettere in cantiere un fratellino per Marcello e io li avevo segnati con uno, due o tre puntini rossi a seconda della probabilità che aveva di rimanere incinta. Il 17 marzo era segnato con tre puntini rossi. E infatti Marta nacque proprio nove mesi dooooop… CAZZO!!!

L’enormità del pensiero che avevo avuto mi colpì con la violenza di un Frecciarossa lanciato a tutta velocità contro la mia testa.

L’evidenza che avevo di fronte implicava la possibilità che non fossi il padre di Marta, il mio tesoro, la luce dei miei occhi!

Tutte le mie sicurezze, i miei affetti, erano da ripensare.

La mia stessa vita era forse basata su una menzogna e avrebbe potuto essere una farsa, una presa in giro in cui io stavo recitando la parte dell’inconsapevole cornuto contento.

Cominciai a sudare freddo, mi sentii mancare.
Sentii dapprima un nodo alla gola e quindi come se una mano cercasse di strapparmi il cuore dal petto. Prima di perdere conoscenza feci in tempo a chiamare Dolly, che quando mi vide accasciato sulla sedia si spaventò a morte, ma non perse tempo e chiamò subito il 118.

Mi portarono all’ospedale di Niguarda, al Pronto Soccorso. Mi visitarono con urgenza, codice rosso, e capirono subito che, benché si trattasse di crisi cardiaca, non era un infarto e la cosa avrebbe dovuto risolversi da sola nel giro di ventiquattro ore.

Mi trattennero comunque per precauzione quella notte.
Il medico, la mattina successiva nel dimettermi, mi prescrisse delle pillole e mi consigliò di evitare le forti emozioni per qualche tempo.
Al che gli raccontai della mia scoperta e del dubbio che avevo avuto che Marta non fosse mia figlia. Approfittai per chiedergli come avrei potuto verificarlo con certezza.
Mi passò il nome di un paio di laboratori a Milano che nel giro di qualche giorno potevano effettuare un test di paternità con il Dna dei due soggetti interessati a prezzi abbordabili.

Marta stava studiando per un master in Inghilterra e non era più a casa. Ma mi ricordai che nella scatola dei ricordi era conservata in un cofanetto rosa una ciocca di capelli suoi di quando era una poppante. Ne raccolsi tre o quattro in una provetta.

Per sicurezza presi anche quelli di Marcello.

Tanto valeva controllare tutto, non potevo più essere sicuro di nulla. Ci aggiunsi un campione della mia saliva su un bastoncino cotonato e consegnai il tutto nel pomeriggio ad un laboratorio di piazza Piola.

Sarei passato la settimana successiva a ritirare i risultati.

Intanto a casa l’atmosfera era davvero strana.
Da un lato Dolly era estremamente premurosa e sembrava sinceramente preoccupata per la mia salute.
Vedevo che mi spiava di sottecchi per assicurarsi che non stessi per avere un’altra crisi.
Però anche doveva aver visto la vecchia agenda Olivetti quando avevo avuto l’attacco, e a quale pagina era aperta.

Qualche domanda doveva essersela posta, infatti l’agenda era sparita.

Ora sicuramente si stava chiedendo quanto sapessi e quanto avessi intuito.
La settimana successiva il laboratorio mi telefonò per avvisarmi che i risultati del test di paternità erano pronti.

Ero pronto anch’io.

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