Il disperato bisogno di Elena – 1a parte




Disperata, non avevo altro modo di definire la mia situazione e me stessa.
Madre di due figli, una ragazzina di quattordici e un bimbo di nove anni,
abbandonata dalla sera alla mattina dall’uomo che mi rivolta lo stomaco
chiamare “marito”. Senza reddito, e senza neanche la speranza di ipotizzare
un lavoro. Senza amici e praticamente senza dei veri parenti. Ero sola,a 42 anni.
Come molte persone mi sono ritrovata a chiedere aiuto alla chiesa, al prete della
parrocchia, quello dell’ oratorio dove mio figlio va a giocare alcuni pomeriggi.
Sono andata a confessarmi, e gli ho rivelato le mie angosce e preoccupazioni.
Lui ha mostrato partecipazione alle mie sofferenze di madre e di donna ancora
giovane, e sola. E’ un uomo anziano sul quale in passato sono girate delle voci
alle quali io non ho mai dato attenzione, perché erano relative a relazioni con
donne, e non ad altro. Devo dire però, che se non fosse stato per l’età, i suoi
sguardi da marpione mi avrebbero imbarazzato alquanto. Comunque, dopo alcuni giorni,
l’offerta di lavoro di un avvocato suo amico, che tra l’altro mi stava aiutando
pro bono, provando a far pagare al mio ex il mantenimento dei nostri figli, mi
parve non come la classica zattera di salvataggio, ma proprio come un’isola
lussureggiante in mezzo all’oceano. Dovevo fare la segretaria per un suo cliente,
e amico, che faceva il consulente tecnico/legale per alcune grosse società.
Archivio, segreteria, prendere nota delle telefonate, mi disse; avrei saputo
senz’altro cosa fare (e avrei detto di saper fare di tutto, qualsiasi cosa, vista
la necessità di soldi che avevo).
Mi presentai al meglio, sapendo in cuor mio di non avere poi molto da offrire.
Sono una donna piacente, almeno così mi vedo, e così mi è sempre stato detto che
sono: alta, formosa (forse fin troppo)… giunonica. Di certo aver sfornato due
figli di quasi 4 kg non mi ha fatto benissimo, alla mia linea, allargando i miei
fianchi.Ma mi difendo sempre bene. Quindi, parrucchiere, manicure, depilazione,
trucco, gonna sopra il ginocchio, camicetta, con un paio di bottoni aperti sul
mio bel seno, contenuto in un bel reggiseno di pizzo… e tutto quello che il mio
viso e il mio linguaggio del corpo sapeva e poteva dire ad un uomo.
Il mio capo è un uomo di 49 anni. Sul suo aspetto non mi prefiguravo niente,
proprio non ci pensavo. Fu perciò con un certo stupore che mi ritrovai a parlare
con un uomo alto, restante, coi capelli castani ingrigiti e folti, occhi verdissimi,
che non si staccavano mai dai miei, facendoli spesso abbassare. Elegante, non
solo nel vestire, aveva un modo di fare particolare. Sembrava un leone, un
orso, un lupoo, un animale maschio, dominante, conscio della sua forza, della
sua posizione, e quindi calmo, rilassato, in attesa che altri, altre in questo
caso, svolgessero le faccende di routine, lasciando a lui le cose davvero
importanti. Si muoveva con studiata lentezza, ma io percepivo che c’era qualcosa,
qualcosa che celava una potente carica di energia. Un uomo maturo, consapevole.
Mi piacque subito, ma provai per anche un’istintiva paura, un atavico senso di
soggezione. Dopo un breve colloquio mi congedò dandomi appuntamento per l’indomani.
Avrei cominciato un periodo di prova di almeno un mese. La proposta economica mi
aveva un po’ deluso, ma non mi sognai neanche di discuterla: perché in quell’ufficio
si poteva percepire, da tutto, un benessere economico evidente, dato dall’attenzione
ai particolari, eleganti e raffinati. Alle pareti c’erano bellissimi quadri, di
nudità anche molto esplicita, fini, anche a tema religioso. Sapevo che è meglio
stare nei pressi, dove ci sono soldi.
Dopo un paio di giorni, in cui per ambientarmi mi fu dato l’aiuto di una ragazza
dello studio legale di un suo amico, mi ritrovai sola con il mio nuovo capo.
Parlavamo pochissimo. Ma poi, un pomeriggio, lui si avvicinò alla mia scrivania:
-“Avrà notato che, per scelta, tendo a circondarmi di cose belle. Questo vale,
soprattutto, e se posso, anche per le persone. Non che lei non sia bella e
gradevole signora, anzi… Trovo però che sia vestita in maniera poco
femminile, non appropriata. Gradirei, quindi, che lei indossasse un
abbigliamento più femminile quando è in ufficio, con me. Calzature in primis.
Non le chiedo di sacrificare la sua comodità, ma pretendo che si abbigli in
maniera consona, femminile appunto. Credo di non dover aggiungere altro e la
prego di provvedere al riguardo. Estrasse dalla tasca un fascio di banconote
da cinquecento euro, tenuto insieme da una spilla d’oro, e mise sulla mia
scrivania tre banconote.
– “Ma… Cosa dovrei fare? Non capisco”-
– “Si compri ciò che vuole, purché sia qualcosa di molto femminile. Anzi, da
femmina. Non voglio ne resto ne alcuna ricevuta” – Uscì dall’ufficio salutandomi
con un sorriso.
Ero sconvolta: mi ritrovavo tra le mani una cifra importante per me, per fare
dello shopping in qualche centro commerciale, sapendo che avrei speso forse la
metà della somma che mi aveva dato.
Continuava ad apparirmi davanti il fascio di banconote da cinquecento euro.
Banconote nuove di zecca. Me le aveva messe davanti come se fossero dei
foglietti di carta senza valore, per lui. Ero estasiata e confusa da quel gesto.
Non capivo cosa mi era appena successo, ma di certo non mi spiaceva. Corsi a
comprare quello che mi era stato detto, riuscendo a tenere per me quasi mille
euro! Era proprio quello che mi serviva per tornare a respirare un po’.
Durante le compere inizialmente avevo sì badato a risparmiare, ma poi mi resi
conto che non dovevo esagerare. Così, quasi per compensare un senso di colpa,
scelsi un abbigliamento davvero succinto e femminile, direi al limite dell’osé,
compresi dei bellissimi sandali col tacco che avevo notato da tempo, ma che non
mi ero potuta permettere. Mentre mi provavo addoso quelle cose, nei negozi e poi
a casa mia, mi trovai sexy e non potei far a meno di constatare che con quei
vestiti ero davvero provocante: le ampie scollature e le gambe scoperte mi
rendevano davvero una donna desiderabile. Pensai che se avessi incontrato una
donna, vestita come me, non avrei esitato a definirla una troia. Con stupore ora,
non potei non constatare che in effetti quel modo di vestire era appropriato alla
mia figura.E ne fui compiaciuta. Fu come una rivincita nei confronti del mio ex,
che adesso si trovava con una ragazza dell’est, magra e slavata, sia dentro che
fuori. “Guarda cosa ti sei perso…” Sollevai i miei seni con le mani, guardandomi
allo specchio. Come se fossi guidata da una forza irresistibile, mi infilai una mano
sotto il vestitino e mi allargai le grandi labbra: ero bagnatissima, e lo ero da
tutto il giorno. Presi a sgrillettarmi con gusto e violenza, come piaceva a me.
Venni subito, di un orgasmo devastante e atteso. Sentii letteralmente lo sgocciolio
del mio umore cadere sul parquet della mia stanza. Mi tremarono le gambe e
mi abbandonai, ricadendo sul mio inutile grande letto. Cercai poi il grosso vibratore
che tenevo nel cassetto. E mi pompai la figa con vogliosa ferocia. Mentre godevo,
ancora e ancora, mi resi conto che era così che io volevo essere scopata, da sempre.
Volevo un uomo forte, anche brutale quando mi serviva. Grosso, duro, sia fuori che
dentro di me. Volevo un maschio dominante. L’immagine del “dottore” continuava ad
apparire nella mia mente. Il giorno dopo, arrivata in ufficio di buon ora e mi cambiai.
Non avevo il coraggio di camminare per le strade del mio paese con gli abiti che avevo
scelto, ma i soldi che prometteva il mio nuovo modo di vestire mi davano, lì in quel
momento, tutta la forza, la volontà che da qualche parte avevo, e che forse avevo da
sempre, inconsapevolmente. Avevo scelto un vestitino leggero, quasi trasparente, corto
e scollato. Indossavo i sandali col tacco alto che tanto mi piacevano, sebbene
camminarci fosse arduo, quasi doloroso. Ero, in pratica, vestita con pochissimo
tessuto, i seni, le gambe, le braccia e le spalle scoperte. Lui entrò, trovandomi
seduta alla mia scrivania. Non avevo il coraggio di avvicinarmi alla sua stanza.
Attesi, e attesi, perché lui non sembrava interessato a me. Tutta quell’ansia, e ora
niente, nemmeno uno sguardo. Mi sorpresi, ancora una volta, a trovarmi dispiaciuta.
Volevo il suo sguardo su di me. Fremevo, ero in attesa di un suo cenno, che non
arrivava. Mi sembrò che il tempo non scorresse più. Riguardai l’orologio: erano
passati solo pochi minuti… Quindi ero io e non lui il mio tormento. Finalmente
mi nella sua stanza. Mi alzai, stirandomi il vestitino sulle gambe, e mi avviai
verso il suo ufficio, barcollante, per i tacchi alti e per la paura. Mi fermai
davanti alla sua scrivania, con le mani che toccavano il vestito sulle cosce,
nella speranza ormai vana, di allungarlo sulle gambe almeno di un po’. Lui non
alzò lo sguardo verso di me, se non dopo quello che mi parve un tempo lunghissimo,
intento a finire di scrivere qualcosa su un blocco di carta. Alzò la testa poi, e
mi guardò dalla punta dei miei piedi, nudi, fino all’ultimo dei miei capelli biondi.
Rabbrividii di paura, di vergogna, e di piacere. Sentii chiaramente la mia figa
inzuppare i miei sottilissimi slip. Mi maledissi per non aver pensato a
quell’eventualità, mettendomi un assorbente interno o un salva slip. Fui presa
dal panico, pensando che si sarebbe vista apparire la macchia del mio umore, su
quel sottilissimo vestitino, all’altezza dell’ inguine. Pensai anche, che un
maschio come lui avrebbe potuto addirittura sentire l’odore della mia figa, che
si andava allagando.
– “Si giri” mi ordinò. – “Manca qualcosa”- si alzò e andò al cassetto di un
mobile. Si avvicinò alle mie spalle. Mi mise al collo una bellissima e pesante
collana, con una grossa croce, che si andò a posizionare tra i miei seni. Mi
girò intorno e mi guardò di nuovo.
– “Sì, bene” – annuì. – “Domani le porterò altro. Parliamo delle sue calzature ora:
belle, ma scomode suppongo” – estrasse ancora dalla tasca il fascio delle
banconote da 500 euro, e me ne diede un’altra.
– “Acquisti dei sandali con suola di corda, sempre alti, nei colori che le piacciono.
Li trovo belli e sensualissimi. Non voglio stia scomoda”. Ancora soldi, tanti, per
un qualcosa che prevedevo mi sarebbe costato cento, centocinquanta euro al massimo.
– “E’ troppo… E poi ho ancora ciò che mi ha dato ieri – dissi con lo sguardo basso.
– “Apprezzo la sua sincerità, ma non si preoccupi e faccia come le dico. Sappia che
non è un gesto gratuito, il mio: provo piacere nel vederla e la premio per questo.
Faccia ciò che le ho detto – Aveva un tono e un modo di fare che non lasciava spazio
a repliche. Né io volli insistere.
– “Un’altra cosa: lei, da oggi starà qui con me, nel mio ufficio. Si siederà sul
divano di fronte a me e lì svolgerà le sue mansioni. Porti pure qui le sue carte e
le appoggi sul tavolino. Se suona il telefono andrà a rispondere di là. Non intendo
discutere la questione. Non l’ho fatto per niente di darle quel denaro – Ero basita.
Avrei voluto dire qualcosa ma non ci riuscii. La banconota tra le mie dita me lo
impedì, pensai. E poi la cosa stava bene anche a me. Ritenni inutile negarlo e
quindi presi le mie cose, le sistemai su un lato del comodo divano in pelle, e
poi sull’elegante tavolino in vetro e legno. Mi sedetti accavallando le gambe.
Feci finta di scrivere qualcosa, inforcando gli occhiali. Sentivo i suoi occhi
su di me, sulle mie gambe scoperte, sui miei seni, sulle mie braccia nude. “Mi
sembra di essere in una gabbia allo zoo” sussurrai appena. Lui fece finta di
non sentire. Quello che vedeva lo appagava, e quindi mi avrebbe tenuta lì fino
a quando gli avrebbe fatto piacere. La cosa stava semplicemente così e me la
dovevo far piacere.
Iniziava però a mancarmi almeno un po’ di conversazione. Dopo un’ora, trovai
il coraggio.
– “Dottore scusi: posso farle una domanda?” Lui smise di scrive, e con calma mi
guardò.
– “Prego, faccia pure-
– “Ha una compagna? – Mi pentii subito di ciò che mi era scivolato via dalla
lingua. Lui, come se gli avessi rivolto la domanda più banale del mondo mi
rispose calmissimo.
– “No, non precisamente – Era la risposta di un uomo che mi stava dicendo che
aveva le donne che voleva, quando voleva e del tipo che voleva. Era ora di
pranzo ormai. Lui si alzò, non dandomi modo di continuare la nostra conversazione.
– “Ho un paio di commissioni da sbrigare. Sarò di ritorno verso le tre. Le porto
qualcosa? – Mi sentii lusingata da quella sua attenzione.
-No grazie. Ho i miei panini – Uscì.
Ne approfittai per cercare di rimettere ordine nella mia mente e non solo.
Andai in bagno per rinfrescarmi le parti intime: ero fradicia. Mi lavai con
cura la figa, che trovai gonfia e sensibile. Decisi di usare un po’ di carta
igienica a mo’ di assorbente. Mi guardai allo specchio: ero rossa in viso, le
labbra, già carnose di loro, mi parvero ancora più gonfie. Avevo i capezzoli
sempre duri, e avevano iniziato a farmi male. Da un paio di giorni poi, avevo
lo stimolo di urinare e andare di corpo in continuazione. Mi sedevo sul water
ma non facevo niente. Il mio ano si contraeva e si dilatava ma non riuscivo a
cagare. Capii che ero in calore. Il mio corpo si contraeva alla ricerca di un
maschio, che sapeva essere vicino e del quale io ero attratta. Mi sentivo
esausta e perciò mi sdraiai sul divano, fissando la sveglia del mio telefonino
alle due e mezzo, per sicurezza, e chiusi gli occhi per provare a riposare un
po’. Mi addormentai. Quando suonò la sveglia del mio cellulare lui era seduto di
fianco a me. Feci per rimettermi dritta imbarazzatissima. Il vestito mi era
risalito fin sopra la pancia, lasciandomi scoperta.
– “Stia tranquilla, non cerchi di alzarsi di colpo. Non mi spiaceva vederla
dormire –
– “Scusi… Mi sono assopita. Mi spiace moltissimo! Le giuro: non capiterà più –
– “Spero vivamente che ricapiti invece. Vederla dormire è davvero molto piacevole –
Mi alzai dal divano sistemandomi il vestitino. Mi ero tolta i saldali e feci
per rimetterli .
– “La prego, non li rimetta: non voglio stia scomoda. Forse lei non se ne rende
conto, ma il suo odore naturale, da donna, da femmina, è uno dei più buoni che
io abbia mai sentito. Quando sono uscito, la stanza ne era pervasa. Ora però
è scomparso, e sembra di stare nel reparto saponi di un supermercato! Il suo
odore, la sua essenza, che è di una dolcezza e una fragranza uniche, da donna
matura, da madre… E lei la sciupa, la deturpa, la rovina con un sapone? –
– “Non pensavo… Io non credevo… credevo che… mi scusi! Mi sentivo a
disagio… non avrei mai pensato… – Corsi via, in bagno. Mi diceva cose
di una pesantezza erotica assoluta ma con semplice onestà, rendendole così
leggerissime, chiare e vere. Come in trance, mi tolsi dagli slip la carta e
la buttai via, con un gesto di stizza. Mi sciacquai bene con l’acqua e, credo
guidata da un istinto primordiale, mi sgrillettai per circa un minuto,
ristabilendo così, sperai, il giusto umore interno della mia vagina. Come
piaceva al dottore, scatenando in me una voglia di cazzo travolgente.
– “Ecco dottore… Mi scusi ancora… – dissi tornando in ufficio.
– “Elena… non lo faccia mai più, me lo prometta. Non le chiedo di non
lavarsi, ci mancherebbe, ma di non coprire il suo odore con altri profumi.
Se lo desidera, gliene do uno adatto a lei – Estrasse da un cassetto una
boccetta. Rovesciandola ci bagnò il suo dito medio, mi sollevò i capelli,
trovò la carotide che pulsava sotto il mio orecchio e la toccò. Ripeté il
gesto sulle mie tempie, e ancora sul mio polso, sempre trovando le mie
pulsazioni, che peraltro si erano fatte frequentissime. Si chinò ai miei
piedi, trovò un’altra arteria che pulsava, vicino al mio malleolo, e la toccò.
– “Ci sarebbero anche altri punti… –
– “Quali? – Il cuore mi stava uscendo dal petto. Mi toccò l’interno della
coscia destra, trovando l’arteria femorale, l’interno del mio seno sinistro,
sul mio cuore, che batteva impazzito di paura e di piacere. Sentii che stavo
per godere, lì in piedi, davanti a lui. Mi ripresi solo perché avvertii che
stavo grondando umore come una fontana, che mi colava lungo le cosce. Mi lasciai
cadere sul divano: non ero più in controllo di me stessa. Non avevo mai sentito
un profumo tanto buono, delicato e fresco. Ne ero completamente inebriata e
avvolta. Mi sentii dire: “Cosa vuole da me ora?”. Lui mi guardò.
– “Vorrei che mi restituisse il suo odore, attraverso questo profumo –
– “Come posso fare? –
– “Le insegno io – Tolse il contenuto delle sue tasche e lo mise sul tavolino.
Il fascio di banconote nel fermaglio d’oro rimbalzò rumorosamente sul vetro e ne
fui ipnotizzata all’istante. Si mise in ginocchio, davanti a me. Prendendomi
per l’interno delle ginocchia mi tirò verso di sé. Il vestitino era scivolato
fin sulla mia vita. Mi prese per le braccia e mi fece mettere dritta di fronte
a lui. Mi prese la mano e la portò sulla mia vagina, ancora coperta dalle mie
mutandine, che scostò. Prese il mio dito medio e lo spinse tra le grandi labbra.
Iniziai così a sgrillettarmi. Mi sfilò le mutandine, mi allargò le gambe. Penso
che la scena che stava vedendo lo gratificasse moltissimo, perché il suo volto
esprimeva lussuria e compiacimento. Una donna matura che si masturbava davanti
a lui, stravolta dal piacere e completamente in suo potere. Un quadro vivente,
caldo, umido, odoroso e carnale. Si sporse verso di me e mi allargo con i pollici
delle sue grosse mani le mie grandi labbra.
– “Eccolo, enorme, gonfio e bellissimo. Ha un clitoride stupendo signora. Deve
godere, subito – E io venni, al comando del mio padrone, con tutte le mie forze,
con tutto il mio essere, urlando di piacere, spruzzando schizzi di umore ovunque.
Feci un grido gutturale, animalesco, liberatorio. Ero devastata dalla vergogna,
ma non riuscivo a fare niente che con fosse ciò che mi imponeva di fare lui.
Guardavo il rotolo dei 500 euro, sentendomi una prostituta, e capii d’istinto che
era una scusa. O meglio: anche una scusa. Ero così, io. Ero la troia che stava
godendo, sbrodolando su quel divano di pelle, e sul bel parquet di quell’ufficio
il suo umore, la sua “essenza”, come l’aveva chiamata lui. L’orgasmo, che mi stava
lasciando, mi fece tremare le gambe e mi squassò il ventre, e poi tutta.
Rabbrividendo, cercai lo schienale dietro di me.
-“No! Continui! Ancora, goda ancora! – Mi riprese per le braccia e mi rimise in
posizione, a gambe divaricate, protesa in avanti, come se stessi su un bidet
(cosa che facevo spesso a casa mia, quella di approfittare di un lavaggio per
masturbarmi, richiamata al desiderio da quelle confezioni di sapone liquido,
fatte apposta per richiamare il fiotto di sperma di un uomo), la collana con la
grossa croce che rimbalza blasfema sulle mie tette, il clitoride ancora preso dalla
scarica di piacere acutissima di poco prima.
– “E’ troppo sensibile, mi fa male! La prego, aspetti! – Per tutta risposta lui mi
infilò il pollice della sua mano nella figa, spingendolo su e giù. Urlai di piacere,
colta di sorpresa da quel godimento interno che, capii subito, era quello che la
mia vulva stava aspettando da tempo. Le sue grosse dita, lunghe e forti, mi
entrarono anche dietro. Il suo dito medio trovò il mio ano, che si dilatò
all’istante, ricevendolo dentro con pensai troppa disponibilità. Senza che potessi
o volessi oppormi, mi ero già aperta a lui, anche di culo, cosa che non avevo mai
fatto. Guardai ancora i soldi sul tavolino e mi sporsi ulteriormente, per
agevolargli il compito. Lui mi prese ancora la mano e volle che continuassi
“il mio lavoro”: ciò per cui capii, ero pagata, davvero. E ancora eseguii l’ordine.
Con la mano libera lui mi prese un seno e iniziò a palparmelo con forza,
circolarmente. Quando capì che stavo per venire ancora, attese il momento giusto
e mi prese il capezzolo tra pollice e indice, schiacciandolo. Lo tirò verso il
basso con forza. Urlai dalla goduria, mentre mi mungeva come una vacca. Non avevo
mai provato un piacere così intenso, e una vergogna così profonda. Un senso di
assoluto abbandono come quello che stavo provando. Il mio ano si contrasse e si
dilatò varie volte, come a chiedere qualcosa di più grosso del suo dito.
Lo implorai di incularmi, di fottermi il culo e la figa con quello che, ne ero
certa, era il suo grosso uccello. Glielo dissi solo con gli occhi e lui, con
i suoi occhi, mi disse di no. Lo supplicavo e imploravo di possedermi, come un
maschio deve fare con una femmina come me. “No”. Ne fui umiliata.
Mi feci così consapevole di quanto poco contassi per lui: ero solo un paio di
banconote violacee, niente di più. Provai a smettere di martoriarmi il
clitoride, ma lui mi riprendeva ogni volta la mano e mi imponeva di continuare,
ancora e ancora. Divenne una tortura, autentica, totale, viscerale, mentale e
fisica. Quando mi vide piangere come solo una donna che gode può fare, smise.
Caddi all’indietro, ormai prossima all’esaurimento psichico e fisico, di energia
e di vita. Eppure, mi resi conto, non ero mai stata tanto bene prima.
Probabilmente ero anche molto disidratata, vista la quantità enorme di fluido
vaginale che avevo perso. Fu così che lui, accortosi di questa mia condizione,
pensò bene di venirmi in aiuto. Si slacciò i pantaloni e tirò fuori il suo
cazzo, bellissimo trovai. Era già quasi duro, ma finì di crescere nella mia
bocca e nella mia gola. Istintivamente presi a menarglielo mentre lo spompinavo.
Lui dopo poco mi fermò, mi appoggio la testa allo schienale e salendo in piedi
sul divano mi scopò la bocca. Scese giù nella mia gola e io, più di una volta, lo
spinsi indietro per non soffocare. I suoi coglioni mi sbattevano sul mento e
sul viso e il suo ritmo aumentò. Stava per venire. Sentii il cazzo pulsare.
L’urlo arrivò insieme alla sborrata, che mi riempì la bocca e la gola. Volevo
scappare via per liberarmi e respirare ma non potevo. Potevo solo inghiottire,
tutto quel seme. Sorso dopo sorso, quasi ci riuscii, ma era troppo. Per poter
respirare, il mio corpo dirottò ciò che non potevo mandare nello stomaco per
l’unica altra via. Lo sperma risalì dal canale nasale e mi colò dal naso, e
quindi finì sulle mie labbra. La scena piacque moltissimo al mio padrone, che
proruppe in un urlo di gusto e compiacimento per la sua mascolina potenza.
Con le dita lo raccolse e mi pose davanti alla bocca lo sperma colato dal mio
naso. Gli leccai le dita, con un atto osceno e bellissimo nella sua semplice
naturalità. Dopo essermi dissetata con tutto quello suo yogurt umano, mi prese
una stanchezza assoluta. Avevo dato tutta me stessa e dovevo e volevo riposare.
Mi sdraiai e mi addormentai subito, molto più che esausta. Mi risveglia che era
buio. Mi aveva coperto con la sua giacca; volli provare a pensare, illudendomi,
per rispetto di me.
-” Buonasera… Si è fatto tardi, vuole che l’accompagni a casa? – Me lo disse
come se niente fosse accaduto tra noi.
– “No, grazie. Vuole che domani torni a lavorare dottore? – Chiesi con pudore,
facendogli capire che, al di là di tutto il piacere che avevo provato, mi sentivo
in colpa.
– “Sì, certo signora. Voglio che venga ancora, che domanda… – Bellissimo gioco
di parole. Il giorno dopo arrivai con un’oretta di ritardo perché andai a
comprarmi i sandali di corda che lui mi aveva chiesto di indossare in ufficio.
Salutai e andai in bagno a cambiarmi. Tornai nell’ufficio senza quasi emettere
rumore. Avevo indosso un altro dei miei succinti vestitini. L’intimo, se possibile,
era più che corto del precedente.
– “Davvero belli… Brava signora. Semplici e sensuali non trova? –
– “Sì dottore, e comodi.
– Sì… Però, il suono dei tacchi dei suoi sandali, ieri… – Lasciò apposta una
pausa, sottolineando “ieri”. Arrossii visibilmente.
– “Mi piaceva molto sentire i suoi passi. – Altra pausa, altro mio forte imbarazzo.
– Provvediamo. – Andò al cassetto dove aveva preso la collana e ne tirò fuori una
serie di braccialetti, di varie forme e colori, molto belli.
– “Li indossi, la prego. Ai polsi certo, ma se vuole anche alle caviglie – Eseguii
la sua ennesima richiesta.
– “Cammini prego – Mi fece sfilare avanti e indietro per la stanza. Ad ogni passo
emettevo un delicato scampanellio, molto piacevole, come i sonagli che portano le
donne di alcune tribù africane.
– “Quasi perfetta. E’ bellissima signora, ma manca ancora qualcosa… – Tornò al
cassetto, da dove fecero la loro comparsa due orecchini circolari d’oro, ne grossi
ne piccoli, adeguati al mio viso.
– “Li vuole indossare? Ovviamente sì. Lui era appoggiato alla sua scrivania, che
contemplava la sua opera in carne e ossa: io.
– “Sì, adesso possiamo cominciare – Non sapevo cosa intendesse: a fare sesso? Rimasi
immobile in mezzo alla stanza. Mi tolse dall’imbarazzo girando intorno alla scrivania,
andando a sedersi e cominciando il suo lavoro. Io mi avviai in bagno, perché volevo
specchiarmi e vedere come mi stavano gli orecchini: non ne avevo mai indossati di quel
tipo, trovandoli volgari. Invece mi piacqui molto. L’immagine che lo specchio mi
rimandò era quella di una donna molto, molto provocante. Mi ripetei che se avessi
visto in giro una come me l’avrei di certo definita una gran vacca. “Perché scusa, tu
cosa sei?” Dissi allo specchio. Provavo vergogna per come il giorno precedente mi ero
concessa. Evidentemente faceva parte della mia natura essere come “il dottore” aveva
capito che sono. Tornai in ufficio, accompagnata dal suono piacevolissimo dei sonagli
che mi aveva donato. Fui colta da un pensiero: “A chi appartiene o appartenevano
questa collana, questi bracciali?” Provai un senso d’inquietudine che, infine, non
potei fare altro che chiamare gelosia e, come per un effetto domino, arrivai alla
conclusione che mi stavo innamorando. Lui mi prendeva la mente e il corpo. Avevo
sempre pensato che, da qualche parte, doveva esserci un uomo capace di far fare ad
una donna tutto ciò che lui vuole e che la donna, aldilà di ogni plausibile logica,
fosse ben felice di fare questo “tutto”, consapevolmente o meno. Lì e in quel momento,
mi apparve chiaro, logico, naturale che io avessi trovato quell’uomo. Sentivo i suoi
occhi su di me. Percepivo persino il suo olfatto che cercava il mio odore da femmina
in calore. Mi ero avvicinata a lui un paio di volte per fargli firmare dei documenti,
sperando che mi toccasse, mi prendesse, mi facesse stendere sulla sua lussuosa
scrivania e mi scopasse, ma niente di questo accadde. Giocava con me, sentivo
chiaramente che mi voleva, ma che attendeva il momento giusto per prendermi, come un
cacciatore aspetta la sua preda, sapendo che prima o poi passerà dal punto in cui
lui ha scelto per lei. Fui tentata varie volte di cadere io, spontaneamente, nella
sua trappola, nella sua tagliola fatta di carne e sperma.
– “Lei oggi pranza con me – Non era un invito bensì un ordine. Quando mi vide andare
verso l’armadio per togliermi “la divisa”, proruppe in un “Non se ne parla nemmeno!
Lei resta vestita com’è ora.
– “Dottore, mi vergogno… Non sono abituata a vestirmi così. Non l’ho mai fatto –
– “Posso capire, signora. Aspetti… – Trovò un leggero maglione, aperto davanti, di
colore blu, e me lo porse.
– “Lo provi – Ovviamente le maniche erano lunghe, ma mi stava addosso come uno soprabito,
ampio e lungo, arrivando a metà cosce.
– “Le sta benissimo… Se possibile la fa ancora più bella e attraente – Era vero.
Fu come se avessi indossato la sua camicia dopo che eravamo stati a letto insieme.
Ed era così in fondo. Mi portò in un ristorante vicino, molto noto per la raffinatezza
del cibo e per i prezzi molto alti. Ci fu riservata una saletta dove lui impose solo la
nostra presenza. Mangiammo e bevemmo divinamente, parlando e giocando come due amanti.
La deferenza e la riservatezza che i camerieri e il padrone del ristorante ci riservarono,
diceva molto su chi fosse il mio datore di lavoro, e di piacere. Verso la fine del pranzo
il vino, l’ambiente perfetto e la sua deliziosa compagnia, iniziarono a farmi fare le
fusa come fa una gatta. Volevo tornare con lui nella nostra alcova e dare e prendermi
tutto il piacere possibile. Lungo il tragitto di ritorno mi sporsi verso di lui mentre
guidava. Lui allungò la mano destra sulle mie gambe, mentre parlavamo ancora di tutto e
di niente. Non vedevo l’ora di farmi scopare. Arrivati, trovammo davanti alla porta un
pacco proveniente dall’Olanda. Non era pesante e lo presi. Entrammo e iniziammo a
spogliarci e a baciarci contemporaneamente, senza preamboli o parole. In pochi secondi
fummo nudi, lui completamente e io solo con i miei sandali di corda e i miei sonori
accessori. Mi inginocchiai subito per prenderglielo in bocca. Lui mi trattenne.
– “Aspetti… E’ da stamattina che mi immagino questo momento: sono bagnato di liquido
spermatico, come vorrei sperare lei di umore vaginale… Non voglio che sia colpita
negativamente dal mio odore” – Per tutta risposta mi abbassai, senza smettere di
guardarlo negli occhi, e gli imboccai il cazzo, non ancora duro, fino ai coglioni,
massaggiandoli delicatamente. Nonostante questo, lui volle che lo lavassi accuratamente,
e capii poi perché: godeva tantissimo mentre io, insaponato il suo uccello adesso durissimo,
alternavo il lavaggio a una delle seghe più dolci che avessi mai fatto. Passavo le mie
dita sulla e intorno alla cappella, fino a quando capivo che lui stava aspettando una
bella affondata. Lo vedevo tremare e buttare la testa all’indietro, con il cazzo che a
scatti puntava verso l’alto, preso da un piacere che doveva essere simile al mio, e che
quindi sapevo grandissimo e profondo. Dopo qualche minuto di quel lavoro avvertii
chiaramente che voleva di più da me, oltre che quella seppur bellissima masturbazione.
I baci e le palpate ai miei seni si fecero più forti e profonde. Si alzò in piedi e mi
ritrovai con il suo uccello sgocciolante sulla faccia, che presi subito ad asciugare con
la lingua e con la bocca. Lui mi invitò ad alzarmi e baciandoci oscenamente mentre
continuavo a menarlo, andammo a sederci sul divano. Lì mi resi conto che i bracciali che
mi aveva fatto indossare, avevano anche una funzione “sonora” precisa: mentre lo segavo,
facevano un piacevolissimo rumore cadenzato, a volte breve e ritmato, a volte casuale.
Continuai per un po’ il lavoro di bocca e di mano. Lui mi fece mettere a pecorina di
fianco a sé, così da potermi sgrillettare e penetrarmi con le dita, anche nel culo,
contemporaneamente, cosa che mi piaceva moltissimo, senza mai smettere di giocare coi
miei lunghi e turgidissimi capezzoli: mi mungeva come una vacca… Lo trovavo stupendo.
Volevo dentro il suo cazzo. Sarebbe stata la prima volta. Tutto quel piacere e ancora
non lo avevo preso in figa e in culo come era giusto e doveroso. Lo pretendevo.
Provai a salire sopra di lui: volevo cavalcarlo. Lui me lo impedì.
– “Aspetti… Prima deve “lavorare” un po’ per me – Prese la scatola. La aprì e ne
estrasse una confezione con il più lungo (e grosso) fallo artificiale che io potessi
immaginare, che se non fosse stato sconcertante per dimensioni, non potevo che trovare
bellissimo. A una estremità c’era una grossa ventosa, dalla quale usciva un lungo filo
elettrico che il dottore andò a collegare alla presa elettrica più vicina. Dalla scatola
spuntò anche un tubetto di gel per uso sessuale. Fissò al pavimento l’enorme cazzo e
mi diede la pomata.
– “Lo lubrifichi bene signora, e poi se lo prenda dentro, fin che può, tutto – Ero ancora
una volta sbalordita, ma anche, forse soprattutto, delusa. Avevo sperato di essere
chiavata “normalmente”, da donna, e non da schiava, da troia. Eppure, non esitai un
attimo ad impalarmi sul quel palo di gomma, accovacciandomici sopra a gambe divaricate,
flettendole per cavalcarlo. Lentamente la mia figa si dilatò e lo presi dentro fin dove
potevo. Iniziai a stantuffarlo con una eroticissima danza. Il dottore stava davanti a
me e mi sgrillettava, mi baciava e palpava le tette, contemplando la scena. Sentii
che avrei goduto subito. Passò dietro, sedendosi sul divano, facendomi appoggiare alle
sue gambe mentre continuava il suo delizioso lavoro di toccarmi ovunque.
– “Aspetti… – Scostandomi si alzò e andò ad aprire le ante del mobile che avevamo di
fronte, sul cui lato interno c’erano due grossi specchi, che rimandarono la mia immagine.
Vidi una scena che andava ben al di là del sesso.
– “No! La prego, mi vergogno troppo! – Come se non avessi parlato, lui riassunse la
posizione dietro di me e mi impose di continuare e di guardarmi allo specchio. Io abbassavo
lo sguardo, e lui mi rialzava la testa.
– “E’ bellissima, signora: l’immagine stessa del piacere e del sesso. Una donna bella come
lei che gode, e gode ancora – Mi palpava le tette e mi rigirava il suo medio sul clitoride,
sentivo le sue mani ovunque su di me. Provavo a distogliere lo sguardo, ma poi non riuscivo
a non guardarmi: vedevo una troia, una schiava, impalata da un serpente artificiale con
dietro un uomo che mi tratteneva e mi obbligava… in quella oscena posizione. Lo cercai
con la mano arcuandomi, perché volevo che mi baciasse, avendo così una scusa per non guardarmi,
ma non ci riuscii: aprivo gli occhi e mi osservavo. Mi trovavo bellissima, come non ero mai
stata. Lui mi prese la mano sinistra e me la portò giù, sulle mie grandi labbra, che volle
io aprissi per farlo lavorare meglio. Il gel e la mia broda proiettavano gocce ovunque intorno.
Sentivo il suo membro duro appoggiato sulle mie natiche e sulla mia schiena e lo volevo dentro,
anche quello, ad ogni costo. La frenesia salì e venni, di un bel orgasmo, forte e lungo.
Appena però me ne fui ripresa, mi ribellai.
– “Basta! Basta! Non ne posso più! – Mi divincolai. Sapevo che mi avrebbe torturata come il
giorno prima. Preso alla sprovvista, non riuscì a trattenermi. Come fui libera mi girai e mi
inginocchia davanti a lui.
– “La prego Dottore, basta… – Vidi il furore nei suoi occhi. Capii all’istante che non aveva
inteso ciò che avevo voluto esprimere con il mio gesto. Corsi subito ai ripari, avventandomi
sul suo uccello, prendendoglielo in bocca tutto, quasi soffocandomi, spompinandolo come
un’ossessa. Doveva capire che non volevo affatto smettere di godere e di far godere lui, ma che
lo volevo dentro, che lo strumento del mio piacere fosse il suo cazzo, finalmente dentro di me,
e non più solo le sue dita o un surrogato di uccello. Mi girai e mi misi a pecorina, abbassando
la testa in segno di assoluta sottomissione. Allungai una mano sul mio culo e allargai lo spacco
delle natiche. Non lo avevo mai fatto di darmi analmente, ne al mio ex marito, ne a nessuno.
E ora lo volevo, lo pretendevo da quest’uomo.
– “La prego, la prego… Mi prenda dottore, mi possieda – I suoi occhi tornarono lussuriosi.
Vi colsi un lampo, come un’idea. Prese il grosso membro di gomma, lo ripiegò e me lo rimise dentro.
Stavolta però accese la vibrazione e io guaii di piacere, come una cagna che il suo padrone aveva
punito e poi accarezzato. Si umettò bene le dita e mi infilò prima il medio e poi anche l’indice
nel culo, stretto e compresso da sotto, dall’enorme cazzo artificiale. Manifestai con un lamento
di piacere misto a delusione, il mio disappunto per la mancata chiavata del suo cazzo, che avevo
richiesto con tanta chiarezza e che, a quanto pareva, non mi aveva voluto concedere. Lui mi
sorprese infine, posizionandosi dietro di me e finalmente, puntandomi il cazzo proprio al centro
del mio ano. Spinse. Non fu facile, perché di spazio per il suo uccello, in me, ne restava poco,
ma alla fine mi sfondò. Il mio buco si dilatò di colpo e lui fu in me, tutto, subito, dolorosamente.
Mi sentii emettere un gemito liberatorio, come se dicessi “era ora”.
Il dolore al buco del culo era il prezzo che sapevo dovevo pagare e urlando fui felicissima di
pagarlo. Fletteva le gambe possenti e mi penetrava con decisione, uscendo e poi rientrandomi tutto.
I suoi coglioni sbattevano sulle mie chiappe. Mi scopava il culo con forza, quasi brutalmente.
Allungai una mano dietro e raccolsi il suo sudore, portandomelo alla bocca: volevo sentire anche
questo altro suo sapore, dopo aver provato quello del succo dei suoi coglioni il giorno prima.
Fu come mettere in bocca un dito dopo averlo messo nel mare: salato e forte, che richiamava il
gusto del suo sperma. La cosa che poi scoprii, è che la sua sborra aveva un effetto calmante
straordinario su di me. In quel momento, se lui me ne avesse data la possibilità, l’avrei leccato
e succhiato dalla testa ai piedi. Mi aveva raccolto i capelli dietro la nuca con una mano e mi stava
cavalcando come una puledra. Scendeva a toccarmi le tette, che pendevano e ondeggiavano sotto i
suoi colpi. Lo specchio mi rimandava l’immagine di una femmina in calore e contenta di esserlo,
montata da un maschio adeguato alla propria voglia, in pieno diritto di fare ciò che voleva con lei.
Mi vidi assecondare con le gambe e con la schiena le sue spinte, quasi cercando di prendere dentro
ancora più cazzo, che già comunque mi arrivava in pancia insieme all’altro. Mi ritrovai a immaginare
di essere posseduta da più uomini contemporaneamente: mi sarebbe piaciuto? Sicuramente sì. A patto
però che uno degli uomini fosse il dottore. Mi sconvolse pensare che se in quel momento avessi
avuto davanti un bel maschio con il cazzo in erezione, lo avrei senz’altro spompinato.
Sentii arrivare il suo orgasmo e volevo averne uno anch’io. Il suo ritmo rallentò, e poi riprese
più violento di prima. Non godevo da qualche minuto, e per me era strano: sentivo che ci arrivavo
vicina ma poi non ci riuscivo. Stava per sborrarmi dentro: avvertii chiaramente il suo uccello che
pulsava, il suo corpo che si irrigidiva. Fu a quel punto che lui portò la vibrazione del
cazzo artificiale da bassa a media. Io rimasi sconvolta da quel nuovo terremoto dentro di me e lui
proruppe in un urlo che mi assordò per qualche secondo. La vibrazione lo fece godere in maniera
indescrivibile. Urlò e sborrò a lungo. Io, da parte mia, ero scossa da un tremore irrefrenabile.
La pancia mi tremava e la tensione mi si scaricò sulle gambe. Il cazzo del dottore, esausto, si
sfilò dal mio intestino. Il cazzo artificiale, prima compresso e costretto da quello umano e
dall’aria che mi aveva pompato dentro, ora era libero, vibrando all’impazzata, di toccare ogni
singolo centro nervoso nella mia figa. Proruppi in una goduta colossale, gigantesca, come una
diga che crolla. Tutti gli orgasmi repressi che non riuscivo ad avere prima, si scaricarono nel
mio ventre, in uno solo. Crollai a terra di schianto, a gambe divaricate, incapace persino di
gridare, di emettere un suono. Potevo solo respirare con dei piccoli singhiozzi. Fu a quel punto
che il dottore portò la vibrazione di quel serpente di gomma, evidentemente un pronipote di quello
del giardino dell’Eden, da media a massima, prendendomi in suo possesso. Provai a scappare da lui,
ma il dottore mi trattenne tenendomi per le spalle, le ginocchia che mi scivolavano sul pavimento
bagnato, di sborra, di sudore, del mio umore. Il serpente mi arrivò al cervello e mi prese tutta.
Quello che accadde, poi me lo raccontò lui, perché io entrai in un’altra dimensione. Iniziai a
dimenarmi strusciando con le tette e la pancia sul parquet, come una serpe io stessa. Parlavo di me,
di mio padre, del mio ex marito, pregavo e bestemmiavo, pronunciavo frasi oscene e dolcissime,
tiravo fuori la lingua, sputavo, battevo le mani sul pavimento, insultando tutto e tutti…
I termini più ricorrenti erano “cazzo, troia, Cristo, Dio, puttana, basta”. Poi tutto si spense.
Svenni. Pensai, alcune ore dopo, a quante donne erano state messe al rogo in passato per quello
che avevo appena fatto io. “Possedute dal Demonio”… Possedute sì, ma non dal Demonio, anzi.
– “Ben tornata, signora – Mi scostò i capelli sudati dalla faccia. Mi stirai piacevolmente e lo
abbracciai. Lui mi tenne una mano sul ventre e ricambiò il mio bacio. Se mai avessi avuto un dubbio,
in quell’istante svanì: mi ero profondamente innamorata. Mi presi tutto il tempo necessario a
riprendermi e mi rivestii. Era sera e i miei figli mi aspettavano per cena.
Un’altra giornata di “lavoro” era finita.

Questo racconto di Col. Kurtz
è stato letto

3
1
9

volte

Questo racconto è stato letto 518 volte!

 

Clicca qui per guardare centinaia di video porno !!!

 

Ricerche Frequenti: