I ricordi di Terry: 2) Posare per Mauro by Zorrogatto [Vietato ai minori]




I ricordi di Terry: 2) Posare per Mauro di Zorrogatto New!

Note:

Altra storia verissima 😉

Note dell’autore:

E’ il seguito (pur totalmente autonomo) di «I ricordi di Terry: 1) Sereno American Bar»

Internet ha cambiato moltissime cose nella vita di ogni giorno!
Prendiamo, ad esempio, il come entrare in contatto con altre persone, anche per fare… monellerie!
Adesso si va su un social, si trova la persona che potrebbe essere interessante, ci si scambia qualche frase, qualche foto, ci si vede con le cam, numero di cellu e dopo magari un’ora che abbiamo deciso di trovare qualcuno, ci si può incontrare dal vivo…
Anni fa, prima dell’avvento di internet, nel secolo scorso (come mi fa sentire vecchia, dirlo così! Ma è vero, caspita!) era diverso e molto più macchinoso.
Mario, il mio compagno –prima “ragazzo”, cioè fidanzato non ufficializzato in pompa magna, e poi mio marito- era molto attratto dalla sessualità, anche quella -diremo così- meno convenzionale; questo era il motivo per cui, lavorandomi con infinita pazienza “sui fianchi”, avevamo cominciato a cercare singoli per “giocare” in tre; mi aveva, dopo pochi mesi che uscivamo insieme, di andare anche coi maschi e, quando riuscii a digerire il fatto, trovai piacevole condividere i miei amanti con mio marito.
Dicevo: all’epoca (e parliamo soprattutto dalla fine degli anni settanta alla metà degli ottanta) c’erano settimanali di inserzioni gratuite per comprare, vendere, regalare, cercare, scambiare ogni genere di cose nell’area delle varie città e, tra Abbigliamento e Viaggi, c’era anche una voce relativa agli incontri.
Ogni tanto Mario mi convinceva ad accettare che ne pubblicasse uno, del tipo: «Coppia under25 bella presenza, cerca singoli buona presenza, alti, educati, discreti, max coetanei, gradita foto. Scrivere Fermoposta, documento numero…»
Tempo una settimana dalla consegna –a mano, ovviamente! Internet non esisteva neanche come folle fantasia!- del modulo dell’inserzione, il settimanale usciva in edicola e dopo due-tre giorni cominciavano ad affluire le lettere di risposta all’ufficio postale.
Ogni inserzione “fruttava” almeno un centinaio di risposte e Mario effettuava una significativa scrematura iniziale, cestinando inesorabilmente i maleducati, i semianalfabeti, quelli che esordivano con «ciao troia; ti voglio spaccare il culo, mentre quel grandissimo cornuto del tuo becco si sega» o atteggiamenti del genere: noi cercavamo persone simpatiche con le quali “giocare” (sessualmente); non avevamo ancora approfondito così tanto il discorso da pensare a esplicita dominazione, all’epoca; men che mai, quindi, pensare di accettarla.
Altri che venivano cestinati senza pietà erano gli obesi, i “vecchi” (quelli sopra i trentacinque, a prescindere!) e chi mandava soltanto un foto del cazzo, magari anche non a fuoco.
Le lettere superstiti le leggevamo, commentavamo e valutavamo insieme, riducendone ancora di un bel po’ il numero.
Poi si decideva di rispondere; o per lettera (ad un altro fermoposta) o –con i più coraggiosi- telefonando ad un telefono (ovviamente fisso! I cellulari era una cosa della quale si parlava come di una cosa molto futuribile in America, non qui!) usando complicate procedure per dribblare familiari o colleghi del tipo: «Deve chiamarmi lui, il martedì, mercoledì e venerdì dalle 17.30 alle 18.30 e chiedere di “Stefano” –o del “Ragionier Rossi”- ma se risponde una donna dite che avete sbagliato numero e chiudete la comunicazione; se invece sono io all’apparecchio, chiedermi se posso parlare e regolatevi di conseguenza»
Ovviamente questi primi abboccamenti provocavano altre cancellazioni ed alla fine ci si trovava, per ogni inserzione, ad incontrare massimo cinque-sei singoli; gli appuntamenti erano tutti in bar, spesso usando “una sciarpa gialla” o “alto, baffi e occhiali” per identificarsi.
Si stava al tavolino, si chiacchierava un po’ (poco con quelli candidati ad essere tagliati, più a lungo con i “papabili”) di qualunque argomento, meno che di sesso e poi andavamo via e scambiavamo le nostre impressioni per decidere se la persona poteva andare bene.
Dopo circa un mesetto dal «Dai, facciamo un’inserzione per trovare qualcuno!», trovavamo alla fine, ma non sempre!, una persona (più raramente due!) con quale giocare piacevolmente; Mario, poi, faceva notare che lui era eventualmente bisex passivo e questo, se il singolo era interessato a questa potenzialità, permetteva di divertirci davvero, ciascuno con le altre due persone nel lettone.
Mi rendo conto che questo preambolo lo avrete probabilmente trovato noioso, ma mi sembrava giusto farvi capire quali difficoltà si dovevano affrontare fino ad una ventina di anni fa per incontrare…

Poi, siccome anche allora un errore di trascrizione era sempre possibile, quando il settimanale arrivava in edicola lo si andava a comprare, si cercava la nostra inserzione e si controllava che il testo, ma sopratutto il numero del documento -indispensabile per ritirare la corrispondenza al fermoposta- fosse scritto in modo corretto.
Fu scorrendo le inserzioni che fui attratta da una che diceva più o meno: «Pittore alto, moro, occhi azzurri cerca modella».
La cosa mi intrigava per diverse ragioni: mi ero diplomata al liceo artistico e quindi ero particolarmente sensibile alle arti figurative…
Poi io, minutina -con una gradevole terza di seno con teneri capezzolini rosei, un discreto sederino e tornata al mio castano naturale dopo il biondoplatino adolescenziale- ho sempre subito la fascinazione degli uomini alti (Mario è 1,88!) e non sono mai stata troppo attratta dai biondini slavati… Un moro alto e con gli occhi azzurri… mmhhh! Valeva la pena di incontrarlo per vedere almeno che faccia avesse!
Ero tentato di parlarne con mio marito, tanto non pensavo che ci fossero problemi: non incontravamo forse singoli?
Però… Però l’iniziativa di questi incontri partiva sempre da lui e questa volta, io che proponevo qualcosa, tipo andare da un pittore e, come minimo!, posare nuda per lui… Non sapevo proprio come l’avrebbe presa; avevo anche (tipiche fisime che ci si fa a quell’età e che ci si faceva a quei tempi!) paura che mi giudicasse troppo… sfacciata… diciamo pure troia, dai!
Che poi, se anche avessi chiamato il numero indicato nell’inserzione… magari era un vecchio, o comunque uno con la voce -che so?- gracchiante, o isterica… o magari era un ragazzino con molta fantasia e la voglia di farsi delle gran seghe a ricevere telefonate di ragazze…
Ecco, appunto! Anche se avevo segnato il numero, mica era poi detto che lo avrei chiamato, no? E poi, anche se lo avessi chiamato, mica era detto che mi interessasse incontrarlo davvero… E quindi, perché avrei dovuto magari discutere con Mario per un qualcosa che forse poi non avrei neanche davvero fatto?
Dopo un paio di giorni che l’appunto mi friggeva in borsetta, indossai tutto il mio scetticismo e composi il numero, ridacchiando tra me al pensiero che magari il tipo era… che so? Balbuziente!
MI rispose una voce calda, morbida, avvolgente; una voce da conduttore radiofonico di programmi confidenziali, una voce che faceva pensare al velluto rossoscuro ed all’aroma del tabacco da pipa, una voce matura, sicura e suadente, alla quale abbandonarsi come su un comodo divano e con la quale andare lontano come una barca in un arcipelago tropicale.
Quella voce mi aveva troppo emozionata, troppo colpita perché abbia potuto memorizzare cosa ci eravamo detti, ma la mia pia intenzione di contattarlo e poi parlarne con mio marito e infine -nel caso!- incontrarlo, venne travolto dal suo… «Io non abito qui, ma a… -e disse il nome di una cittadina che conoscevo, subito fuori dalla provincia- e qui ho solo l’ufficio per la mia attività di rappresentante che uso anche come studio per fare ritratti.
Potresti venire qui adesso, così magari ne parliamo a voce…»
La fascinazione di quella voce mi permise solo di chiedere l’indirizzo preciso: in una piazzetta del centro città, a meno di un quarto d’ora a piedi da casa.
Tempo un’ora suonavo il suo campanello che riportava rassicurantemente il suo nome con la qualifica di agente della ditta di cui era rappresentante (mi sentii meno avventata, meno alla sbaraglio leggendo quelle brevi ma essenziali precisazioni).
Mauro mi aprii e… ohhhh!
Era decisamente vecchio, per i miei gusti (quarantatré anni, precisò dopo), ma decisi di fare un’eccezione: alto forse un filino meno di mio marito, atletico, il volto cotto dal sole e con lievi rughe di età ed un’espressione che faceva pensare ad un pirata sorridente; i capelli neri curati che contrastavano con magnifici occhi blu cobalto e uno stupendo sorriso, bianchissimo da far male agli occhi.
Subivo il fascino magnetico, animale che sprizzava da Mauro, il quale fu affabile tutto il tempo, ma non provò mai a toccarmi -a parte la stretta di mano alle presentazioni- o a fare allusioni, battutine, ammiccamenti; a dirla tutta ero quasi delusa: pensavo di non piacergli!
Arrivammo rapidamente a parlare di posa e mi mostrò una chaise-longue e mi disse che mi voleva ritrarre lì sopra e che se non mi imbarazzava, avrebbe preferito che posassi nuda (Come sarebbe a dire, “se non mi imbarazzava”??? Sei lì, fico da star male, che ti salterei addosso, che non vedo l’ora che ti fai sotto e che cominciamo a trombare, piantandola con questa pagliacciata del posare e tu mi vieni a dire “se non mi imbarazzava”???); io dissi qualcosa per non stare proprio a strapparmi via i vestiti immediatamente e poi andai dietro il paravento giapponese nell’angolo e mi spogliai; per un soprassalto di… mah, forse pudore?, esitai un pochino, prima di decidermi a levarmi anche gli slippini, contenta di aver regolato con le forbici il mio cespuglietto, ma poi mi drappeggiai addosso uno scialle, prima di uscire da dietro al paravento, praticamente nuda.
Mauro era già dietro al cavalletto e mi guardava con gli occhi sbrilluccicanti di voglia, nonostante si comportasse in maniera inappuntabilmente corretta.
Mi disse in quale posizione avrei dovuto accomodarmi sulla chaise-longue ed io mi sistemai, guardandolo poi per sapere se andavo bene.
Ovviamente, aveva in mente una posizione leggermente diversa e cominciò a dirmi come dovevo spostarmi ed, alla fine, si avvicinò e mi mise una mano sul ginocchio, per spostare di un nulla la gamba; sentivo la sua mano rovente sulla pelle…
Poi mi toccò delicatamente la spalla per farmi girare un niente verso di lui e facendolo si era abbassato e le sue labbra erano a due dita dalle mie e… e si rialzò; poi mi guardò, con gli occhi che brillavano di malizia e il suo sorriso e… «No, così non va, scusami: meglio così…»
Così si riabbassò, mi riposizionò la spalla e poi sentii la sua mano scorrere lieve sul collo, verso la nuca e… e non seppi resistere: lo baciai io.
Fu come scoperchiare un vulcano, come aprire la porta del rifugio davanti all’uragano.
Il bastardo era molto abile, molto porcello e anche ben dotato -il che non guasta, se non si esagera!- e so soltanto che dopo -non so quanto dopo, perché avevo perso la nozione del tempo- eravamo gioiosamente esausti.
Mi rinfrescai, mi rivestii, lo salutai con un bacio e corsi a casa.

Con calma, mentre tornavo a casa, riflettevo sul fatto che stavolta ero andata con un altro all’insaputa di Mario: era la prima volta, da quando eravamo sposati e, se leviamo le due volte nelle quali ero caduta in… tentazione durante il suo servizio militare –tanti anni prima!- era davvero una situazione nuova, per me.
Con mio marito avevamo cercato da sempre di creare situazioni nelle quali io andassi con –almeno!- un altro uomo, ma era una cosa che nasceva quasi sempre da lui e che sviluppavamo insieme, con una deliziosa complicità.
Stavolta, invece, sentivo di… non “essere stata ai patti”, di averlo in qualche modo tradito, defraudato di qualcosa che è suo e non sapevo come affrontare il discorso: eravamo sposati solo da due anni e Mario restava ancora, in buona parte, un’incognita per me.
Inoltre, solo sul filo dei cinquant’anni avrebbe capito –e sarebbe stato in grado alla fine di spiegarmi- che la voglia di sapere, almeno!, desiderata ogni sua compagna e di offrire me ad altri maschi -con lui sia presente che assente, secondo le situazioni- si poteva riassumere sotto la definizione di “cuckold”: mi aveva spiegato che «…era stato come avere i sintomi di un malanno e non conoscerne il nome e quindi non poter leggerne, parlarne…»
Però all’epoca non sapevo come avrebbe reagito alla notizia: e se si irritava? E se si fosse sentito deluso, tradito?
Alla fine, decisi di non raccontargli nulla e di tenere come solo mia l’eccitante esperienza col pittore.

Con Mario era un periodo tranquillo e lui non era divorato dal fuoco di vedermi con altri; facevamo quindi tranquillamente l’amore, ma mi stava capitando, in quei giorni, di pensare anche a Mauro, il pittore.
Non che mio marito fosse un amante scadente o che non fosse ben dotato, intendiamoci! Ma era il fascino del… proibito, del diverso-dal-solito che mi portava a pensare a lui, a far l’amore con lui nonostante fosse “vecchio” per i miei gusti.
Però mi sentivo in colpa nei confronti di Mario, sentivo di aver tradito la fiducia del mio “Cucciolo Ciccio”, come a volte lo chiamavo affettuosamente.
Dopo tre giorni, risposi al telefono: «Pronto?»
«Che poi, l’altro giorno non ho neanche impugnato la matita per fare il bozzetto…» mi sentii dire in tono scherzoso.
«Mauro!!! Ho pensato tanto a te…»
Il pittore rise, beffardo: «Hai pensato tanto a me… o a “lui”?»
Mi metteva di buon umore, sentirlo: «Che scemo che sei…ۛ» replicai scherzosamente.
Chiacchierammo amabilmente per un po’, provocandoci a vicenda e ci accordammo, alla fine, per vederci l’indomani pomeriggio, ovviamente nel suo studio.
Stavolta fu tutto più normale, più naturale e ancora più piacevole: ricordavamo cosa ci piacesse reciprocamente e si impegnava per farmi impazzire dal piacere ed io cercai di essere all’altezza della sua capacità amatoria e dei suoi desideri e lo accolsi in ogni mio anfratto, traendone enorme piacere.
Alla fine, sigarettina postcoitale e parole, mentre sentivo il suo seme che stillava fuori dal mio grembo, ma ero troppo impigrita per andarmi a rinfrescare.
Mi trovai a parlare del rapporto (aperto, pensavo allora) con mio marito e risposi a tutte le sue domande; mi trovavo bene con Mauro perché le sue domande servivano solo per meglio definire il quadro della situazione, ma nessuna mostrava interessi morbosi.
Alla fine, dopo che gli avevo esposto le mie perplessità, gli chiesi di consigliarmi sul cosa fare e lui, che sembrava rassicurato da quanto gli avevo narrato sull’indole di Mario, mi suggerì di dirglielo, in modo da eliminare quell’ambiguità che poteva minare il nostro matrimonio.
Anche io ero inconsciamente giunta alle stesse conclusioni e perciò lo ringraziai con un bacio e poi schizzai fuori dal divano-letto; stavo per andare in bagno, ma lui mi stoppò: «Mi hai detto che tuo marito arriverà stasera tardi, alla fine del turno… Mi piacerebbe che tu andassi a casa così; poi, arrivata a casa, potrai lavarti, ma mi eccita immaginarti sulla strada di casa con questo sentore di sesso e con la mia sborra dentro alla fichetta ed al culetto…»
La trovavo una cosa deliziosamente porcella ed accettai di buon grado.
Arrivata a casa, mi stupii un pochino: contrariamente al mio solito, mi ero evidentemente tirata la porta dietro senza dare le mandate, pensai.
Ma poi un rumore, una luce, un movimento in casa: sobbalzai!
«Ciao amore! Mi son preso una storta alla caviglia sul lavoro e l’infermeria mi ha mandato a casa!»
Mauro mi si avvicinò sorridente e voglioso e mi baciò ed io vidi formarglisi una rughetta di perplessità sulla fronte. Che avesse sentito l’aroma del buon dopobarba del pittore?
Non disse nulla, mentre mi portava in camera; pensai che, ancora stillante delle eiaculazioni di Mauro, si sarebbe subito reso conto che ero andata con un altro e… come l’avrebbe presa?
Ma del resto, come dirglielo? Come cominciare a dirglielo, soprattutto?
«Allora, amore mio, cos’hai fatto oggi?» Mi chiese sorridendo.
Salva!!!
«Beh… non so come dirtelo… ti ricordi che, quando abbiamo fatto l’ultima inserzione ce n’era anche una di un pittore che cercava una modella?
Beh, mi aveva incuriosita e…»
Non mi lasciò terminare: «Lo hai visto?» I suoi occhi luccicavano di lussuria ed un sorrisetto gli modellava le labbra.
Quello era il punto “difficile”, quando mio marito poteva irritarsi perché avevo preso iniziative con un altro uomo, perché lo avevo tradito, nel senso che avevo fatto tutto alle sue spalle, senza la sua rassicurante presenza…
Ormai era fatta: «Sì…» sussurrai.
«Ah! Oh.. Uhmmm… e… sì, ecco: che tipo è??»
No, non era irritato: solo curioso, curioso e divertito… che lo avessi ingannato!
Lo odiai per un istante: «Tipo ganzo: ha anche un bel cazzo e me lo ha sbattuto in fica e in culo, perché mi ha trombata… -quel sorrisino divertito: lo odiavo!-… come già l’altra volta: oggi ci son tornata per farmi chiavare con maggior calma!»
Se volevo far irritare Mario, avevo decisamente usato il modo sbagliato!
Era felicissimo di quello che gli avevo detto e mi fece un mare di domande, volle un sacco di precisazioni, di dettagli, ma la cosa che mi fece sentire stupida, ad aver avuto quel lampo di odio nei suoi confronti, fu quando mi chiese, appena aveva avuto la certezza che “qualcosa” tra me ed il pittore fosse successa: «Ma… ti è piaciuto? Ti ha trattato bene? Era bravo? Hai goduto? Ti ha fatta sentire bene?»
A mio marito interessava soprattutto che IO fossi stata bene, che l’altro –chiunque fosse stato!- si fosse preoccupato del MIO piacere prima che del suo!
Lo amavo, per davvero!
Ci trovammo nudi, sul letto, io ancora sporca di Mauro, ma mio marito mi aveva proibito di andare in bagno e facemmo l’amore, mentre man mano chiedeva dettagli ed io gioiosa, felice rispondevo appassionatamente.
Dopo aver finito, dopo essere andata in bagno –finalmente!- durante la sigaretta fumata sul letto, gli proposi di incontrarlo, precisando che probabilmente si sarebbero intesi a meraviglia ed in effetti la domenica successiva ci vedemmo con Mauro che ci fece conoscere un posticino per fare nudismo fuori dai nostri soliti percorsi.
Mario era divertito dal fatto che il pittore avesse –correttamente!- valutato la situazione e si divertisse a trattarmi come la sua ragazza e trattasse lui come un amico che nulla potesse su di me.
Fu l’inizio di una bella amicizia a tre.

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