Giulia by Ashara [Vietato ai minori]




«Tu distrailo!» Esclamò Stefania, decisa.

«E come faccio?» Si lamentò Giulia, sicura che la sorella minore l’avrebbe messa nei guai come suo solito.

L’altra ci pensò su.

«Dunque, non puoi chiedergli delucidazioni sull’ultima esercitazione perché lo sa che hai già dato l’esame a luglio. Ecco! Potresti fingere di voler fare la tesi col Morandi e dato che è Perossi in realtà che segue tutte le tesi, è logico che ti devi rivolgere a lui! Dovresti tenerlo impegnato almeno per una decina di minuti, così io riesco ad entrare nell’ufficio del prof e ad infilare il foglio mancante nel mio progetto!»

«Ma non potresti semplicemente spiegare al Morandi cosa è successo?»

«Ma sei scema? Quello mi straccia il foglio davanti al naso! Ti prego ti prego ti prego ti prego! Se non riesco a metterlo insieme agli altri senza farmi beccare non arrivo al 18! Dai, devi solo parlare con un dottorando per dieci minuti, mica sei tu che ti devi infilare nell’ufficio del prof!»

Ormai erano arrivate davanti alla porta del Dipartimento e Stefania citofonò e si fece aprire, poi spinse Giulia lungo il corridoio fino alla porta che recava la targhetta “Luigi Morandi”.

«Ti chiamo quando ho fatto» le sibilò, poi bussò e si nascose dietro l’angolo, lasciando Giulia impalata davanti alla porta che si stava aprendo, con davanti a sé la scelta di andare avanti col piano o fare la figura dell’idiota davanti all’assistente più carino dell’intera Facoltà.

Quando se lo trovò davanti rimase bloccata in standby per un attimo. Non lo vedeva da luglio, quando aveva dato l’esame all’ultimo appello della sessione estiva, e da allora si era fatto crescere una barba soffice che gli dava un aspetto più adulto e che rendeva più morbido il suo viso spigoloso. I riccioli castani gli ricadevano come sempre sulla fronte senza riuscire a mascherare l’azzurro brillante e intenso dei suoi occhi. Sorrise quando la vide

«Buo…buongiorno» riuscì a balbettare lei. «Vorrei parlarle della mia tesi.»

«Ciao Giulia! Vieni, accomodati… Dammi del tu, ormai l’esame l’hai passato e io non sono mica così vecchio!» Rispose lui facendole strada nell’angusto disimpegno che divideva l’ufficio vero e proprio del prof da quello del suo assistente.

Giulia provò una strana stretta al basso ventre: lui la trattava con familiarità e le sorrideva come se fosse contento di vederla! Riuscì a malapena a ricordarsi di lasciare socchiusa la porta che dava sul corridoio così che Stefania potesse entrare senza fare rumore, prima di seguire il giovane nello stanzino contrassegnato dalla targhetta “Alberto Perossi”.

«Accomodati» Le disse lui accennando alle sedie davanti a lui mentre si sedeva alla scrivania. Lei si lasciò cadere su quella di sinistra col cuore in gola e non solo per quello che sua sorella stava per fare.

Aveva fantasticato sul ragazzo di fronte a lei per tutto il semestre, sognando ad occhi aperti situazioni impossibili mentre intorno a lei i compagni di corso prendevano appunti.

«Dimmi tutto!»

La voce profondamente mascolina attraversò i suoi pensieri come un coltello interrompendo una fugace replica della sua fantasia più ricorrente: l’aula vuota e riscaldata dalla luce aranciata del sole al tramonto, lei stesa sulla scrivania con la gonna arrotolata intorno ai fianchi e il volto di lui sprofondato tra le cosce, con la lingua che percorreva ogni suo più intimo anfratto. I fatti e le conversazioni che portavano a quella situazione erano diversi ogni volta che si immergeva nel sogno ad occhi aperti ma la conclusione era sempre la stessa.

Per un attimo Giulia temette e sperò che lui volesse sapere tutto di quelle fantasie e sentì le orecchie diventare rosse e bollenti.

Poi si riprese.

«Ho appena iniziato il quinto anno» che scema, lui lo sa già visto che hai appena seguito il suo corso! «e sto iniziando a guardarmi intorno per decidere con chi fare la tesi. Il professor Morandi mi sembra una buona scelta, il corso mi è piaciuto e… » e poi ha un assistente così bello che me lo mangerei!

«Se vuoi un consiglio, io aspetterei l’inizio del prossimo semestre prima di prendere una decisione, così conoscerai anche gli ultimi professori e potrai farti un’idea della loro materia. Comunque posso spiegarti quali sono i progetti che abbiamo in cantiere, così quando sarà il momento di scegliere avrai già tutte le informazioni.»

Lei annuì: finché Stefania non la chiamava doveva farlo parlare. Non che la cosa le dispiacesse, ora che era lì davanti a lui e il ghiaccio era rotto.

Il dottorando si alzò e si girò verso l’ultimo ripiano in alto dello scaffale, offrendole la celestiale visione della sua figura protesa, del sedere sodo fasciato da un paio di jeans slavati e di un tratto di pelle ancora abbronzata del fianco lasciato scoperto dalla camicia che si era sollevata, sfilandosi dalla cintura dei pantaloni.

Alberto posò una cartelletta sulla scrivania e si sedette di nuovo, tirando fuori diversi fogli e parlando delle varie possibilità per la tesi.

Giulia non lo stava ascoltando, in realtà, o meglio: non stava ascoltando il significato delle sue parole. Il suono della sua voce profonda era come una musica, gradevole, dolce e spessa come melassa, il giusto accompagnamento ai movimenti delle sue mani forti e ossute che danzavano sui fogli quasi carezzandoli.

Il ricordo dell’unico contatto che aveva avuto con quelle mani le tornò alla mente e quasi le sembrò di sentirle ancora sulle spalle quasi nude nella leggera canottina estiva: erano su un convoglio della metropolitana, casualmente vicini nella folla, e avevano iniziato a chiacchierare di tutto e di niente mentre il mezzo macinava una fermata dietro l’altra, come altre volte era successo dato che percorrevano la stessa tratta. Giulia non riusciva a staccare i propri occhi da quelli blu dell’assistente che la osservavano intenti. Una frenata improvvisa aveva catapultato tutti in avanti e, dato che lui non si stava reggendo al palo, per impedirsi di cadere aveva afferrato la studentessa per le spalle e le era finito quasi addosso. Ripreso l’equilibrio era sembrato esitare prima di staccarsi, il suo sguardo si era fatto più caldo e per un breve, vertiginoso istante Giulia aveva pensato che l’avrebbe baciata.

Il giorno dopo c’era stato l’ultimo appello dell’esame, lei l’aveva superato con un ottimo voto e da quel momento non l’aveva più incontrato.

Sollevarono contemporaneamente lo sguardo dai fogli e si fissarono. Lui perse il filo del discorso, esitò, lo riprese, ma per lei era come se parlasse in cinese. Dov’era Stefania, perché non chiamava? Giulia voleva uscire di lì prima di fare qualche figuraccia.

Spostò il peso sulla sedia e nel movimento capì di essere bagnata. Era talmente presa dall’uomo davanti a lei da non essersene nemmeno accorta.

Era come essere di nuovo a lezione, lui che parlava e lei, seduta al suo posto, che fantasticava di conversazioni improbabili che portavano tutte alla stessa conclusione: i loro corpi, a malapena coperti dagli indumenti aperti e stropicciati, intrecciati in una danza di piacere.

Lui si alzò, continuando a parlare, girò intorno alla scrivania e vi si appoggiò a pochi centimetri da lei. Giulia si immaginò le sue mani, che nel mondo reale stringevano uno dei fogli su cui erano riportati i dettagli di un progetto, scivolare verso il basso e sganciare ad uno ad uno i bottoni dei jeans, aprirli, abbassare l’elastico dei boxer e tirare fuori il pene eretto e gonfio.

«…quindi se vuoi ti faccio una copia di tutte queste cose così poi a casa te le leggi con calma.» Disse lui e poi attese. La ragazza si riscosse: era chiaro che doveva dare una risposta! Annuì e lui si spostò alla piccola stampante multiuso posta in un angolo della stanza, dandosi da fare con le fotocopie.

Ancora nessun segno di Stefania. Ma che cavolo stava facendo? Ormai Alberto le aveva detto tutto sulle tesi e tra poco l’avrebbe accompagnata fuori, C’era il rischio concreto che si recasse nell’altro ufficio, beccando in pieno quella disgraziata di sua sorella che frugava.

Che fare?

L’immagine di un film che aveva visto più di dieci anni prima le balzò alla mente, facendola sorridere. Una giovanissima Julia Stiles che per salvare un altrettanto giovane Heath Ledger dalla detenzione pomeridiana solleva la maglietta mostrando il seno al professore per distrarlo.

L’idea di fare lo stesso era molto, molto interessante per quanto assurda.

Pensa Giulia, pensa!

Ma era proprio quello che non riusciva a fare chiusa in quello stanzino con l’uomo che desiderava. Ed improvvisamente provò l’impulso di agire.

Si alzò e chiuse la distanza tra sé e la fotocopiatrice proprio mentre lui si girava con un mazzetto di fogli tra le dita. Era più alto di lei anche se non di molto quindi la ragazza si sollevò in punta di piedi passandogli una mano dietro la nuca per attirare il suo viso verso il proprio.

Per la sorpresa le fotocopie gli caddero di mano e si sparsero a terra ma l’assalto era stato così repentino che probabilmente lui non pensò nemmeno di offrire della resistenza. Quando poi le labbra si incontrarono qualsiasi remora si sciolse: come se non avesse desiderato altro, e forse era così, Alberto rispose al bacio con famelico ardore.

La sua bocca era morbida, la sua barba soffice contro le guance, il suo collo compatto sotto le dita. Giulia si strinse a lui schiacciando il seno contro il suo petto mentre schiudeva le labbra e spingeva la lingua in avanti leccando quelle ancora chiuse del dottorando.

Con un piccolo suono di gola lui la accolse protendendo la propria lingua in risposta, intrecciandola a quella di lei in una liquida danza primordiale.

Più sotto anche i loro corpi avevano iniziato a danzare avvicinandosi, prendendo contatto. Giulia incuneò una gamba tra quelle di lui sentendone le cosce magre strette intorno alle proprie più floride e gli passò le braccia intorno alla vita attirandolo ancora più vicino. Sentì le mani di lui sui reni, prima esitanti poi sempre più sicure nello scivolare verso il basso, e contro il ventre la pressione di un’erezione che cresceva.

Interruppero il bacio solo per guardarsi.

«Non dovremmo…» Disse lui con il fiato corto,ma si capiva che era poco convinto di ciò che stava dicendo.

«Vorrà dire che farò la tesi con qualcun altro.» Sussurrò lei in risposta. Questa era la sua fantasia che diventava realtà e non intendeva lasciarsela sfuggire per nessun motivo, voleva viverla fino in fondo. Il suo corpo lo voleva, la sua testa lo voleva.

Lo baciò di nuovo, ancora più ardentemente di prima e fece scorrere le mani sulla sua schiena, verso l’orlo dei calzoni da cui sfilò del tutto la camicia per toccare la sua pelle. Lui le stava già sollevando la maglietta, vi insinuò sotto una mano e risalì fino al seno stretto in un leggero reggiseno di cotone nero che non ne riusciva a contenere del tutto la massa.

Giulia trattenne il fiato quando sentì le sue dita chiudersi intorno alla morbida rotondità del suo seno, quando sentì la scossa del suo tocco diffondersi alla bocca dello stomaco e al ventre. Non era il momento di esitare, di fare la ritrosa: Alberto le piaceva, lo voleva e voleva che la cosa fosse chiara.

Gli sbottonò i jeans, decisa, e cacciò subito la mano dentro accarezzando la sua rigidezza attraverso la stoffa dei boxer. Lui mugolò e le strinse più forte il seno, le infilò più a fondo la lingua in bocca. Lei, intraprendente, superò anche l’ultima barriera insinuando le dita oltre l’elastico delle mutande per sfiorare il glande e poi impugnare senza esitazione l’asta calda e pulsante.

Lo massaggiò piano, cullandolo tra la mano e il ventre, bevendosi il respiro pesante di lui. Anche il suo accelerò quando Alberto le sollevò la gonna e le solleticò la pelle celata dal nylon su fino alla fascia in silicone delle autoreggenti ed oltre, lungo il breve tratto di pelle nuda che tornava a nascondersi sotto un sottile tanga nero. Un dito tracciò il bordo del minuscolo indumento, seguendolo tra le cosce dove si assottigliava e si bagnava di piacere in arrivo, lo sollevò e si infilò sotto toccando le mucose umide. Giulia lo sentì carezzare la sua parte più intima e immergersi dentro di lei, esitante all’inizio e poi prepotente nella conquista del territorio più nascosto.

Per lunghi minuti nella stanza si sentirono solo i respiri rotti da piccoli gemiti e soffocati dai baci, il fruscio dei jeans intorno alla mano della ragazza che si muoveva ritmica, il liquido e delicato sciaguattio del dito che scorreva tra gli umori.

Lentamente Alberto la spinse indietro fino alla scrivania dove la fece stendere senza smettere di penetrarla col medio. Con un verso di protesta Giulia perse la presa sull’asta.

Scostando del tutto il perizoma ormai stropicciato il dottorando la espose del tutto alla fresca aria ottobrina e si chinò su di lei immergendo il volto tra le sue gambe divaricate e inalando il suo odore.

Esattamente come nelle fantasie di Giulia.

La sua barba le sollecitò la pelle sottile delle cosce e le pieghe della femminilità e le scappò da ridere. Smise quando la lingua trovò il clitoride e iniziò a giocarci.

Alberto la fece impazzire, letteralmente. Piccoli colpi di lingua interpuntavano i movimenti del medio, poi ne prendevano il ritmo per abbandonarlo ancora poco dopo. Poi i due strumenti di piacere si scambiarono di posto e lui la bevve mentre la accarezzava. Poi il pollice stava tormentando il clitoride, premendolo e sfregandolo mentre la lingua, come un piccolo umido pene, la penetrava senza sosta.

Giulia poté solo restare immobile, con le mani che si aprivano e chiudevano sul bordo della scrivania, il bacino che ondeggiava di sua volontà e una pressione insostenibile che si andava costruendo nel suo basso ventre e che mandava tentacoli di piacere in tutto il corpo. Solo il suono dei suoi respiri rotti e serrati dava il metro di questo crescendo di eccitazione.

Un istante prima dell’esplosione, quando ormai lei gemeva senza ritegno, lui si staccò e fulmineo si raddrizzò e accostò il glande all’orifizio aperto e implorante. La guardò dall’alto verso il basso: la gonna arrotolata intorno alla vita, la maglietta sollevata a scoprire un reggiseno abbassato che offriva alla vista e al tatto il seno florido che si alzava e abbassava affannosamente, i capelli disordinati e il volto arrossato. Gli occhi di lui ora erano sbarrati e cupi di torbide promesse di piacere e si piantarono in quelli di lei brillanti di desiderio. Non li lasciarono un solo istante mentre i fianchi si muovevano lentamente in avanti spingendo il membro in lei con costante determinazione.

Fu il suo sguardo, il calore incandescente che vi lesse, a sancire la disfatta di Giulia: sentì tutti i muscoli che si contraevano ed inarcò la schiena emettendo un verso primordiale di piacere seguito da molti altri che Alberto si godette piantato a fondo dentro di lei, immobile e accarezzato dalle strette orgasmiche della sua vagina.

Non le diede tregua, però, una volta che si fu spento l’ultimo spasmo: iniziò a scoparla con la foga dell’affamato davanti ad un pranzo luculliano, penetrandola a fondo sempre più velocemente, stringendole i seni, i capezzoli, i fianchi, istigato dai gemiti di lei, dal suo sollevarsi ad ogni colpo per andargli incontro.

I respiri rochi erano ormai diventati gutturali gemiti quando lui sfilò di botto il membro dal suo corpo e Giulia seppe subito cosa doveva fare, senza bisogno di parole. Scivolò giù dal tavolo e, in ginocchio sotto di lui, lo prese tra le labbra avvolgendolo con la lingua, reggendosi con una mano alla sua coscia mente con l’altra gli carezzava lo scroto teso sui testicoli gonfi.

Pochi secondi e con un ultimo rantolo Alberto riversò nella sua bocca il proprio tributo alla sua bellezza.

Da qualche parte in fondo alla borsa abbandonata in un angolo il cellulare suonava e suonava.

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