Gita di fine liceo




Frequentavo l’ultimo anno del liceo classico, del mio paese, che chiamerò P.
P. è un piccolo paese del centro Italia e non è male, ci viviamo tutti bene, anche se non è il massimo. In questo paese anch’io, come tutte le ragazze, ho conosciuto le grandi gioie e i piccoli dolori, perché si sa come siamo noi adolescenti.
Insomma, anch’io conobbi dei ragazzi, come tutti, ed ho fatto delle “esperienze”; oggi parlo di Simone, lo vedevo spesso in chiesa dove mi portavano ogni domenica i miei genitori e i miei zii. Simone mi piaceva abbastanza, mi incuriosiva, con gli occhi da adolescente che ero, e anche lui lo era, coetanei.
Il giorno della mia cresima, anche lui era presente, a prendere quella benedizione con me; e la sera, tutti a ‘festeggiare’ con dei dolcetti su dei tavolini bianchi in plastica, nella piazzetta della chiesa del quartiere.
Ricordo che andammo a farci un giro, e finimmo per restare soli dietro a delle palazzine, vicino dei garage, e non passava nessuno.
Vicino ad un muro, poggiò la mano sul mio seno, sopra la maglietta, e iniziò a muovere la mano; tutto ciò mi eccitava, incuriosiva, lo lasciavo fare, gli davo il mio petto e lui infilò le mani sotto la mia felpa per toccarmi meglio, le sue mani fredde sui miei capezzoli, era meraviglioso. Ci baciammo per bene e a lungo, non essendo esperti e solo ragazzi, mi scesi il jeans (aveva iniziato a strofinarsi sulla mia patta, la toccava con le mani e voleva vederla) e gliela mostrai: jeans scesi alle ginocchia, le mutandine aperte dalle mie dita, il suo sguardo affamato sulle mie languidi labbra gonfie, pelose, morbide, umide…
Dopo avermi toccata un po’, si prese il cazzo in mano (anche lui con i jeans alle ginocchia) e iniziò a toccare le mie labbra bagnate con il suo glande caldo: fuori faceva freschetto, avevamo le felpe, e lui spingeva su di me, con una mano al muro, le gambe larghe, e quel cazzo in mano caldo che strofinava tranquillo.
Ansimava, sul mio viso, o respirava forte, ed io muta, priva di esperienze come lui; finché non ho aperto di più le gambe ed ho fatto scendere i jeans alle caviglie: ho aperto le gambe, lui si è poggiato a me, il suo corpo su di me, entrambi poggiati al muro; potevo sentire il suo bacino inarcarsi più volte, spingere il sedere in dentro, cercando di spingere contro di me il suo sesso.
La sua testa poggiata sulla mia spalla, non ci guardavamo, eravamo caldi, e sentivo battere la cappella sulla mia entrata vergine.
Così, agimmo seguendo l’istinto: lui spingeva forte, io allargai le gambe, e piano piano sentivo entrato; stavamo facendo sesso per caso, seguiti da un istinto di cane, due cani in calore.
Appena lui mi fu più volte dentro, iniziò ad avere un ritmo, e poggiali le mani sulle sue maniche, sui suoi vestiti, a gambe larghe contro un muro freddo, in piedi, mentre lui mi pompava il mio primo cazzo dentro e mi piaceva, mi piaceva tantissimo; singhiozzavo, gemevo, era la cosa più bella che avessi mai provato.
Gli sentii fare uno sforzo, poi venne, venne dentro di me, tra le mie labbra bagnate, sentivo il suo cazzo pulsare ad ogni getto, e poi uscì lentamente, rosso in viso, e tornai a casa con le mutandine inzuppate di sperma.

Fatto sta, che ci ritrovammo in gita, eravamo vicini di stanza e lui non si fece scappare l’occasione di scopare una figa facile, e neanche io di farmi scopare.
Così una notte, mentre dormivo (e sola, la mia compagna era in un’altra camera con uno) iniziai a toccarmi, tanto ero sola, un orgasmo potevo concedermelo; ma la mia mano fu fermata, e alzai lo sguardo, lo vidi, Simone.
“Hai voglia?” gli chiesi, e lui si sdraiò su di me, ne facilitai la mossa aprendo le gambe “sì, tanta, ho bisogno di una troietta facile” e mi baciò la guancia.

Poi iniziammo a scopare, a missionario, poco esperti, lui poggiato su di me che a volte mi soffocava, ma sempre bellissimo.
“Ti piace?” Gli chiedevo “ti piace, scoparmi la figa?” e lui rispondeva negli affanni “sì, sì, sei la miglior compagna di scuola, una troietta come te è sempre utile, ti fai scopare proprio bene, fatti scopare…” e lo lasciavo ai suoi affanni, mentre godevo sotto di lui, con braccia e gambe larghe, il suo cazzo che mi pompava dentro, e poi gli sentii alzare la voce, sollevare il busto, e tirò fuori il cazzo facendosi una sega, ma quando venne, mi spruzzò di nuovo il suo seme nel buchino “ah, fanculo, va” disse, e spinse il suo cazzo dentro, riversando tutto ciò che gli era rimasto, e se ne andò.

Mi piaceva parlare di queste esperienze, mi piacciono, spero possano piacere anche a voi, e spero siano state anche come le vostre, esperienze di vita che ci rendono felici, rispettosi verso noi stessi, soddisfatti.

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