Gaetano




Conosco Gaetano da più di quindici anni.
Siamo, per cosi’ dire, amici; mio malgrado.
Già, infatti non abbiamo davvero niente in comune. E’ stata solo la sorte che ci ha fatto condividere per cinque anni l’appartamento in cui vivevamo durante i nostri studi universitari, e da allora non ci siamo più persi di vista, se non per un breve periodo.
Ora siamo entrambi sposati, con figli quasi coetanei, e le rispettive mogli – che pure io trovo non abbiano niente in comune – si frequentano piuttosto regolarmente.
Da qualche anno abbiamo addirittura preso l’abitudine di affittare insieme la cabina in uno stabilimento balneare nei pressi della città in cui viviamo. Un’idea balorda delle mogli alla quale non ho saputo oppormi, anche per via del mio latente complesso di inferiorità nei confronti di Gaetano.
Abbiamo la stessa età, ma ho sempre avuto la sensazione che lui fosse più “adulto” di me.
Sarà forse per l’aspetto fisico: io sono piccolo, mingherlino, direi quasi ossuto; lui e’ alto, robusto, ben proporzionato. Si vede che il suo fisico è stato modellato da una vita dura: al lavoro nei campi fin da bambino, poi emigrato in Belgio con la famiglia. Perse il padre quando non era ancora nemmeno adolescente, dovendo contribuire – per quanto possibile – al sostentamento della famiglia con lavori occasionali, senza però potersi permettere di trascurare lo studio. Per un breve periodo si è anche guadagnato da vivere facendo il pugile; poi arrivò la svolta. Uno zio, che nel frattempo aveva fatto fortuna in Germania, gli propose di rientrare in Italia ed intraprendere a sue spese gli studi ingegneria, cosa che Gaetano accettò di buon grado.
Così ci incontrammo all’università e, per una serie di circostanze fortuite che non starò qui a raccontare, ci trovammo a vivere nello stesso appartamento, con altri tre nostri compagni di corso.
Nel gruppo, io ero senza dubbio quello che, pur studiando meno, conseguiva i migliori risultati. (La cosa non mi costava alcuna fatica.) Ero anche – perdonatemi l’immodestia – il più brillante, il più spiritoso, il più spiritoso, il più disponibile, ma nonostante i miei sforzi in senso contrario, il leader era lui, Gaetano.
Gaetano, per i suoi modi alquanto selvaggi, e per i suoi atteggiamenti un po’ rozzi, venne da noi immediatamente soprannominato “L’Animale”. Non che sia cattivo; anzi! Lo definirei proprio un cuore d’oro, ma tutto in lui ispira “bestialità”: dal modo di muoversi, ai suoi gusti, dal suo aspetto fisico, al suo modo di magiare.
Non dimenticherò mai la sua tipica reazione quando capitava di vedere una ragazza di suo gusto: assumeva uno sguardo torvo, poi inspirava profondamente e reclinava il capo leggermente in avanti dilatando le narici in modo spropositato, per poi emettere un orrendo sbuffo, quasi un grugnito. Poi ti guardava di sottecchi, e la sua espressione di toro da monta si trasformava in un sorriso beffardo, quasi a voler dire: “Quella, me la faccio”.
E di donne – anzi “femmine”, come amava definirle lui, in effetti, se n’è fatte parecchie. Qualcuna più bella, qualcuna meno, ma tutte per lui attraenti: cioè porche.
Sembra che Gaetano abbia sempre emanato un fascino irresistibile per il sesso femminile. Noi, compagni d’appartamento, affamati e rosi dall’invidia, non siamo mai riusciti a capire come un Animale simile potesse piacere alle donne (ma forse piaceva, e piace tuttora, proprio perché era un animale. Uno splendido Animale…).
In ogni modo, alla fine del corso di studi e leggermente in anticipo sui tempi, io lasciai il gruppo, con una bella laurea in tasca ed un luminoso avvenire di fronte a me.
Rincontrai Gaetano per caso, qualche anno più tardi, nell’azienda in cui ora lavoriamo entrambi. Lui appena assunto in un livello – a dire il vero – un po’ modesto, io già ben avviato verso la dirigenza (status che infatti conseguii non molti anni dopo). Ma fu chiaro, fin da subito, che, a dispetto delle gerarchie dell’azienda, tra noi due il capo era sempre l’Animale.
Nel frattempo ci eravamo entrambi sposati, ma – almeno una volta – a me era andata meglio che a lui.
La moglie di Gaetano è infatti insignificante da tutti i punti di vista, sia estetico, sia caratteriale, sia intellettivo, sia culturale. Anche come madre non sembra valere molto: più che altro fa la bambinaia. (Non so com’è come amante, ma non è che la cosa mi interessi un gran che).
Mia moglie, Paola, è invece intelligente e colta, ed è una mamma eccezionale. Come amante, all’inizio era un disastro, ma ora – dopo anni di esercizio con un sessuomane insaziabile come me – se la cava divinamente, a parte quella sua inspiegabile fissazione a volermi fare usare il preservativo per non sentire poi il mio sperma dentro di lei.
Ma Paola è soprattutto bella, di una bellezza raffinata ed elegante, niente a che vedere con quella appariscente e un po’ volgare che stimola le fantasie di Gaetano.
Ero seduto sulla mia sdraio, in riva al mare, un sabato pomeriggio. In testa al pontile, più in là, Paola si stava asciugando al sole tiepido del tramonto, dopo una bella nuotata. La ammiravo da lontano e sentivo dentro di me un sottile senso di rivalsa nei confronti di Gaetano. Com’era bella mia moglie al confronto della sua! Il fisico slanciato e atletico, le gambe lunghe, sottili e nervose, come quelle di un cavallo da corsa. La pelle liscia e giovane, resa ancor più bella da una leggera abbronzatura, il seno non grande, ma sodo, nonostante la gravidanza e l’allattamento. I capelli biondi e lunghi, le incorniciavano un viso radioso, dominato da due occhi grandi e lucenti. “Le ho sempre detto che il costume intero le dona più bel bikini”, pensavo, e intanto me lo immaginavo, quel costume, bagnato, aderire al pube, ansimante per la fatica del nuoto. Il tessuto sottilissimo (ma niente affatto trasparente – non lo avrebbe mai indossato) che permetteva ora di intuire la massa villosa e riccia della sua fica, che solo io, unico maschio al mondo, avevo avuto il privilegio e la gioia di penetrare.
Ero assorto in questi pensieri quando uno sbuffo accanto a me, una specie di grugnito, mi riportò alla realtà. Alzai gli occhi ed il mio sguardo si incrociò con quello suo, dell’Animale, che ora mi fissava con quel sorriso beffardo di cui conoscevo bene il significato: anche lui aveva notato Paola sul pontile.
Un brivido di gelosia mi percorse la schiena, ma feci finta di niente. Senza fiatare, raccolsi le cose, chiamai Paola, recuperai il bimbo e salutai tutti. In brevissimo tempo avevo interrotto lo spettacolo e lasciato la spiaggia insieme alla mia allegra famigliola.
A casa non feci parola di ciò che era accaduto. D’altra parte, mi dissi, non era accaduto proprio niente.
L’indomani, domenica, feci in modo che andassimo in spiaggia sul presto. Sapevo che in questo modo Gaetano e la sua famiglia, arrivando come al solito un po’ più tardi, non avrebbe potuto trovare posto vicino a noi. La mia gelosia era un po’ infantile, forse, ma non mi andava che l’Animale potesse impunemente godersi la vista di mia moglie, che tra l’altro quel giorno sfoggiava uno splendido “due pezzi” a fiori, leggerissimo, ma casto, proprio come piace a me.
Infatti così fu. Gaetano arrivò un’ora più tardi e si sistemò, con la famiglia, ad una distanza che reputai di tutta sicurezza. Si sarebbe stravaccato sulla sdraio, per non muoversi di lì finché non avesse finito di leggere il suo caro quotidiano sportivo. (Che cosa ci trovi di interessante in quel genere di lettura mi e’ ancora del tutto oscuro!). Così me ne andai a fare una delle mie nuotate, lasciando Paola a prendere il sole, prima che si alzasse troppo, diventando cocente.
Mentre ero al largo fui nuovamente colto da un impeto di gelosia. Non dovevo lasciare Paola da sola. Decisi così di tornare a riva e di cercare di convincerla a venire a nuotare con me.
Purtroppo non la trovai dove l’avevo lasciata. Pensai subito che poteva essere andata a fare quattro chiacchiere con la moglie di Gaetano. Mi diressi verso il suo ombrellone, ma notai immediatamente che non vi era nessuno nei pressi. Anche l’Animale non era più sulla sua sdraio. Strano. La gelosia montò, ma la razionalità prese subito il sopravvento: “Saranno sicuramente andati tutti insieme al bar, a prendere un gelato per i piccoli” pensai.
Mi sbagliavo. Mi accorsi infatti che la moglie di Gaetano era in fondo alla spiaggia, a giocare coi bambini. Allora dov’erano Gaetano e Paola? Si erano forse imboscati da qualche parte? Fui sopraffatto da un turbine di sentimenti, un misto di odio, di gelosia e di paura. Decisi di controllare in cabina.
Da lontano scorsi un quotidiano ripiegato sul tavolo di fronte alla cabina: che fosse quello di Gaetano? Non potevo saperlo, ma fu per me come una folgorazione. Ebbi la certezza che l’Animale si stava scopando mia moglie, lì dentro.
Inaspettatamente la mia gelosia si tramutò di repente in un’eccitazione smisurata. Al pensiero che Paola potesse essere violata ad opera dell’Animale, provavo un irrefrenabile desiderio, la necessità, di masturbarmi.
Così riconquistai rapidamente il largo. Andai tanto lontano che nessuno avrebbe potuto intuire cosa stavo facendo. Mi fermai e mi rivolsi di nuovo verso la spiaggia.
Vedevo in lontananza la cabina dove l’Animale si stava facendo la mia mogliettina e mi eccitai di nuovo al pensiero. Estrassi allora il mio membro dal costume che ormai non riusciva più a contenerlo, lo afferrai saldamente e cominciai a muovere il pugno, su e giù.
Ripercorsi con la fantasia la scena della seduzione. Era come se li avessi avuti davanti ai miei occhi. Vidi l’Animale mentre sussurrava qualcosa nell’orecchio di Paola, e lei sorridere divertita e lusingata. Poi li vidi entrare furtivamente nella cabina, a breve distanza l’uno dall’altra, ma non insieme. Prima lei, non del tutto conscia di quello che stava per fare, ma alquanto incuriosita. Poi lui, eccitato come mai. Sapeva che la mia Paola era ormai in gabbia: entrando per prima non si sarebbe più potuta tirare indietro.
Li vidi mentre si baciavano, nella penombra della cabina. La sua lingua da Animale tutta infilata nella bocca di Paola, e lei che ci stava. Quelle mani, grosse come pale, che le palpavano il seno turgido, ormai denudato.
Era come se fossi stato lì anch’io, mentre lui la premeva con forza, spalle alla parete, massaggiandole il pube, e poi si inginocchiava, leccandole l’addome. Ecco quelle grezze mani afferrare i lati degli slip, per abbattere anche quell’ultima barriera. Vidi che gli slip non scesero subito. Fu come se all’ultimo avessero esitato, aderendo alla parte più preziosa della mia Paola. Non dovevo farmi illusioni: era l’umore della sua vagina, già pronta ad accogliere il cazzo Animalesco, ad aver provocato quella brevissima adesione. Lui anche deve averlo capito, e mentre le sfilava dai piedi gli slip che era ormai riuscito a far scivolare a terra, si fece torvo, dilatò le narici e grugnì di nuovo.
Era il momento: ora la doveva penetrare, e il mio pugno accelerò il “su e giù”.
Vidi l’Animale passare le sue braccia possenti sotto le ginocchia di Paola, per sollevarla da terra a gambe divaricate. Appoggiò il membro, duro come un marmo, alla bocca della sua vagina, ma esitò ad entrare. Fu lei, con la sua mano delicata che io avevo sapientemente addestrato, ad incoraggiarlo, avviandolo per la sua strada. Il cazzo dell’Animale percepì immediatamente il segnale e proseguì l’opera, come un ariete inferocito.
Li vedevo, ormai una massa omogenea che si muoveva ritmicamente, su e giù, su e giù, proprio come il mio pugno sul mio membro.
Vedevo quell’enorme arnese da animale sprofondare alternativamente nella fica di mia moglie. La splendida lanugine dorata della mia Paola venire a contatto, ora si ora no, con i peli pubici del mio rozzo ex compagno di studi. Ad un certo punto, quasi al culmine del godimento, lei deve aver appoggiato la testa sulla spalla dell’Animale, per mordergliela e cercare così di strozzarsi in gola il mugolio di piacere.
Venne. Anzi, venimmo. Tutti e tre insieme. Lui le venne dentro, senza farsi troppi problemi, continuando a pompare. Lei si sentì invasa da un flusso di seme tiepido, e godette estasiata.
Un fiotto biancastro e gelatinoso galleggiò vicino a me. Mi abbandonai all’indietro e così rimasi, alla deriva, per qualche minuto.
Quando tornai a riva, ripreso dall’oblio, ma ancora profondamente scosso, passai dal pontile, e inaspettatamente lì vidi Paola che, appollaiata da una parte, leggeva il giornale.
“Dov’eri?” le chiesi con tono noncurante “Ti ho cercata”
“Sono sempre stata qui, a leggere.” rispose molto candidamente, e aggiunse con tono ironico: “Come al solito, quando tu cerchi qualcosa, non sei capace di trovarla!”
Riprese poi con aria inquisitoria: “Tu, piuttosto, dove sei stato?”
“Niente… mi sono fatto una bella nuotata al largo”.
Provai vergogna. Poi guardai meglio il giornale che Paola stava leggendo: la stessa testata di quello dell’Animale. Sarà stato proprio il suo? E di chi altro, se no? Di certo non l’avevo comprato io. Perplesso, me ne tornai all’ombrellone.
Non ho avuto mai il coraggio di chiedere a mia moglie cosa sia realmente successo quella domenica d’estate.
Davvero non so come avrei reagito alla sua risposta.
Se mi avesse confermato le mie fantasie, e che lei era realmente stata con un altro uomo, mi sarei eccitato di nuovo? o sarei piuttosto esploso nell’ira, minacciando vendetta?
E se invece mi avesse provato la sua innocenza, che l’Animale non l’aveva mai violata, mi sarei finalmente calmato o – peggio – avrei provato una profonda delusione nel sapere e che tutto era stato solo frutto della mia immaginazione da depravato?
Non lo so e non lo saprò mai. L’unica cosa certa è che amo ancora Paola e che il mio complesso di inferiorità nei confronti di Gaetano si è fatto di giorno in giorno più pesante.

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